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mercoledì 29 febbraio 2012

Sandokan in Via Beccari


Per comperar penne e fogli protocollo andavo in una piccola cartoleria tutta vetrine che si apriva, accanto al bar di Sergio, all'ombra di un cerchio magico di pini, in largo Tata Giovanni. Largo, una parola! Era, infatti, la coda stretta,  a forma di lingua di gatto, del viale - che di nome faceva Odoardo e di cognome Beccari - il cui capo, all'altro lato, portava al cancello color ruggine di casa mia. Mi vergognavo di abitar in una via con un nome tanto brutto. Odoardo, per carità, casomai Edoardo! E Beccari, poi, un morso mi pareva... Uno qualsiasi, per me, questo Beccari. Scoprii, anni dopo, che egli non era affatto uno qualsiasi: da botanico ed esploratore, aveva nutrito i viaggi malesiani di Emilio Salgari ed era dunque, a modo suo, padre putativo di Sandokan.
Ma andiamo avanti e basta divagare.  Per noi, Ponti e Salini, quell'angoletto di Roma era  “la piazzetta” punto e basta. E la cartolaia, la “signora della piazzetta”, una regina. Alta, stirata in tailleur pantalone color albero in autunno, i capelli d'argento, teneva sul banco un gran cesto colmo di "sorprese”. Irresistibile la sirena di quei pacchetti a forma di piccolo tubo, con il naso schiacciato davanti e di dietro, avvolti in una carta sottile, color pastello, uguale a quella che s'usava allora per i biglietti d'autobus e che costavano, neanche a dirlo, come una sorpresa. “Due sorprese”, sbrodolavo vinta dal desiderio. E pagavo, con il cuore fiorito, le mie cento lire, per scartare il sogno. Un giorno la signora della piazzetta chiuse il negozio e sparì, portandosi via le sorprese e dieci grammi di infanzia mia...



lunedì 27 febbraio 2012

Piccola riflessione nel verde di via Arenula



Qualche giorno fa, mentre me ne andavo a riportare certi libri in scadenza alla Centrale ragazzi (nascosta dietro alla Piazza Argentina) naso a terra, ben attenta a schivare il ghiaccio che è stato, in questo febbraio gelato che or ora salutiamo, la seconda pelle dell'asfalto romano, ho deciso di far meno di cento passi e di evitare l'angolo retto che va da  Via dei Giubbonari al Monte dei pegni. Così ho tagliato diritto per il giardinetto pubblico, di stenti alberi, che corre, con i suoi ciottoli di fiume, parallelo alle rotaie del tram numero 8 di Via Arenula e, d'un tratto, levando lo sguardo non più impegnato a combatter contro gli scivoloni, mi sono trovata innanzi un certo  Federico Seismit Doda, vivo nel bronzo, seduto lassù in compagnia di un volo di piccioni. Mi fermo, giro intorno alla statua di questo tale che, lo confesso, non ho mai sentito nominare, né a scuola né al giornale né all'università. L'uomo, tutto assorto,  par essersi stufato di leggere il suo libro senza pagine e se ne sta lì a pensare per l'eternità. Raggia d'intorno il sussiego ottocentesco, tutto piemontese, di quegli uomini che avevano trent'anni appena e parevano già senatori..
Mi inchino davanti a tanta serietà in un mondo, il nostro, che non sembra più aver bisogno del Carnevale, tanto lo pratica da mane a sera, giorno e notte, sempre. Mi inchino e intanto in testa ecco accorrere una folla di nomi di uomini che, scesi dalle Alpi, han fatto l'unità d'Italia. Frugo tra De Pretis, il trasformista, e De Rudini, ma nulla. Nulla di vento. E dire che io, di libri, ne ho letti a scialare e ho fatto anche studi discreti, anche se non "normali", per non dir niente del fatto che, da giornalista, ero io a scodinzolare tra centenari, premi e altre ricorrenze culturali e politiche. Ma nulla. E mentre io m'affanno a metter sull'attenti i miei pensieri, i piccioni, per niente rispettosi di cotanto professorume, svolazzano sul naso della statua e sul cucuzzolo del cranio. Io, con la mano alzata a spazzolare l'aria, faccio sciò, sciò, perché, insomma, un poco di buona educazione bisogna pure insegnarla, anche ai piccioni! Ma quelli, niente, e uno di loro, pipsquik, fa anche un bello sghitto sul  naso del povero Federico! Insomma, che roba! Mi arrendo, lascio il campo, avete vinto voi. Saluto il mio professore e penso, tra me e me, e sottovoce, che è molto meglio diventare un aggettivo - che ne so, felliniano o nicciano o manzoniano o chi vi pare a voi - ed essere masticati e vivi  da Fabio, Giorgio, Maria o chi per loro che diventare una statua a una memoria che nessuno conserva più...

