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martedì 26 aprile 2011

Amici...







Avevo trovato, per una collana fortunata di coincidenze, in Via Sicilia, tra banche vetrate e palazzi tirati a lucido, un villino primi Novecento, color ocra spento, scalcinato, un poco cadente, ma con un gran cuore giallo che suonava il clacson al mio. Aveva, questa casa dell'anima, alta sulla fronte un girotondo di putti in festa, una frangia spettinata di giardinetto a far da davanzale sulla strada e un cancello alto, verniciato di nero, ostile come una torre medievale, che recava una targa con su scritto, mi par ovvio, il cognome dei padroni di casa il quale era, neanche a farlo apposta, Amici.
Me ne stavo minuti interi, consumando il panino della pausa pranzo, a colloquiar con quella vecchia casa che, potendo, avrei sposato dal notaio. Era il nostro un dialogo muto. Non così quello tra l'ulivo alto, frondoso e grande e grosso, che riempiva la misura del giardinetto, e i tanti uccelli - merli e passeri e piccioni e gazze - che gli scompigliavano i capelli, staccando col becco grasse olive nere e provocando allegre piogge di foglie e di frutti. In alto, tra i rami, si celebravano i congressi animati dei volatili, lungo il marciapiedi sottostante, freddi ai fischi, ai frulli d'ale, alle gocce di oliva, andava e veniva un'umanità indaffarata e indifferente...

Un giorno, anzi un giorno senza sole, vidi innalzata, in luogo dell'inferriata del cancello, una palizzata gialla e maleducata che squillava il suo nulla, a proteggere il vuoto del giardino romito. Caduto l'ulivo, trasferito il cinguettante centro congressi degli uccelli di Via Veneto. Ero lì, immusonita, a coccolare il mio vuoto quando d'un tratto si aprirono due persiane di legno spellato e apparve un ometto con due occhi che parevano due carabine: "Che c'ho i pupazzetti in faccia", sparò. Amici...

venerdì 15 aprile 2011

Gli occhietti di Lorenzo Lotto


Non so a voi, ma a me, quando si va in gruppo alle mostre, con la guida che (forse suo malgrado) parla solenne di panneggi, chiaroscuri, prospettive, viene un gran sonno e la voglia matta di rigirarmi in capo i casi miei. Sicché, per evitar sbadigli e sguardi lessi, ho imparato a imprestar le orecchie alle spiegazioni loro e a tenermi ben stretti gli occhi miei. Loro parlano, io osservo. E vedo! Leggo l'anima del pittore con l'anima mia! Così mi è accaduto anche domenica scorsa quando sono andata alle Scuderie del Quirinale ad ammirare pale e ritratti di Lorenzo Lotto. Davanti alla gran pala d'altare di San Cristoforo, San Rocco e San Sebastiano, tutti quanti grandi e grossi e tra le nuvole, io, tutta occhi e cuore a guardare la firma del mio pittore che giace distesa su un cartiglio arrotolato a far da tunnel a un serpentello verde e dispettoso. Infilo gli occhiali e lo vedo: c'è un occhietto che mi guarda. Io: occhio nell'occhio con Lorenzo Lotto... Proseguo, zitta zitta, seguendo la corrente con il latinorum del colorismo veneto nelle orecchie ed eccoci di fronte alla Pala di San Nicola in gloria. Ci sono panneggi e nubi, come nell'altra, tali e quali. Poi, d'un tratto, li vedo, gli occhietti di Santa Lucia! Sono a cavallo di un coccetto bianco e celeste, che par la custodia e si fa invece faccia di quei due occhietti smarriti, seduti su una nuvola rosa che paiono venir dritti dritti da una cartone animato di Walt Disney. E mentre il mio Virgilio parla di forme e di volumi, io strizzo l'occhio agli occhietti di Lorenzo Lotto...

sabato 9 aprile 2011

Messer Gabbiano


Tornavo, in questa mattina di finta estate romana, sola soletta da Piazza Vittorio; una per mano, due bennibags nelle quali litigavano per un posticino all'ombra banane, lattuga, riso basmati e altre mercanzie, quando, lungo la via Urbana, dove il marciapiede affoga di macchine e a volte si fa affluente della carreggiata, mi si pianta innanzi un gabbiano grosso, bianco, alto che pare una montagnola di neve. Ci guardiamo di sbieco, in tralice, ognuno in attesa che l'altro, per buona creanza o finanche per noia, faccia largo e strada e tolga il disturbo. Invece, col fischio: io di qua, lui di là, stretti in una fettuccia di marciapiede che pare l'orlo di un pantalone, chiusa tra il muso di un'auto e il muro di una chiesa. Con fischio: io di qua e lui di là, come incollati all'asfalto. Io faccio sciò sciò, come credo si debba fare per scacciare un fastidio, sventolo una mano e arrivo a batter forte per terra con un piede per far la faccia feroce e spaventare l'intruso. Macché. per tutta risposta quello frulla le ali, storce il becco, con due grosse, impunite zampe di gesso. Resta lì e chi si è visto si è visto. E mentre osservo, occhi negli occhi, questo messer Gabbiano, elegante in ermellino, mi torna in mente un suo umilissimo antenato e suddito di piume grige e becco smunto che i miei fratelli avevano trovato, a Cala dei Gigli, con una zampetta storta che camminava a stento. I miei fratelli si erano ficcati in capo di salvarlo. Restò, dunque, con noi per qualche tempo, ma non ricordo mica se tornò a volare. Lui non so, ma il birbo importuno che mi stava innnanzi lo fece, eccome. D'un tratto, stufo di me e delle bennibags è per aria e subito dopo, eccolo appollaiato sul tettuccio di una macchina. Fattosi condor, seguì con lo sguardo me e le bennibags che scomparivamo inghiottite da Via Panisperna...

martedì 5 aprile 2011

La vendetta di Regina


Per mia madre bambina altezza non era affatto mezza bellezza. Alta un perù, mora e ricciuta, tutta ossa, naso e gambe, avrebbe dato l'occhio destro per essere un robino biondo, un bocconcino delicato come era sua cugina Ninnì, che si capiva già dal nome (o meglio dal nomignolo) che era fatta di zucchero. Questa Ninnì qui, di cui mai seppi il vero nome, era figlia di una delle tante sorelle di nonna Stella, che covava con lo sguardo quela sua nipotina d'oro, regalandole il cuore. Batteva all'impazzata, ma di verde gelosia, quello di mia madre Regina, quando la cuginetta, che so, saltava aggraziata la corda oppure raccoglieva pratoline. Pratolina anche lei...

Un giorno arrivò la vendetta di Regina nella persona del dottor Marinato, che era un omino grigio dalla testa ai piedi. La Ninì languiva avvolta nell'influenza nel suo lettino di viole, mamma e zie tutte in fermento. E Ninnì su e Ninnì giù. Di qua l'ovetto all'ostrica, di là la spremuta di arancia. Il dottor Marinato girò e rigirò la malatina, poi, con una voce dura come il guscio di una noce, sparò: "E studia che non sei mica morta!".