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lunedì 30 aprile 2012

Domenica a Porta Portese


Ieri mattina (domenica) eccomi, all'aria acerba del mattino, in un autobus che per nome ha, al posto di un numero, una lettera dell'alfabeto, pigiata tra sardine umane, in direzione Porta Portese. Non ci andavo da anni, credo, almeno due o forse anche quattro di malinconia. Il mercato mi sorride nel ponentino romano, dandomi un benvenuto allegro, tutto suo, con gli stracci a un euro, le perle di fiume di Bologna distese sui banchi come svenute a spazzolare i sanpietrini, i birigigattolai, accaldati e con la noia in bocca, a mostrar la loro merce polverosa in canestri, scatole di cartone o sparpagliata, come conchiglie sulla spiaggia.. Snaso tra i banchi con quella mia curiosità antica,  a caccia di ricordi che sono spina dorsale della vita mia. E trovo, voltando le spalle a troppe cineserie, prima una Amy Holly Hobbie , vestita di verdino, color serpe chiaro divenuto oramai grigio fumo di Londra e poi un fiammiferino molliccio, che però ha perduto troppi dei suoi granellini bianchi a fargli da corpo ed è diventato così, secco secco, che fa tristezza anche toccarlo.... Sicché procedo senza aprire il borsellino. E arrivo in coda alla strada dove, durante la settimana, dormicchia la sede della Casagit. Finalmente, proprio in capo alla via, trovo sulla mia sinistra un banchetto di cartoleria antiquaria.  Mi perdo tra pennini e squadre in legno, quaderni di trent'anni fa (che acquisto), cartoline di donnine nude e sexy dell'epoca della mia (adorata) nonna Stella. E d'un tratto lo vedo: un temperamatite in stile cinese: una bimbetta paffuta mi bacia col sorriso, seduta su un cavalluccio color albicocca. E mentre io la guardo come perduta in sogno, ecco rifiorire un ricordo vivido. Nello sgabuzzino dei giochi, penisola minore del saloncino di casa di Vivian Salini, su una mensola o forse su  una pedana di cemento, non ricordo, c'era una collezione di temperini in stile mandarino Non ne fotografo uno in particolare, forse un cigno mi par di rammentare, ma il colpo d'occhio sì, quello mi arriva addosso: una ventata colorata d'allegria in Porta Portese.. Forse, chissà, la collezione è perduta, dispersa dalla vita che incalza e, a volte, strozza la poesia. Ma oggi tutti quei temperini perduti rivivono, caldi, nella mia memoria; tutti quanti  gli altri a respirare in questa mia bimbetta cinese, in sella al  suo destriero che non mi degna di uno sguardo, in buona compagnia...

sabato 28 aprile 2012

I centurioni di Michelangelo

Ieri mattina me ne andavo per la mia strada lungo la via Cavour, in direzione Stazione Termini, verso un supermercato dove mi reco di rado, trovandolo, come si può dire, troppo smorfioso per i gusti miei al sapor di pane e salame, per comperare un chilo di cipolle e due etti di prosciutto crudo appena, quando a mano destra mi trovo a tu per tu con la scalinata segreta e buia al pari di una grotta, che porta al piazzale tutto luce di San Pietro in Vincoli. Eccomi qui, con il palazzo Borgia a pesar sul naso, in un via vai vociante di turisti che salgono lassù per ammirare, lo so bene, il Mosè cornuto di Michelangelo che a me fa solo una gran paura e, chiedo venia, se non mi dà altra emozione.
Loro, i turisti, in un su e giù distratto, di mappe e macchine fotografiche. Io a guardar loro che salgono e scendono per gli erti scalini dedicati oggi a San Francesco di Sales, ma che un tempo, un tempo con pochi santi, furono Borgia anche loro come quelli, minori, al di là della strada dedicata al conte di Cavour, che portano giù alla Suburra e alla Via Leonina. D'un tratto, io sovrappensiero in mezzo a quel tanto di turisti, ecco apparir dalla bocca delle scale un gruppo rosso e d'oro di spavaldi centurioni e legionari. Ci sono anche due gladiatori e una legionaria con un gran mantello cremisi a sventolarle alle spalle. I turisti, tutti quanti sull'attenti, come svegliati da un sonno pigro, fotografano quel tanto di romanità fatto, in visione, carne e sangue. Un bus a due piani, di quelli che han per tetto il cielo, e tanti turisti come fossero capelli al vento, si ferma anche se il semaforo è verde e giù, tutti quanti, a pestar sui tasti degli apparecchi e dei cellulari, in uno strombazzar di clacson inviperiti... E mentre i turisti fermano la vita nelle immagini, con le diavolerie moderne, quegli altri, i nostri antenati redivivi, con grazia antica, se ne scendono giù in capo ai Fori, spingendosi tra loro, come se fossero di nuovo e soli al Lupercale..  Io li guardo fisso e solo ora che li osservo come avessi due binocoli per occhi, mi accorgo che sugli elmi per cresta hanno scope rovesciate e che la legionaria sgambetta su due tacchi a spillo...




