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venerdì 30 dicembre 2011

Gianni Schicchi


Fuori tema Capodanno, s’intende dopo gli auguri di prammatica, che sono come lo sciroppo quando si ha la tosse, vi racconterò, ma solo se avrete l’uzzolo di leggerla in questa notte di magia e di fuochi nel cielo, la storia  tragicomica, di un certo Gianni Schicchi, un tipo di mia conoscenza, chiamato così da suo padre, baritono fallito, in onore di un’opera di Giacomo Puccini. E, per chi ne ha tempo e voglia, vado a cominciare. Questo Gianni qui era nato in un ovetto e cresciuto nella bambagia. Il caso aveva infatti voluto che, morta sua madre, fosse tirato su dalle tre sorelle zitelle di suo padre, le tre sorelle ABC, come venivan dette per amori di brevità. Si chiamavano, infatti, Ada la prima, Bice la seconda e Carlotta la terza. Il padre, chiamandosi Dino, contava per la D, ma poiché passava le sue giornate a far di conto in banca e le serate a vocalizzar dell’arie inutili, di quella D nessuno sapeva cosa farsene.  Le ABC si dedicarono anima e cuore a quell’unico nipote, tanto sensibile, Dio l’abbia in gloria, che avrebbero voluto vestito nella gabbana nera del prete. Sì, una parola. Nero lo era quel griso di Gianni, ma aveva in testa solo le gonnelle. Arrivò in casa la prima Lilit, che si portò via persino il servizio buono di Ginori, quello con i fruttini e i bordi di cuccume e piatti in salsa d’oro. Ai tempi della seconda Lilit, morì il povero Dino, cantando e contando denaro…
Quando le ABC diedero la notizia al Griso Gianni, questi, sensibile com’era, sbottò in un: “Mortacci” e se ne andò per i casi suoi. La terza Lilit lasciò in eredità una bambina, frutto di un suo precedente matrimonio. Restò, la piccina, con le buone vecchiette, tutte intorno come tante chiocce a far il girotondo all’unico pulcino. La bimba, che si chiamava Diana, crebbe rossa, bianca e anche bella che non guasta. Crebbe e si mise a far la vita. Le ziette, premurose, tenevano l’agenda degli appuntamenti. E se incontrandole al mercato, si chiedeva  loro notizie di Diana, una delle ABC rispondeva: “La Diana? E’ la D dell’ABC!”. E tutte insieme ridevano divertite. E il Griso? Quando arrivò la buoncostume, disse una parola sola: “Mortacci!”  

giovedì 29 dicembre 2011

Balù e i sodometti

Io, non faccio per dire, ma i verbi greci, aoristi, futuri, piuccheperfetti, li ho imparati non sui banchi di scuola, ma in seggiovia, appesa lassù tra le nuvole e la neve delle Tofane: balò, ebalon, bebleka, beblemai, rispondevo quando venivo interrogata da un bel ragazzo bolognese, alto, biondo, tutto ellesse e chiamato Niccolò - con due cì - che mi faceva il filo a modo suo e alla maniera di Aristotele. Salivamo, soli soletti, sull'agorà di Atene spruzzata  di bianco apposta per noi e scendevamo nel gruppo. Ogni sciatore, a modo suo: chi a serpentina, chi a uovo, chi, come me, disegnando ampie curve  sulle piste e derapando a lungo, con le gambe a far giacomo giacomo, sui gran lastroni di ghiaccio sdrucciolevoli come le bucce di banana delle barzellette. Il mio bel bolognese, che a sciare era un drago,  mi aspettava, in coda alla fila della seggiovia. E via di nuovo a filastrocca, balò, ebalon, bebleka, beblemai. Su, a sci uniti, con le punte a batter la clack alle mie prodezze alle Termopili. E poi giù, col vento in faccia, perduti nella modernità un poco balorda di uno sport che, divertente per carità lo è, ma che mi pare un chilo di nulla legato con nastro d'argento...
Su e giù, balò, ebalon, bebleka, beblemai. Finché un bel pomeriggio, una della comitiva, bolognese di sangue che si chiamava Gloria e faceva le magistrali (altroché il classico...) sbottò: "E basta con questo Balù!" e si sedette lei, in seggiovia e forse nella vita, vicino al bel Niccolò.
Il tempo corre in sella a ippogrifo e sono a scuola, seduta accanto a una compagna - lo giuro - Nicoletta, con una sola cì. Studiamo, a capo chino, Dante Alighieri e siam tutte e due dritte in inferno, tra fiamme, diavoli e dannati. Lei, bisbigliando a voce pallida, mi fa: "Ma chi cavolo sono questi sodometti?". E poco ci mancò che buscasse un bell'otto in antologia...

mercoledì 28 dicembre 2011

Ciao Ciao, Cosmo Delizia!

http://www.librinecessari.it/ Il link porta in via dell'anima all'incrocio con largo dei libri 123...

Questa è la storia un poco tragicomica di un certo signore, di professione camionista, che aveva un nome al bacio - Cosmo di nome e Delizia di cognome - ed era tutto quanto un golia gioviale, pronto a starsene, ritto, per ore, nell'abitacolo con il pensiero alla moglie e al figlioletto e lo sguardo alla belloccia scollacciata in calendario. Questo Cosmo qui aveva un lampo d'occhi turchini che sfavillavano quando raccontava le sue barzellette al sapor di boccaccio e un raggio verde di gloria quando superava un automobilista rompipigne. Un bel giorno, col cielo di bucato, durante le feste di Natale, s'intese che doveva portare non so quale carico lungo l'asfalto di sole che congiunge Roma a Firenze, in un balzo è a bordo, tutto contento, anche perché, per via, si poteva mangiare, perché no, un boccone dolce all'osteria della signora Gina...
Prende, Cosmo Delizia, il suo bel raccordo anulare, uscita Firenze e via, nel verde della valle teverina. D'un tratto, mentre è lì che guida come un serafino, baciato dal sol dell'avvenire, ecco svicolar tra le auto un cosino metallizzato che poi gli s'incolla davanti, tagliandogli la via. Il nostro Cosmo prende a pestar sul suo trombetto e ad agitar su e giù le dita a piramide. D'un tratto, com'è come non è, dopo un arruffio di panni, ecco spuntare come un sole nudo, un grande popò bianco in faccia al nostro Cosmo. E poi via, l'impertinente, in un guizzo, a superar altri veicoli. E Cosmo? Nelle orecchie le risate altrui, a frigger nella stizza. Con un rombo del camion, via all'inseguiento che dura un perù, ma invano. Passan persino due stazioni di servizio con il loro profumino di caffè alla serenità... Niente.  Quel cosino metallizzato, svelto com'è, già non si vede più e pare sciolto come neve ai tropici. Si vede, invece, e benissimo dallo specchietto retrovisore, la sirena lampeggiante d'indaco della polizia stradale. Metter la freccia ed accostare per Cosmo Delizia è un tutt'uno.  "Favorisca i documenti", dice, senza buongiorno né sguardo, un poliziotto  in occhiali neri che pare uscito da un film americano. E un altro, che fa conto pari con il primo, dice, scartabellando non so quale blocchetto: "Lo sa che Lei è in contravvenzione per eccesso di velocità?". Senza altre parole, il secondo poliziotto, quello senza occhiali, rientrato in macchina prende e scrivere il verbale e in quel momento, come in un sogno venuto male, ecco volar sull'autostrada la macchinetta profumata di caffè e tutta in eco e piena di braccia a sventolar come bandiere in segno di saluto. "Saluti i suoi amici", fa il poliziotto con gli occhiali neri al nostro povero Cosmo Delizia...

lunedì 26 dicembre 2011

Vacanze a Cortina d'Ampezzo


Per le vacanze di Natale, un anno del Secolo scorso, che si perde nel ricordo in una nebbia ardente, i gemelli convinsero mio padre – che si metteva di traverso, colonna infame, alle loro fantasie - a prendere a pigione una zimmer colma di letti soffici di piumini fioriti, perduta sulle balze di neve di Cortina d’Ampezzo. Loro dormivano lì, uno in capo all’altro, in un ruzzolo di piume. I Salini, ognuno con una stanza sua, in una villa di candore, che portava, vezzosa, il nome di “I Cirmoli” e guardava dall’alto dei suoi gloriosi pini, Chiesa e Corso d’Italia, dove, proprio in coda, al numero tal dei tali, dormivo io, ospite nell’appartamento della zia Bì e delle sue sorelle, tutte quante cugine di secondo grado di mia madre. Al mattino, con sci e scarponi a nolo –  e con sospiri – ero  ai Prati di Pocol, a far curve e “stencristagna” come chiamavo io lo spazzaneve che si chiudeva a sci pari in curva; al pomeriggio, da Lovat a mettere il becco in un buon cioccolato caldo e a mangiar due krapfen, insieme ai gemelli e ai Salini e siccome ognuno ha la natura che si ritrova e non può farci granché se non ringraziare il Padreterno di esistere, ecco che cosa accadeva, ogni santo pomeriggio, in quell’antico anno che si difendeva dal gelo con sciarpa e passamontagna. Entravamo, Ponti e Salini, ad occupar nella pasticceria un tavolino intero. Poi si consumavano le delizie al cioccolato e marmellata. Infine, nel sacco risate e parole, si usciva nel freddo, ma prima, uno dei Salini, Luca, lasciava, alzandosi, un’abbondante mancia che veniva, cascasse il mondo, intascata subito dopo dal Salini successivo. Io osservavo la scena, mutola, i gemelli non s’accorgevano di nulla, presi com’erano a lumar le pupe e a darsi arie di bellocci. Oggi e domani, passan dieci giorni e sempre la stessa storia. Finché un giorno, la cameriera che aveva preso nota del rituale sul taccuino della sua memoria, appena vide che Luca si alzava dopo aver lasciato il guiderdone, fu lesta a strappar, con una piroetta della mano destra, il piattino dalle grinfie dell’altro Salini. E negli occhi di lei, che mi sorrisero d’intesa, vidi un bel tiè profumato di strudel e cannella. Il Salini rapace a bocca asciutta...

giovedì 22 dicembre 2011

Buone Vacanze e Buon Natale a tutti

E ora che mi manca solo un post per far conto pari e cento, me ne vado a passare il Natale dai suoceri e lì, senza collegamento e senza computer, scriverò il mio numero cento con carta, penna e calamaio..
Saluto tutti con una bella riverenza, tenendo a ruota le cocche della gonna...

