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lunedì 26 settembre 2011

Mamma Rai

Quando ero piccola io, più o meno all'epoca di Re Numa, non c'erano tutti questi canali tv - a pagamento, pay tv, gratis, col canone, col digitale, col cavo, col cavolo - che solo a pensarci ora mi monta su un gran mal di capo e la voglia di spegner tutto e buonanotte al secchio. Nossignore, ai tempi miei, c'erano due canali e basta, due canali lindi e pinti, in bianco e nero: il primo e il secondo. E tutti e due, primo e secondo, erano figlioli della televisione di Stato, curiale, solenne, vestita di grigio, che doveva diventar, con gli anni,  una scanzonata, pettegola e coloratissima Mamma Rai. Dalle cinque alle sei, il primo canale trasmetteva la tivvù dei ragazzi e poi, dopo le  otto (all'ora di andare a letto ) Carosello. Per il resto erano tribune politiche e telegiornali buoni per far addormentare persino lo zio Bibe che era un professorone in tuba con una barba così lunga da farmi venir voglia di attaccarci su, così per allegria, le palline d'oro del Natale.
Al sabato mattina c'era "Oggi le comiche" e durante la settimana (quando stavo male) obbligata a letto e a minestrina,   i film di "gingerogefredaser" (come li chiamava la Mimma che veniva a servizio ogni mattina a casa nostra e che passava buone mezz'ore seduta in bagno a leggere i fotoromanzi di Grand Hotel...); al sabato sera c'era il varietà che, per noi bambini, era un sollucchero. Marco, per ammirar la sua "Sylvie Vartan" era capace di scendere le scale a ruzzoloni, una valanga bionda. A me piacevano le Kessler. A mia sorella, la Mina. Minimo comune denominatore di tutti quei nomi e cognomi vestiti da sera - per noi ragazz che cominciavamo allora a crescere a pane e piccolo schermo - era diventar mito dietro al vetro... E siccome non voglio annoiare con i degustibus dei Ponti, faccio un balzo indietro nel tempo, saltando quasi quarant'anni di vita, ed eccomi, bambina, sullo spalmatore deserto di Tavolara.  Ho la maschera, senza boccaglio, a faccia in giù e a sedere in su, furego, quasi a riva, tra la sabbia bagnata in cerca di rametti di corallo e occhi di santalucia. Prendo un respiro grosso, sono in compagnia di bavose e sassolini, in un'acqua molle, calda, primordiale. Scoppio fuori a prender aria e, davanti al naso, mi trovo nientemeno che la generosa mole (in topless) di Ornella Vanoni, allora un mito come la Mina. Occhi negli occhi, io e lei, per un secondo, poi io mi rituffo e lei via per i suoi lidi. Riscoppio dalla spuma e corro da mia madre che se ne sta beata baciata dal sole: "Mamma, c'è Ornella Vanoni sulla spiaggia!", sparo come se avessi visto, che so, il fantasma del Re di Danimarca. "E allora! Che vuoi che sia, una cantante, ce ne sono a mucchi...", mi gelò lei che ancora non era stata contagiata dalla varicella di Mamma Rai...

venerdì 23 settembre 2011

A Silvia

Ci sono certe signore - o signorine  tanto fa lo stesso - che hanno il gusto di  portar via alle altre gli uomini loro, solo per assaggiare un trionfo che dura quanto un fuoco di paglia . Come se, fra i galli nel pollaio, avessero sugo soltanto quelli con la chioccia e i pulcini in casa. Gli sposati, per queste donnine qui, sono una ghiottoneria degna di Vattel. Ché la fede al dito di un lui porta lustro e corone e scettro alla conquista loro. In questa categoria mi tocca ficcare, mio malgrado, la mia migliore amica del mare Silvia che era, neanche a dirlo, bella come una madonnina tascabile e graziosa e tutta moine che come si spalmava la crema da sole lei non ce n'era un'altra...
Questa gattina qui aveva occhi e cuore - durante i mesi a Cala dei Gigli, s'intende (cioè quando io ero viva e presente) - per quelli che, bontà loro, facevano il filo a me e io, che l'avevo messa sul piedistallo in chiesa pendevo dalle sue labbra nel giudizio per aver da lei l'approvazione su questo o quello. Sicché se mettiamo lei arricciava il naso a significare che il malcapitato era uno sgorbio (non lo era affatto, beninteso...) e come diavolo avevo potuto pensare di accompagnarmici, invece di capire il sotterfugio suo, giravo le spalle all'amore. E lei, vittoriosa, dai a lanciar ami ed esche, alla faccia mia, ben lavata col sapone di Marsiglia.
Un'estate, dovevo aver più o meno vent'anni, capitai a Cala dei Gigli con un fidanzato romano e lo servii su un vassoio d'argento alla mia Eleonora d'Arborea. A ripensarci ora, col senno di poi, mi scappa una risata omerica. Ma allora... che batticuore. Glielo presentai, sperando che facesse bella figura. E la fece, eccome. E lei con lui.
La seconda volta, molti anni dopo, smagata e abbruciacchiata dalla vita, quando le feci conoscere l'uomo che doveva condurmi all'altare gli misi addosso (si fa per dire...) a mo' di cintura di castità  una maglietta premaman (indossata da mia cugina in dolce attesa)  che mostrava sul dritto un oblò ben sigillato come a chiudere la pancia a intrusi e sopra, in rosso scarlatto, la scritta, in francese che fa più fine: "Occupeé". Ma per la mia amica - fu solo allora che capii - le malizie erano vita e respiro. Una necessità. Così lei, con due figlie grandicelle e una in arrivo, ricominciò daccapo, come se avessimo ancora diciassette anni, lei, lui e anche io. E io, tra me e me, la perdonai... 

