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venerdì 30 marzo 2012

La mia Pasqua

In casa Ponti, per la Pasqua, uova di cioccolato poche, una ciascuno, e forse neppure, perché tanta abbondanza di dolci e di cioccolata non era, per il gusto severo di mia madre, roba da signori ... Così lei, dopo averci concesso la sorpresa (oh, quanto amavo la famigliola di paperelle - mamma e pulcini - in plastica rossa e gialla che era il cuore dell'ovo!), imprigionava il cioccolato, a pezzi, nella rigida stagnola a colori, per conservarlo "per dopo" - come diceva  misteriosa - chissà dove e chissà perché, forse per dar pace a un suo fatale disinganno o forse perché, nella sua anima bambina, si sentiva ancora sotto i bombardamenti.  Le uova no, ma la Colomba, che non piaceva a nessuno di noi bambini, non mancava mai sulla tavola e una fetta arrivava sul piatto, come l'amen in coda al Padrenostro.. Per me c'era solo la crosta, una delizia color caffè e latte, con gli zuccherini spolverati sopra, chicchi di riso e sorriso. Schifavo, come tutti i fratelli, i canditi, che mi davano un gran lavoro di scavo, un mestiere segreto, inviso a mia madre, convinta che, per buona creanza, si dovesse lasciare il piatto sgombro, e non guardar mai in quello altrui. "Ester, non mangia i canditi!", protestava qualcuno, con l'occhio attento alle briciole grasse che spargevo sul disco del piatto. Restavano lì, i canditi, verdini, arancioni, in quella glassa al sapor di peccato, nonostante le spie...
C'eran le uova (poche) e la Colomba e c'erano i riti pasquali ai quali partecipavamo in famiglia.  Il giovedì santo, c'era la messa in coena Domini celebrata da Monsignor Nobels nella Cappella di Sant'Andrea, che pareva la grotta silvana  della maestà di marmo di San Gregorio al Celio; il venerdì i Sepolcri, sette dovevano essere, sette tombe di nostro Signore, una per chiesa. Io e mia madre, dentro e fuori, come in un gioco: le contavo con le dita, le tombe fiorite. Il pollice della mano destra era sempre il sepolcro di Santa Marcella, l'indice San Saba, il medio Santa Prisca e così via in cerchi sempre più larghi fino a salir sull'Aventino profumato di arance e di rose.. Lei, fuori, danzante, dentro piegata in due, in preghiera. Io a guardarmi intorno, in quel silenzio perduto,  che non ho trovato mai più, solo a volte, di rado, nel mistero perfetto della mia anima.

martedì 27 marzo 2012

Matrimonio Copto


Per me, in casa dei nonni, esisteva soltanto l'armadio del guardaroba. Solenne come un corazziere del Quirinale, sfiorava il soffitto col capo ed era tutto quanto color caffè e liscio come cuoio. Portava appeso alla chiave, nella bocca della serratura, un orecchino di bronzo brunito, in forma di croce copta, che si poteva flettere come le gambe della mia Barbie Malibu.
Nei vasti ripiani, foderati con carta decorata a gigli di Firenze verdi e blu, ci si potevano trovare ninnoli e cianfrusaglie che mi incantavano nel loro piccolo nulla: elastici gialli, verdini, tinta malva; piccole torce nere, puntine arcobaleno, bottoni grandi e piccini, bomboniere di tulle ancora gonfie di confetti, candeline da compleanno usate ancora attaccate all'apposita gorgiera di plastica, cucchiaini con il manico a zig zag dall'utilità a me ignota. L'armadio custodiva anche disegni e acquarelli del prozio Federico, il ginecologo istriano che aveva fatto nascere i gemelli. C'erano scodelle e piatti da lui decorati con su rapaci pappagalli dalle penne di serpente, arpie con ali di pipistrello, mostruosi draghi dalle fauci vermiglie, tutto il bestiario di un medico visionario che chissà che cosa immaginava ci fosse dentro quel buco nero da dove faceva scivolar giù la vita in forma di creature umane...
Molti anni più tardi il ciondolo dell'armadio fu mio. Lo appesi al collo come avrei fatto con un cuoricino di corallo, che so, una violetta di merù e me ne andai per la mia strada come ho sempre fatto. In piazza Vittorio, ancora colorata di banchetti e di voci romanesche, mi sentii addosso gli occhi mori di un venditore. “Copta?”, mi chiese, senza tanti preamboli. E lì, seduta stante, mi propose il matrimonio...