venerdì 24 febbraio 2012

Il gigante di Pasolini

Una mattina di tanti anni fa, giornalista già e cronista di cultura, fui spedita dal mio caporedattore - e volentieri - al Campidoglio, a far da platea in una conferenza stampa che doveva presentar non so più quali festeggiamenti in onore di Pier Paolo Pasolini. Ora, dovete sapere che, per me, PPP era ed è più che un maestro, una divinità, o forse, ora che ci penso, soltanto una persona che avrei voluto conoscere di persona, vivo, in carne e sangue, come era accaduto a Elsa Morante, che io, pur non avendola incontrata mai, considero, al pari di Dolores Prato e di un pugno d'altre scrittrici e poetesse, più amica dii tante signore e signorine che conosco, abbraccio e saluto...
Ma facciamo marcia indietro ed eccomi alla cerimonia che si teneva, mi pare,  nella sala della Lupa. Entro e, snasando sul capo ondeggiante dei presenti, individuo un posticino libero accanto a un certo signore grande e grosso, di pelo rosso, con quell'espressione un po' così di chi la vita sembra saperla maneggiare come i bambini il pongo. "Posso?", chiedo e lui, con un sorriso, toglie dalla sedia il soprabito e mi fa un gesto come a dire è benvenuta, signorina. Siedo, tacendo, mentre i relatori (come accade spesso) si rivelano poco preparati in Pasolinitudine e perfino balbuzienti quanto a recitar le sue poesie in forma di rosa. Sento che il mio vicino sbuffa e sboffa e a volte ridacchia divertito. "Oh quanto son retorici!", mi fa all'orecchio e si presenta, offrendomi un manone da orso,: "Alfredo Bini" e, in barba all'ufficialità cerimoniale, all'ombra della lupa, il mio Alfredo (che per chi non lo sapesse è stato il produttore di molti film di Pasolini) comincia a farmi l'abc del poeta che era, per lui, tale e quale a un figliolo e a raccontarmi di come, più volte, a Sanaà, durante le riprese del Fiore delle mille e una notte, lo abbia salvato in certe tende beduine... "Poteva finir male come all'Idroscalo!", mi dice, come a tagliar la testa a tutte le teorie politiche di cui sono innamorati tanti, compresi i nostri relatori, che Pasolini neppure lo conoscevano. Prendo appunti nell'anima, anche per il mio pezzo, e intanto, laggiù, la conferenza stampa si consuma, riuscendo nel capolavoro di trasformare Pasolini, crocifisso dalle parole, in un antipatico busto di marmo...
Ci salutammo, Bini e io, ai piedi della scalinata michelangiolesca, che pare distesa sulla vita, tanto diversa da quella ripida e però sorella che conduce alle asperità dell'Ara Coeli. Ci ripromettemmo, Bini e io, un nuovo incontro, un'intervista, un caffè, qualcosa. Così non fu. E ora che lui è volato al piano di sopra, con la sua gran barbarossa, cerco e non trovo la poesia che Pasolini gli aveva dedicato e che lessi (o forse solo lo sognai), con il blabla dell'ufficialità a ronzar nelle orecchie, ma vicina, vicina al cuore di Pasolini, tra le pagine di un libriccino che Bini covava, caldo, nella tasca del cappotto. E sbocciava, in quelle parole con le ali, un Bini, amico e padre: il padre che Pasolini, da vivo, non aveva avuto mai...