lunedì 19 settembre 2011

Primo giorno di scuola

Mia cugina Viola, da piccolina, trovava il paradiso in due-posti-due: dietro alle gonne di sua madre e a fianco della stessa, con il muso fuori e le gambe a nascondino, in un gioco perenne di ti vedo e non ti vedo. Il mondo la spaventava ed ecco perché, il primo giorno di scuola (la materna saltata a piè pari...), fu per lei Scilla e Cariddi.
Entrata nell'aula dell'Istituto Mater Dei già sospettosa per via degli eccessivi entusiasmi di sua madre,  Viola pretese che la mamma sedesse nel banco insieme a lei e, soddisfatta, con gli occhi alla sua dea, se ne rimase quietina per tutta la lezione. Il giorno successivo, ecco la zia seduta  nel banchetto (piegata e scomoda a mo' di tovagliolo), di fianco alla sua Viola e così via per un numero di mattine che non ricordo finché un giorno, anzi un brutto giorno per Viola, la maestra che si chiamava Baffetti ed era una bellezza alta, al caffé, con certi occhi smeraldini di fiamma, pregò sua madre di accomodarsi e così sia.  A Viola fu assegnata per compagna di banco una morticina dai capelli color pelo di topo, incapace di pronunciar la "r" e la "s" che, come si sa, sono due signore consonanti...
Appena la zia, liberata, scomparve divorata dal corridoio, a Viola vennero i lucciconi, sentì una castagna in gola e prese a piangere a dirotto. E pianse e pianse per un mese sano come se la miniera delle lacrime sue fosse inesauribile. Pianse, dicevo,  per trenta giorni filati e poi mai più. A tredici anni ebbe la sua rivincita agli esami di terza media quando al professore esterno che le chiedeva di parlar di Garibaldi rispose: "Va bene Garibaldi, ma posso parlar di Napoleone?". Fu magro bottino in famiglia, nonostante l'ottimo ottimo scolastico perché quando si doveva descrivere  un piagnone si diceva e si dice: "Ha le lacrime facili come zia Viola".

venerdì 16 settembre 2011

A spese dei suoceri...

In casa Ponti i compleanni, per carità, non venivano festeggiati. Torte e candeline erano roba da "tinello" e il tinello a casa nostra proprio non c'era. Per rincorrere non so quale falena aristocratica mia madre, gran maestra della "signorilità", storceva il naso all'idea del bambino (che veniva declassato a "pupo") il quale, con un sorriso a labbra distese che pareva una fetta di melone, soffiava, reuccio per un giorno, sulle fiammelle della sua piccola vita. Riccioli protetti dall'incavo caldo del seno materno, tutt'intorno il parentame festoso a batter le mani e a fare "oh, che bravo", come se avesse scalato un Everest... Noi niente, a bocca asciutta: un bel nulla farcito alla panna e anche i regali, una micragna. Adiciotto anni, invece, d'incanto, la magia. Una festa, anzi un ballo (nel caso dei gemelli e di mia sorella) fu apparecchiato nel giardino trasformato, per l'occasione, in un Paese delle Meraviglie. I ragazzi, in smoking neri, neri pinguini; i camerieri in smoking bianco, bianchi pinguini. Sul prato, con vestiti scollati bianchi e neri a leccar erba e fiori leggiadre damine dai nomi d'oro e d'argento. Alcuni li ricordo ancora e li pronuncio con una riverenza, ma soltanto il nome perché per dire il cognome dovrei anch'io vestirmi da sera. Erano nomi di farfalle ripescati dal mito: Pol issena, Coralla, Lucrezia.
La festa mia - perché ballo non fu - fu invernale raduno, dentro un su e giù per le scale degli ospiti, fuori un freddo di stelle. Soltanto Marco, chissà perché, non ebbe, compiuta l'età del senno, il suo tributo di gloria, la rivincita per tutti i compleanni mancati, per tutte le candeline mai soffiate. Si rifece, anni dopo, quando primo di tutti, per il suo matrimonio con una delle tante farfalle romane, vestì di ghirlande quattrocentesce non una villa sola e neppure un solo giardino, ma un intero borgo in Umbria. A spese dei suoceri...