Due fachiri in Via Casilina

Ero andata, qualche giorno fa, a dare quindici euro di benzina alla mia Cinquecento affamata in un bel distributore Agip, sulla Casilina, che, grande com'è, potrebbe far da salotto allo sgabuzzino dove mi servo di solito io, all'ombra del sorriso di un certo Franco che ho visto diventare vecchio come me...
Infilo, dunque, l'auto nell'apposito corridoio, nudo di sorelle, ed eccomi venire incontro un ragazzo indiano, piccolo, stirato nella divisa immacolata, color grigio chiaro e giallo, mi saluta con modi suoi buddisti, poi mi chiede, gentile: "Quanto, signra?" e sparisce, puf, come inghiottito dalle fauci dal drago del petrolio. Interdetta, giro gli occhi verso il baracchino e mi vedo arrivar, mogio, in una giacchetta da far pietà e scarpe smangiate da scaramacai, un altro indiano, di età indefinita, con quell'aria disgraziata che accende in me, come uno zolfanello la paglia, l'antico senso di colpa d'occidente di aver tutto e troppo e di più. Il tipo sbriso e stinto, con un colorito cenerentolo, si avvicina al finestrino e allunga la sua piccola mano, credo, perché io gli dia le chiavi. Basita, mi giro a cercar conferme ed ecco  il mio indiano di prima, quello in giallo e grigio, che sorridendo, mi fa capire che tra lui e l'altro tanto fa. Consegno le chiavi al secondo, con l'occhio al primo, che viene a prendersi il denaro in una staffetta d'umanità al cioccolato, come in un gioco di prestigio di un incantatore di serpenti... Sicché all'altro fachiro che mi ridà le chiavi, finisco per regalare un euro, mezzo litro di benzina.
Riaccendo il motore e via. Che sollievo e ho anche il cuore leggero... Faccio per infilarmi nella coda che svolta a sinistra per ritornare verso Porta Maggiore, quando noto una signora, al mio fianco che con tanto d'occhi, rotondi, indica qualcosa che non va sulla fiancata della macchina mia. La mando gentilmente a farsi friggere, che si faccia i fatti suoi, per Bacco! E' buio oramai e accendo i fari mentre la città si illumina  di allegrie al neon. Eccomi a Porta Maggiore: sulla destra, un tipo con occhiali e  occhi tondi, fissa il posteriore, lato  destro, della Cinquecento, come se il bianco  della carrozzeria fosse spruzzato dal morbillo... Uno e due. Su Via di Santa Croce in Gerusalemme è la volta di un pedone che fa svolazzar le mani come farfalle.. E tre... Ma che avranno tutti da guardare, mi dico, e quasi perdo la pazienza e tiro dritta finché - frrrrrriiii -  mi ferma la paletta di un vigile. Accosto e m'accorgo che il mio indiano ha lasciato lasco il tappo e aperto lo sportellino, con la benzina a sciacquar di qua e di là, in allegria... Racconto, concitata,  la mia disavventura al vigile, che, enigmatico, mi osserva da dietro due lenti a specchio  e poi mi fa, togliendosi gli occhiali: "A lui mezzo litro di benzina, a lei una bella multa..." Freno il sorriso che scoppia, però, in faccia al mio interlocutore, ora nudo di occhiali: "Vada, signora, vada e la prossima volta, si metta mezzo litro di benzina in più..." Demitto auricolas..

lunedì 26 marzo 2012

Fiumi dell'anima

Ebbi, ora sono molti anni,  un incidente con il mio Ciao bianco, all'incrocio tra il Lungotevere e la Via Marmorata. Mi ritrovai, non so come, sul muso (bianco anche lui) di una Fiat 127, che oggi sarebbe un pezzo da museo delle carrozze; mi ritrovai, dicevo, occhi negli occhi con un principe romano, dal lampo turchino e dal crine biondo pallido, il cui cognome mi fece pensare - una volta allettata al Fatebenefratelli - a capre e a colline. Di quei lunghi giorni d'agosto, ricordo soltanto le ore passate sul terrazzo (pure lui, neanche a dirlo, bianco di riverbero e di marmette) dell'ospedale, un'altana baciata da un sole giaguaro, e io  a guardar scorrere, lì sotto, il biondo Tevere. Biondo, si fa per dire, che a me pareva tutto quanto limaccioso e giallo e popolato, a osservar fisso la riva, nei suoi angoli e anfratti che parevan reticoli di cruciverba, da un saltellio di topi neri. Se lo sguardo scorreva rapido sulla corrente e sugli argini, nulla; se mi riposavo sull'immagine di placido passaggio, zacchete, il sorcio...
A ripensare a quell'estate lì, di fiume, mi  germoglia dentro il ricordo di altre passeggiate lungo il mio fiume, il Tevere. Ero ragazzina ma non tanto e già, come dirlo, piena di romanità e con uno zio naturalista, eccoci, armati persino di binocolo, a esplorar la flora ripense, su su, verso Roma Nord (per me, cresciuta vicino al Colosseo, come fosse l'Amazzonia) lì dove i muraglioni piemontesi smettevano, così mi pareva, di ingessare - tagliandolo fuori dalla Città Eterna di cui per millenni era stato polmone e cuore - il grande fiume di Romolo. Non topi, ma martin pescatori; non sorci, ma aironi cinerini e garzette. Durante una di queste passeggiate fiumarole, lo zio si fermò a parlar con uno dei Tulli, che allora, avevano il Tevere in tasca e molti dei barconi dove i romani andavano a fare i bagni di sole e a mangiare un boccone. Io, da sola, silvana, come una Diana nemorense. Mi avvicinai all'acqua e feci per toccarla, ma d'un tratto, come in sogno: vidi scender giù, lungo la corrente, una canoa sottile, color terra di fiume, abitata da fauni e ninfe; Pan,a prua, suonava la sua siringa mentre le naiadi cantavano tristi la loro canzone di dee dimenticate, tradite, chiuse in scatole di cemento... Corsi dallo zio e dal Tulli che mi tappò la bocca in romanesco: "Macché panne, so' remaroli!"

domenica 25 marzo 2012

Clandestino a bordo


Mia madre amava i cani. Gatti? Per carità! Solo cani. Cani piccoli e pelosi. Avevo otto anni quando mio padre le comperò da Harrods, a Londra, il primo Lhasa Apso. Lo aspettai con il batticuore della Vigilia di Natale per i trenta giorni che dovette passare all'aeroporto, “in quarantena”. Quarantena: per me una febbre di cuore e d'attesa. Arrivò finalmente. Un cosino color caffelatte, con una codina a ricciolo, dentini affilati e un pedigree da baronetto inglese. Lo chiamammo Benjy, come il cagnolino delle "Little animal stories" che leggevo allora con Jane, un nome che era un urrà. Scappò, quel vagabondo. Lo cercammo, invano, per strade e per piazze, chiamando quel suo nome tutto “i” nell'eco del silenzio. Qualche mese più tardi, per consolar mia madre, arrivò, dritto da Monteporzio Catone, senza attese né quarantene, un nuovo Lhasa Apso che questa volta era color cenere e cirro. Fu chiamato Mac Duff. Mia nonna Stella, che non parlava un'acca di inglese, si indignò: "Merdaff... ma che nome!". Mac Duff fu da subito degradato a "il mechi" D'estate veniva con noi in Sardegna. Era proibito tenere cani in cabina sulla Tirrenia, bisognava esiliarlo nel canile, sul ponte, in certe gabbie dove ululavano, nottetempo, cani, cagnoni, cagnetti. Il solo pensiero ci dava il morbillo e le escogitavamo tutte per portarlo, clandestino, in cabina. Una volta mia madre - pensando di essere oltremodo in gamba - lo ficcò nella sua capiente borsa e passò, con un fare spigliato ed elegante, come colpita da un turbine di vento, davanti ai marinai napoletani che formavano l'equipaggio della Tirrenia. Io le trotterellavo dietro col cuore in bocca, Mecki a fare il diavolo al chiuso... Passò, anzi passarono,   passai. Che sollievo!  Ma da lontano, io e lei udimmo una voce ridente: "Chille pure tengono nu uauà".  

