Pagine

giovedì 27 luglio 2017

More e capperi a San Nilo

Sarà che per motivi tal dei tali, e molto concreti, sono stata, diciamo così, cinque giorni di fila (dall'alba al tramonto) prigioniera a Grottaferrata, ritornando a sera stracca a casa, dove il dovere mi mette subito sull'attenti, sarà  perché a passare ore e ore seduta sul pavimento comodi si sta poco, sarà anche perché l'età non è più verde e  il tempo in tasca meno; sarà che a volte  ero tentata di mollar tutto e via tornare a casa; sarà per tutti questi motivi presi in fascio e anche altri che taccio fatto sta che, oggi, nel mio primo giorno di ritrovata libertà, me ne sono andata, fresca nella sera calda romana, a Santa Maria Maggiore, a sentire una messa di ringraziamento, a recitare il mio rosario in compagnia e mi sono sentita tanto allegra, nel ritrovare le mie abitudini intatte e sane e come nuove,  che avevo voglia di saltellare e di cantare. Non l'ho fatto, però, e il cuore, in petto, nutrito nella vera carità quasi mi scoppiava d'amore. E mentre me ne stavo, in letizia, tutta quanta in me ho pensato che, in fondo, anche nella prigionia di Grottaferrata il mio angolino di felicità me lo ero ritagliato. Dovete sapere, infatti, che la scuola che ci ospitava è proprio sotto alla bella Abbazia di San Nilo ed è tutta quanta immersa in un oliveto d'argento. Sicché quando le mie compagne di avventura uscivano per andare a mangiare recandosi nel centro della cittadina, io, tutto il contrario, mi avventuravo tra gli ulivi e piano piano, nel sole caldo,  tutto l'intorno diventava mio, nel verde acceso di alberi e cespugli, nel giallo arso delle erbacce al sole. E dai e dai, una mattina (che è quasi pomeriggio) mi ritrovo a varcare un cancello e oltre il cancello, ecco gli spalti del castello di San Nilo! Guardano diritto su una valle verde. Giro lo sguardo e, che meraviglia, sul muretto: more e capperi! Mentre ripetevo tra me le lezioni prossime venture, con due sacchetti ho fatto, diciamo così, la spesa quotidiana, baciata dal Signore.

sabato 8 luglio 2017

Sardegna mia piccola e nascosta...

Al mattino presto, nell'arancio acceso del sole che sorge lassù tra il verde cupo dell'aldia baciato dal cielo, io, sveglia con gli angeli, me ne sto seduta nel terrazzino riparato che io chiamo la casa delle bambole - ed è privilegio tutto nuovo per me -  e da lì, come spettatrice privilegiata nella vita vera bagnata dal fiume sacro, ritrovo la mia Sardegna bambina, quella che mi chiamava allora nei primi anni della mia piccola storia.
Già, la mia Sardegna non è punteggiata di ombrelloni colorati, profumata all'olio di cocco, rumorosa di racchettoni alla ricerca del bronzo del sole, no, no, la mia Sardegna è silente, ritrosa un poco anche selvatica e al mattino, quando timido sboccia il nuovo giorno, rinnova la sua eterna meraviglia. Questa mattina, ad esempio, sull'anello di rena che congiunge le due braccia della baia protese verso Tavolara, passeggiavano impettiti tre gabbiani che parevano far da sentinella alle ore danzanti a venire. Su e giù zampettanti sulla sabbia rinata dalla purificazione notturna, sembravano osservar, nell'acqua, un cormorano tutto dedito alla caccia, all'inseguimento dei pesci suoi d'argento. E quando la gallinella nera emergeva con la sua preda (che però non riuscivo a vedere) ecco la scaramuffa con i contendenti vestiti di bianco. Poi tornava la pace e quelli di nuovo su e giù nella livrea loro di piume e quella di nuovo a pescare, a siluro, sul pelo dell'acqua.
Lumeggiava, la mia Sardegna, anche nella mattina tarda bruciata dal sole, quando per comperare la pulpedda eccomi, con mio marito, in un certo centro agricolo che sta sulla strada di Padru. In una valletta verde, tra l'arso giallo dell'intorno,

sabato 17 giugno 2017

Amici miei

In tanti e tanti anni di professione, colleghi ne ho incontrati e conosciuti molti. Ho scritto per tanti e diversi giornali e tra una redazione e l’altra, un’amicizia, una simpatia restava sempre nel cuore. Di alcuni, ora che gli anni si sono scoloriti come in lontananza, ricordo appena il volto e forse, camminando per strada, neppure li riconoscerei più, di altri mi sovviene al pensarci un particolare bislacco, oppure solo la voce; di altri, ancora poco o nulla.

Ma di Andrea Montanari, che ora è direttore del Tg1 (e gli faccio i miei auguri grandi!), ricordo il sorriso, la simpatia, l’intelligenza negli occhi celesti e chiari. Lo conobbi quando, non so come, si inventò con un amico il mestiere – anche, s’intende – di editore. E fu a lui, e al suo socio, che proposi i racconti di Jeanne De Casalis e fu lui – e non il suo socio – che si impuntò per pubblicarli. Ricordo che la sera del suo sì, eravamo in quattro: sua moglie, un cane e lui. Jeanne, da me trovata a un mercatino di libri usati in Piazza San Silvestro, tornò viva e vera e grande scrittrice (com’è) e io, in lei, felice. Durò poco perché Andrea Montanari, non so il motivo, lasciò la casa editrice e l’altro Andrea, che la Jeanne l’amava poco o nulla, in qualche anno ritirò tutti i libri invenduti e li mandò al macero. Così, solo nella pancia di un certo armadio, i superstiti vestiti di carta attendono una migliore primavera e un altro Andrea…

