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lunedì 29 agosto 2011

Come un ite missa est

Per andare a messa, una domenica no e due sì oppure anche no, nonna Stella posava sul capo una veletta a ricami fioriti che pareva filata con nebbia e ragnatele. Le due cocche color cielo di pioggia le scendevano ai due lati del viso facendola somigliare tutta quanta a certe Madonne quattrocentesche che dovevo ritrovare, molti anni dopo, in giro per chiese e cappelle, durante i miei vagabondaggi romani. Da San Giuliano, per arrivare alla Collegiata, era una volata sospesa sul ponte di Adamo ed Eva, una volata benedetta e bagnata dal Noncello.
In Chiesa mia nonna si mescolava, gonna e camicetta scura, alle pie donne, tutte velate, e pareva proprio, a guardarla da lontano, una di loro: in ginocchio, le mani in preghiera, il viso perso tra le dita, abbellite dalle pietruzze della corona.
La guardavo, la imitavo nelle pose, ma pregare mi riusciva come trovar pepite d'oro sul greto del Tevere. Proprio non sapevo che cosa dire al Cristo in croce, mi mancavano coraggio e confidenza. Così mi rigiravo tra lingua e denti i glorialpadre e i pater noster, che in bocca mia si facevano allegre fialstrocche e vuote poesiole. Per tacere poi sugli spropositi che inventavo, pur di non restare mutola davanti alla grata in confessione! Avrei dato un perù per essere come mia nonna in Chiesa,, devota e pia e con la veletta a mo' di aureola in capo...
E mentre mi perdo in questo bel santino dorato, ecco un ricordo picchiare forte all'uscio della mia memoria. Sono a San Giuliano, è notte e sto scendendo le scale secondarie della casa, quelle che dalla stanza mia portano allo studiolo della nonna che fa da penisola al salotto. Scendo nel buio, tentoni, poi spalanco la porta: nonna Stella, sua sorella e l'amica di sempre, Amelia dai capelli turchini, sono sedute intorno a un tavolo, chine su un piattino che gira pazzo, accarezzando ora una ora un'altra lettera dell'alfabeto; tutte quante, dall'a alla zeta, poste a girotondo intorno a un gran cartone bianco posato come una tovaglia sul tavolo. Gira il piattino e loro tre in coro, a voce alta, ripetono la lettera prescelta, compitando nomi di cose e di persone e verbi e aggettivi, dettati dagli spiriti. D'un tratto gli occhi miei incontrano quelli scuri di nonna Stella a capo nudo e anche un poco spettinata: "Oh che fai qui, fila a letto", dice Per me, ignara, un ite missa est.

giovedì 4 agosto 2011

La legge dei gemelli






In casa Ponti era valida una sola legge: quella dei gemelli. Una legge incisa nel bronzo. ma cucinata alla buona come una minestrina. Consisteva in breve in questo: i due facevano il comodo loro, con buona pace dei tre fratelli minori che, in un modo o nell'altro, dovevano trovare un accomodamento per restare in piedi sul filo della vita. Regina, scudo e madre solo dei gemelli, applicava la legge con la spietatezza della sovrana del nulla al quadrato di cui portava il nome. Mio padre, l'avvocato, per motivi che sapeva solo lui, preferiva lasciar correre, girare il capo e scalare le sue scogliere di marmo. Così i gemelli, al ghiribizzo, la facevan da padroni, seguendo la stella polare dei capricci loro. Specialità di Federico, il dominante, era pestare i piedi a noialtri, quella del secondo andare appresso al fratello.

Sicché, come dicevo, toccava ai tre minori per età camminare sull'asse d'equilibrio. Un bell'affare. Ognuno di noi tre se la cavò a modo suo. Sara, mia sorella, si sedette in un angolino romito della tavola imbandita per i due maggiori a mangiar qualche briciola loro. Marco scelse la via dell'esilio, sotto la Croce del Sud, dove trovò - baciato dalla sorte -. moglie, lavoro e felicità.

Quanto a me, un ricordo affiora prepotente. Al venerdì sera in casa Ponti, cascasse il mondo, la Mimma sfornava per la cena la sua pizza rossa. La pasta era fina fina, croccante, tutta romana, la mozzarella tanta e filante, Il rosso del pomodoro era quello del mio cuore. Seduti intorno alla tavola ognuno prendeva il suo e quel che rimaneva, secondo la mia legge, andava distribuito tra tutti gli affamati. Non solo tra i gemelli. Invece, ricordo ancora, come fosse accaduto ieri sera dopo il tg1, il morso di rabbia nel vedere le ultime fette di pizza, come lance in mano a Regina, atterrare sul piatto dei gemelli. Regina chiamava la mia rabbia "lamalinconia" e il rimedio era ficcarmi nel lettone suo dove, avvolta nell'edera sua, la mia ribellione si trasformava in sonno. Dormendo, imparavo la lezione: solo accettando la legge dei gemelli avrei avuto quel poco di amore che è come il sale nelle pietanze ed è concime di vita. E ora so perché di notte, a volte, combatto il sonno. E' come se chiedessi ancora quell'antica fetta di pizza che mi fu negata...