giovedì 22 marzo 2012

Messer diavolo e Gianpiero




Se siete ambientalisti, se amate gli animali, se il verde dei boschi è il vostro colore preferito, ecco un bel sito, tutto nuovo: http://www.nelcuore.org/ 


Il mio caporedattore al Gazzettino, intendo quello - l'unico per me - che mi assunse, non il tipo che, anni più tardi, lasciò che la redazione si sciogliesse come in bocca una mou; dicevo, il mio caporedattore si chiamava Gianpiero, era veneziano ed era una vecchia pasta di giornalista, di quelli di una volta, tutto pane, strada, esperienza. Era stato inviato per anni, di qua e di là, a scrivere con la sua penna d'oro le magagne del mondo. Dove c'era una catastrofe, eccolo, con quelle dita che parevano artigli e le unghie gialle per la troppa nicotina. Gianpiero guardava con sospetto scuole, corsi, università di giornalismo che, diceva, garibaldino, non insegnavano il "mestiere" (questo era per lui, e anche per me, il giornalismo, un mestiere, come fare il sarto o il panettiere...) di far da occhi, orecchie e anima al pubblico, ma solo una triste, grigia professione, congelata, senza cuore, insapore come il ghiaccio. Pensava, poi, che tutti potessero scrivere di tutto e che, anzi, le specializzazioni, che van oggi per la maggiore, facevano male alla penna e al giornale. Ed ecco perché, quando, pivellina, mi sedetti una domenica d'agosto alla mia scrivania, forte soltanto della mia tenacia e cruda in fatto di politica come una tartaruga delle Galapagos, arrivò lui con due lanci Ansa.  Li ricordo ancora come fosse ieri: "Cossiga incontra Mancino". E l'altro: "Cossiga incontra Martelli". Tanto per rinfrescar la memoria a giovani e vecchi: Cossiga era allora il Presidente della Repubblica, Mancino ministro dell'Interno e Martelli Guardasigilli. "Sessanta righe", mi disse Gianpiero e via, lasciando nella stanza quel miscuglio odoroso di profumo e fumo che ho ritrovato proprio ieri, sull'autobus, addosso a un perfetto sconosciuto...
Non so come, le scrissi quelle benedette sessanta righe e io e lui fummo amici, per sempre. Ed è forse per questo, per come tagliai e cucii il mio primo articolo come fosse stata una bennibag, che mi trovò anche un marito... La memoria mia si accende e lo vedo, nitido, chino al suo gran tavolo di caporedattore. E' al telefono con non so quale gran diccì, io, sulla porta, ad aspettare. Disse: "No, no e poi no. E ora basta. Vai al diavolo, anzi da messer diavolo!". Disse e giù l'apparecchio. Vedendomi,  aggiunse: "Oh bella, è ben meglio usar la giusta cortesia con il demonio, che non si sa mai, dopo, se saremo ospiti a casa sua..."

mercoledì 21 marzo 2012

Tavolara, Molara e le altre isole mie





Quando avevo tre anni, mio padre, che amava il mare come Ulisse e che aveva il pallino della bellezza, comperò per quattro soldi un pezzo di terra in Sardegna e ci costruì sopra una casa di calce, cotto e mattoni. La villa di Cala dei Gigli, allungata sulla collina come una bandiera distesa ad asciugare su un cespuglio, guardava spavalda verso il mare e si lasciava accarezzare la testa dal vento di ponente. Sue, e poi mie, le tante isole vicine e lontane perdute all'orizzonte, divenute, in anni, approdi per infinite gite in barca della famiglia Ponti. La più vicina, un'isoletta piatta, color antracite, che pareva un capodoglio rovesciato si chiamava Cana Ci s'andava di rado e solo a cercare le chiocciole di mare, esche per le lenze e per le canne da pesca. Più in là, a guardar dritto davanti, ecco l'isola Rossa, Sembrava un drago cinese, con le fauci spalancate; un drago, color corallo sbiadito, fatto roccia per chissà quale arcana maledizione marina. Il drago non c'era verso di conquistarlo. Impossibile attraccare per via della rabbia delle onde a battere sui denti rossi...
Più in là, verso Sud, persa tra le correnti, come la coccia di un mezz'uovo rovesciato, Molara, un nome da dente, ma fiorita di ginepri, olivastri, lentischi e leggende. Ci era stato esiliato, mille anni e più fa, un certo Papa Ponziano e chissà perché... Una chiesetta romita lo testimoniava, ma io non la vidi mai, solo sognata... A un tiro di sasso da Molara, c'era “Il Fico”, una mousse alla nocciola, in testa un alberello che sventolava come una piuma all'aria. Raggiungevamo a nuoto il Fico per usarlo come trampolino per infiniti tuffi a bomba o a candela. A Molarotto, andavano soltanto i pescatori subacquei. Lo vedevo da lontano, un fungo azzurrino, colorato di lontananza. C'erano anche, ma a Settentrione, l'isola Piana e quella verde, che mi sono sempre state antipatiche come chi ti guarda dall'alto del suo trono.
Regina delle isole era e resta Tavolara. Rosa e celeste come i vestitini delle mie bambole Lisa e Lucia. Mi conquistò da subito. Io la conquistai molti anni dopo, salendo su su, in vetta, fino a Punta Cannone. Da lassù, non c'erano più Ponti né Salini. Solo mare, cielo e terra.