Le corna della Panda rossa

Di automobilisti pestacalli, che scodinzolano per il traffico, creando ingorghi e fastidi, non so a voi, ma a me ne capitano un secchio pieno in un anno romano. Ieri, ad esempio, mentre me me andavo, alla guida del mio cinqecentino bianco, che nell'abitacolo pare una libreria in disordine,  su per la Via Giovanni Lanza, un nastro grigio  a collegare Via Cavour a Via Merulana, ecco sbucar da un parcheggio alla buona, senza freccia e complimenti, una Panda,  zia vecchiotta di quelle che si sfornano oggi e che somigliano in tutto a fuori strada. Questa Panda qui non era per nulla civetta, ma color rosso sbiadito come per essere stata troppo a lungo sotto la pioggia o al sole. Vedo il naso della Panda, inchiodo, libri, pacchetti: tutti giù per terra. Io, a faccia avanti. Lui e la Panda, via per la loro strada di libertà, svicolando a razzo tra le macchine come se fossero su un circuito Ferrari. Zum, zum, zum. Dopo aver rimesso il cuore al posto suo, riprendo a guidare. All'altezza dell'incrocio che, per magia, trasforma Via Lanza in Via dello Statuto, sto per accodarmi, buona ultima, alla fila di automobili, quando, zum zum, non so dir neppure io come, ma la Panda si siede al posto mio. Pazienza, sospiro e quando scatta il semaforo sono già in piazza Vittorio mentre la Panda rossa, zigzagando, se ne scompare all'orizzonte. E meno male, mi dico. E proseguo fino al Viale Manzoni dove, girando a sinistra, imbocco una via romana che ha per parete un pezzo di marmo bianco della stazione Termini e che custodisce, in un angolo riposto, una chiesa bella, intitolata a Santa Bibiana, che però pare un gatto bagnato circondata com'è da un'assurda modernità...
Eccomi al semaforo ad aspettare il mio bel verde e poi giro a destra con un salutino alla Bibiana per tuffarmi in un tunnel nero e sgombro dal traffico. Giro e, con mia sorpresa, chi mi trovo tra le gomme? Avete indovinato: la Panda rossa che ora, bontà sua, pare avere un gran sonno e occupa, con il suo gran popò rosso pallido, il centro della carreggiata. Guardo il contachilometri: 10 all'ora... Aspetto quel secondo in giacca e cravatta e poi, ting, un timido colpetto al clacson. La mia Panda rallenta, se possibile, si fa da canto. E mentre la supero vedo il mio automobilista pestacalli farmi, in rapida successione, due tre volte, corna e bicorna. Le stesse identiche corna e bicorna che facevo io da piccoletta. Con il cuore caldo, scalai di marcia, lo lasciai superare e seguii la mia Panda rossa in un gomitolo di strade romane...

martedì 20 dicembre 2011

Babbo Natale e i peperoni

Non esisteva Babbo Natale in casa Ponti. Con quel suo vestito di sangue e di neve, l'aria paffuta da bambino vecchio, Babbo Natale era - secondo mia madre - una stecca nella notte Santa. Mai e poi mai doveva entrare in casa nostra! Che poi noi, a Roma, non avevamo mica il camino... Sicché, raus, bandito, lui, la slitta, il Polo Nord e tanti saluti alla zia d'America. I regali, da noi, li portava Gesù Bambino in persona, che per l'occasione si chiamava, con mia grande sorpresa, Israello, e scendeva dai campi del cielo che non erano verdi come quelli sulla terra, ma trapunti di stelle. Noi, per ringraziare il bambinello, apparecchiavamo per lui, ai piedi del presepe (ché anche l'albero con le sue sciarpe d'oro e i germogli di palle rosse era impresentabile, a dir di mia madre...) una cena frugale: una tazza di latte caldo (che diventava freddo col correr delle ore) e un piattino di noci dure dure e senza schiaccianoci. Vuoi mettere la finezza!
Una notte di Vigilia, venne a passar con noi il Natale a Sangiuliano una zia quattroquarti di nobiltà. Si presentò, la zia Tankiù (un nomignolo al bacio...) con un paltoncino liso che faceva freddo solo a guardarlo. Sotto portava gonna, golfino e filo di perle. Splendeva di semplicità. Quando parlava, tutti in silenzio in preghiera. Per dir pranzo diceva colazione e le camicette erano tutte blusette anche se non erano niente affatto color cielo. A mia madre disse solenne: "Ricordati, anche in povertà, sempre il miglior parrucchiere e il miglior istruttore di tennis!" Senza pane, ma con la messa in piega.
Dopo cena cantammo "Tu scendi dalle stelle". Che era, in fondo, un invito  a portare presto presto i regali... Poi, sciolti. Carica di sonno, prima di salire nella stanza che dividevo con mio fratello Marco, me ne andai in cucina a bere un bicchiere d'acqua. Un'epifania: zia Tankiù, a testa coricata all'indietro, beveva a garganella, direttamente dala pentola, l'acqua di cottura dei peperoni. Quattroquarti di peperoni.

domenica 18 dicembre 2011

Un Orso in triciclo

A Sangiuliano, durante le vacanze di Natale bianche bianche e che mi sembravano durare tutta quanta un'eternità, bisognava fare, con la mamma, la visita alle zie e alle vecchie amiche sue perché lei, bimba e ragazza, era cresciuta in quell'angolo di Friuli, piatto piatto e abbracciato, in lontananza dalle Prealpi, che facevano, laggiù, da corona azzurrina e violetta alla pianura.
Prima tappa rituale era il grande appartamento, in Corso Vittorio Emanuele, della zia Giusetta, sorella minore di nonna Stella, e che, neanche a farlo apposta, era alta come me di dieci anni. Lo abitava, piccola com'era, insieme al barboncino Sciusciù, nero carbone e sempre acceso. Io, piccola anche io, mi perdevo in quella corsa di stanze che parevano rispondersi, sui pavimenti tremolanti, nell'eco del passato. Un passato che aveva visto niente meno che Indro Montanelli, amico fraterno dello zio avvocato, passeggiarvi con quella sua vociona toscana in salsa aristocratica...
La zia Giusetta aveva uno strano tic al naso che la faceva sembrar sempre in raffreddore, la narice destra, zacchete, tirava su, con una strana piroetta, aria e dolore. Sulla guancia destra, portava sempre un cerotto che, come mi spiegava mia madre, senza spiegarmi in realtà nulla, copriva un certo spaventoso "lupus". Vedevo due lunghe orecchie nere, a punta, sporger dalla pezza e far giacomo giacomo a beneficio solo mio. Quel solletico, ragionavo bambina, doveva provocarle il tic al naso...
Dalla zia Dina, che mi era zia come, mettiamo, Cleopatra, si poteva andare o a Pordenone, oppure (e io lo preferivo) in una grande casa di campagna, che si vedeva e non vedeva nel velo della nebbia. Allora sì, così da presso, le montagne si facevano montagne in gloria. Nere e giganti com'erano, mi incantavano. La casa no. Ché era, mi par di ricordare, una modernità senz'anima. A Marsure - ma anche a Pordenone - c'era Riccardo che della zia Dina era il figliolo minore e che veniva chiamato dai fratelli "Orso". E orso lo era, eccome. Se andavamo in triciclo, lui davanti con le braghe tirolesi e le ginocchia nude all'inverno, zitti e mosca. Lo stesse se guardavamo, all'imbrunire un poco di tivvù dei ragazzi. Orso sì, ma fino a un certo punto. Una sera, mentre mia madre mi infilava la cuffietta color carta da zucchero, prendendo commiato dalla zia, lui, Orso, tirò fuori una bava di voce, con quella parlata da sonno che hanno da quelle parti lì, e disse: "Può restare la Ester, non intriga mica!".

venerdì 16 dicembre 2011

Primavera a Grottaferrata

I nonni paterni avevano comperato a Grottaferrata sui Castelli romani, un bocconcello di un casolare bianco, con un allegro porticato in pietra serena, color grigio argento, che danzava tutt'intorno alla casa e faceva la riverenza al giardino e, più in là, oltre un cancello di ferro squillante di verde smeraldo, all'orto che era tutto quanto segreto e riposto e timido, circondato com'era da  pini e cipressi. Grottaferrata, poco amata da mia nonna Lisa detta non so perché Giovanotta, era invece il regno di sua sorella Cecilia, detta dai più Cilia, ma che mio padre chiamava, con l'amore di un figlio, Cillì.
Cillì, con i suoi capelli tinti di color ciclamino, le gonne di lana grigia strette alla vita, si faceva fata e regina in un mio privato sortilegio bambino. La seguivo passo passo nei suoi vagabondaggi tra i fiori del giardino che pareva conoscere uno per uno, come fossero tanti fratelli. Mi indicava questa e quella pianticela con il nome suo proprio e lei, la piantina, pareva sorridere d'incanto, come al tocco di una bacchetta magica. D'inverno, era caccia ai ciclamini, che coloravano di lillà gli angoli più ombrosi dell'orto; di primavera, violette viola e gialle per riempire la nostra solitudine...
Un mazzo d'anni e via. E' pomeriggio, il sole riempie d'arancio il cielo e mio padre sta trattando la vendita di Grottaferrata a beneficio della villa romana. Ci sono io e c'è Cillì, piena di primavere, ma ancora alta e sottile come quand'era ragazza. Lei, sola, si aggira per il giardino. Io, imbarbita, in un canto, fredda come un sasso ad aspettare lei che saluta la terra e lui che la vende. D'un tratto Cillì mi chiama con quel diminutivo, Rina, che usava lei sola e con mio gran scorno e fastidio. Abituata a obbedir tacendo, spazzato via il gregge dei pensieri rannuvolati miei, fui da lei in un balzo. E vidi, proprio al confine tra il giardino e l'orto, lì dove si ergeva un piccolo terrapieno, una primula gialla, tenera, fresca, ricamata di sole. La vidi e sentii, per l'ultima volta, la voce della mia Cillì: "E' primavera!".

martedì 13 dicembre 2011

Aspirapolvere d'Australia


A Sydney, in una casa bianca che pare fatta di panna montata, seduta su una collina alta su Double bay, abita un certo Mister Barnie, di professione medico, padre di cinque figlioli che adesso, anche loro, son padri e madri e forse, chi lo sa, financo nonni. Quando lo conobbi io, questo Mister Barnie qui, era un giovanotto alto, biondo, con due spazzolini di baffi a solleticare il labbro superiore, e un bastone con pomo dorato a far da terza gamba; pareva proprio un pavoncello inglese spiaggiato, suo malgrado, da Sir James Cook, in Australia. Se qualcosa gli piaceva un frego ed era pronto a stappare in segreto lo spumante, pronunciava a labbra diacce, senza sorridere punto un: "It's quite agreeable...". Teneva i figli piccoli a distanza, invocando il diritto alla privacy che allora, per me, era una parola misteriosa, ma che doveva farsi, molti anni dopo, legge italiana... Ci riuscì con i bimbi ancora piccoli, ai quali proibiva l'ingresso nelle due stanze sue, con un "Vi suggerisco di andare a giocare in giardino" e quelli, monelli, via al galoppo; molto meno quando gli agnellini spigarono nel loro metro e ottanta e si fecero ragazzi, grandi e grossi e brufolosi, a metter tende pigre qui e lì per la casa. Mister Barnie durò fatica a resistere e dovette far molte deroghe in salsa australiana ai suoi modi assai british.

