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martedì 22 febbraio 2011

Ufo e fantasmi


Un giorno - dovevo avere sette anni - insieme a nonna Stella, vidi, ma sul serio, un disco volante. Era un coso triste, color senape, che non somigliava affatto alle navette spaziali, brillanti di alluminio e lucine, dei film americani. Era atterrato, elefante com'era, nel giardinetto nano e raso, che faceva da stuoino alla cucina. Un mistero! Ma che aria mesta aveva! Pareva un piede infilato in una scarpa di tre numeri più piccola. "Nonna, guarda!", esclamai. Lei stava soffiandosi il naso (che piangeva sempre come per un'antica ferita mai rimarginata), si affacciò alla finestra e, senza cambiare voce, dise: "Toh, un disco volante!". Quando ebbi lo spazio anch'io per metter fuori naso e becco, il disco volante non c'era più. Nonna Stella si asciugava il naso. Quella sera, un gomitolo al posto del cuore, raccontai a madre e fratelli ciò che avevo visto. Risate in ovatta dei gemelli. Mia madre sulle braci. "Nonna - uggiolai - diglielo anche tu...". "Che cosa, bambina mia?". Tradimento! Sentii una ciliegia in gola e gli occhi farsi d'acqua. "Ha la malinconia", sentenziò mia madre. Via, a letto con tè e fette biscottate. Quella notte, in un dormiveglia di spine, mi parve di vedere anche un fantasma: nonna Stella che mi chiedeva scusa...

giovedì 17 febbraio 2011

Oh Tavolara!


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Quando soffiava il maestrale, Tavolara, l'isola che sedeva e siede in mezzo al mare davanti alla villa di Cala dei Gigli, sembrava bussare alla porta a vetri che divideva la sala da pranzo dal terrazzo. Svavillavano, accesi, i graniti rosa e celesti nel cielo azzurro, tutto liscio come un lenzuolo ben stirato. Se però sul suo cappello a cono, temperato da un alunno diligente, sveniva un cirro lanoso, voleva dire che si dava il benvenuto all'umidore del vento di levante. Il cielo indossava allora un mantello grigio e a volte piangeva...
Per me, bambina, non c'era poesia in quell'isola che sapevo disegnare così bene: un triangolo preceduto da una coda di gatto e seguito dalla gobba del felino medesimo. Mi rimbalzavano le leggende e i misteri di quell'isola perduta tra le onde che mio padre mi raccontava ad occhi rotondi, con una cert'aria trasognata, di bambino rapito, che mi dava sui nervi . Era stata un regno (embè , pensavo io...), anzi il più piccolo regno della terra (sì, ma quando posso fare il bagno?); era abitata da capre con le corna d'oro (doppio embè!), i suoi erano re pescatori (e allora?). Più grandicella, salii fino a Punta Cannone e mi sentii tutta quanta Tavolara anch'io...
Così raggiai quando, durante una vacanza a Londra, mio padre mi propose di andare al British museum a cercar nel libro dei Regni la storia dell'isola nostra. Raggiai, certo, ma non avevo fatto i conti con un certo Farfarello che ama scompaginar la vita e metterci nel sacco. Avevo comperato in un bel negozio romano certi stivali di cuoio, in liquidazione, che mi erano parsi della misura mia e li indossai per l'occasione. Fu proprio per via di quegli stivali, che mi stringevano a cappio i piedi, impedendomi di camminare, che non vidi né il libro dei regni né il museo. Me ne rimasi immusonita su una panchina, seduta accanto alla poesia che mi danzava intorno facendo piroette e maramei...

lunedì 14 febbraio 2011

Fasso il bagno al canarino


Marco, il quartogenito, biondo e bello come un Gesù bambino, arrivò di giugno con le rondini, gli occhi turchini come un cielo appena lavato dagli angeli. Somigliava tutto al nonno materno che di nome faceva Luciano, era colonnello di Cavalleria ed era morto prigioniero in Germania. Per lui, per il nonno Luciano, a San Giuliano, ardeva notte e dì un lumino danzante, seduto su un inginocchiatoio di legno nero che non serviva più a recitar le orazioni e che era finito a far da portafotografie.
Forse anche per via di quella somiglianza fisica col nonno militare, Marco, fin da piccolissimo, ebbe il pallino di soldatini, battaglie, divise. Ogni compleanno, dunque, gli recava una o più scatole di soldatini airfix, che lui rendeva vivi, con facce e colori, dipingendoli, al pomeriggio, la lingua sull'attenti a toccar la punta del naso (una sua specialità che gli invidiavo assai...). Poi quando i pupazzini avevano visi rosa e baffi e coltelli e baionette d 'argento, finivano schierati in certe teche di legno intagliato col vetro a mo' di porta, che si affollavano sulle pareti in camera nostra. Scrivo nostra perché io e Marco dividevamo una piccola stanza con un letto a castello di ferro rosso. Al mattino ci svegliavamo, io al piano di sotto e lui all'attico, ben protetti dagli eserciti lillipuziani che ci davano il buongiorno con lampi di spade e di sciabole...
Tutto cambiò quando uno dei gemelli, Federico, andò ad abitare la camera confinante con la nostra. Bastava un pugno battuto contro il tramezzo sottile e per gli eserciti di Marco era una Waterloo. I pugni dispettosi fioccarono, come i brutti voti a scuola dei gemelli. Marco, niente. Apriva la porta delle sue armate, raccattava i morti e i feriti ed eccoli di nuovo vivi e stirati. Ai soldatini andò benone. Non così al canarino di famiglia.
"Che cosa stai facendo", chiese mia madre a Marco di due anni o poco più che se ne stava chiuso nel bagnetto giallo, con l'acqua a far sci sci.
"Fasso il bagno al canarino", rispose. Innocente.