giovedì 23 febbraio 2012

Prendiamoci un caffè

Una mia amica,  o meglio una conoscente (ché amica, si sa, è un parolone, da spendere con parsimonia in questo buffo mondo in maschera...), vabbè. Allora ricominciamo, una mia conoscente lavora in un negozio di vestiti: camice, abiti,  scialli e prendisole che paiono tutti quanti tagliati e cuciti dai sarti di Fantàsia per  silfidi, sirene, farfalle. Questa signora qui riesce a spacciar le cose sue, senza distinzione,  a dame e rane. E, nel vedermi in ammirazione, qualche aria se la dà...  Una bella mattina chiara di baleno, eccomi nel negozietto che s'apre su Via della Madonna dei Monti, dove lei è sibilla e imperatrice, dove i suoi stracci alla moda costano anche uno stipendio sano e dove mi trovo per il puro gusto di vedere come si fa a vendere ghiaccio agli eschimesi.
Verso le undici, quando il sole bacia la vetrina in quel nerume monticiano e noi due ce la passiamo in chiacchiera, la vedo: oddio, una cliente! Mentre la mia amica se ne sta come la papessa Giovanna, io in tremore: entra, non entra? La signora annusa la vetrina, sporge il naso a becco, ci guarda sospettosa, tentenna, tituba, tremola, ci fiuta, poi fa per  tirar diritto, tiro un sospiro. Uno, due passi eeee stop, marcia indietro, entra e, con uno sguardo corrucciato, abbraccia merce, vendeuse e negozio. La mia conoscente è in piedi e io ammiro il suo sorriso largo, i capelli imburrati, la lingua sciolta. "Buongiorno!", esclama, come se avesse liberato or ora sul pavimento un tappeto rosso. E l'altra fa, senza preludio, indicando una camicia con il collo mozzo alla cinese: "Quanto viene?". Risposta: "Signora, le starebbe un incanto, ma non sono mica sicura di avere la sua taglia. Mi faccia controllare, la prego, si accomodi...". E le porge la sua sedia ancora calda di didietro. Squilla il telefono, però, e la mia amica, la cornetta tra spalla e mento, furega distratta in un cassetto mentre la cliente, libera, tocca di qui, tocca di lì. Poi, però, eccola, è seduta! Presa all'amo, penso, il gioco è fatto. Infatti è tempo di convenevoli. Arrivederla, addio! La mia conoscente mi guarda, le gote accese, è già sotto l'arco di Tito! Ma, d'un tratto, il sorriso le smuore in gola. Un tramonto mesto, due passi, una cercatina:  oh signore, manca una sciarpa di seta, se l'è portata via la signora di prima,  patapunfete, giù per terra. La lezione è bell'e finita,  prendiamoci un caffè....

martedì 21 febbraio 2012

Villa Bianca all'Aventino




Una volta, dopo una gran pioggia di giugno, il terrazzo di cotto, ricamato di mattonelle sorridenti di bianche pratoline, divenne piscina di tutti i piccoli Ponti. L'acqua, infatti, si era fatta lago proprio sotto alla ringhiera arabescata, che girava torno torno al terrazzo, e proprio in faccia al salotto di casa nostra. Una fotografia racconta il nostro carnevale. Carnevale di Ponti e di birbi in mutande. Mia madre chissà dov'era. Che se ci avesse visti, respiro mozzo e affanno.. Di certo, invece, c'era la zia Salini che, oggi, si fa di nuovo viva in queste mie righe, alta un ciufolo e magra e tutta occhiali. A me fece da sempre una gran paura e solo dopo che è morta ho saputo che amava le marmotte... 
Di certo, ne sono più che sicura, quel giorno c'era lei. Lo testimonia la medesima foto: i cinque figlioli suoi,  lucidi, in bianco e blu come appena usciti da Tablò a Via della Croce, se ne stanno appesi sulla ringhiera, in divisa da ordinanza: pantaloncini corti, maglietta a righe marinare, calzette bianche, sandali con gli occhiali. Alcuni stan fermi,. Le ginocchia rannicchiate sotto il mento; altri, sbrodolati a gambe penzoloni, allungano un piedino smanioso verso l'acqua. E ancora oggi mi chiedo chi fu il fotografo e perché non ebbe l'anima di far scendere in piscina anche le cinque rondini sul filo...




                                           





Fiori di Carta: servizi letterari alla Libri Necessari
Da gennaio 2012, per festeggiare le dieci candeline della Libri Necessari, Michelle Müller, libraia e fondatrice della libreria e Benedetta de Vito, giornalista professionista, traduttrice e scrittrice metteranno a disposizione  competenza ed esperienza per i  servizi editoriali elencati in coda:
- Cartella di prima lettura
- Scheda di valutazione
- Editing
- Correzione di bozze
- Trascrizione
http://www.librinecessari.it/