Ma se una cosa non gli andava a genio, aveva un modo tutto suo per opporvisi. Una sera, tanto per cogliere una ciliegia a caso, noialtri facevamo baldoria a casa sua, occupando salone, studio e sancta sanctorum, ignari del fatto che lui, Mister Barnie ,se ne stava, proprio allora, seduto sulla sponda del letto, in frittura, pronto alla vittoria. Che arrivò puntuale come l'abitudine e proprio mentre Agnes, una delle figlie, era lì lì per baciare, finalmente, il suo Oliver. Emerse dal nulla il nostro eroe, con la vestaglia tartan allacciata in vita, la retina nera per tener fermi i capelli di notte e i piedi incappucciati in un bel paio di pantofole turchine. Entrò e tirò fuori la sua arma. E mentre noi ragazzi, increduli (Agnes e Oliver, di gesso...), lo guardavamo come fosse il fantasma di Banquo, lui - vruuum vruuuuuum - si mise, senza dir a né ba, a passar l'aspirapolvere sui tappeti e sotto il divano, poi si girò, con gli occhi di vetro, e, rivolgendosi a Oliver, disse: "Sono certo che non ti dispiacerà alzarmi il sofa. Ci sono delle briciole.". E Oliver,  piantata in asso Agnes, ubbidì...

lunedì 12 dicembre 2011

Medioevo

Ho una cugina di non so quale grado che si porta in giro un visetto orientale, un canestrino di ingenuità e due cognomi che un tempo profumavano di corte papalina e oggi sono buoni, a malapena, per far l'orlo a una gonna. Oggi questa signorina qui, che aveva una manciata d'anni meno di me, è signora e ha due bambine che forse sono ora già ragazzine. Ma nella storia tragicomica che vi voglio raccontare non doveva neppure avere vent'anni ed era una delizia con il cappellino. Andava molto in giro, la Gioietta, in un certo ambiente che io, ridendo, chiamavo allora "medievale" perché era chiuso ai comuni mortali e fatto di fratelli, cugini e biscugini e che oggi non c'è più, travolto com'è stato dalla modernità. Tra tutti i medievali, alti a pinnacolo e ben vestiti e molto, forse troppo educati, la Gioietta aveva un debole per un certo Ranieri (e lui per lei) che bello non era ma signore sì. I due, sposati, avrebbero fatto conto paro. A mio modesto avviso.
Una sera la nostra Gioietta, che frequentava allora la facoltà di giurisprudenza alla Sapienza, decise di imbucare a una festa che non ti dico una certa Lorena conosciuta a Legge che le pareva un tipino a modo e molto divertente. Detto fatto, ecco la Lorena tra i medievali, che giudicò tutti quanti polverosi e, per carità, quel Ranieri lì, ma hai visto che ha le orecchie a sventola, una faccia da padella e poi è grasso e puzza un poco persino. Di Ranieri rimasero le ossa e la Gioietta, che era anche un poco miope, si mise gli occhiali e diede ragione all'amica. Passarono i mesi e poi gli anni. Gioietta si laureò e perse di vista la Lorena. Fece perciò un salto alla terza quando ricevette la partecipazione di nozze (di Pineider) del suo Ranieri che tra tutte sposava, l'avrete capito, proprio la Lorena... Chi disprezza compra.

Figurine Disney



Quando ero piccola io, un milione di anni fa, non  c'erano videogiochi, chat, carte magic. Ma le   figurine, per Bacco, quelle sì, quelle c'erano! I  maschi facevano l'album dei calciatori; le femmine quelli degli animali e, più avanti, i Disney. Le figurine - anzi le "figu" come le chiamavamo noi -  si comperavano a pacchetti, al prezzo di 50 lire  l'uno. Quelle primitive, i dinosauri, dovevano   essere spalmate di colla sul dorso prima di coricarsi al posto loro nell'album. Più avanti si   fecero moderne e autoadesive. Si guadagnò tempo,  la poesia volò via dalla finestra ariosa del progresso... Alla domenica, prima di comperare il pollo arrosto da Di Pietro alla Piramide, andavo all'edicola con   mio padre: "Mille lire", dicevo in codice. Poco  dopo sventolavo venti pacchetti pieni di felicità:   la fregola di aprirli, la figurina "rara", che mi  balzava addosso, schiacciandomi l'occhiolino... Lo scambio, a scuola, avveniva così. Il venditore   reggeva il mazzetto con la mano sinistra e con la  destra lo sfogliava, "figu" per "figu". Il compratore recitava il mantra: "Ce l'ho, ce l'ho,  mi manca...". Poi le parti si invertivano. Il   mondo figu finì alle medie. Stringevo tra pollice  e indice un "Eta Beta", come se avessi in mano la   prima edizione del "Porto sepolto" di Ungaretti,       mi avvicinai alla Berti, vorace e appassionata  come me. "Ce l'hai?", le chiesi. Neppure mi  rispose.

Nella foto non ci sono figurine, ma le mie bennibookbags, custodie per i libri affinché non si sciupino nel trambusto di borse, sacchi e zaini.

giovedì 8 dicembre 2011

Matilde degli spiriti


 La zia Matilde, occhi di risciacquo, celestini,  bistrati all'egiziana, era cugina di secondo grado  di mio padre. Di rado veniva a trovarci, scortata  dai due figlioli che si somigliavano come  l'inverno e l'estate. Secco, allampanato, cupo il  maggiore; un'esplosione di vita bionda grano il minore. La zia Matilde, che si diceva poetessa,  dirigeva una rivista letteraria dal titolo pomposo  di "Areopago ateniese". A ogni visita cercava di spacciare un abbonamento a mio padre che,   cresciuto a pane e lumi, rifiutava. "Sarà per  un'altra volta...", sorrideva lei, senza  scomporsi. Filosofa e poetessa.  Ma zia Matilda, oltre a scrivere poesie e a far da editrice a una banda di sconclusionati con l'uzzolo dell'arte, parlava  anche con i morti. Una volta mio padre, durante  una delle rare  visite di lei, stufo di sentir racconti   di spiriti e fantasmi, si alzò in piedi e, ritto, impalato, sbottò: "Anche io parlo  con gli spiriti. Albannotte, Sussurrino,  Carcassanno, io vi evoco, rispondete...". Lei,  niente, zitta e mosca, con l'aria di una che si  sta limando le unghie. Mio padre, rosso in faccia,   continuava la sua tiritera. D'un tratto, un quadro  precipitò a terra con gran schianto.  "Dicevi?", fece la zia Matilde, alzando, come se niente fosse,  i suoi  occhi di acqua azzurra.

                               

mercoledì 7 dicembre 2011

Prigioniera a Castel di Decima

Non si festeggiavano i compleanni in casa Ponti, nossignore. Niente festicciole in tinello, per carità! Per mia madre, eran robetta qualunque, buona da cucinar col brodo e il dado. E così, con la morte in cuore, non ebbi mai, come i coetanei miei,  la foto d'album che fa tanto famiglia felice, io, in piedi sulla seggiolina, con i nonni amorosi a far da corona intorno,  mentre spengo, deliziata, la bocca a cuore, un girotondo di candeline rosa... Per carità! Mia madre, che con la signorilità  aveva costruito uno scudo d'oro a proteggere il suo guscio dal mondo, avrebbe piuttosto camminato fino a Milano,  a piedi scalzi.
In fatto di signorilità lei si sentiva la Regina di cui portava il nome. Distingueva a naso grano e crusca. Di uno, al quale non avrei dato due soldi, magari solo perché zagagliava, diceva con sicurezza: "E' un signore!". Si vedeva - come diamine facevo a non vederlo io? - lontano mille miglia. Per carità.  L'eletto piroettava nel blu, in un saltello dalla terra al cielo. Un altro, che a me pareva, invece, un cestino di beltà,  era per lei,  "popolo", detto stretto stretto, con le "o" ridotte a  polpette. Una condanna alla Geenna. Il povero lazzaro, nel sepolcro della plebe e addio.
Niente compleanno, dunque, fino alla maggiore età. A diciotto anni era un'altra musica. Ché lei reputava sacrosanto celebrar l'entrata in società. Allora sì che si scialava per far bella figura agli occhi del mondo. I gemelli  ebbero un ballo per due, ma di quello non ricordo che i due smoking loro (che fecero uscir dai gangheri mio padre per la spesa pazza e, secondo lui, inutile...) appesi al gancio di un armadio:  mi parvero due impiccati muti, ma assai eleganti; magnifico fu il ballo di mia sorella Sara. Il giardino lavato nel bucato di Marsiglia, accolse, lucente, dame in lungo e cavalieri in cravatta nera, mentre le ombre coloravano di presentimenti il tappeto d'argento del prato... Ma io non lo vidi quel quadro. Solo sognato. Ero, infatti, stata impacchettata e spedita expres da una zia che amavo e amo. E ancora oggi che ho tra i capelli molti fili argentati mi domando perché quella notte a Vivian fu concesso di far precipitar dall'alto del suo balcone (dove si potevano tirare gli aghi ai pini d'Aleppo) grappoli di palloncini bianchi e io, invece, venni esiliata in campagna, bell'e lavata, con i denti di menta, e già in camicia da notte. Prigioniera  a Castel di Decima.