Di Vespasiano, d'olio e d'altro

Oggi, mentre scendevo, in un turbine di primavera, giù per scalinata di Magnanapoli, corteggiata dai venditori indiani che sventolano i loro scialli colorati e i foulard fioriti, ho sollevato lo sguardo  verso la colonna traiana. E da quell'altezza baciata dal disco d'oro, ho capito - ma senza scherzi - perché l'impero romano è caduto.. Non ridete, per piacere, abbiate la compiacenza di seguire il mio ragionamento che ha un capo e una coda, come i serpenti, come i gatti, e che legge, del mondo, i simboli soltanto che, per me, fan da numeri primi alla verità. Il capo del mio discorso è tutto quanto lassù, in cima alla colonna di Traiano, dove un uomo solenne, in barba e tunica, domina il piazzale dorato, dando le spalle alla Basilica Ulpia. Pietro, primo Pontefice,  stringe le chiavi e più che del Paradiso mi paiono quelle della Città Eterna...
E veniamo alla coda del mio ragionare che mi porta a percorrere, in sella al mio pensiero, metà della Via Lata (la moderna Via del Corso) e a fermarmi di fronte alla colonna di Marco Aurelio. In cima, c'è Paolo con la sua bella spada. Le chiavi e la spada... E' tutta in questa staffetta di stiliti, dagli imperatori ai santi, l'onda delle storia romana, mi dico, e mentre, grata per l'illuminazione, giro i tacchi per tornare a casa, d'un tratto, mi viene in mente un certo imperatore che è da sempre nelle mie grazie. Il suo faccione l'ho incontrato un giorno, ai Musei Capitolini; il corpo me lo sono immaginato: tozzo, tarchiato, piccolo, alla maniera degli antichi italici. I modi suoi li ho studiati sui banchi. Doveva essere un avaraccio se disse, piazzando una gabella sulla pipì (che serviva allora a dar le tinte ai panni), che i soldi non puzzano. E doveva essere un gran burlone perché, giunto alla fine dei suoi giorni, sospirò: "Puto Deus fio...". Morendo Vespasiano, perché è di lui che parlo, diventava un Dio, un pontifex, un pontefice. E così il mio ragionamento si chiude in una danza di Pontefici  e già che ci sono, in onore di Vespasiano, .metto sulla griglia una fetta di pane di Ponticelli da condire con sale e olio sabino...

lunedì 19 marzo 2012

Un caffè con Borromini

Mi piace, quando la mattina, odorosa di primavera, solleva il suo velo d'odalisca al sole, vagabondare per la mia Città Eterna; mi piace - dicevo - andarmene a zonzo, senza meta (se non ho una commissione in lista), gli occhi come lapis ben temperati,  le orecchie a sentinella, io tutta quanta perduta nell'armonia della bellezza romana. In mattinate come queste, immersa nell'otium oraziano (che la modernità del formicaio traduce in perdita di tempo...) niente al mondo, neppure un pentolone pieno di zecchini d'oro, potrebbe convincermi a cambiar marcia alle gambe e al cuore. Cammino, dunque, snobbando gli autobus e schivando auto e motorini, inseguendo certe mie bizzarrie del cuore che mi portano, ad esempio, a prendere un caffè macchiato in Piazza Sant'Eustachio, dove - se non lo sapete - l'espresso, forse il migliore di Roma, sembra di nettare e d'ambrosia, e pare come servito dai coppieri degli Dei dell'Olimpo. Da lì,  a naso in su, posso ammirare, di sguincio, la lanterna di panna  di Sant'Ivo alla Sapienza di Francesco Borromini, la quale somiglia, nel suo tenero barocco, a una zuccheriera rovesciata, dimenticata lassù da un gigante distratto, e che a me, non so dire perché, spazzola l'anima...
Immaginatevi la scena, stirata con l'appretto, io, con la tazzina in mano, impalata in un certo angolino che mi permette la visione del mio personale sogno barocco, gli occhi rivolti al cielo come se vedessi, in aria, un girotondo d'asini in volo... E siccome il caffè di Sant'Eustachio è famoso in tutto il mondo, la piazzetta, che sonnecchia alle spalle del Pantheon, è viva di turisti, e la curiosità confini non ne conosce, eccomi, mio malgrado, al centro dell'attenzione. Cosa che mi sento addosso come se avessi la varicella. Non faccio in tempo a far atterrar lo sguardo, che mi sento tirar per la giacchetta; mi giro e vedo un signore corpulento, in maniche corte nonostante il frescolino, con quell'aria a stelle a strisce che riconoscerei tra mille. Il tipo, serio serio, quasi preoccupato, chiede, miagolando: "Do ya think it's gonna rain?"

http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant'Ivo_alla_Sapienza 

venerdì 16 marzo 2012

Camping Le Pignacce




Ad un certo punto, dovevo aver più o meno tredici anni, non so né come né perché, mio padre, che era avvocato e un poco letterato, si mise in capo di trasformarsi in imprenditore. Di denaro, in casa Ponti, neanche si parlava. Capirai, i soldi erano né più né meno la popò del diavolo, per mio padre cresciuto, da balilla, in odio alla "plutocrazia internazionale"; per mia madre, invece, erano una faccenda remota, da uomini, una roba misteriosa quasi, che la riguardava come, per esempio, la raccolta delle patate a Machu Picchu.Le arrivavano, i denari, piovendo da una nuvola rosa e lei li spendeva con frivola allegria. Tutto qui.
E dunque rimase a bocca spalancata quando mio padre, come si suol dire di punto in bianco, le comunicò che avrebbe comperato un pezzo di campeggio in Toscana. Il nome: "Le Pignacce". Sognavo di   andarci, alle Pignacce. Immaginavo, nella mia confusa geografia bambina, una spiaggia solitaria, di onde e silenzio,  piena di pigne, sulle spalle una sciarpa di erbacce in rivoluzione. Pignacce, erbacce era tutto un fascio per me. Non mi ci portarono mai. In compenso, la mattina di una domenica di marzo, con il cielo stirato, azzurro, profumato di primavera, giunse Giuliano, che gestiva insieme al "su figliolo" - un finto Depardieu - il camping Le Pignacce. Era, Giualiano, un Golia buono, alto e grosso,  in dolcevita verde carciofo. Per pantaloni, due braghe larghe color pigna, da scaramacai Mi prese in braccio, affondai nella sua ciccia. Mangiò per quattro e ridendo, esclamò masticando: "E metti burro e metti 'ascio, avvenne 'he si stomah'arono". Ogni volta che sento parlar toscano ripenso a Giuliano e mi chiedo che fine abbia fatto il camping "Le Pignacce" di cui sentii parlare per una lunga estate e poi più nulla.