Nella foto, i legionari dipinti a mano che provengono dalla collezione di soldatini "Collezionando la storia" di mio fratello Marco. Bellissimi!

venerdì 27 aprile 2012

Paolo ai Prati di Pocol


Paolo, per me, è sempre stato l'unico cugino, di non so che grado per l'anagrafe, ma di primo per il cuore. Era un giamburrasca fatto e vestito, col pallino degli animali. In garage, a casa sua a Castel di Decima, teneva in gabbie e gabbiette uno zoo di lucertole, rospi, bisce, pipistrelli. Inseparabile il cane Axel.  Quando, ad anni alterni, veniva, d'estate, a Cala dei Gigli, restava tutto il santo giorno sul pontile a pescare. Solo, bruciato dal sale, felice. Più che un cugino, Paolo era il fratello piccolo che mi mancava allo scialo di famiglia. Sua madre, un poco come se fosse mia. Era, la zia Beatrice, la mia madrina di battesimo: cuciva come un angelo, aveva modi svelti, quasi bruschi e i capelli corvini, corti, tutti spazzolati all'indietro in una foggia antica e moderna insieme che non ha cambiato mai.
Con lui e lei, per molti anni, andai dieci giorni a Cortina in settimana bianca. Il viaggio per conquistare le Cinque Torri e l'appartamento in Corso Italia era eterno e fatto a bordo di un asfittico Ford transit diesel, color verde drago, che la zia guidava come se fosse una smilza Cinquecento. Partivamo baciati dal sole, arrivavamo con la notte a farci da mantello. I monti ci stringevano nel loro abbraccio freddo, di porporina. Con noi, anche lo zio, indecifrabile, e l'altro figlio, buono buono, tutto suo padre, che, per me, erano e restano pianeti di un'altra galassia.
Ora un ricordo vivido. Sciamo, io e Paolo solamente, concluse le lezioni, liberi dal maestro Mario, ai Prati di Pocol ed è già quasi sera, la pista di ghiaccio e cunette. "Fermiamoci", propongo, ma Paolo niente, afferra il sellino rosso dello skilift che pare una linguaccia e siamo di nuovo in cima. Scendiamo a tutta birra. Paolo mi scodinzola appresso. Ogni tanto, mi allunga una bacchettata o mi taglia la pista, obbligandomi a frenate e sobbalzi. Cado, mi rialzo, tutta neve. Lui: ha, ha ha. Riprendiamo l'acchiapparella tronca, il cuore in balzo. Mi sta dietro, Paolo, mi urla, ride,   mi giro,  lo colpisco forte con la mia bacchetta destra. Un incisivo più corto, mi pare proprio il destro, è ancora oggi il  biglietto da visita di un certo esimio dottore fiscalista internazionale con studio con vista a Milano. Un mio grazioso dono...

giovedì 26 aprile 2012

La vetrina delle meraviglie

Proprio in faccia al letto dove dormo io c'è una piccola vetrina in legno; di forma pare una torre mora e torno, torno al vetro che la chiude, come un ricamo, c'è un arabesco d'oro che parte dalla cima e gira all'intorno. In questa vetrina ho messo il cuore mio in forma di bamboline, gingilli, statuette. Ci dormono due matriosche panciute piene di figlioline e tanti bambinelli Gesù (il più carino, un amore che si ciuccia l'alluce, lo comperai molti anni addietro a Valenza in Spagna e quando lo guardo mi viene in mente anche il mio Michel perduto...); c'è un riccio siciliano che pare una pigna verde ed è a firma di un artista di Caltagirone che di cognome fa Alessi e di nome non ricordo e ci sono due madonnelle in legno scolpito del Tirolo e una Santa Lucia brasiliana che in grembo tiene la palma del martirio e sul palmo della mano destra gli occhietti suoi. A volte, quando sono stanca e la notte col suo manto di velluto e stelle riempie stanza e cuore di tenebre, mi perdo nella mia caverna d'Aladino e mi par di essere invitata al ballo della mia memoria bambina...
Una mattina, neanche a farlo apposta, mi è tornata in mente, col sole a paolo d'oro, quella mia cameretta delle meraviglie. Ero a San Quirico e Giulitta a dare una mano ai francescani nelle opere loro di beneficenza quando eccoti arrivare di bel bello una signora con una sacca piena di che cosa non si sa. Dice, sbuffando in romanesco: "Mica lo so che cce sta drentro. Io c'ho scaricato 'a vetrina daa vecchia...".
E mentre lei inanellava facezie in romanesco, burlandosi di quel tesoro senza più padrona, mi pareva che i ninnoli, un fischietto a forma di galletto e due lacche russe con Vassilissa e il drago e altra roba tutta in rimescolio  mi chiamassero a voce alta: "Ester, Ester" E allora, sapete che cosa ho fatto? Contro un'offerta ai frati mi sono portata il tesoretto a casa mia ed ora ho due madonnelle in più e un bambolina cortinese e ho anche un gallo portoghese e uno scatolino con su un angioletto che si tiene il mento con la mano e pare dire: "Grazie per averci salvato!".