martedì 6 dicembre 2011

Stella di Natale

Se strizzo gli occhi forte e cerco di accendere il lucignolo dei miei natali passati, solo un ricordo mi pare sottolineato dallo stabilo boss giallo neon che trovavo, bambina, da D'Antimi, la cartoleria vicino casa, dove mio padre aveva il conto e io l'eden di penne, gomme, taccuini e quadernetti. Un ricordo e niente più. Sono piccola di sette anni, credo, e sono a Sangiuliano da nonna Stella, davanti al povero presepe suo abitato da tre pastori in croce, con le loro belle pecorelle bianche a cavacecio, da un gallo a far chicchirichì  e con su un cielo stellato, attaccato sghembo al muro con lo scotch,  pronto a cadere in testa al Bambinello.
Cantiamo, i fratelli, la nonna ed io in quella notte nera nera e tanto silenziosa che par di udir nell'aria il fiato di Dio. Mi pareva uno sproposito, ma in quella notte un po' speciale perché si andava a dormir tardi, con le taparelle agli occhi, Gesù Bambino non si chiamava più così ma prendeva il nome di Israello e, senza niente da mangiare (mentre noi avevamo il panettone) scendeva, manco a dirlo, dai campi del ciel e dalle stelle... Canto, dunque, e non guardo, come i miei fratelli, i pacchetti  rossi e verdi che fan da tappeto al tavolino del presepe, misero mondo. Gli occhi miei arditi fuggono attraverso la porta finestra che fa da confine al giardino e si perdono nei lumi del firmamento. Mi trovo naso a naso con una stella lucente, una sola, e in lei mi perdo come nella mia buona stella. Ma dovevo ben avere la faccia da grulla, con gli occhi fissi alla pece, e la bocca spalancata  a far entrar le mosche...
Ricaddi dai miei astri, dunque, come un sacco pieno di patate, quando uno dei gemelli mi scosse forte per le spalle e mi alitò nell'orecchio: "Ma che ti sei incantata! A boccona! Guarda che noi scartiamo già i regali!" Per aspera ad astra.

lunedì 5 dicembre 2011

La freccia sonora

Come stabilito da leggi non scritte, figliole del benessere e della modernità,  i miei genitori possedevano due automobili che dormicchiavano durante la notte, una ad annusare la coda dell’altra, nel vialetto antistante il cancello d’entrata. Quella di mio padre. color vinaccia, di marca francese, tirata a lucido come capelli stirati dalla brillantina Linetti, i sedili color paglia, portava, ogni santo giorno, l’avvocato a studio e all’università. D’estate, trasformata in emigrante, si caricava di famiglia e masserizie e partiva per Cala dei Gigli, d’inverno, con gli sci a far da corna, da nonna Stella, a San Giuliano.
Quella di mia madre, piccola com’era, si poteva mettere in saccoccia. Ne ebbe assai. La prima, ne conservo un ricordo sbiadito come di un rettangolo color  pervinca, si chiamava "la giardinetta”. Credevo che mia madre la amasse perché solo le cose amate portano nomi tanto graziosi. Scoprii, anni dopo, che giardinette si chiamavano anche tutte le sue gemelle uscite dalla fabbrica e che mia madre non l’amava proprio per niente. Fu venduta infatti e così sia. Arrivò, ereditata dal nonno paterno appena volato in cielo, una Ottocentocinquanta color senape, col naso all’ingiù e i sedili in simil pelle, che a mia madre piaceva come a un orso andare in bicicletta. Era una macchina triste come la delusione. Ma un pomeriggio, tornando da scuola, il mio cuore spiccò un salto quando mia madre, per girare a sinistra, diede un colpetto all’insù al baffo dritto della freccia, che spuntava sul lato  destro del cruscotto. Ed ecco partire un  ping-ping-ping d’argento, come il battere d’ali di tante fatine: la freccia sonora installata, così sbuffò mia madre, da mio nonno, duro d’orecchi e – disse lei – con un pessimo gusto in fatto di automobili.  Lei storse le labbra; io, in paradiso, con la freccia nel cuore…



domenica 4 dicembre 2011

Madamigella avarizia

Ci sono certe persone che, loro malgrado, si portano in giro, quasi cucito addosso il proprio delizioso vizio capitale.  Hai voglia a nasconderlo con panni curiali, eh no, a me non la fanno. Io li vedo, i vizi loro, anche se ci spalmano sopra  la porporina d'oro.  L'avarizia, ad esempio, non riesce mica a starsene, buona buona, chiusa in casa, nossignore! Trema e scalpita, quel demonietto senza cuore che calcola fin la coda dei topi! . La vedo, io, con questi occhi miei, Madamigella avarizia perché, petulante com'è,  non sa mica starsene buonina, nascosta come prudenza vorrebbe. Scalpita, si agita, arruffa le penne e muta l'espressione del viso di chi ne è posseduto. A tratti, senza volerlo,  fa anche ridere.. E vado a raccontarvi questa storiella tragicomica che non  è avvenuta nella mia infanzia, quando ero piccola e bionda, ma al tempo della mia stordita giovinezza che faceva tutto un mazzo di vizi e di virtù. Tornavo da non so dove insieme a una certa signora, squadrata nei suoi lumi, una signora con gli occhiali che danno subito quell'aria da  zia affidabile e cara, una signora qualunque. Camminiamo in tre:  ma io non lo so mica. Siamo io, lei e Madamigella avarizia. Quando giunse il momento di pagare i caffè, la convitata di pietra, zacchete, saltò addosso alla mia conoscente facendole, poverina,  tremare naso e mani. Una volta uscite al sole, siccome la vita si fa beffe di chi la vuol beffare, incrociamo un certo signore tutto eleganza, amico della mia conoscente e, lo seppi poi, fratello di Madamigella avarizia. E' lì, ci spiega, per via del barbiere che, vuoi mettere con quelli dei Parioli, costa un perù di meno e lui, cascasse il mondo, non se lo perderebbe neppure se nevicassero sassi... Ed eccola, Madamigella avariza che gli salta in collo, tutta amorosa. Ma lui, d'un tratto, come svegliandosi da un sogno, si mangia il sorriso e prende a cercar furiosamente in tasca, con il tremolio di naso e mani, il portafogli. Nella tasca sul didietro non c'è mica e neppure in quella che fa da cuscino al cuore. Cerca che ti ricerca. La caccia è vana. Ci guarda, meschino, con gli occhi in mano.  Madamigella avarizia finì per terra, puffete, e fu così che la vita si prese la sua bella rivincita.

Re dei tulipani

Mio padre, non so proprio perché, andava matto per i tulipani e ogni santissimo anno si faceva mandare, dritto dall’Olanda, dei gran libroni che erano poi cataloghi in cui quei fiori freddi, dai petali sull’attenti e all’odore di nulla, si pavoneggiavano, civettuoli, in mille colori e sfumature, con i capelli dritti o con la permanente, rosa, gialli, color fucsia, tutti dipinti e striati nei loro vestitini lucidi e gelati. Tutti quanti i tulipani, a mazzi, sciolti tra i mulini a vento, lasciavano me indifferente e mio padre in brodo di giuggiole. Leggeva allo scrittoio, con solenne serietà, gli occhiali a cavallo del naso, i bugiardini in inglese (chiamandomi ogni tanto per sapere questo o quello) e poi, armato di biro blu, con grandi alzate di sopracciglia, faceva le sue belle crocette per comunicare a chi di dovere  questo sì, quello no, e quest’altro eccome, sissignore. Dopo qualche tempo, ecco giungere uno scatolone color caffelatte nel quale si rincorrevano rotoloni le petole dei tulipani, i bulbi,, cipolle rinseccolite misteriosamente piene di vita, Mio padre, gran sacerdote dei tulipani, li liberava dal cartone e li seppelliva sotto la nera terra in piccoli vasi di terracotta.  Nel silenzio delle tombe nane germinava la vita, tutta quanta variopinta, che a mio padre, a giudicare dal sorriso, doveva ogni volta parere smaltata e viva come la prima alba della dopostoria. Il rito si ripeteva anno dopo anno. I bulbi si facevano fiori diritti mentre mio padre si curvava sotto la valigia dei suoi anni d’argento. Un ricordo mi batte sulla spalla facendomi sobbalzare. Sono a casa di mia madre la mattina in cui avrei visto per l’ultima volta il mio re dei tulipani. Lo salutai, come sempre, senza capire che, nel suo vestito grigio e senza valigia, stava per prendere il suo ultimo treno. Lo salutai, distratta, come se fosse un giorno pescato a caso nel calendario e, infilandomi nel corridoietto buio che conduce alla porta di casa, scorsi, seduto sulla cassapanca nera come la notte eterna, lo scatolone olandese che aveva in pancia i bulbi tulipani. Lo stesso, tale e quale, che mia madre buttò, sano, nella spazzatura in una gran ginnastica di salti e sobbalzi, il giorno appresso, quando mio padre, senza i suoi tulipani, era arrivato, nudo, a destinazione.