mercoledì 14 marzo 2012

Dioniso a Porta di Roma

Una domenica mattina, portata dal bisogno di fare delle compere all'Ikea, mi sono spinta, alla guida del mio macinino color neve a bassa quota, oltre le colonne d'Ercole di Roma, fino al grande centro commerciale che i  romani chiamano, senza articolo, Porta di Roma. A guardarlo da lontano, quando ci si appressa dai Prati fiscali (oh quanto vorrei ridare a quegli orti, fioriti ormai di palazzoni,  il loro bel nome augusto di prati imperiali, come chiederebbe la poesia, ubbidendo alla filologia...) pare una fortezza marziana, armata di denti di vetro azzurro e di piramidi d'acciaio, e invece, visto dal di dentro, è come un paesotto desolato, senza verde o speranza, con la sua brutta piazzetta d'asfalto - popolata da bambini annoiati che non sanno più arrampicarsi sugli alberi... - posta al piano rialzato, che si fa crocevia d'entrate alle caverne d'Aladino del consumo. Da una parte, le geometrie verdi di Leroy Merlin, dall'altra le porte Scee dell'Ikea e  infine le scale (mobili  per il traffico di carrelli) che conducono al paradiso dei mille negozi, all'Auchan e anche a Media World.
Io, sistemata la macchina nel dedalo minoico detto parcheggio e memorizzato il numerino per ritrovare il mio destriero (di solito lo scrivo su un taccuino per non pensarci oltre), mi dirigo spedita all'Ikea dove mi perdo nelle dorate stanze loro, arredate con quel gusto un po' così che offre ai consumatori (e quindi anche alla sottoscritta) la carezza di essere unici nella massa, con poca spesa e gran soddisfazione. Insomma, faccio quel che devo e poi, visto che sono lì, eccomi diretta a comperare un poco di superfluo nel grande supermercato francese che squilla rosso nel centro commerciale. Le porte vetrate si aprono da sé quando entro, regina, nel gran corridoio lunare. Faccio due passi, due appena, in una marea ondeggiante di umanità e d'un tratto, come chiamata, mi dirigo verso quella che mi pare una piscina e che funge, sul muretto tutt'attorno, da panchina per madri imbarbite e vecchiette stanche. Butto un occhio e... ecco germogliare il passato nostro, in tre mosaici romani in bianco e nero, delizia per gli occhi. Mi ci perdo dentro, inseguo i polipi e i pescetti, mi diverto a osservare l'asino eccitato che finisce in bocca al coccodrillo e poi, oddio, sogno o son desta? Tempero le pupille, squadro la mente e, sì, sì, non ho le traveggole, in quel viavai distratto di consumatori e carrelli e merce, nel lago del passato, due signori in bianco e nero stanno facendosi i fatti loro per benino, come s'usava, allora, per celebrar i misteri di  Dioniso e di Pan e di tutti quegli Dei dei pampini e del vino che io amo come fratelli. E che diventano vivi e veri, al mio sguardo, molto di più di tanti scoloriti consumatori in jeans e giubbetto. Sorrido al Dio Priapo, lo benedico e me ne torno a casa che per comperare c'è sempre tempo.
http://www.amicoqua.org/?p=371

martedì 13 marzo 2012

Una sirenetta di nome Salvatorica



A Cala dei Gigli mio padre aveva sempre un “guardiano” che, appunto, era pagato per guardare la villa durante i lunghi mesi invernali. Con tutti quanti - Salvatore, Stefano, Mario - erano litigi a voce grossa. “Mi domando e dico!, ruggiva mio padre, rosso e viola e le c in metamorfosi di kappa. Oppure “Maskalzoni!”. Appunto con un morso di kappa. E quelli, niente, bronzi, di tolla, se ne restavano saraghi in attesa che passasse l’uragano. Che puntuale passava,
Nella fila di visi italici screpolati dal sole e dalla vita, quello di Domenico Funteddu ce l'ho sempre davanti e par che mi guardi ancora oggi come allora. Aveva una ape car bianca divenuta grigia per la polvere e le ammaccature. Si chiamava Domenico ma tutti lo chiamavano ohdommé. E così anche noi. Secco, di carbone, mite come un ciuco, pareva uscito paro paro da un racconto verista di Giovanni Verga. Viveva a Sant’Efisio, una frazione di rocce, fichi e lucertole, in una casa rosa, insieme alla numerosa prole e a una moglie, nera e vestita di nero, muta pigna. Quando li andavamo a trovare, ci accoglievano come marchesi e guai a rifiutare la tavolata di fichi, pane carasau e vino! La donna, a ogni no grazie, pareva diventar più piccola e, se possibile, si faceva ancora più nera. Tutta l’opposto di Salvatorica, l’ultimogenita, uscita fuori da quei due carboni come un alleluia del Cielo. Danzava intorno a me, leccandosi le dita e strofinandosi il naso con la pancia della maglietta sporca. Un brigante allegro. Occhi di pervinca, capelli d’oro, bocca sdentata, non stava ferma mai. Quando il padre innaffiava, fermo come una mummia, pitosfori e plumbaghi (facendo uscire dai gangheri mio padre…) lei, con un costume intero sbrindellato, senza elastici sul giro coscia, se ne scendeva in spiaggia a sguazzare tra la spuma, innocente sirenetta.
Un’estate ohdommé comunicò a mio padre che basta, se ne andava. Lo vedevamo in giro con una macchina Fiat lucida e con panni di sole. Così conciato pareva anche più alto. Ogni tanto vedevo Salvatorica, sempre allegra, sempre bella, tra sabbia e onde, con un costume intero, di marca, ben teso sul giro coscia e assai vivace e chiacchierino. L’estate successiva, ohdommé si impiccò. A mio padre che chiedeva lumi, il proprietario dell’unico spaccio di zona, che sembrava (e per me non era) una pasta di omino di zucchero, gli disse con un sorriso sghembo che mi rimase stampato a marchio di fuoco dentro: “Avvevva trovvatto la pentola dell’orro…”. Neppure Salvatorica vidi più.