lunedì 20 febbraio 2012

Ricordando sister Francis e il Mater Dei

Se strizzo gli occhi forte e conto fino a uno riesco a figurarmi ancora, viva, rotonda, color latte, sister Francis Borgia, che all'Istituto Mater Dei, oltre a regolare il traffico delle genuflessioni in cappella e a controllare che tutte, in scaletta, avessimo in capo il basco blu - che ci faceva uguali e penitenti - insegnava inglese (e letteratura inglese) alle alunne del ginnasio. E dunque anche a me quando arrivai alla meta. In fatto di poesia, ci vuol proprio una riverenza e tanti fiori di lillà ché Sister Francis, quanto a versi,  sapeva il fatto suo e ci faceva imparare a memoria il monologo di Antonio sul corpo di Cesare (che so ancora), le poesie di  Byron e di Burns (che non ricordo più) e la prosa immensa di George Elliot. Oh, come si commuoveva nel leggerci le pagine in cui Maggie e Tom uniti nella morte, finivano travolti, col mulino, dalla piena della Floss! E noi, ingrate, a ridacchiare dietro manine innocenti. Chi non ce la faceva più, alzava perfino la mano per andare in bagno....
Quando a Sister Francis toccava spargere tra noi zuccone un poco di grammatica, eccola combattere, piccola com'era, contro la tendenza nostra di dire "de" all'italiana, al posto dell'aspirato, aristocratico  "the" . "The", diceva lei, accompagnando la bocca al gesto di una mano che pareva  spargere la porporina delle fate, e la linguetta sua faceva capolino, rosa com'era, tra i denti. E l'interrogata, niente: "De" ripeteva in squallore di naufragio, come se mozzasse il cognome, mettiamo, della De Laura che insegnava geografia astronomica al Liceo. "Nou, nou, nou", scuoteva il capo sister Francis e via di nuovo con l'esercizio di lingua che dava al "the" suo quel tanto di fiato allegro e con le ali che in molte avrebbero fatto bene a imparare. E mentre i ricordi si piegano nell'armadio della mia memoria, eccone, distinto, uno, d'allarme. Siamo in classe in una bella mattina di primavera, nel cielo a rincorrersi i leprotti dei cirri, d'un tratto ci par d'avere due, tre elicotteri sul capo a fare il girotondo in un chiasso del demonio. La Morelli, la professoressa di lettere, dura come un osso e magra e nera come i brutti sogni, si affaccia alla finestra e guarda in su. Poi riprende a spiegare. La porta si apre ed entra, trotterellando, sister Francis, in un allegro tintinnare di gingilli, chiavi e campanelli d'argento. E io, invece, di preoccuparmi della concitazione grande che portò la professoressa a uscir di corsa dalla classe, rammento come fosse ieri che mi chiesi e mi richiesi che cosa avesse mai in saccoccia sister Francis... Ah, per la cronaca, quella mattina lì, in Via Caetani, tra Via del Gesù e le Botteghe Oscure, fu ritrovato il corpo di Aldo Moro.

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Fiori di Carta: servizi letterari alla Libri Necessari
Da gennaio 2012, per festeggiare le dieci candeline della Libri Necessari, Michelle Müller, libraia e fondatrice della libreria e Benedetta de Vito, giornalista professionista, traduttrice e scrittrice metteranno a disposizione  competenza ed esperienza per i  servizi editoriali elencati in coda:
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mercoledì 15 febbraio 2012

Io, da bambina

Ora che sono giunta alla fermata cenoventi e tante di queste storie tragicomiche, con l'autobus numero otto che mi aspetta a porte aperte pronto a ripartire per la prossima avventura, mi piace mostrare ai miei pazienti lettori, con una riverenza e un grazie, com'ero io, da bimba, quando le storie che racconto oggi le vedevo, a colori, mentre facevano piroette sul palcoscenico del mondo, lasciandomi stampata nell'anima una decalcomania....

domenica 12 febbraio 2012

Una strega calabrese



Ogni martedì e giovedì, prima che la Mimma diventasse una di famiglia, a fare i servizi in casa veniva una certa Caterina che, per via delle sue radici calabresi, si era guadagnata, chissà poi perché, il raddoppio di tutte le consonati del nome. E dunque era “la Catterrinna”. Questa Caterina qui, nera pece, con il naso che le pioveva sul mento, a me pareva una fattucchiera. Pasticciava con erbe e unguenti e in tasca, cascasse il mondo, aveva sempre un mazzo di tarocchi che era pronta a sciorinare sul tavolo e due chicchi di sale grosso buoni, diceva lei, per scacciare il maluocchio. Generosa di carte, avara di parole. Gli occhi di pepe parlavano…