venerdì 2 dicembre 2011

Anastasia e Genoveffa


In un bel mattino laccato d'azzurro, da un certo paese senza nome giunse nella città dei Cesari una certa famiglia moderna, tutta quanta raggomitolata nelle dita di una mano, che contava appena un paio di genitori e due figliole. Che dico, figliole, erano  due gran belle figliole: una mora, ricciuta, sciolta di parlantina, e l'altra bionda grano, leggermente bovina nell'espressione da bella addormentata, con i capelli lunghi e lisci come spaghetti crudi. Portavano entrambe, con gran sussiego, due nomi altisonanti, del tipo Maria Giulia o Maria Elena, non ricordo bene, e un cognome di lana, un acconto di cognome,  che pareva infeltrito e ristretto da un programma sbagliato in lavatrice... Giunsero, santificate da una non meglio identificata cuginanza - antica e di chissà che grado... - che veniva sventolata come fosse una lettera di raccomandazione ai tempi della diccì. Nessuno controllò che la parentela avesse sugo. E loro, festanti, furono subito madamigelle domestiche nel gran mondo romano.
A Roma,  per non sfigurare la famiglia prese dimora  nel quartiere Parioli, dove fu affittato al costo di un perù un appartamento dai vasti saloni e dal terrazzo verde e fiorito.. Venne a decorarlo, in gran sordina, un architetto di grido che scelse persino i posacenere... Poi cominciò il valzer di cene, feste e cocktail che allora andavano per la maggiore. La grande – mettiamo Maria Giulia – era addetta agli onori di casa. Parlava, parlava, parlava, infilando qui e lì qualche parolina zuccherata in francese. A tutti quanti, ma soprattutto a chi aveva un'aureola da uomo di mondo, regalava quell’angolino di paradiso che deriva, nudo e crudo, dal sentirsi unici  nel vasto universo. La piccola, la bionda, - mettiamo Maria Elena – aveva più che altro una funzione decorativa. Sorridere e basta. con l’oro dei capelli a far da manto sulle spalle, era il suo dieci e lode. Di giorno le nostre signorine, abbigliate da studentesse, andavano, così dicevano, in facoltà;, di sera, strette nei tubini neri, ricevevano il bel mondo della Capitale. Passarono dei mesi e fu Maria Giulia (ma forse, chissà, si chiamava Anastasia)  per prima a fidanzarsi con un certo altolocato, cugino della padrona di casa, che non spiccava certo per acume né tantomeno per bellezza. Ma insomma non si può mica aver tutto dalla vita... Le nozze furono annunciate e celebrate in un batter d'ali. Quando la sposa uscì dalla bella chiesa di San Teodoro gettò il bouquet alla sorella e a me par di ricordare che il gesto suo somigliasse molto a quello che si fa per mandare in Cina uno che, mettiano, ti taglia la strada…
Subito dopo  Maria Elena (o era Genoveffa?) acchiappò il fratello più giovane del cognato, che era persino caruccio, e anche lei ebbe la sua bella fede al dito. Oltre, all'amore e, dettaglio trascurabile, a un attico che grattava le nuvole del Pincio, dirimpetto a quello della sorella. Sposate le ragazze, le feste in casa  finirono di botto e i due genitori annunciarono con gran pena ad amici e conoscenti che avrebbero tanto desiderato restare a Roma, ci mancherebbe, ma che il paesino loro li chiamava da lontano con una nostalgia manzoniana che stringeva loro il core. Dovevano seguire il richiamo dell’appartenenza. Partirono. E solo allora la padrona di casa, madre degli sposi, venuta a riprendere il suo, rimase senza fiato quando capì, entrando nella stanza di servizio, che la nostra famigliola (la cui cuginanza sventolata era solo frutto di italica omonimia) viveva tutta quanta imbastita insieme in quel cantuccio, che per letti aveva materassi senza reti e per comodini le cassette della frutta… Un ottimo investimento.

giovedì 1 dicembre 2011

Bambole di carta

Una volta a settimana, forse al giovedì, veniva  a casa nostra per cercar di cacciare un poco di latino in testa ai gemelli, un gesuita che si chiamava Padre Camillero. Piccolo, con i lineamenti disegnati al carboncino, in testa una copertina di capelli neri intrecciata all'uncinetto, Padre Canillero spaccava il secondo in fatto di puntualità e con un sorriso più largo di lui che pareva, tutto combinato, un pigmeo in un sacco di carbone. Per i gemelli, a orecchie basse, era l'agonia di un'ora sana di latinorum; per me cuore nell'azzurro. Prima di ritirarsi con i fratelli, infatti, Padre Camillero dedicava a me sola il suo segreto. Cavava dalla tasca, nascosta nella tonaca buia, un paio di forbicette nane, di ferro battuto, e, dopo aver ridotto a ventaglio un foglio di carta bianca, ritagliava ratto ratto e non so come girotondi di angioli e di bimbe belli come il paradiso. Io lassù con loro. Un giorno non so come né perché Padre Camillero fu esiliato dalla Compagnia a Palermo e non si vide più.  Ma una volta, per la forza del caso, che ingarbuglia la vita alla maniera sua, ho ritrovato in una mostra romana le sue malie di carta. Le faceva tali e quali Hans Christian Andersen. Vidi sirenette e cigni selvatici e i fiori della piccola Ida, ma anche, lo giuro, gli angioli e le bimbe di Padre Camillero.


              

martedì 29 novembre 2011

Molto rumore per nulla


Un pomeriggio del lontano 1994 (credo) che allora mi pareva appena uscito dall’ovo, tra i rombi  di Tangentopoli - quando cioè un giorno sì e quello dopo anche, i politici venivano catturati a mazzi e si vedeva camminare a capo chino, come Pinocchio tre i due carabinieri, l’onorevole alterigia ridotta un pizzico - fui spedita dal mio caporedattore a scoprire cosa mai leggesse e come passasse il tempo nella sua cameretta d’ospedale un certo capelluto ex ministro degli Esteri, in odor di tangentalità, gran ballerino, lucido di anni Novanta, ma anche – si deve pur dire perché non si butta la minestra vecchia insieme al cacio buono – un quattroquarti di Pico della Mirandola condito in salsa Machiavelli.
Arrivai in tremori, rigirandomi nel cervello a mollo a bagnomaria il numero della stanza per fermarlo con una graffetta nella mia materia grigia in disordine. Ci credete? Niente ricordo - beata me che - non il nome dell’ospedale (forse era il Policlinico Agostino Gemelli?) né il numero della stanza, Solo un atrio immenso, rammento, e poi tante scale da salir da sola, mentre fuori il cielo indossava un mantellaccio nero come i capelli del mio malato, anzi del mio malato immaginario perché, lo sanno anche i bambini, è meglio imbustarsi al terzo piano di un ospedale che pelar certe gatte milanesi..
Salii, dunque, con un sasso in gola verso la mia stanza 101 e, aperta di slancio la porta, entrai fingendo di essere un’infermiera in borghese. Lui, il malato immaginario, mi guardò prima stupito, poi gradevolmente sorpreso forse perché ero bionda e con quella cert’aria da protomartire che fa sentir gli uomini importanti.
“Infermiera – mi dice – avrei proprio bisogno di…” e giù due nomi in latinorum che mi fanno rimanere basita. Sento una vampata di fuoco in faccia e lui, leggendomi dentro, mi fa, diventando tutto scuro come i capellacci lunghi suoi: “Lei non è un’infermiera, vero? Ora chiamo la vigilanza!”
Taccio e gli devo sembrar, che so, un’Andromeda senza Perseo, una piccola fiammiferaia perché, invece di suonare, prende a rider forte e, prima che io me ne scappi via, mi fa: “Almeno si segni i libri che ho sul comodino, fan notizia…” Mentre corro giù a rompicollo per le scale non so come riesco a scrivere i titoli sul mio scemisimo taccuino. E forse non ci crederete, ma neanche me li ricordo più. Molto rumore per nulla.   

domenica 27 novembre 2011

La dichiarazione d'amore di un avvocato


I miei genitori, ragazzi, si incontrarono per caso lungo il nastro di spiaggia senza fine di Lignano sabbiadoro. Lei diciottenne, friulana, orfana di padre, con capelli alla maschietto quando tutte le altre dormivano con i rolli o portavano pettinature che parevano di zucchero filato, era ospite di certi zii materni pieni zeppi di figlioli che uno più uno meno che fa. Lui romano, ventenne o giù di lì, vanto di mamma sua, studiava da avvocato con medaglie e coppe già in tasca. Era ospite anche lui di una zia materna che figlioli non ne aveva proprio. Mia madre che vedeva come fumo nel naso il rientro nel casolare  friulano, fece di tutto per farlo innamorare. E lui si innamorò. Ma si sa la lontananza è come un ventaccio di prua. Sicché dopo un candido filarino estivo, tornatosene a Roma, mio padre, dimentico e pieno di sogni nel capo, alla bella friulana mandò una scarna cartolina appena. E più niente. Lei neanche quella. Non so se fu il nulla di lei o se fu qualcosa d'altro che mosse il ricordo, ma mesi più tardi eccolo picchiare all'uscio  di San Giuliano, con mia nonna  a guardarlo con certi occhiacci, lei che lo reputò un ladro da allora e per sempre.
Un giorno mia madre mi mostrò la cartolina, figlia unica del loro incontro d'amore. Sul dritto, il ghirigoro alla panna che è la cupola di Sant'Ivo alla Sapienza. Sul rovescio, solo una frase: “Stai gioconda”. La dichiarazione d'amore di un avvocato...