sabato 10 marzo 2012

Gli angeli di Raffaello al Vaticano

Me ne ero andata, una mattina in cui il cielo pareva una gioia alata d'angeli, a seguir la visita guidata - organizzata da una professoressa di una certa università romana - alle stanze di Raffaello in Vaticano. L'appuntamento, nell'arioso atrio all'ombra delle mura vaticane; io, nel via vai frenetico di gran turismo culturale, giravo il naso a seguir gruppi e scolaresche, ingolosita anche dai souvenir del negozietto (dove comperai un segnalibro con su un angelo musicante di Melozzo...), mentre la professoressa si dava un gran daffare con una certa dirigente del museo, d'una eleganza da vetrina di Max Mara, per organizzare una mostra o che so io che cosa d'altro mai. Una volta radunato il gruppo ben colorato, speziato, proveniente dai quattro angoli del mondo, capisco perché la mia Beatrice in quel paradiso d'arte e d'angeli, poco prima, aveva sospirato: "Oh quant'è difficile mettere un poco di sale umanista e di pepe rinascimentale in cima alle Ande e sul tropico del Capricorno...".
Gambe in spalle e si parte. Attraversiamo lunghi corridoi pieni di tutto e poi il cortile della Pigna e ancora e ancora, al trotto, senza avere il tempo di trovar sulle mappe geografiche distese lungo le pareti il paesino sabino di Monte Santa Maria dove, una decina d'anni fa, ho comprato,  una casina in piazzetta... Niente, via, via, ché poi, se il tempo rimane, si può anche buttare un occhio alla Sistina!
Ed eccoci nelle stanze che furono di quel gran Papa guerriero, amico di Michelangelo, che fu Giulio II, eccoci nella stanza della Segnatura, di fronte alla scuola d'Atene, con al centro Platone che indica il cielo e Aristotele la terra. E mentre la mia professoressa si perde nel gioco delle identificazioni, tra Parmenide ed Eraclito, tra le imperiali geometrie architettoniche e il cielo, io (che questo giochino l'ho fatto quando studiavo ai tempi miei della Sapienza, sul mitico Argan...) mi avvicino a scrutare con i miei occhi nuovi e anche il terzo occhio ben aperto il grande affresco. E li vedo, i miei angeli, quelli che poco prima mi salutavano dal cielo; li vedo, bianchi e biondi, sguardo di neve, che mi fissano dalla parete. Sono tre, in fila, perduti nel gruppo di sapienti alla sinistra: un puttino, un bimbo e un adolescente. Tutti e tre sono lì per sempre a testimoniare, tra codesta umana sapienza, l'eterno mistero della vita e del mondo...
http://it.wikipedia.org/wiki/Stanze_di_Raffaello

Se ti è piaciuto questo post, leggi, se ti va, anche Gli occhietti di Lorenzo Lotto
http://esterponti.blogspot.it/2011/04/gli-occhietti-di-lorenzo-lotto.html

giovedì 8 marzo 2012

Le mimose di Ester

Se vado a ritroso nel tempo del cuore - che non conta mesi né settimane né giorni - ma solo un infinito di anima, ritrovo (in questo giorno di mimose e di marzo che è delle donne) Nanni, che fu non soltanto il mio primo, grande amore, ma anche il ponte sull'abisso che percorsi, a piedi leggeri, con la consapevolezza di una crisalide e una benda a coprir gli occhi, e che mi catapultò, si può ben dire, dal Mater Dei al mondo. Brusco risveglio per me, cresciuta con il basco penitente a far ombra al naso, abituata a crollare in inchinetto davanti alle sister e a credere, ohimè, nelle categorie del bene e del male che allora erano ancora sane ( o forse lo sognavo solamente...) e che ora, di certo, sono mescolate a dorso rosso e blu, come si fa con le carte di due mazzi per giocare, metti caso, a scala quaranta.
Quello per Nanni fu, per me, amore e sfida. Amore, perché di lui amavo proprio tutto, anche il naso grande, che parevano due, e che era sempre in sinusite e voltaren. E sfida perché il passato suo (di cui preferisco tenere al caldo i particolari che sono, per me, dolore di ricordo) pesava e molto sulla vita nostra quotidiana. A un certo punto, passati i primi anni, indigeribili per mia madre, che mi voleva sposa giovinetta con un doppio cognome e magari anche un blasone da sventolar in faccia alle amiche dell'Inner Wheel, me ne andai via con il mio Nanni, in blue jeans, in sella a un boxer blu. Divisi con Nanni, per molti mesi e forse un anno - ora non lo rammento più - un monolocale, alto e buio su Piazza Navona, di cui ho chiaro, guardate un po' che roba, solo il ricordo del bagno, che era color erba bagnata, con su una carta da parati che pareva un germogliar di bosco e che mi innamorava...
Camminavo, dunque, con Nanni, sull'abisso, nel sublime, in equilibrio di puri sentimenti soltanto, noi due allacciati in un pasticcio rosa. E caddi in un giorno d'estate per il capriccio del caso che si diverte a fare il giocoliere con il nostro destino. Bastarono due frasi, due frasi appena, di una delle tante pettegole che si incontrano per via: "Con Nanni D:? Chi, quello che è stato con Ester M. un mese fa?" Il bello è - a ripensarci adesso mi vien quasi da ridere (ma allora, certo, no...) - che questa signorina qui, bionda come me, faceva lo stesso mio mestiere e portava anche il mio stesso nome, tale e quale! Ora la ringrazio con un bell'inchino e le mando - in ritardo di trent'anni - un bel mazzo di mimose gialle perché mi fece, senza saperlo, cader dal pero, indicandomi la mia strada nuova...

martedì 6 marzo 2012

Buona primavera!