venerdì 11 febbraio 2011

Vendette e altalene







Nella parte del giardino che chiamavamo "pratone", all'ombra del Bastione del Sangallo, fiore di marmo germogliato nel rosso mattone delle mura aureliane, il padre di Vivian aveva fatto innalzare una struttura in tubolari color verde smeraldo. Alta come i pini di Aleppo, sosteneva, grazie a solide catene, un'altalena col sedile di plastica nera, un trapezio di ferro e una corda bionda, forte come la treccia di Raperonzolo. Trapezio e corda non ci interessavano punto. Avevamo occhi e cuore soltanto per l'altalena. Onde evitare litigi, Vivian e io prendemmo ad andarci in due: io seduta, lei, ritta in piedi, a farmi da angelo custode. A volte, però, ci s'andava a turni e "mi spingi?" si chiedeva a quella rimasta a terra, con il muso alla polvere.
Che gioia, che estasi! Su, su. Le gambe a squadra con l'azzurro, il busto stirato, svenuto all'indietro, con gli occhi guardavo il mondo all'incontrario. E poi giù, i polpacci rimboccati sotto la seduta, petto e mento in fila per due. Una volta, era di primavera, Vivian precipitò con gran schianto. Pianse e io, invece di soccorrerla e di confortarla, sbottai in una risata feroce. Non passò molto tempo che mi rese la pariglia. Eravamo, quel pomerigggio, a caccia di glicini caduti lungo lìampia strada che collegava la villa alla piazzetta. Camminavamo, spingendoci, mentre i glicini lillà piangevano sul marciapiedi. Io, incauta, scivolai sul viscidume di fiori schiacciati e crollai a terra con una solenne sederata. Ho ancora nelle orecchie la risata, feroce anche quella, di Vivian...

mercoledì 9 febbraio 2011

Il dono di una sconosciuta


Ogni santissima mattina, prima di salire in classe, tutte noi alunne, grandi e piccole, ci ritrovavamo in cappella a recitare un mistero del Rosario. In testa, il basco blu: le grandi lo portavano sghembo per malavoglia, le piccole come una piazza d'armi a mo' di coperchio di vasetto di marmellata. In cuore, per grandi e per piccole, il ridacchiar con gli angeli che arde sempre nei momenti di solennità...
Confini invisibili squadravano la cappella. Le grandi occupavano i banchi a destra dell'altare, le piccole le ammiravano dall'altra sponda, a sinistra dell'altare. Le mediane sedevano a destra e a sinistra, di fronte al tabernacolo, tra terezetti di colonne dispettose che sembravano chiudere la porta e la speranza. Sicché, dalla parte delle mediane, era tutto un volteggiar di testoline e d'occhi.
Il Rosario: un gioco al rimbalzello. Cominciavano le grandi con l'Ave Maria, seguivano le piccole con il Santa Maria. Il Gloria e il Padrenostro erano riservate alle mediane. Tutte insieme l'ora pro nobis delle litanie che a me faceva venire voglia di pisolare. Conclusa la collana delle preghiere, seguiva il rito della genuflessione. Un lungo serpente di code di cavallo, a capo chino, si ritrovava a baciar il marmo nudo col ginocchio destro. Toc - batteva su un banco Sister Francis - e tutte giù; toc e tutte su. Una mattina una compagna che aveva nomi e cognomi a scialo, numerosi come le efelidi che le picchiettavano gote, fronte e chissà che cosa d'altro, una con la quale ci dicevamo ciao a stento, salutava il Santissimo proprio alla mia destra. D'un tratto vidi la sua mano sinistra, chiusa a pugno, che scalava il banco mio. Il pugno germogliò e apparve un fiore di carta, un foglietto appallottolato. Poche parole: "Credi in te stessa, mai negli altri". Il dono di una sconosciuta.