martedì 24 aprile 2012

Pensieri col cappello

A volte, quando mi pare di aver perduto il bandolo della matassa con cui sembra aver giocato ore e ore un gatto pazzo, torno dal mondo a gambe all'aria all'ovile silenzioso dei miei pensieri d'angelo e scopro, nel respiro, sì, sì proprio nel respiro, in quel silente su e giù d'aria e di polmoni (un miracolo, un portento che noialtri, troppo umani, consideriamo nulla a petto, mettiamo, di mille euro...), trovo, dicevo, un alleato, un fratello. Un respiro dopo l'altro, dentro e fuori, nella ginnastica quotidiana della meraviglia, mi dico, ed eccomi di nuovo nel ritmo dell'immenso, nell'armonia, calpestata da troppi rumori in scarpette da ginnastica, del cosmo azzurro... Trullalà, che pensiero sublime, mi dico e pensare che è figlio di un cappello. Sì, ve lo assicuro, proprio di un cappello. E sua madre? Una fermata d'autobus.
Ero andata, ieri mattina, a impostare una certa busta di noie e grane quando, percorrendo con il  Colosseo negli occhi, la via dei Serpenti, prima di svoltare a destra sulla via Cavour dove ci sono le Poste italiane, vedo alla fermata dell'autobus un certo ragazzo di mia conoscenza. Porta in capo un cappello a borsalino, tale e quale a quello che indossava mio padre, solenne, per andare a insegnar diritto privato all'università. Eppure, che differenza! Tanto il cappello di mio padre era grigio, coi baffi e, se vogliamo, ottocentesco nell'ambiente  tanto questo, che pure è uguale a quello, del bel ragazzo è moderno e pettegolo e quasi rococò. Il mondo mi pare rovesciato. Cammino illuminata dal sole e dal sorriso allegro del mio amico che pare darmi il benvenuto nel suo mondo di bucato. Ma poi. passandogli davanti invece del solito ciao quotidiano, mi esce, come un serpentello dispettoso, un ridicolo: "Buondì!" Che era, ora ricordo,  il saluto di mio padre all'ombra del cappello. Salutavo così non il mio amico, ma il cappello di papà, il mondo antico che par non ci sia più...

lunedì 23 aprile 2012

Confessione al Mater Dei

Per L. in onore di una certa S.R, incontrata oggi, per caso, su un autobus romano...



Ogni venerdì, dopo la recita del Rosario (escluso il primo del mese che ci vedeva tutte a messa) al Mater Dei era giorno di confessione. Il Sacramento si celebrava in sacrestia, una stanzucola buia, soffocata, posta, dando le spalle al muro, sulla sinistra dell’altare maggiore. Incombevano su un fragile inginocchiatoio, armadi di mogano scuro pronti a divorarci. L’ira del Dio dell'Antico Testamento sulle nostre fragili spalle di piccole peccatrici…
A confessarci veniva un sacerdote grigio, curvo come un arco La faccia era rossa e spellata come capita sovente in vecchiaia. Doveva annoiarsi a morte alle nostre tiritere, perché non faceva che coprirsi bocca e naso con una mano ossuta buona per mascherare sospiri e ampi sbadigli.
Noi aspettavamo in chiesa, occhi a terra, a rimuginare, così pensavano le sister, sui nostri peccati. Non so per le altre, ma per me, che agonia! Non sapevo fare l’esame di coscienza. Deliberato consenso e piena avvertenza, nel mio vocabolario bambino, erano idee platoniche, pianeti marziani. Sicché giocavo a dadi con le mie mancanze. Se non c’erano, o se non le ricordavo, le inventavo. Arrotolavo nella mente le possibilità più credibili e cercavo disperatamente di ricordarmi quali peccati avevo denunciato la volta precedente per evitare, come con le figurine, i doppioni. E sbirciavo di sottecchi le compagne, loro sì mi parevano tutte quante composte, consapevoli, buone ad affrontare la confessione con una serietà compunta e solenne. Non come me... Mi preparavo a confessarmi, dunque, come a una interrogazione di storia o di geografia, pronta a rovesciare il mio cestino di peccati ai piedi del sant’uomo e attendendo il voto. Quando veniva il mio turno, faccia a faccia con Dio, ecco cadere quel silenzio di piombo che provavo a riempir di parole. La stanzetta si colorava della mia voce che zampettava su e giù per le colline sabine. Il verdetto arrivava subito dopo. Tre avemaria e tre glorialpadre, sospirava il sacerdote e cominciava a recitare l’atto di dolore che, chissà perché, non ho mai imparato per intero. Rubavo dalle sue labbra l’orazione, masticando parole a voce bassa, in un bisbigliar di ignoranza…

Molti anni più tardi, già donna, seppi che per tutte le compagne (o quasi) la confessione era la medesima croce e che a tutte il sacerdote assonnato dava le medesime preghiere in espiazione: tre avemaria e tre glorialpadre. Come se pregare fosse una punizione…

domenica 22 aprile 2012

Piccolo intermezzo per nostra madre Terra

Per far gli auguri a Madama madre terra, mi sono seduta, in silenzio e in gloria, nel verde di Villa Aldobrandini per spiare la vita sua silente e segreta. Passa saltellando un merlo maschio, con il suo bel completo d'inchiostro di china e il becco che par d'ovo sbattuto. Lo segue una signorina merla, in grigio perla e penne in arruffio. Lui va a caccia, lei dal parrucchiere. Poco dopo, tornano insieme facendo la festa a un nudo verme color melanzana. Vita e morte in armonia, nell'eterno giro del mondo...