Un giorno si presentò con due delle tre figliole. Non ricordo i volti delle bambine, che erano più o meno coetanee mie, ma i loro nomi sì che li ricordo. Eccome, La più grande si chiamava Selene, Trigonella la minore. Nomi da friggere in padella per Regina, nomi che a me, invece, restarono cuciti all’anima. Molti anni più tardi seppi che Selene era la Luna. Trigonella restò un mistero finché un pomeriggio d’inverno andai con marito, figlio e suocero a visitare l’orto botanico di Padova. Un luogo di silenzio, vuoto di gente, pieno di spirito silvano. Vidi la palma di Goethe, una verde vegliarda, vidi ciliegi giapponesi e, nelle serre dove si respirava vapore condensato, persino delle piante carnivore che mi parvero tali e quali alle loro sorelle... Ma fu tra le umili pianticelle officinali che ritrovai, con gran sorpresa, la mia Trigonella. Un fragile arabesco verde per streghe calabresi…


venerdì 10 febbraio 2012

Per tutta la vita

C'era una grande luna bianca, c'era tutt'intorno un su e giù di onde nere, c'era un cielo di seta buia trafitto dai lumi degli astri, c'era Jane, silente nello sdegno, le labbra come cucite, e  c'ero io, piccola, con l'accappatoio a mo' di cappotto, accovacciata, con le orecchie di ghiaccio, a prua di un barchino bianco e color magenta scolorito dal sole sardo, un vaurien, che, nottetempo, con il puf puf di un tre cavalli, cercava nel buio la via di casa.  Alle spalle, Capo Coda Cavallo e Molara, davanti solo un gran silenzio e il mantello della notte. A volte, con la spavalderia dell'infanzia, sollevavo il naso per guardare avanti, per riconoscere le care isole che mi erano amiche e la baia di Cala dei Gigli, nulla, solo nera solitudine. Il cuore mio pigiato nella morsa di uno schiaccianoci:  vedevo emergere dall'inchiostro delle profondità,  il collo nero di squame di un serpente marino cornuto... Tornavo a fare il gatto là sotto, tappando occhi e anima.


E ora che la scena è ben chiara, riavvolgiamo il nastro e prepariamoci alla gita, organizzata di buon mattino - quello stesso giorno sul quale poi calò la cortina della notte - dai gemelli. Tutti a bordo del vaurien, con le vivande e il thermos dell'acqua, e via per un pic nic allo spalmatore bianco di Capo Coda Cavallo che allora non aveva sul dorso case, casette, e piazzette e perfino un locale e un ristorante, ma era una lingua di terra di silenzio solenne e di vento e di infiniti voli di gabbiani. Siamo tutti e cinque a bordo e sale anche Jane, la signorina australiana, che ancora oggi mi è cara più di una madre.
Il mare è calmo, il sole chiaro, in due ore siamo sulla spiaggia e corre la giornata, serena. Con l'imbrunire, la grande idea dei gemelli: perché non campeggiare sulla spiaggia. Un'idea luminosa. Sento ancora la voce di Jane: "Ma certamente nou!". Il resto l'ho già raccontato: non così la sgridata ai gemelli che accese la spiaggia d'ombra e di lumini di torcia impazziti che accolse noi naufraghi  a mezzanotte e dintorni. Rimproveri e grida, ai gemelli, entrarono da un orecchio e fischiarono via dall'altro. Per tutta la vita.  

mercoledì 8 febbraio 2012

Pinocchio e Padre Fausto

http://www.pinocchio.it/
Questo link porta dritto dritto alla Fondazione Collodi che è un gran bel leggere e guardare...