venerdì 25 novembre 2011

Tradimenti alla Camomilla

Francesca G., detta laG, era, senza confronti, la più carina della classe, e per di più lo sapeva. Aveva un naso piccolo piccolo, girato all'insu e dei capelli color castagna e noce, senza doppie punte, che le toccavano il didietro, gli occhi erano scuri e un poco piccoli, ma questi sono dettagli che nell'insieme fan la fine delle briciole sul piatto. Il Mater Dei, a lei che veniva dal Sacro Cuore di Trinità dei Monti, stava stretto e così pure, lo dovevo capir con gli anni, la casa dei suoi genitori che pure era all'attico, in una delle piazze di Roma sparita dove ancora adesso si vendono certe vecchie stampe che mi innamoravano e mi innamorano... Lei, laG, non si perdeva nei sogni, quelli li lasciava tutti a me. Quando era ancora bimba e ancora alle elementari, pensate un poco, si accapigliò e punto e a capo con una compagna ricca di cognomi e alta e grossa da fare un poco paura, che era allora sua amica inseparabile nonché adoratrice. Furente di gelosia, la tradita -  perché laG, la traditrice, si accompagnava da giorni con un'altra tizia che era bellina, ma non tanto, e ricca e soprattutto sorella di un bellissimo  - si inviperì e le urlò per dispetto: "Sposerai un panettiere!". Lo sposò il suo panettiere laG, ma non era propriamente il fornaio sotto casa...
Ma riavvolgiamo il filo e siamo ancora al ginnasio, in divisa e coda di cavallo. LaG, un fiore. Fuori dal portone del Mater Dei,  con gran noia delle sister, aspettavano, seduti in grandi macchine argentate e nere (che di marca facevano Bmw)  tutti i suoi molti adoratori (uno scialo di cognomi e ricchezze) che non l'ammiravano solo per l'avvenenza ma anche per quel certo non so ché che fa la differenza tra la bella e il mito. Anche l'abito fa il monaco. E laG lo sapeva benissimo. Così, oltre ad essere un bocconcino al miele, vestiva all'ultimo grido. Quando, ad esempio, andava la borsa di Camomilla, lei, zacchete, ne aveva subito due e una era persino l'introvabile bianca a righe viola, proprio quella che avrei voluta io (e non solo io...) e che non ebbi mai.
Se chiudo gli occhi la vedo ancora, la mia G. La vedo che cammina con quell'aria da "sto arrivando srotolate il tappeto rosso!", vedo la borsa di Camomilla che, ballonzolando, dice al mondo:"Sono qui con la mia bella tra le belle, e voi no, pappappero."; la vedo, la mia G., come fosse allora, con la maglietta rosa di Linealei che ha un ricamo di Sangallo giro giro intorno allo scollo a far da corolla alla rosa del viso. LaG... E vedo anche me che le trotterello accanto, in funzione, non si sa mica bene perché, di dama di compagnia, con la mia brutta borsa di Gigi Porcelli, il bauletto blu e celestino in stile finto Louis Vuitton che ha accompagnato la mia adolescenza e che ora, a dire il vero, mi manca come Carosello.
Camminiamo, io e lei, valvassora e valvassina, per Piazza di Spagna, tra le macchine d'argento e  nere abitate, per me, da esseri celesti,  numi di altre galassie, titani inarrivabili. D'un tratto, mentre lei si perde a chiacchierare con uno di quegli astri, io mi sento tirare per un braccio, mi volto e incontro lo sguardo di un altro dei suoi che, uscito dalla macchina, non è mica poi tanto diverso dai comuni mortali.  Mi guarda, lo guardo e lui mi fa: "Bada che tu sei molto più carina di lei!". Il traditore.

mercoledì 23 novembre 2011

Bello come il sole

Avevo conosciuto Gervasia, anzi suor Gervasia, per una collana di eventi che non hanno in sé nulla di tragicomico e che, quindi, preferisco lasciar in un canto e, via, in allegria!  Lei, piccola, rotondetta, tutto pepe - come certe trottole che sembrano far piroette anche quando la luce nella cameretta è spenta e i bambini coricati - aveva avuto dalla superiora dell’ordine il permesso di non occuparsi di pupi e grembiulini, ma di disgraziati, carcerati e affini. E io, con lei. Passavo, dunque, mattinate a far da postina a questo o a quel povero Lazzaro;  da Cyrano agli stranieri che non masticavano l’italiano e altre allegre amenità di questo tipo. Un giorno era un pacco da consegnare, un altro un orlo da cucire. Lei, Gervasia aveva una frase sola da adoperar per tutti, caini e abeli, alti e bassi, grassi e magri:. Diceva solo: “Bello (o bella, per le femmine) come il sole” e poi silenzio e sorriso.
Una mattina marzolina, mentre il mondo si sciacquava la faccia in acqua fredda, io e Gervasia siamo, tutte quante apparecchiate, a Sant’Anselmo, che è  una chiesa in un giardino, china sul Tevere dall’alto dell’Aventino. Chi c’è chi non c’è, suor Gervasia non me lo vuol dire e nel suo facciotto bianco e rosa si sgomitola la solita allegra serenità di sempre. D’un tratto, da un gran portone color fango, esce un monaco vestito in foggia tibetana, giallo e arancione e un poco rosso carminio pure. Ci guarda e ci fa segno di aspettare. Tiro appena su col naso ed ecco uscir dalla stessa porta… il Dalai Lama.  Tra lui e Gervasia, solo sorrisi, inchini, silenzi. Io, mutola, un nodo nella strozza. Ma è già tempo di andar via.  Prima di girare i tacchi, senza scherzi, udii Gervasia dire al Dalai Lama: “Bello come il sole!” e battergli sulle gote riarse due manine di cioccolato bianco…

martedì 22 novembre 2011

Dal Mater Dei al Visconti

In quinto ginnasio, insieme con le signorine un poco snob del Sacro Cuore, orfane del classico e obbligate -con gran scorno loro - a scender  le rampe della scalinata di Piazza di Spagna, fino al pianoterra del Mater Dei, giunse ad insegnarci Tucidide, Manzoni e Orazio,  una professoressa  ricciuta, appena sbocciata, che doveva avere una manciata d'anni più di noi. Si chiamava Paola N. Con lei, invece di studiar - che so - Giosuè Carducci (che pure ho amato e amo nei cipressetti suoi) andammo a furegar nelle soffitte della poesia  e a pescare, tra tanti, un certo Sergio Corazzini che è un piccolo poeta crepuscolare noto, forse, soltanto alla mia Paola. Che lo amava come fosse stato un fratellino minore. Io, tutta cuore per la Paola e lei lo stesso per me. Seppi, già maturata e universitaria, che aveva chiamato Ester, come me, la sua seconda figlia. Ma questo avvenne dopo e bisogna andar con ordine per non perdere il filo d'Arianna. In primo liceo, buonanotte ai sonatori, col magone, fui costretta a salutarla, lei già col piancione..
Gli anni corrono al trotto, in sella a Pegaso alato, sono donna fatta e madre di un ragazzo che deve passar, di balzo, dalle medie alle superiori. Voi non ci crederete, perché sembra una storia al botulino, di quelle da comperare chiavi in mano al supermercato, non ci crederete, dicevo, ma proprio al Visconti - il liceo classico che vive nelle stanze che furono un tempo Collegio romano dei padri gesuiti - insegna oggi proprio la mia Paola! Scoprirlo con le diavolerie moderne, un clic senza nemmen prezzemolo. Così, un bel giorno di marzo, in piedi con l'usignolo, scendo, tutta fuoco, giù per la scalinatella di Magnanapoli per arrivare al Plebiscito e svoltare su Via della Gatta (dove saluto, come sono sempre usa fare, la gatta sul tetto che scotta di Palazzo Grazioli...). Poi, salutata a mia volta dai draghetti boncompagni, entro nel cortile del Visconti e attendo che la mia arrivi  in biblioteca per l'ora del colloquio con i genitori. Aspetto, con il cuore in un vassoio. D'un tratto la vedo che scende lo scalone di marmo, con gli stessi capelli ricciuti e lo sguardo distratto dei timidi che aveva allora e che ha covato con gli anni. Le vado incontro per offrirle il mio ricordo all'umor di lucciconi e lei, guardandomi in tralice, mi domanda a bruciapelo: "Mi scusi, lei è la mamma di?" Puntini di sospensione. Vabbè, comunque a me Sergio Corazzini mette un gran sonno e preferisco mille e più volte, tanto per fare un esempio, "Davanti San Guido" del buon Giosuè Carducci...

domenica 20 novembre 2011

Mangiafuco lungo l'orientale sarda

Tutti noi, piccoli Ponti, occupavamo nella Peugeot amaranto  di mio padre il cantuccio riservatoci anche nella vita di casa. Tra il puzzo di acrilico e di plastica, si celebrava, dunque, lo spettacolo simbolico della gerarchia famigliare. Seduti accanto ai finestrini, come reucci sul trono, uno per parte: i gemelli. Federico, che era venuto fuori per secondo, con la dignità di cartapesta del principe ereditario e primogenito, affacciava su quello di destra. Il sinistro, notoriamente  parte del diavolo, spettava a Gianluca che, neanche a farlo apposta, era mancino. Spalla contro spalla dei gemelli, i fratelli mediani. Sara, in qualità di femmina, e non aggiungo altro, sedeva a sinistra, accanto a Gianluca; Marco cadetto ma non troppo, vicino  a Federico In mezzo, appollaiata sul poggia-gomiti (inutile come certe sorprese che si trovano ancora oggi nelle uova di Pasqua) sedevo io.
Un giorno d'estate, mentre percorrevamo l'orientale sarda per raggiungere la messa delle undici di San Teodoro, un fumo nero, denso come petrolio, proveniente dal cofano davanti, prese a danzarci  in faccia. Spavaldo, si attorcigliava, ghignava il suo inferno e sveniva nell'aria fresca.
“Non è nulla”, disse mio padre. E continuò a guidare, incurante delle tante mani che si levavano tra i passanti, snobbando i loro occhi rotondi, le bocche a pozzo nero. Dall'alto del mio ridicolo trono, sicura del fatto di mio padre, guardavo con superiorità lo sgomento e l'affanno di tanti sconosciuti. Che caspita volevano tutti quanti, mica viaggiavamo su un elefante rosa... D'un tratto, la frenata. Rimbalzai contro il tettuccio, una capriola nel vuoto e poi atterrai  tra le braccia di mia madre. Mi ritrovai faccia a faccia con un cancamini spazzacamino con la faccia cotta alla brace, e tanti sentierini intagliati nel sughero. Guardava dentro l'abitacolo con certi occhiacci da Mangiafuoco e: “Ajò, dicca, li vuol farre arrosto?”. In un baleno, tutti fuori.  Senza più ordine e gerarchie.