martedì 13 settembre 2011

Istituto Mater Dei

All'ombra della salita di San Sebastianello, a un tiro di sasso dai capricci di piazza di Spagna, in un gran palazzo coi baffi, color ocra e legno, che apriva il suo  portone in faccia a un suo gemello, c'era l'Istituto Mater Dei, una piccola scuola irlandese (una sezione per classe, dalla prima elementare al terzo liceo classico)  tutta femminile e in divisa. Il palazzo, alto, solenne, vestito di gloria era un quadrilatero cresciuto intorno a un  cortile buio, dove riposava, in un canto, una palestra scalcinata (dotata però di un inutile - per me - quadro svedese...)  che doveva essere stata un tempo ricovero di nobili destrieri... Ogni piano del palazzo che si arrotolava intorno a un grande scalone di marmo, era occupato da ampie aule dall'aria austera, con lavagna, mappe geografiche e grandi banchi di legno pitturati, chissà perché, di color verde smeraldo. In ogni classe una trentina di noi, stirate nella divisa invernale (gonna blu a pieghe e camiciola in tinta con una filza di bottoncini bianchi a correre sul petto) o in quella estiva (stessa gonna con camicetta bianca a maniche corte). Noi alunne del Mater Dei:, viste di dietro: code di cavallo o trecce a leccare  la schiena. Eravamo diverse, ognuna a modo proprio, ma come per magia ci facevamo tutte uguali nella pancia dell'Istituto Mater Dei.
Noialtre, uniformi in uniforme, si faceva certo fatica a distinguerci. Non così le "sister" che noi salutavamo, con gran solennità di modi, piegando il ginocchio destro dietro alla gamba sinistra in un inchinetto a molla che ancora adesso, se non ci penso su due volte, mi scappa da fare al primo can che passa...
Sister Saint Thomas, la direttrice, faceva tremare il cuore da tanto era severa. Non sorrideva punto e aveva due occhi che pungevano. Non rideva mai, sister SaintThomas e, figuriamoci piangere. Con lo sguardo beccava e inceneriva. Il suo opposto: la sua vice: sister Luisita che aveva un viso giallo come il nome che portava, viso e nome al gusto di limone, ma la voce era carezza e buonsenso il giudizio. D'un tratto un ricordo, siamo in classe, chine sui libri, ed ecco  udiamo tutto uno scampanellare come d'allarme d'incendio. Ma fuoco non era. Passione sì. In quello scampanio a matto un dolore corale, come in polifonia.. Ogni sister aveva, infatti, un nome fatto di note di campanella, un richiamo in allegria  pasquale in un alfabeto morse di suoni che non sono mai riuscita a decifrare e che si udiva, leggiadro, a momenti, come a riempir di sole il cortile di tenebra... Ma quel giorno, lo ricordo come fosse ieri, suonavano tutti quanti i richiami, rincorrendosi a singhiozzo, e punti e virgole di doremi,. Sister Luisita, malata da tempo, era morta. Alla messa di trigesimo, un mese più tardi, con mia grande sorpresa, vidi piangere anche Sister Saint Thomas. Piansi (si fa per dire)  anche io, ma senza lacrime, il giorno in cui, ora è un anno, andai all'Istituto Mater Dei ad accompagnare un'amica che si iscriveva a un corso del British Council. Scoprii così, per caso,  che sua Maestà la Regina aveva conquistato quel pezzetto d'Irlanda mia e romana, cambiandolo nelle viscere, forse per sempre.  In luogo della stanzetta delle sister portiere (gemelle e italiane) affacciata ai tempi miei (essendo in origine il matroneo della cappella) su altare e tabernacolo, ecco un'aula ben chiusa a Nostro Signore, fresca di porte a vetri e dipinta, per allegria di naufragi, di verde pisello... Color d'Irlanda e di marameo.