sabato 21 aprile 2012

Gatti di Roma

Qualche giorno fa, spinta dal bisogno di uscir di casa, di sgranchire le gambe, fasciando noie e  cervello, me ne sono andata a passeggiare dai Monti, dove sono di casa, giù, giù verso piazza Argentina, dove, tra i resti del foro di Pompeo, fan da camminanti i gatti di Roma, con quella loro lenta indolenza nell'inceder lasco che li fa tutti quanti cleopatre e faraoni. Cammina, cammina, mi infilo, perché le gambe hanno occhi loro e sono come asini d'oro di saggezza, nel portone anonimo che fa da Stige al gran cortile di Sant'Ivo alla Sapienza. Lassù la Lanterna del Borromini danzava, bianca, nel cielo azzurro, arrotolata nel suo zucchero filato e io insieme a lei, nel turbine delle nuvole e dei miei pensieri d'angelo.
Esco e continuo a passeggiare finché, lungo la via Zanardelli (dove avevo già incontrato l'orso...) mi imbatto, sulla destra, in un palazzo bello di statue e merli. Quattro diane di marmo, un poco annerite dal fumo e dallo smog, mi guardano sconsolate dall'alto della loro gloria, come invitandomi a entrare nel palazzo. Ed entro infatti, dopo aver scoperto (si fa per dire), che il palazzo Primoli, mi pare al terzo piano, è un museo ed ospita la casa di Mario Praz, anglista, collezionista, gran signore d'eleganza e merito, che io ho conosciuto solo nelle parole di un pittore palermitano - un talento figurativo di cui conservo, gelosa, due ritratti in penna e matita - che mi è stato amico molti anni orsono. Salgo, dunque, e accompagnata da una gentile guida (palermitana pure lei) vago in quelle stanze di bellezza pura, di capricci e svaghi, di passione e lampi. Sulla libreria si colorano, illuminati, quattro diorami olandesi del Settecento; da una gran  vetrina nera, ecco, in cera, paradiso, inferno, purgatorio e limbo fatti persona in miniatura. E poi, all'ingresso di servizio, che a casa mia sarebbe un salone, lo vedo: è un ritratto del maestro fatto dal mio maestro palermitano. La guida lo cita, con nome e cognome: Bruno Caruso. E io? Mi par di rivederlo, ridente, Bruno - che di Praz era amico grande - quando  a proposito di certi artisti sbarbati che si riunivano, come facevano lui, De Chirico, Guttuso, Praz e altri da Rosati a piazza del Popolo, mi disse, con dolcezza e spina insieme: "Pensano di essere  noi..."  

venerdì 20 aprile 2012

Sale e Tartarughino

Nata per ultima, dopo quattro fratelli (di cui due, i gemelli, assai rumorosi) mi accostumai presto, per dir la mia, a parlare a precipizio, come in ripida discesa, senza pause, senza lasciar prendere quel poco d'aria alla gola che serve a non farsi intossicare dall'azoto. Eccomi, piccola, a tavola durante uno di quei pranzi eterni a tre portate (per me un  martirio di Santa Gulitta) in cui i gemelli, sempre ridacchianti, si facevano beffe ora della sorella fifona ("Orisi Banskansky, pof, pof", le sospiravano nell'orecchio), ora del fratello minore Marco che, al contrario di loro, era serio come i soldati di cui era appassionato ("la formaggera-era-era, la formaggera moka expres", ripetevano di nuovo e di nuovo e mia madre, lo giuro, si divertiva...). Io, in un canto, zitta per non farmi vedere. Parlavo poco, e solo a ruscello, mangiavo e via. Riuscivo così a passare inosservata, indenne alle burle dei due aguzzini e al contempo, crescendo, mi costruivo una casetta tutta mia, costruita con il cemento dello spirito, i mattoni dell'anima e per occhi finestre aperte sull'incanto del mistero. In quella mia piccola casa, dove perpetua era la fantasia, avevo le mie bambole per figlie e per sorelle e i miei libri come nutrimento terrestre...
Selvatica, conoscevo i segreti canti del giardino che esploravo con Vivian in lunghi, interminabili pomeriggi stanchi d'estate e verdi di primavera. Silenziosa, leggevo, facendomi donna, senza che i fratelli si accorgessero della mia misteriosa metamorfosi solitaria. Verso i dieci anni, un ricordo. Mio padre mi chiede: "E tu, dimmi, che classe fai?" Un altro ricordo, precipite, insegue quell'altro, riempiendomi il cuore di spumante e bollicine. Devo essere sui sedici anni,  appena fiorita. Squilla il telefono, rispondo, è uno degli amici dei gemelli, per me allora un signore grande, buono per farci il brodo di gallina vecchia, già all'università. Gli dico e quasi mi vien voglia di dargli del lei: "Aspetta che ti passo Gianluca..." E  lui: "No, no ferma, ferma, è con te che volevo parlare. Proprio con te". Doveva chiedermi di uscire. Io? Con lui? Con l'ombra dei gemelli alle spalle, come un'agonia? Inanellai una collana di scuse, parlando come se stessi scendendo ruzzoloni dal Cervino e poi: "telefono! Gianluca!".. Quando lo rividi, il mio corteggiatore, anni dopo, tornato dal Veneto, alto, ricciuto, già medico fatto, mi disse (io dimentica, vana farfalla): "Guarda che io ti volevo solo portare al Tartarughino..." Lo osservai basita, come caduta da un melo. E lui: "Quando ti ho telefonato, ricordi?" E a me, non so come  né perché, sovvenne la storia, letta sul sussidiario, della memoria prodigiosa di Dante al quale un fiorentino burlone aveva chiesto se gli garbavan le ova sode e lui, il sommo, aveva detto che sì gli piacevano eccome. Passano una canestra di anni ed eccoli di nuovo incontrarsi, il poeta e il burlone. "Con che cosa?", chiede il secondo. "Col sale", risponde il primo... Sale e Tartarughino