venerdì 18 novembre 2011

Il sonno dei Lincei

Un giorno, in sella al mio Ciao bianco, che era snello come una bicicletta e svelto come il cavallo di Lucky Luke, mi recai alla conferenza stampa di un certo professore americano che doveva ricevere un gran premio in porpora e oro all'Accademia dei Lincei. Per chi non lo sapesse, perdonatemi la parentesi, in questa accademia di linci (nel senso che son uomini e donne dal lume acceso che guardano oltre l'orizzonte conosciuto) si contano soltanto emeriti cervelloni in uniforme intellettuale. La sede, e passo a chiudere la parentesi, è un gioiello di villino cinquecentesco, detto La Farnesina, proprietà un tempo del banchiere fiorentino Agostino Chigi, che, come tutti sanno, presta il suo nome a un palazzo politico, centrale e sempre in prima pagina. Nel suo fratello campagnolo, addormentato vicino al biondo fiume, affrescato da Raffaello e dalla sua scuola con i frutti e i fiori del nuovo mondo, pascola - oggi come ieri -  il fior fiore del nostro sapere.
Ma torniamo a far un passo del gambero e siamo di nuovo al giorno della premiazione che mi vede, giovanissima cronista in motorino, indegnamente mescolata a tutto quel sapientume. Mi accomodo, sentendomi come Pelle d'Asino alla corte del Re Sole, sulla mia bella sedia di porpora e d'oro anche lei, e aspetto, in quel solenne tempio della sapienza, che la cerimonia cominci, con profluvio di inchini e cavalieri.
Parla questo e parla quello, in una litania un po' smorta, cinerina, al sapor di sonnifero. E la protagonista - mi par di vederla nel suo vestitino color porpora e oro -  è una certa mosca drosophila, cioè ghiotta di rugiada, che, dall'alto di tutto quel latinorum, si dà arie da gran signora, da mosca scienziata. Per l'occasione, nonostante il caldo estivo, le sorelle plebee del nostro linceo insetto se ne stanno zitte zitte a far da nei sulle pareti bianche... D'un tratto, mentre combatto il mio sbadiglio,  si odono fischi e sibili in platea. Mi volto e vedo i tre bambini del professore premiato,  ometti in giacca e papillon, in un arruffio di occhi cuciti e riccioli e teste crollate: dormono il sonno del giusto, alla faccia di madama drosophila e di tutta quella filosofia.

martedì 15 novembre 2011

Venti euro

C'è una certa signora di mia conoscenza, alta, elegante, ben messa, con un viso antico, qualche pelucco di troppo sul mento,  occhi verde mare grandi così, che si porta a spasso la voglia rapace, che non vien certo dal bisogno, di trovar centesimi perduti e biglietti d'autobus volati via da tasche distratte. Lei, naso a terra, implacabile, cerca e trova. Ha sviluppato tecniche raffinate per non dar nell'occhio e intascar il grano, facendo la gran dama. Se metti caso avvista il cadaverino mentre sta parlando con qualcuno di sua conoscenza, e non vuol far la magra della pidocchiosa, mette il piede vittorioso sulla monetina perduta e seguita a cicalare, attendendo il momento buono per chinarsi. A volte, suo malgrado, le tocca misurar passi lenti per accompagnare questo o quella prima di tornare, fulminea, cucinata nell'adrenalina, a raccattare il tesoretto. Negli occhi, allora, guizza un lampo solitario di felicità.
Una mattina, il sole ancora in pigiama, eccola al caffè sotto casa sua, pronta alla caccia. Con l'angolino dell'occhio, avvista una banconota celeste color di paradiso a dormir sul pavimento proprio ai piedi della cassa. Oh gioia suprema! Oh cantico dei cantici! Il cuore prende a batterle forte nell'agonia dell'attesa. Deve finir di bere il cappuccino, però. Così, con un nodo in pancia e in faccia dipinto un blasone da marchesa, ingoia a stento l'impazienza e il caffelatte, seguitando a chiacchierare col barista ignaro in cravattino. Ma l'occhio vigile, piramidale, è ai venti euro senza padrone. Il cappuccino è finito, Dio che sollievo, e l'agonia pure. Due passi verso la cassa, ora basta allungare braccio e mano. Ed è proprio quel che sta per fare la nostra eroina quando, zacchete, uno zoccolo  bianco, importuno, bucherellato, del tipo odioso da infermiere, si mangia la banconota. Lo sguardo di lei sale dal piede al ladro: è la signora delle pulizie, corpulenta, in testa un caschetto di capelli rosso menopausa. Puntata sullo spazzolone, il piede allungato quasi a farla scivolare, la ladra finge un tremendo mal di schiena: "Ahi, signora, se sapesse, che lavoraccio fin dalla mattina..." E la nostra: "Si metta pure dritta, li ho visti anche io i venti euro...".

lunedì 14 novembre 2011

Il diavolo va in Sardegna

Quando, a quarantacinque anni, mi ritrovai  da un mese all'altro senza la mia scrivania affacciata sul campanile romanico, in coccio rosso, di San Silvestro in Capite, ronin più che giornalista professionista, il mio editore, bontà sua,  mi mise alla porta - dopo diciotto anni di servizio - con un certo gruzzoletto che, secondo lui, doveva far da ponte da una redazione all'altra.
Servì. Ma soltanto a farmi trovare a tu per tu con un promotore finanziario in divisa da economista, tutto quanto tirato, profumato, ben disegnato, appena uscito dal film Wall street. Questo signore qui, che avevo conosciuto in altri tempi, ancor meno felici, nella scacchiera bianca e nera della vita, mi aveva lasciato impressa nell'anima una decalcomania rosa. Un'anima tra avvoltoi.
Ed eccomi, dunque, fiduciosa, nell'ufficio suo al piano terra di un siluro a specchio seduto su un mercato rionale in una larga strada della Roma umbertina. Sopra la finanza, sotto la vita.
Non so come né perché ma il discorso cadde su Cala dei Gigli. Gli raccontai, sorbole a ripensarci, che a comperar le ville dai vecchi proprietari borbonici era una razza nuova di signori, gente che all'odore di lentischi, olivastri e corbezzoli del groviglio sardo di macchia mediterranea preferiva la bomboniera umida dei praticelli inglesi. Parlo e mentre parlo vedo le orecchie sue appuntite che fan contatto elettrico. E proseguo, sciacquata in varecchina: "Si arriva e non c'è più l'odore di Sardegna che era figliolo di un gomitolo di rovi e spini profumati di mirto". Gli occh turchini di lui, due lingue di gas metano...
Un minuto dopo, quando gira a mio beneficio il computer apple suo, il cuore mi fa un balzo dal petto in gola: mi sta mostrando la sua villetta a schiera in Sardegna. Guardo: un manto verde, un tappetto d'Irlanda, scivola infinito fino a lambir la sabbia e il mare.
E allora, ma forse ebbi soltanto le traveggole, abbassai lo sguardo al pavimento e vidi non due scarpe con i lacci in stile british, ma due zampetti di capro...

venerdì 11 novembre 2011

Ufo e fantasmi

Un giorno - dovevo avere sett'anni al più -  insieme a nonna Stella vidi, ma senza scherzi, un disco volante. Era un coso triste, color senape o fungo, che non somigliava affatto alle navicelle spaziali brillanti, argentate, tutte lucine dei film americani. Era atterrato non so come, elefante come si ritrovava, nel giardinetto racchio seduto sotto alla finestra della cucina. Un triste mistero. Che aria mesta aveva! Pareva un piede infilato in una scarpa di tre numeri più piccola. "Nonna, guarda!", esplosi io. Lei stava soffiandosi il naso (che piangeva la sua bella gocciola di scoramento), si affacciò alla finestra e con la stessa voce con cui avrebbe annunciato che pioveva, disse: "Toh, c'è un disco volante!" Quando mi fece posto al davanzale, l'ufo non c'era più. Nonna Stella si asciugava il naso, come niente fosse.
Quella sera, con un gomitolo di eccitazione in gola che si srotolava in parole al vento, raccontai a madre e fratelli ciò che avevo visto. Risate in ovatta dei fratelli. Mia madre, sui carboni di brace. "Nonna - uggiolai - diglielo anche tu...". "Che cosa, bambina mia?", domandò asciugandosi il naso. Il gallo cantò tre volte: tradimento. Sentii un nocciolo di albicocca a far su e giù in trachea e gli occhi che sciacquavano nei lucciconi. "Ha la malinconia!", sentenziò mia madre e, detto fatto, fui portata di sopra e messa a letto, con tè e fette biscottate. Quella notte mi parve di vedere anche un fantasma: nonna Stella che mi chiedeva scusa

mercoledì 9 novembre 2011

Le pagliacciate di Pirandello

Non so a voi, ma a me ruga un tantinello la sagoma massiccia, bronzea, un po' troppo solenne di Vittorio Emanuele II,  in sella al suo panciuto destriero, che guarda il vuoto dall'alto del suo ceruleo Vittoriano e che sembra lì lì per partire al passo marziale per catturar ammirazione e gloria, dalla Piazza Venezia giù lungo la Via del Corso, che oggi è solo una gran vetrina consumista ma che, nel secolo scorso, era il Canal Grande romano, la via Lata, la grande strada dei palazzi e dei signori  papalini.  Mi ruga, dicevo, perché da buona romana, penso che le statue debbano essere tutte quante parlanti, amiche, come, mettiamo, Pasquino o Madama Lucrezia. Gente comune, che passa con il tempo, uomini e donne senza cavalli e pompa magna, ché a Roma, persino i Papi-Re avevano capito la lezione della vanitas vanitatum e le statue loro, i Pontefici, se le mettevano a casa o nelle chiese casomai, a salutar i fedeli dall'alto dei sepolcri. Per non dir nulla della statue degli imperatori che sono oramai tutte quante chiuse a chiave nei musei. Ma, direte voi, e San Paolo e San Pietro stiliti sulle colonne imperiali? Essi sono, essi ci sono. Ma per guardarli in faccia ci vuole ben più di un binocolo, sono lassì come su un nido di cicogna e dominano il regno dell'azzurro...
Chi si loda si sbroda, mi diceva nonna Stella per vaccinarmi all'umiltà e a me vien sempre in mente la voce sua quando cammino all'ombra del Re d'Italia,  che mi pare, detto tra noi, un gran pagliaccio, nella sua solennità umana e anche troppo umana, con quei baffoni ottocenteschi e l'aria impennacchiata del gran condottiero...
Passo, dunque, sotto l'Altare della Patria e non guardo in su né a lui e né alle nike alate che sono acqua passata, tale e quale ad Augusto e Nerone. Passo e il pensiero mi corre, invece,  a quelli che sono senza statue, ma che le statue le hanno costruite, aere perennius, con le parole. I veri grandi, per me. Una volta, molti anni orsono, conobbi ad Agrigento, dove ero andata a far da cronista in un convegno, un discendente di Luigi Pirandello. Un giovialone alto a pinnacolo, generoso di parole e di risate, questo signore qui il cui nome era vagamente simile a quello dell'avolo, mi prese, non so perché in simpatia e mi raccontò una storia che non è tragicomica e non è della mia infanzia, ma che è in sé  tutto l'opposto della statua di Vittoirio Emanuele II. E vado a raccontarla. Quando Luigi Pirandello, accademico d'Italia, ebbe il premio Nobel, se ne stava seduto alla sua scrivania, pestando sui tasti della sua primitiva macchina da scrivere. Il nipote  bambino (il tipo di mia conoscenza) a ruzzargli intorno:  nonno con  nipotino. E basta. Scrisse, Pirandello, pestò, picchiò:  il rullo su e giù come una cerniera lampo. Poi si alzò. Il bambino allora emerse dal pavimento come un palombaro dalle onde e lesse una sola parola ripetuta all'infinito: "Pagliacciate, pagliacciate, pagliacciate".