domenica 11 settembre 2011

Filosofia alla maionese

E ora che ho raccontato a fior di cuore alcuni fatterelli tragicomici della mia vita (sperando di aver,  a volte almeno, strappato un sorriso, o innaffiato un ricordo) lasciatemi aprire una parentesi graffa - che da piccola mi piacevano tanto - al sapore di tonno e pomodori, spruzzato con il limone della filosofia. E vado subito a cominciare sperando di non risultarvi in uggia.
Ci sono nel palcoscenico del mondo (che è come un gran piroscafo che scivola sul mare della vita), a mio parere, più o meno tre tipi di persone: quelle che tagliano, quelle che cuciono e i clandestini a bordo. Del primo tipo, cioè nella casella dei  "tagliatori" metto  coloro che, pestando i piedi al prossimo loro, cercano di occupar il posto altrui che pare sempre, visto dal mare, un praticello tirolese. Siedono, dunque, nella poltrona numero 30, ma sognano la 31 e posano il giornale sul cuscino color porpora della 29... Sono questi, a mio modesto avviso, la maggioranza buona dell'umanità.
I "cucitori", ossia gli inquilini della seconda casella,  mosche bianche, sono  tutti coloro che, direi con solenne semplicità, prendono, mettiamo, il numero 27 di poltrona e siedono beati  nel posto avuto in sacrosanta eredità dal cielo. Lo fanno, è questo che mi innamora, senza cercar di allungare la mano sul sedile numero 28 e senza sentir la fregola di posare ombrello e cappello sullo strapuntino altrui. E vorrei ben dilungarmi su questa buona razza di uomini, ma  sento voci chiamare dal ponte della nave, voci che si perdono nella lontananza. "E noi? E noi?". Ecco a riempir il terzo cassettino i clandestini a bordo. I clandestini a bordo sono tutti quelli che, nati al mondo come tutti gli altri, sono stati messi però  in un canto,in  un angoletto tanto piccolino che è impossibile persino starci  ritti su un piede solo. Vi stanno in equilibrio, meschini, a stento, con una gamba penzoloni, e sono costretti, per tirarla su, a pagar due volte il biglietto. Pagano, dunque, uno scontrino doppio: al mondo e ai loro simili,  mai sicuri, durante l'intera traversata, di meritare davvero la poltrona numero 28...
Il cerchio si chiude, la parentesi pure e io vado a fare un poco di maionese che dà più gusto a un piatto freddo di filosofia.

venerdì 9 settembre 2011

Gare di mamme

Da piccola gareggiavo con le compagne di classe a chi aveva la mamma più bella. "Vuoi mettere la Rizzi Curbati!", "Non dir scemenze, per me la più bella è la Calistri...". Eran duelli sanguinosi conditi con parole al pepe verde; si intrecciavan pareri, voti, valutazioni. Cadevano le genitrici perdenti come i birilli al bowling. D'accordo, alcune erano afroditi ed elene, ma io, quando vedevo la mia, col foulard di seta allacciato sotto il mento, sorridermi nella penombra timida della Salita San Sebastianello giravo la testa a mo' di gallinella nella speranza che le mie colleghe in uniforme vedessero anche loro la mia regina. Niente affatto: erano pianeti, anch'esse, attratte come api  dal tutù profumato della loro personale rosa materna. Fiori belli e a volte carnivori.
La più bella di tutte, per me, restava la madre della Berti che aveva i capelli color rame a scenderle ad anelli sulle spalle. Una volta, a casa sua, la vidi in vestaglia, una vestaglia punteggiata di pois bianchi persi in un mare blu elettrico. Sul petto generoso un rigoglio di volants incrociati e le maniche, come  campanule, parevano far da damigelle alle mani ben curate. Mi piaceva la mamma della Berti anche perché chiamava la sua bambina "paaserottina" e sorrideva arricciando il naso in un modo che non ho visto far mai più. Diedi dunque il voto alla Berti. Ma mica vinse, nossignore. La mela d'oro andò, invece, alla Rizzi Curbati che era bionda, magra, moderna, con quell'aria da modella americana che oggi è di grido ma che allora era ancora roba nuova e un poco forestiera. Cadde la mia Berti, ma ebbe la sua rivincita quando - qualche mese dopo - fuggì, piantando in asso la famiglia, proprio  con il padre della Rizzi Curbati, il marito della Regina...