giovedì 19 aprile 2012

Jovanotti in salsa cinese



Qualche sera fa sono andata, in allegra compagnia (si fa per dire) dei miei Ponti, piccoli e grandi, al ristorante cinese di Viale Marco Polo, dove le porzioni sono generose, il gusto bizzarro e pochi gli euro da lasciare sul piattino, cosa che non guasta mai. Si parlava, intorno a un tavolo ben rotondo, del più e del meno, in una polifonia di voci che andavano dal timbro argentino dei bambini al roco spinto di chi oramai si spinge quasi sulla frontiera dei Sessanta. E parla di qui e chiacchiera di lì, ecco che, non so come né perché, viene fuori il nome di Jovanotti.
Mentre uno dei Ponti grandi, mangiando uno spring roll, si rammaricava perché i biglietti del concerto del nostro eran belli che finiti e che gran peccato, a me picchiò forte in capo il ricordo del “mio” Jovanotti. Lavoravo, allora – quasi trent'anni fa - in un piccolo settimanale per teen ager che si intitolava Hallò (mi pare con la “a”, ma mica sono più sicura...) e doveva far dormire su spine e ricci di mare il concorrente che si chiamava Cioè. Un pomeriggio, all'imbrunire, fui chiamata dal direttore del periodico che era (qualcuno forse ricorderà i suoi baffi e la bombetta londinese) Michael Pergolani. Entro nel suo ufficio e un tipo, un amico suo, un agente discografico, che portava – e spero per lui che porti ancora - il cognome di una famosa battaglia napoleonica, mi allunga un foglio e una mano e dice, ridendo: “Fammi trenta righe di editoriale su questo scocciatore...” Un sorriso a chi indovina il nome dello scocciatore.

martedì 17 aprile 2012

Un mandrillo in piazza Cavour

Camminando per viuzze e strade di Roma mi accorgo, in incanto, che la città, oramai proprietà privata di automobili e caos e pedoni in fretta, vive una sua  vita segreta, di cuore, di animali di marmo, di edicole di angeli e Madonne. Una vita che amo. Lungo la via Zanardelli, che si lascia alle spalle la Piazza Navona, al numero tal de tali, un palazzo color crema d'ovo, solenne come un corazziere, nasconde sopra al portone un bell'orso che tra le zampe stringe un bel disco d'oro, allegro di mosaico e di luce, e sopra c'è una scritta in latino: "Noli tabescere". E vuol dire, quell'orso, a chi passa di fretta, troppo preso dalle preoccupazioni sue quotidiane, non lasciarti sciupar dalla vita che corre, frenetica, pazza, fermati e guardami, sto fermo quassù e in basso vedo questa gran confusione chiamata progresso che passa e corre e s'industria di piacere a se stessa. Saluto il mio orso e proseguo in gloria mentre mi viene incontro, su in alto, la biga della nike alata del Palazzaccio che è tanto austero e arcigno, direi feroce nei suoi marmi, che farebbe tremare Attila in persona. Lassù, scalpitano i cavalli, che paiono del carro di Fetonte e non lo sono. Più in basso, a osservare da vicino la fontana secca che dà il benvenuto ai parrucconi, due facce di leoni, con le criniere in balzo e un'aria niente affatto simpatica.. Mi affretto, costeggiando un fianco della Corte di Cassazione, ed esplodo in piazza Cavour, che bella non è, ma ariosa sì. Al centro della piazza c'è il gran Conte che unì l'Italia e non gli italiani. E mentre sono lì, a naso in aria, ad ammirar cotanta pompa ottocentesca, un vecchietto scarno, con un cappelletto bianco, calzato sulla fronte,  si avvicina e con una vocina in falsetto, presa in prestito, dico io, da Mammolo, e un sorriso caravaggesco sulle labbra vizze,  mi chiede di fargli non so più mai quale porcheria. A me, di tra basita e divertita, viene giù a ruscello una gran risata. E il mandrillo matusalemme: "Che ho detto?". Lo giuro, signori, da lassù rise anche Cavour, scuotendo via dal pastrano suo la polvere di secoli...

domenica 15 aprile 2012

Foulard francesi


Quando mia madre, già madre di quattro figlioli, seppe di aspettarmi, si afflosciò sul divano come un palloncino sgonfio e testuali parole: "Un altro no!", sospirò. Un grazioso benvenuto alla piccola sottoscritta. Fino agli sgoccioli della gravidanza - così mi disse, senza neanche schiarirsi la gola - spostò mobili, forse nell'inconsapevole speranza di perdermi. O forse soltanto perché costretta dal trasloco che da un seminterrato in Via Latina la conduceva, sposa e madre, nella villa bianca affacciata sulle Mura Aureliane e sul Bastione del Sangallo. Chissà... Se chiudo gli occhi la vedo: spalla premuta sul fianco del comò scuro che domina il salone, viso contratto, una mano a proteggersi la guancia. Spicca, nella mia fantasia di lei, una pancia rotonda e sorridente, che mi conteneva. In barba ai trambusti, nacqui, in quattro e quattr'otto: bruttina, occhi appiccicati, pochi capelli neri in capo, sempre con la candela al naso. Da bimba fiorii, i capelli biondi lunghi come le posidonie sul fondo del mare. Ma restai sempre un poco sofferente, malaticcia. Avevo il naso perennemente chiuso e un batuffolo nell'orecchio il cui compito, secondo mia madre, era quello di proteggermi dall'otite. Figuriamoci. Mi regalava, piuttosto, l'illusione di un mondo a tinte tenui. Tossicchiavo, ma affondando la bocca nel cuscino perché giammai volevo restare a casa da scuola. Meglio in classe che in balia dei gemelli...A sette anni mi buscai una misteriosissima "quartamalattia" che mi tenne a casa tre-mesi-tre. Uscii in primavera e mia madre, per la grande occasione, mi prestò, per coprirmi la testa, uno dei suoi foulard francesi, firmato Hermes, degno di Venere e Giunone. Era una gran cavalcata a tinte naturali, di cavalli, staffe d'oro, frustini, bardature, tutto in campo azzurro. Io mi sentivo bella, come era bella mia madre. "Che c'hai 'na stalla in testa?", mi gelò uno dei gemelli...