Proprio davanti al Foro d'Augusto, in un angoletto di Roma sparita, ma che strizza l'occhio alla modernità, c'è una Chiesa intitolata ai Santi Quirico e Giulitta i quali, per chi non lo sapesse, sono due martiri cristiani, due testimoni si potrebbe dire, mamma e figlioletto. Ma non è di martirologia e di santi che vorrei parlare, Dio ne scampi! Vorrei piuttosto raccontar dei frati francescani che abitano Chiesa e convento e che sono miei buoni amici. Il motivo del legame nostro lo tengo per me, per amor di riserbo, ma testimoniar di loro mi preme assai perché, in quell'ovetto di francescana semplicità, ritrovo il respiro della verità in questo mondo a zampe in su, che pare aver messo le radici a seccare al sole come fossero bulbi di ginseng...
Si affannano a far del bene ai poveretti, i miei fraticelli, e ognuno ha l'anima sua e un cuore colorato, chi di blu, chi di verde, chi di carminio. Frate Fausto, se fosse un colore, sarebbe un bell'indaco. Alto, sempre con la sciarpa al collo, è maestro di organo e gran buongustaio in fatto di libri. A volte, tra una faccenda e l'altra, troviamo il tempo di incrociare gusti e pareri. A lui, e anche a me, piace Collodi e non solo nell'opera maggiore che, come si sa, è Pinocchio. Ci piacciono ad esempio anche i ricordi d'infanzia dello scrittore. In pochi sanno (cosa ben nota a Padre Fausto...), ad esempio, che in classe di Collodi il maestro li facva diventar Romani o Crtaginesi...

E poiché lui, Padre Fausto, insegnava a suonar l'organo proprio al Conservatorio di Firenze, mi ha raccontato che un giorno – anni orsono, a scialare, in passato remoto – se ne andò in pellegrinaggio  a cercar le case e le vie dove aveva bazzicato e vissuto, più di un secolo prima, il Carlo Lorenzini. E le trovò, e case e lapidi. Così un bel giorno, senza gatto né volpe, era lì, in via dei Rondinelli, a pensare allo scrittore davanti al portone chiuso, immaginandolo andare e venire da buon cronista fiorentino,  e, forse, a recitargli sottovoce un Deo gratias, quando dalla gran bocca del palazzo, eccoti uscir un fregolo di ometto, vecchio quanto si può e con un'aria tremendamente affaccendata, che si potrebbe dir persino bisbetica. Il nostro frate, sorridendo giocondo, gli disse: “In questa vostra casa, signore mio, visse il Collodi...” E quello, con un occhio all'orologio da taschino neanche fosse il coniglio bianco di Alice, fece: “E ora c'abito io, che fa?”  Quel Pinocchio, quel Mangiafoco...

martedì 7 febbraio 2012

La Vecchia Pineta di Ostia


Poiché il gelo morde cuore e strade e persino l'Arco di Tito, a me viene da pensare al sole e al mare che ora sembrano così lontani...
In giugno, ogni sabato mattina, friggevo al cancello, aspettando la "signoramico" che mi avrebbe portata, con lei e con suo marito, "l'ingegneramico", a Ostia. L'appuntamento era alle dieci. Ma io ero sveglia e grilla alle sette, vestita e stirata alle otto, sull'attenti alle nove, al cancello alle dieci meno un quarto, e anche prima, perché non si sa mai. Per delle mezz'ore, con un orecchio a casa e l'altro alla strada, mi figuravo, cupa, di essere dimenticata... Ogni frenata, un sobbalzo. Delusione cocente quando il rombo del motore si perdeva nella lontananza. Poi, puntuale come il cannone del Gianicolo al tocco, arrivava lei, la signoramico, che era alta come me di nove anni e cotta dal sole. Mi squagliavo di gioia.
Eccomi sul sedile di dietro nella Cinquecento blu, stretta e felice come nel grembo materno. Oltre un dorso d'asino d'asfalto bigio, annunciato da un odore di salso che mi riempiva l'anima di bollicine, il mare. Quando avvistavo il Kursaal con i suoi trampolini arditi, sapevo che mancava poco alla Vecchia Pineta, lo stabilimento dove gli Amico affittavano una cabina per la stagione. L'ingegneramico, un pezzo d'uomo, faceva il bagno con una retina nera in testa e mi chiamava Esterina, come se mi potesse mettere, insieme con sua moglie, in tasca. Passavo la giornata, sola soletta, tra le sabbie nere di Ostia come in Paradiso. Il mio regno alla Vecchia Pineta durò tre estati. Ma ogni sabato, insicura com'ero di meritare un soldo di felicità, temevo di perderlo. Finché non arrivava, asmatica, la Cinquecento blu. Molti anni dopo tornai a Ostia e, in pellegrinaggio, mi recai alla Vecchia Pineta. Il mio regno non c'era davvero più: la spiaggia una lingua, le cabine coi piedi a mollo. Il mare me l'aveva portato via.