martedì 6 settembre 2011

La mia Barbie Malibu

Avevo, da piccola, una Barbie Malibu, abbronzata, con lunghi capelli di plastica d'oro e gli occhi spruzzati di color acqua marina. Era la mia preferita e la riverivo con certi vestitini color cielo che mi cucivano le signorine inglesi e scarpette col tacco, di plastica arancione, o stivali di gomma bianca buoni, nel mondo suo incantato, con la pioggia o con il sole.  La chiamavo a volte Anna altre Margherita, come avrei chiamato una figliola se l'avessi avuta. Non avevo una figliola e non l'ebbi mai; ma una nipotina, invece, arrivò, portata dal vento dell'amore. Una bimba che fu, da subito, cuore del mio cuore e io, forse, del suo. Il mio glielo consegnai nella personcina della mia Barbie Malibu, e, armi e bagagli, nel corredo di  vestitini odorosi di bucato e di accessori, tutti piegati per benino in una valigetta metallica che portava - e porta -  in cima, sotto, e torno torno, tutti i mestieri disegnati a fumetto. E buonanotte.
Quando la nipotina si fece alta come la sottscritta, la valigetta tornò a casa e pure la Barbie Malibu, ma con un braccio penzoloni. La ricoverai allora all'ospedale delle bambole che era (e non è più) un buchetto di negozio polveroso affacciato sulla scalinata di Magnanapoli e accucciato sotto i Mercati di Traiano. La Barbie Malibu riebbe il suo braccio attaccato con un chiodo lì dove noi, bambini degli anni Sessanta, avevamo il cerchietto magico della misteriosa "antivaiolosa" che si faceva in un altrettanto misterioso "ufficio d'igiene"...
D'un tratto, al ricordo che vado a raccontare, mi viene su una gran risata. Siamo a Terni,  ridente cittadina natale della madre della nipotina. Siamo lì, tutti i Ponti o quasi, a festeggiar non so se Pasqua o Natale e la cognata, forse per farmi cosa gradita e addirittura, bontà sua, una sorpresa, si alza, dicendo: "Ti devo mostrare una cosa". Torna, recando una valigetta di vellutello raso,  verde mela, tutta arrotondata che riconosco al volo come la casetta che conteneva le bambole gemelle Lisa e Lucia. La apre e dentro, distese, morte, ecco tutte le sue Barbie, dee per sempre perdute nel launguore eterno della Bella addormentata; sono tutte quante eleganti e nessuna ha un chiodo per gioiello...

venerdì 2 settembre 2011

Primo amore

A diciotto anni o giù di lì, in una mattina di sole d'oro e di mare d'argento, mi trovai tra le onde di Cala dei Gigli, occhi negli occhi con Carlo. Era questi un quattro quarti di nuorese, condito in salsa piemontese nel cognome e nell'aspetto; dell'isola sua aveva la parlata tutta doppie e lo spirito aspro, solitario; delle brume dell'Alta Savoia si portava addosso due occhi verde oliva, il cognome appunto e i capelli chiari. Fu amore a prima vista, dagli occhi all'anima, in ascensore, un amore e basta e pure ricambiato. Al mattino presto, incoronata di viole, scendevo in spiaggia a precipizio, sapendo che, verso le undici, ecco apparire all'orizzonte la barchetta di Carlo, un cosino color fiordifragola, con un motorino tossicchiante in camicia bianca. Il barchino veniva tirato a riva con un colpo leggero appena la prua sfiorava la battigia e Carlo, con un salto, era giù. Insieme, in cielo. Salivo, saliva e via verso le nostre isole nella corrente. Tavolara ci dava il benvenuto sulla timida spiaggia di ciottoli  che sembava dar le spalle al sole e guardava diritto verso Golfo Aranci.
Un giorno eravamo lì distesi a goderci una parentesi di infinito quando, d'un tratto, udiamo il rombo di un motore. Solleviamo teste e sguardi ed ecco, tra i flutti, distinguiamo un mezzo da sbarco color piombo, A bordo, due marinai neri neri che sventolavano le braccia disegnando minacce al vento. "Quelli della Nato", ci diciamo senza bisogno di parole. La Nato allora abbracciava, vietando l'ingresso anche agli innamorati, tutta la parte di Tavolara che confinava con il mare aperto. Difficile distinguere i confini. Comunque... Un salto e, con il cuore a far ginnastica in gola, siamo a bordo. Una fuga. Invano. In un baleno il mezzo ci affianca e, con una risata ben cotta stampata tra due file di denti bianchi, uno dei due disturbatori fa: "What is the time?". Amore e guerra...