venerdì 13 aprile 2012

Nuvolari con la corona in testa

Me ne andavo, in questa mattina romana in pianto di pioggia e cielo bianco, a riportare alla Biblioteca Rispoli un libro di Francisco de Quevedo, che doveva tornare a tempo debito nello scaffale suo. Scendevo, dunque, giù per la scalinata di Magnanapoli, orfana dell'ospedale delle bambole dove avevo fatto ricoverare, a suo tempo, la mia Barbie Malibu: saluto San Pietro stilita e un poco, Dio mi perdoni, usurpatore sulla colonna Traiana, costeggio il serpente di taxi bianchi che ha per capo piazza Venezia ed eccomi, una volta riuscita l'impresa di tagliar la piazza in due sulle strisce pedonali, eccomi, dicevo,  all'ombra della via del Plebiscito, lì dove un gran portone color crema, che par squillare in pompa magna, annuncia il Palazzo Grazioli  dove un tempo vivevano, appunto, i Grazioli e ora Silvio Berlusconi. Proseguo diritta per la mia strada, senza far caso alla fermata d'autobus che c'era e non c'è più quando odo alle mie spalle un grido di ragazzo: "Aspetti, principe!"
Principe, mi dico, e mi volto come una pera a guardarmi alle spalle, certa di trovare un destriero bianco, che ne so, un cappello con le piume. Due scarpette di seta. Evvia, un principe. Invece, mi giro, e che cosa vedo? Un cinqecentino rosso, in atto di cercar la precedenza, mordendo il freno e la prima. un macinino  piccolo così che pare una coccinella e fa pensare a Super Pippo,  pronto a svicolar nel traffico. Guardo meglio. Dentro, piegato in due come una camicia fresca di lavanderia, non c'è il principe azzurro, ma un gran pezzo di gigante con i capelli bianchi: un principe sprint, moderno, contemporaneo, con lo chic antico, però, di guidar con eleganza non una smart blu notte, che so, una di quelle macchine che paiono dar del voi e sono bisbetiche e dal cuore di plastica,  ma una Cinquecento color rosso spento, opaca, allegra, perfino sorridente. E antica oramai come i quattroquarti del suo Nuvolari con la corona in testa...

giovedì 12 aprile 2012

Il valzer di Angiolina

Quando mia madre era ragazzina e viveva ancora con nonna Stella nel casolare rosa cipria di Sangiuliano, sola sola e orfana del nonno Luciano (che era morto in Germania in un campo di prigionia) a far compere si andava poco o nulla e per i vestiti ci s'arrangiava, comperando pezze di tele che allora non costavano un perù come succede adesso come so bene io che spendo un occhio per cucire le mie bennibags ... Nonna Stella, dunque, comperava le fantasie e poi, da un paese vicino, in bicicletta, accorreva l'Angiolina che era sarta e tra le dita stringeva le forbici dell'Arcangelo Michele.
Arrivava al mattino, l'Angiolina, desinava in casa e, all'imbrunire, via di nuovo inseguita dai fischi dei giovanotti,  per via, magari, di un ginocchio assassino a far marameo nel suo pedalare, perché l'Angiolina, che aveva i figlioli soldati e in America, era fresca, come appena fatta, nonostante i quarant'anni e chissà quanti mai più. Insomma lei e nonna Stella, al tavolo grande, nel salone, trascorso da una guida rosso cremisi che, anni dopo, mi servì per andar dritta durante le lezioni di valzer impartite dalla nonna, quando - un,due,tre - si ricordava che anche io, un giorno, sarei stata "granda" e sciolta nel mondo. E il valzer, per Bacco, dovevo impararlo...
Mi par di vederle, le due, chine sul tavolo, mi par di vederle girare e rigirare sulla stoffa le forme di carta che l'Angiolina aveva ricavato dalle misure di mia madre Regina. Si giuntava di qui, si scorciava di lì e gira che ti rigira, al pomeriggio, ecco abiti e bluse e sottane. E mia madre? Studiava lì accanto, con la matita in bocca. Studiava? macché! Già pensava al moroso che allora si chiamava Bepi Toson ed era uno di quelli che fischiavan più forte l'Angiolina in bicicletta... L'Angiolina, che a scuola era andata fino alla terza elementare: "Ma che te studi a far che nianca un ago sai infilar e al marìo che li vai parlar di Garibaldi? che te ga da far con tuta la filosofia, puareta?". L'ago non lo tenne mai in mano, mia madre, ma un marito lo trovò, eccome, e non fu il Bepi Toson ma un certo avvocato di Roma, conosciuto sui bianchi lidi adriatici: mio padre. E indovinate come lo conquistò? Giusto, con un prendisole tagliato e cucito dall'Angiolina...