domenica 5 febbraio 2012

L'ira di Ignazio


Sulla punta nord dell’anello della baia di Cala dei Gigli, seduta sulle rocce, c’era casa Pomanti, detta “La Speranza”, che pareva una reggia di Granada, tutta un germoglio di orci bianchi e di archi e di patii, dove il silenzio era signore e l’ombra la sua consorte. Le onde leccavano la spiaggia di rena privata che sembrava far la corte a Tavolara. I Pomanti, due genitori e due figlioli, ci venivano soltanto dieci giorni in giugno. Possedevano infatti, così si favoleggiava, altre ville, in giro per l’Italia. Uno sciupio. Se le vacanze dei Pomanti duravano quel tanto di giorni per dire “ci sono andato”, i preparativi per vestire a nuovo la Speranza erano ben più lunghi e laboriosi. A rifare il trucco a casa Pomanti ci pensavano tre donne di un paese dell'interno, perduto in una contrada di polvere e lucertole. Arrivavano a piedi, nere nere, dondolando il didietro e ridendo tra loro, in testa una canestra foderata di biancheria.
Un'estate delle mille e una notte (che mi piace ricordare oggi che il Colosseo ha in testa una corona di neve...), i Pomanti figlioli scesero – oh miracolo! - in spiaggia grande. Poco ci mancò che non stendessero un tappeto rosso sul pontile per attraversar il braccio salato della laguna interna... Magro, scattante, tale e quale a suo padre, gran pescatore di ricciole, era il maggiore dei due il cui nome si sbiadisce nel ricordo. Il più piccolo, che si chiamava Ignazio, l'altra faccia del cielo. Era un tipo pingue e molle, e bianco candeggiato (quando noi avevamo la schiena di cioccolata...), fatto apposta (così mi sembrò da subito) per diventar la vittima dei gemelli. E così fu, come in una partitura già scritta.. Un giorno mentre quei due diavoli lo facevano martire, chiamandolo Capitan Ignazio, lui sbottò: “Non vi picchio perché è volgare, ma vi odio, vi odio, vi odio”. L'ira di Ignazio.





venerdì 3 febbraio 2012

Beatrice al Mater Dei


Al Mater Dei, ogni primo venerdì del mese, tutte noi, piccole e grandi, con su un basco spalmato in capo, andavamo a sentir messa – cascasse pure il mondo - nella cappella del Buon Pastore, il cui portone, col cappotto ben abbottonato, si apriva proprio in faccia a quello, vetrato, aperto, tutto luce, che portava a una scala di marmo arrotolata a spirale, la quale faceva da colonna vertebrale ai tre piani dell'Istituto Mater Dei. Al primo piano, portineria e le elementari; al secondo – mi pare - c'erano le medie e forse (ma la nebbia confonde la memoria) anche il ginnasio; al terzo, gli uffici - fauci di drago - della sister direttrice e un lungo corridoio cieco, arcigno come il muro di Berlino, che conduceva alle tre classi del liceo e, più in fondo, all'aria dei terrazzi, sciolti sotto la gran mole della Trinità dei Monti...
Dal portone d'ingresso, dunque, una biforcazione. Di qui, silenzio e raccoglimento moltiplicato per le tante solide colonne a sostenere il matroneo lassù (convertito in portineria); di là, lo scalpiccio di tanti piedi e il vocio di noialtre che salivamo, in bianco e blu, verso il dovere quotidiano. Noi, tutte quante e ogni giorno, eravamo prima di qui e poi di lì. Di qui a recitare un mistero del rosario (e a volte a sentir la messa), di lì a far di conto e di dettati...
D'un tratto, mentre fuori dalla mia finestra romana danzano i fiocchi di neve, un ricordo illumina il buio di quegli anni che a me paiono perduti su Venere e mi torna in mente, come in sogno, una compagna di classe. Il viso pare di madonna e i capelli chiari, tagliati sulle spalle. Di lei, che si chiamava Beatrice, a stento so che è archeologa e che si è sposata con un nobiluomo siciliano. Eccomi in ginocchio, chino il volto nelle mani giunte, in tasca e in cuore un certo gelo di solitudine. E' tempo di genuflessioni. Sister Francis batte sul banco di noce il ritmo del su e giù. Toc, tutte giù, toc, tutte su. E via. Di colpo mi trovo Beatrice al fianco. Posa un piccolo pugno bianco sul mio banco, lo apre depositando il suo messaggio e via. Conservo ancora adesso il biglietto suo, che recita: “Credi in te stessa, mai negli altri”.