Quando l'aria prende a profumare di primavera e l'erba si colora del bianco tenero delle pratoline e del pallido azzurro dei nontiscordardime, a me piace, presto alla mattina, piantar la casa così com'è, con i letti arrotolati, i nidi di polvere, e il tavolo della cucina ancora caldo di colazione, e andarmene, con me stessa per mano, a Villa Aldobrandini, che è un terrazzo verde, affacciato sopra il nastro di Via Nazionale. E lì sedermi su una delle panchine smeraldine, con la seduta mozza, e rimanermene, con il naso al cielo, a sentire i  fischi, i trilli, i gorgheggi e  i chiurli dei tanti uccelli che la popolano, in una vita segreta, che guarda dall'alto, basita e incantata, il viavai pazzo di Via Nazionale. Per strada, laggiù, il mondo, i passanti affaccendati, le automobili in corsa, il movimento, a volte insensato, della modernità; lassù, la vita vera, che si consuma lenta tutta presa com'è, con gran silente serietà, a pettinare il cielo con le fronde di una palma, alta, sottile, in dondolio perenne, tra il volo ricamato dei merli...
Me ne stavo, dunque, lì da sola una mattina qualsiasi, forse di giovedì, perduta, come spesso mi capita, nei casi miei che non sono mica tutti belli e rosa e stirati coll'appretto da Madama Fortuna - di grazia, nossignore! - e, annusando i l vento, pensavo, ripensavo, rigiravo la frittata, squadravo le idee, cercavo di metter pace ai miei furori. Ma dovevo aver di certo un'aria bighellona, perché, ecco appressarsi un tipo segaligno, di una certa età, in cappello borsalino (di cui si è perduta la matrice) e loden verde stinto (che mi ricordava quello del mio papà).
"Posso? Disturbo?", fa lui,  cortese, si siede e prende a sfogliare un giornale  di economia. "Oh no, si figuri",  rispondo, ipocrita, e taccio, cercando di riprendere il filo del mio vagare. Passa un minuto, ne passa un altro e lui: "Ma che roba!" E attacca un  sermone sulle liberalizzazioni. Mi spiega che lui parla a ragion veduta, essendo per l'appunto, avvocato, iscritto come si deve all'ordine suo. Io sorrido. Non l'avessi mai fatto! Ogni notizia un commento. Una mitragliatrice di oh-uh-ah e ha-ha-ha. Io, paziente, ogni tanto annuisco e mi schiarisco la gola ed eccomi inciampar nelle parole sue, i miei pensieri in alto mare, gli occhi bassi. Embè? Direte voi. Ci arrivo, ci arrivo, pazienza. Da quella prospettiva, raso terra, con lo sguardo infilato tra un cespuglio e la ringhiera della terrazzata sul piazzale di Magnanapoli, d'un tratto lo vidi! Vidi il gran cavallo bronzeo di Vittorio Enanuele II  lasciare il Vittoriano e incedere maestoso sul tetto di un gran palazzo romano color gianduia chiaro e allora al mio omino in loden dissi, tutta sorriso: "Grazie!" e lui - meschino - pensò, di certo, che lo ringraziassi per la lezione sulle liberalizzazioni...

domenica 4 marzo 2012

Un notaio in cappello da capostazione

Per sbrigare gli affari di famiglia che picchiano sempre  forte all'uscio e non finiscono mai, andavo, con il sole  in pigiama, in studio da un certo notaio piccolo di statura, panciuto di stazza e tutto quanto serio serio e farcito di diritto e codicilli. Aspettavo, nella saletta d'attesa, fianco a fianco al mezzobusto di un Pericle spettinato che se ne stava in un canto, a impolverare, rimuginando, chissà, i fasti suoi del passato. Ci parlavamo, muti, e nei suoi occhi vuoti mi pareva di veder i veli d'Aspasia...
Quando arrivava il turno mio, si affacciava, puntuale, alla porta una ragazzona bruna, con un manto di capelli a cercine, e mentre io la immaginavo alle prese col lavaggio del mantello ricciuto, lei scontrosa,  senza neppure guardarmi in faccia, miagolava uno scocciato: "Può entrare". Poi ritirava il capo a mo' di tartaruga e ila capigliatura appresso
Entravo. Lui, il mio notaio, mi veniva incontro, mi rapiva una mano e la teneva stretta tra due sue che di solito erano diacce. Poi, dopo aver chiamato la ragazza di prima, srotolava su un tavolo presidenziale - lui a un capo e io di gomito - le carte necessarie e cominciava l'analisi del caso, mentre lo vedevo sfogliar nella sua materia grigia i volumoni del diritto pubblico e privato. Quando aveva fatto la messa in piega all'argomento, mi invitava a prendere un caffè nel suo studiolo che si trovava in fondo a un lungo corridoio, dove ci guardavano dall'alto certi vecchi ritratti di antenati. "Zio Giulio, zio Federico, zia Virginietta...", faceva il mio notaio, con un baleno d'occhi che non gli conoscevo, indicando i cari estinti. E io, tra me e me,: "Piacere!".
Sedevamo, uno in faccia all'altra. Prima che arrivassero signorina, capelli e caffè, lui, scusandosi, apriva lesto una porticina che lo inghiottiva. Pensavo, a buon diritto, che lo chiamassero le sue necessità. Rimasi quindi di sasso quando, un giorno, durante la cerimonia del caffè, il mio notaio, convocato al trotto in sala riunioni, uscì  dalla sua stanzetta, dando un colpo alla porta e senza voltarsi indietro. La spinta all'uscio non bastò a chiudere il battente e, quando nel rimbalzo, questo si spalancò, mi apparve come in un miraggio il suo segreto: correva torno torno alla stanza un trenino elettrico, montato su una pedana di compensato chiaro che riempiva l'ambiente ed era tutta quanta animata da figurine e alberi e casette. Mi alzai, in sveltezza, a serrar la porta e quando lui tornò mi parve che avesse seduto in testa un berretto da capostazione e negli occhi una scintilla...