martedì 10 aprile 2012

Notte di San Lorenzo


La memoria mia, silenziosa, prudente,  ha la grazia di un principessa di sangue che sa ricevere e dare, con la naturalezza di un fiore che sboccia. A volte, se chiudo gli occhi, mi viene a trovare; altre volte, sorda, imbronciata, se ne sta sulle sue, un poco offesa per il peso del mondo che le schiaccia le ali, le arrochisce la voce, le sgualcisce il vestito semplice, di cotonina rosa. Ieri, ad esempio, me ne ero andata, a braccetto col mondo, in uno dei miei - e oramai un poco anche vostri - vagabondaggi romani, in cerca di un acciarino che facesse brillare la fiamma, come nella favola del tavolino magico. Camminavo, sola soletta, a capo chino, le orecchie penzoloni, perché non sempre (e vale certo anche per me) lo sguardo è di spada e ci sono giorni in cui ci si fa piccoli, umili, creature di fango, pronte a ricominciar daccapo perché tutto par niente. Camminavo, dunque,  un poco immusonita, nel labirinto dei miei percome, in cerca del filo d'Arianna, quando mi sento afferrar per un braccio: "Non ci credo, Ester!", fa una voce che riconoscerei tra mille, tale e quale agli occhi celesti, spalancati come d'orrore, che si ficcan, mio malgrado, nei miei. Mi sento invitare per un caffè. Vado, non vado, vado. La trappola dell'antica consuetudine è già scattata e lei, la mia conoscente, giornalista, con un grado sulla fronte del suo giornale alla moda, e già entrata in un bar che è sgabuzzino sulla Via di San Martino ai Monti.
"Stavo andando a Santa Pudenziana...", dico io tanto per rompere il ghiaccio, ma lei chissenefrega. Il ghiaccio è già bell'e rotto, io annegata nella corrente di nomi e cognomi.. Mi parla di tizio e di caio, questo è così, quell'altro è sposato con lei e lui con l'altra e via così in un dagospia minore, d'ambiente mediatico, che mi fa venir l'otite all'orecchio. D'un tratto, silenzio. E: "Lo sai che Vincenzo si è sposato con una tale e quale a te?". La mia memoria mi fa indossare una gonna rosa e, d'un tratto, lui, Vincenzo, torna vivo nei bronci, nei litigi, nei silenzi tra noi Una volta, dal Tg1 che leggeva per tutti e anche per me, mi aveva salutato alla maniera nostra, sotto le stelle cadenti di San Lorenzo.. "Ma come...?", balbetto. Ma quella, di pietra, va avanti per le strade sociali sue ed è già ora di salutarsi. Proseguo verso Santa Pudenziana, con lo zaino di lui a pesare sul cuore, e mentre sono lì, grigia d'umore, alzo lo sguardo all'abside dove splende, negli ori e nei lapislazzuli un Cristo Pantocrator, e vedo, la vedo, tutta per me, piccola così, con due zampette di stecco e un'aureola solare torno torno al becco, l'araba fenice: il mio risveglio. Intanto una bambina, col dito puntato, al pennuto magico (che ha veduto anche lei...) dice: "Mamma, guarda l'araba felice!".

sabato 7 aprile 2012

Buona Pasqua

In questa  Pasqua velata, con un cielo che pare d'ovatta ed è muto, di gesso, davanti al mistero,  ho mandato i miei pulcini volanti a portarvi i miei auguri. Se, per caso, doveste trovare un piccolo paracadute turchino o un caschetto di cuoio, per piacere, rimandatelo "exprès, a questo indirizzo: Pulcini volanti, via della Fantasia spettinata numero 0 e io vi ringrazierò. Buona Pasqua a tutti e grazie a quanti mi hanno seguito, chi più chi meno, fino a qui....

venerdì 6 aprile 2012

Elastici gialli




Guai a portare i capelli sciolti al Mater Dei. La regola: code di cavallo basse e trecce. Una compagna, Marilù, portava un ciuffo legato a mo' di fontana lì dove noialtre avevamo il serpentello della riga. Uno spruzzetto d'acqua in testa che pareva quello che a volte i bambini disegnano in capo alle balene. Alcune tenevano la riga a destra, e le chiome ferme, ordinate dalle mollette decorate con i fruttini, mele, limoni, albicocche; altre a sinistra, la maggioranza in mezzo. Più avanti ci furono i pettinini che davano una cert'aria molle ed elegante alle acconciature.
Chi osava i capelli scalati, alla Farraw Fawcett, andava dai Cinque in Via delle Carrozze, un negozietto piccolo, tutt'ombra, dove regnava un tipo smilzo, tascabile, nero nero. Il nome di lui non lo ricordo, ma era, il suo, talento puro, genio di forbici e rolli. Mia sorella, al sabato pomeriggio, andava dai Cinque a farsi taglio e piega e così anche la sua migliore amica che aveva un solo nome, due cognomi e altrettanti ciuffi neri a pioverle in fronte, che lei, la Anto, soffiava via con la grazia delle grandi-mito... 
Fresche di taglio dai Cinque, le grandi divenivano, tornate in classe, al Mater Dei, prede di Sister Saint Paul che nascondeva, sotto il velo e l'abito e gli occhialetti, un cuore allegro cucito in un fagotto di stracci ruvidi. "Tu co quei capèlì ne li occhi!", gridava e partiva all'inseguimento, nei lunghi corridoi color crema all'ovo, brandendo per arma un metro di quelli che s'usano per misurare le stoffe. La meschina (che io invidiavo dal basso dei miei "spinaci" tagliati pari come  range di un tappeto), una volta agguantata, doveva sottomettersi agli elastici gialli, da cartoleria. Toglierli: un male cane. Lo stesso che provavo io durante l'eterno corpo a corpo con i nodi... Ora i nodi non li ho più e posso portare tutti i ciuffi che voglio davanti agli occhi, ma con queste libertà ci posso fare la marmellata o, se preferite, il brodo... 