lunedì 7 novembre 2011

Ovetto all'ostrica

      Mia madre era altissima per i suoi tempi. Un metro e settanta di infelicità pura. Roba che a dirlo oggi, che altissimi – o almeno alti - bisogna esserlo, fa quasi ridere. A scuola, a petto delle sue compagne, piccolissime piccole italiane, mia madre pareva un watusso. Sicché, per sembrare più bassina, teneva le spalle un poco gobbe e il mento a guardare verso sud. Nonna Stella, che era diventata mamma a quarant’anni passati, dopo aver sposato il suo vero amore (un ufficiale di cavalleria assai male in arnese) avrebbe voluto una pupa di bisquit di bimba, come la Ninni che era la figliola di sua sorella, consorte di un podestà in baffi e cravatta.
La Ninni aveva i capelli color miele, era alta un cecio e portava ritto in capo, vezzoso e snello, un bel fiocco bianco. La nonna Stella ne allacciò uno in testa anche alla sua Regina, che era una ragazzona già a sei anni e pareva crescere col buio, come se fosse innaffiata nottetempo da un misirizzi. “Non star tanto dritta!”, le diceva la nonna. Tutto inutile. Il fiocco pareva una bandiera piantata sull’Everest.  In una foto l’ho visto, il fiocco malandrino: in primo piano nella fotografia c’è nonna Stella con una espressione patetica, da Clara Calamai; dietro, lunga lunga, mia madre con un muso anche lui lungo che non vi dico. Il fiocco, un poco pendulo, non bianco ma pallido, come se avesse il mal di mare.
Durò poco, il fiocco. Come l’ovetto all’ostrica quotidiano, altra invenzione di mia nonna. La cura per la piccina: un ovetto al dì, da consumar di mattina, nudo e crudo, a digiuno, condito da una goccia di limone. Il primo giorno, eccola, nonna Stella con il suo bell'ovo al cucchiaio, che spandeva bava di chiara e aveva un cecetto di limone a far da neo sul tondo giallo...
Passan due giorni all'ovo d'amore, ne passa un terzo. E al quarto, nonna Stella, puff, a mani vuote. "Ma quale ovetto e ovetto? Tu sei tutta matta!”,  disse a mia madre con una voce di spine frettolose. Niente ovo, niente amore. E lei, la povera malatina, supplice, a labbra tremule, con la delusione dipinta in faccia in acrilico rosa: “Ma mamma, l’ovetto all’ostrica che dovevo prendere a digiuno tutti i giorni…”. Ma nonna Stella aveva girato già i tacchi

sabato 5 novembre 2011

Tutankamen comunista

Quando ero piccola io, il politicamente corretto dormiva ancora il sonno dei giusti e così  i calzolai erano "ciabattini", gli operatori ecologici  "mondezzari" e le donne di servizio eran chiamate "serve", senza tanti salamelecchi. A pensarci oggi che i ciechi sono non vedenti e i portatori di handicap diversamente abili, pare un assurdo come cercar di stirare il mare, eppure allora era così e non ci si pensava su poi tanto. La lingua, sciolta, arrotolava  parole in forma di verità, frecce senza fronzoli, falpalà o raccordi anulari di avverbi e participi. Roba da indicativo declinato al trapassato remoto, roba morta e sepolta come, mettiamo, la retorica di Cornelia e dei suoi gioielli. Così pensavo anche io, finché non sono capitata per caso in una certa casa di campagna abitata da un "comunista", condito in salsa toscana. Sì, avete letto bene, questo simpatico pezzo di storia sulla cinquantina si professava e si professa, con gran dignità, l'ultimo dei comunisti. Confondo la sua faccia, ora che ci penso, con quella di Lenin, di Togliatti, di Che Guevara, e di quel gran barbone di Marx, forse perché tutta la compagnia è viva e fresca  a casa sua.
E dunque un giorno piovoso di marzo, di pochi anni fa, per una serie di casualità al pomodoro, eccomi a prendere il caffè nella casetta arrampicata su un costone di tufo della maremma laziale di proprietà del nostro amico comunista. Lo sguardo mio al verde della vallata , in mano la tazzina del caffè, nelle orecchie la voce di lui che scandisce i ritmi a me arcinoti della polemica antisistema. Ci sono cose che penso anche io, altre che mi fanno tremare i polsi. E siccome farfarello ci mette sempre il suo zampetto dispettoso, il polso mi trema per davvero e la tazzina, sciaff, in mille pezzi sul cotto color terre di Siena. "Ha uno straccio?", chiedo e strizzo gli occhi per non vedere il guaio, mentre le guance, lo sento, si vestono di rosso. E lui che rincorreva la DDR e aveva fatto marcia indietro, a bocca sciolta, fino alla Comune di Parigi, mi fa con quella sua parlata risciacquata in Arno: "'Un ti crucciare, sennò icchè ci sta affare la serva".  Tutankamen altro che comunista.

venerdì 4 novembre 2011

Il mio Quinto Orazio Flacco




Ogni tanto mia madre mi presentava, come se fossero angiole dal ciel discese,  le figliole delle sue amiche o delle sue cugine. Ci piacevamo sempre, non so dire perché, come l’olio e l’acqua. Una volta, ma ero già ragazza, col ragazzo, e piena di sciocchezze vuote per il capo, mi portò in visita una certa Frederica che, con un nome tutto spine, mi fece antipatia fin da subito. Arrivò con sua madre, amica della mia, che aveva l’aria posata,  compita e servizievole in modo quasi fastidioso che hanno a volte le professoresse. Infatti lo era. Insegnava latino e greco alle superiori. Io e Frederica (che si chiamava così in onore di un certo filosofo tedesco…), mentre le mamme chiacchieravano in salotto con una tazza di tè in grembo, avremmo dovuto fare amicizia. Invece ci guardavamo in cagnesco, io seduta sulla sponda del letto, facevo yoga con i piedi; lei volgendomi le spalle, col capo piegato, fingeva di leggere, tutta interessata, le costole dei volumi in libreria. Lei e io: diverse come la luce e il buio. Lei, con i capelli corti e due occhi iracheni, seguiva le tracce di sua madre; io, bionda e immersa nell’amore, seguivo allora le impronte della mia. Con la coda dell’occhio spiavo l’orologio; lo stesso faceva lei. Un'agonia. Arrivò, vivaddio, l’ora dei saluti, e sua madre, neanche parlasse con una dodicenne, disse con una voce flautata: “Adesso, dobbiamo proprio andare perché Frederica ha un appuntamento con Orazio. Vero Frederica?”. E io, frescona: “Chi è, il suo cane?”. E dire che ero già in primo liceo classico...

mercoledì 2 novembre 2011

Il jazz di Mussolini

Negli anni Settanta, quando io potevo ancora contar gli anni miei sulla punta delle dita di due mani, la crisi aveva un altro aggettivo: era petrolifera, nera nera come un carbonaio. Non si chiamava crisi, per carità, ma austeriti (scritto all'inglese, con l'i lunga, come se noialtri non avessimo la parola nostra, bella, rotonda e italiana che invece di terminar in un'avara  e striminzita "i", aveva nel finale un' "a" con accento di primavera...) e si contava nei miniassegni che allora circolavano al posto, mi pare, delle monete, per la gioia di noi bambini che li collezionavamo. Sembravan soldi di bambola, buoni per farci degli scambi al pari  delle figurine degli album dei calciatori o della Disney. "Ce l'hai quello del Monte dei Paschi?", chiedeva minitizio. "No, io ho quello del Santo Spirito", rispondeva il piccolo Caio ed era un do ut des in grazia di Dio. Ce l'ho, ce l'ho, mi manca. Come una litania. Il contrario delle targhe alterne che piovevano, ingiuste come il peccato, dall'alto ed erano una vera croce per gli automobilisti di allora, fieri delle loro Fiat appena uscite dal forno. "Io ho una pari", diceva mia madre, riferendosi alla sua giardinetta turchina, e cercava di rammentarsi, battendo le dita su una guancia, se fosse o no il giorno di libera uscita...
Altro latinorum di quella crisi provinciale, al pane e salame, tutta quanta rannicchiata nel nostro Stivale era la svalutazione che per me, bambina, era al massimo un votaccio in pagella. Un votaccio al primo trimestre che si poteva ben rimediare... E così fu. I politici fecero le loro ramanzine in grige tribune elettorali televisive condotte da Mario Pastore, qualcuno, non so chi, forse il Mago di Oz, fece qualcosa e tutto finì nel Carnevale degli anni Ottanta. I miniassegni  al macero come i brutti libri e i ricordi tristi e l'Italia, oplà, divenne una bevanda, L'Italia da bere. Io ero appena sbocciata e donna e appena appena giornalista pubblicista, con la schifabile (allora) tessera verde, a saltellare da una conferenza stampa a una presentazione di libro.
Un ricordo mi balena prepotente. Sono in uno scuro teatro che potrebbe essere il Valle, ma non ne sono sicura. Sul palco c'è Giulio Andreotti - con quella sua lingua arguta,  un poco biforcuta, e al tempo stesso, non so dir perché, mesta - che presenta  il suo ennesimo libro. Tutt'intorno la folla applaude. Applaude il debito. Terminato l'incontro, per me da sbadiglio, condotto da non so più quale giornalista alla moda, sale sul palco a portare un poco d'arte, Romano Mussolini, per il suo omaggio in jazz a Gorni Kramer. Mi guardo intorno: un fuggi fuggi generale. Il teatro è vuoto. Di quella serata conservo non il libro di Andreotti (che chissà a chi ho donato...), ma la piccola audiocassetta del concerto jazz di Musolini, con l'etichetta fotocopiata per risparmiare. Come se fosse ancora negli anni Settanta.