sabato 3 marzo 2012

Angeli e baccalà

Quando l'inverno cominciava a sbottonarsi il cappotto,  era già tempo azzurro di primavera e di prime comunioni. Allora, la santa comunione conservava il suo arcano senso di rito di passaggio. Era, ripensandoci oggi che a farla sono in classe più o meno tre su dieci, un'iniziazione, a modo suo;  un viatico che marcava, al di là del mistero del pane mistico (di cui non ci importava un frego...), il confine tra i grandi e i piccoli.  Di qua, gli agnelli, di là i baccalà. "E' piccolo, non fa nemmeno la comunione...", dicevamo noi, che avevamo passato il fiume e imparato a contar le ore di digiuno e a succhiar, schiacciandola tra incisivi e palato,  l'ostia. Eravamo un gradino più su di quei marmocchi  i quali,  per mano alla mamma loro, arrivavano fin sul bavero dell'altare,  per poi tornarsene a bocca asciutta, al banco in terza fila. Le madri, allora, sciogliendo la presa delle mani, si piegavano sulle ginocchia,  e, gobbe in preghiera, non li badavan più. I poverini restavano diritti, in piedi, a occhi rotondi, lo sguardo vagabondo tra santi, incensi e latinorum... Dei veri baccalà.
Noi comunicate (ché prima del  mistero si era solo comunicande, cioè ancora in mutande...), oh, tutta un'altra storia! Procedevamo in finto raccoglimento, verso il Santissimo,  pensando, nel segreto del cuore, ai casi nostri, ma ben felici di squillare al sacerdote (che esponeva la particola) e al chierichetto (che teneva il piattino d'oro sotto il mento) un bell'amen sonoro che equivaleva, in fondo, a un tiè agli esclusi, ai baccalà... E mentre mi vedo ancora, bambina, in fila indiana, aspettare il turno mio di chiamata lungo la navata di Santa Marcella, ripenso a un pomeriggio di qualche anno fa quando accompagnai  un gruppo misto alla Galleria Barberini e di fronte all'Annunciazione di Filippo Lippi, mi pare nella terza stanza,  non un baccalà, un comunicando, ma una signora grande e grossa, di una certa elegante distinzione, mi domandò, senza scherzi: "Ma che cosa sta facendo l'angelo?". Se solo avesse fatto la prima comunione...

giovedì 1 marzo 2012

Gemelle all'Istituto Mater Dei

Al primo piano del palazzo d'ocra e ombra che ospitava l'Istituto Mater Dei, sentinella sul gomito della Salita di San Sebastianello, si apriva sulla destra un portoncino di legno buio, oltre il quale, in uno stanzino caldo, baciato dal sole, che doveva essere il matroneo della cappella, c'erano sempre, come il giorno segue alla notte, sister Paolina e sister Addolorata, le suore portinaie. Tutte due piccole di statura, gli occhiali sul naso, l'abito blu e nero lindo di semplicità, non potevano  essere, nel viso e nei modi, più diverse. La prima, Paolina, con un nome candido, da stender col bucato, aveva però scritta nella faccia di luna piena e in quei pochi capelli di stoppa grigia in fuga dal velo, la determinazione e un piglio selvatico che si palesava anche soltanto nel gesto brusco con cui si affacciava al portoncino e chiedere, con voce roca, chi è; la seconda, sempre un passo indietro, era Addolorata di nome e anche di fatto: pallida, pelle di crema, un faccino lungo e smunto, non parlava quasi mai. A me bambina faceva un poco paura la prima e innamorava la seconda, che avrei voluto per nonna e che forse, ora lo so, neppure seppe mai che esistevo anche io...
Tra i compiti solenni delle sister portiere, che facevano la guardia alla scuola tenendo sempre il portoncino aperto sulle scale, c'era quello di suonare le campanelle che chiamavano per nome le consorelle. Din-don-din-din... Ogni sister aveva il suo  codice in doremi, tradotto in un alfabeto morse di scampanellii che, alla bisogna, riempivano cortile, aule e cuore. Nel silenzio delle mattine d'oro, noi chine sui banchi,  si inseguivano, lì fuori, gli squilli d'argento a ricamare il cielo di  armonie celesti. Solo le sister custodivano il mistero di quelle sequele angeliche. A noi bambine restava l'alfabeto muto che, declinato in velocità, con gesti e smorfie, ci trasformava in altrettante scimmie..
Solo qualche anno fa, parlando con la sister direttrice (senza più abito né velo) seppi che sister Paolina e sister Addolorata, morte oramai da tempo, erano gemelle e quando, salutate le sister rimaste, uscii nel cortile morto anche lui, lo giuro, le vidi, le mie due sister portiere, le vidi andare via, accompagnate dal tintinnar delle campanelle, le vidi senza bagagli, uguali uguali, spiriti nudi. Finalmente gemelle.
Ho trovato questa bellissima foto (di Sister Addolorata sull'estrema destra e di Sister Paolina, sull'estrema sinistra) in una pubblicazione che racconta i cent'anni dell'istituto Mater Dei di PIazza di Spagna. Userò altre foto perché è bello far vivere quei tempi e quei ricordi con il bsco in testa...