giovedì 8 giugno 2017

Lezione al Campidoglio

Lisa con mini-bennibag
Qualcuno, penso Mario Monti, si è inventato da qualche anno a questa parte i corsi di formazione permanente per i professionisti e quindi anche per i giornalisti con la tessera dell’Ordine e, come per loro, per me pure. Demitto auricolas anche se, al passare cinque ore ad ascoltare (spesso) il nulla mi pare di avere una palla di ferro alla catena legata alla caviglia destra e le manette ai polsi. E dunque eccomi, ieri, di bel bello nella Sala della Protomoteca al Campidoglio dove si tiene un corso che vale tot punti e non chiedete di più perché, nel mio bloc notes, appare la stessa scritta che il povero Luigi XVI annotò il giorno della presa della Bastiglia…
Ero lì, in mezzo a tanti colleghi, o meglio ex visto che io non lavoro più se non per qualche amico che, in ghost writer, me lo domanda. E ridevo tra me al pensiero di che cosa avrebbe detto di tutto ciò il mio Giampiero, caporedattore della redazione romana del Gazzettino di Venezia, ai tempi miei. Lui che se la prendeva con i “cretini laureati” e che pensava che i giornalisti si formassero solo per strada, parlando con la gente e non certo contando i like su Facebook e i tweetter. Ah, Giampiero mio, pensavo e nel guardarmi attorno mi pareva che lui, ironico, pungente, dai teneri capelli bianchi, fosse più vivo di quelli che avevo intorno per davvero. Vabbè, ma intanto devo trovare una via di fuga, mi dico, perché a star qui tante ore a sentire questo e quello proprio non resisto. Detto fatto, eccomi a scender le scale sulla sinistra per recarmi alla toilette che è sempre un bel posto, secondo me, dove rifugiarsi con i propri pensieri clandestini. E mentre seguo la via, oh beata me, mi imbatto nei busti di marno di quanti hanno fatto, loro sì, grande questo piccolo Paese a forma di Stivale. C’è il mio amatissimo Domenichino! E Galileo, pensoso. C’è Masaccio, c’è Mantegna con un gran nasone; c’è anche Benedetto Marcello e c’è Paisiello. Toh, guarda,  Annibal Caro, il traduttore di Virgilio e giù, lì dove le scale terminano in gloria, un vecchio tappeto arrotolato ai piedi del gran muraglione che rimane del tempio di Giove Ottimo Massimo…
Riemergo in platea e sorrido ad altri busti vivi, laggiù, in fondo, sulla sinistra, riconosco Dante! Mi consolo così, tra gli spiriti magni, mentre sullo schermo compare, come fosse del Divin poeta, una frase pronunciata da un certo collega (di cui taccio il nome) che conosco per averci lavorato a lungo insieme… Sospiro, sorrido e via, il tempo è scaduto, la lezione finita e io sono di nuovo libera nel sole e nel vento di questo giugno di fuoco e fiamme.

mercoledì 7 giugno 2017

Vento di Sardegna

Gatto combattente a Cala Girgolu
Dalla Germania e da altri posti ancora, ecco, per motivi che sono, diciamo così, condominiali,  una pioggia a incrocio di mail in cui si chiedeva pulizia e decoro per la bella spiaggia di Cala Girgolu, anello d’oro della baia dove tante belle ville bianche e gialle, come altrettante gallinelle alla cova, si godono, tra le bouganville i plumbago, profumato di mirto e di corbezzolo, il venticello di ponente e il bel sole sardo acceso. Si chiedeva pulizia e decoro e ben vengano tutti  e due in questo mondo a gambe all’aria che pare rovesciato nei valori e nella quotidianità! Nel silenzio, va da sé, mi aggiungo al coro, ma senza scrivere punto ché la scrittura mia la conservo e la risparmio per dire due parole d’amore proprio per l’incanto perfetto di quei luoghi baciati dal divino dove io, per grazia e per la carezza della sorte, sono arrivata ancora bambina. E dove ancora adesso vivo, nel respiro del mistero.
Ricordo, ricordo come fosse appena ieri che al risveglio, infantile, in quella protostoria ancora tutta da scrivere del destino mio, nel bel pigiama bianco, ereditato dai fratelli, uscivo sulla veranda ad aspettare che il disco solare sbucasse in allegria dall’alto dell’aldia bianca che si ritagliava un posto sull’altro lato dell’anello. Ricordo, ricordo come fosse ieri che all’apparire del sole, tutto s’accendeva e anche il mio cuore. Ricordo, ricordo che gli occhi miei passavano dal cielo al mare che, toccato dai raggi, si colorava come d’argento e seguivo, con lo sguardo serio dell’infanzia, il vento che soffiava ora di qui e ora di lì per decidere la sorte della giornata. Se era ponente (o almeno così lo chiamavo io), il cielo spazzava via le nubi e impossibile era rimanere in spiaggia per la sferza della sabbia che colpiva gambe e anima e cuore. Se era levante, sfilacciate le nubi popolavano l’orizzonte e da mano manca, dalla terra arsa, potevano anche arrivare i cumuli e la pioggia. Ricordo, ricordo che bambina mi sentivo tutt’uno con quel cambio d’umore del giorno. E anche io vivevo nel vento, che mi chiama, le mie fole