mercoledì 4 aprile 2012

Primavera al Mater Dei



La severità era pane e companatico all'Istituto Mater Dei, dove passai tredici anni di fila, dalla prima elementare al terzo liceo. La severità era il viso di luna, ma sempre porporino sulle gote, di Sister  St Thomas la direttrice, che al posto degli occhi aveva due grani di ossidiana. Bella e infelice come una novella Gertrude, rovesciava su di noi le tristi sorti del matrimonio suo celeste. Si rigirava, nervosa, intorno all'anulare l'anello color tubo che la maritava a un uomo che era uomo, sì, ma anche  Dio e, se vogliamo, anche una Colomba... Le "grandi" le stavano tutte quante strette, in un fascio. Alla Staderi,  seni e coseni e ciuffi di capelli, sequestrò la borsa di Camomilla, a righe viola e bianche, che io desideravo sopra ogni cosa e che non ebbi mai. Alla Cervialti, una bellezza fatta e vestita, il bauletto di Gucci che aveva tale e quale a quello di mia sorella. Vennero a perorar la causa i genitori di entrambe in forze, ma non ci fu niente da fare. E ora che ho i capelli sale e pepe, riesco a veder Sister  St. Thomas, sola soletta, nei misteriosi quartierini suoi, mentre si pavoneggia davanti a uno specchio con la borsa di Camomilla su una spalla e il bauletto tra le dita...
A me, piccola com'ero, mi ignorava. Ero un cerino biondo e avevo in viso quel tanto di scolorito e smunto che a Sister St. Thomas sembrava - ma tu guarda... - andare a genio. Un giorno, però, non ricordo il percome, forse solo perché crescevo anche io nella mia dolce primavera, si accorse che c'ero. Puntandomi un indice ben temperato, mi morse con un "Tchua madre tchi ha comprato da Iupim!". 

lunedì 2 aprile 2012

Angeli e Nasoni



Per me le fontanelle romane - nasoni e mostre papali - sono tutte quante figlie dell'anima. Le cerco, piccole e grandi, importanti e silenti,  nelle mie passeggiate arrotolate, in giro per la città. Più che la Fontana di Trevi, devo dirlo, mi piacciono le sue sorelline minori, quelle che paiono neppure esserci e che parlano solo con le acque loro, senza statue e vezzi e bronzi e marmi...
Dietro gli archi di Via Veneto, ad esempio, ho scoperto, perché da rabdomante mi faccio guidar dal destino mio, una fontanina solitaria, che spilla la sua rugiada dalle mura Aureliane. Piccola com'è porta l'aulico nome di Fons Ludovisia e sono sicura che, di notte, la sua ninfa, nel traffico pazzo del rientro, quando le anime al volante paiono tornar bambine, ritrova la strada di casa e il suo Numa Pompilio...
Domenica scorsa, mentre passeggiavo con un'amica piena di parole e di guai, sul dorso scuro dell'Esquilino, che era, ai tempi di Augusto, un gran cimitero per liberti, mi sono sentita chiamare.  A sinistra, il fianco musone di Santa Maria Maggiore, davanti lo scorcio di Santa Prassede, sulla sinistra, come affluente della Via Merulana, una viuzza d'ombra che porta, gentile, il nome della zia, sorella e perpetua di Don Domè, che tirò su Dolores Prato a Treja...
Mi giro, capo e cuore, e vedo, d lato, lì dove la strada poggia la testa per riposarsi prima di perdersi nella lontananza incendiata dal tramonto, un angioletto, un cherubino, che, dalle labbra sue, bianche, di marmo, fa uscire un getto d'acqua cristallina. E mentre la mia amica continuava, bontà sua, a spandere parole al vento indifferente del mondo, con la speranza, vana, che qualcuno ( a parte me) la udisse, io, con la mia bottiglietta, raccoglievo l'acqua che è preziosa e umile e vita e con un sorriso ringraziavo il mio angelo custode...

domenica 1 aprile 2012

Lezione di flamenco


A un certo punto della mia vita, per imparare a tenere ben saldi i piedi in terra, senza volar via come mi capita sovente, mi iscrissi a un corso di flamenco, che si teneva in un locale  seduto per terra in un tetro cortile di un caseggiato perduto lungo una traversa della Via Gregorio VII. Sapevo di essere arrivata alla meta, arrampicandomi su per quel serpente d'asfalto che si lasciava alle spalle San Pietro, quando vedevo, laggiù, sventolare i ciuffi verdi del parco di Villa Carpegna che facevano – e fanno - da ambiente al via vai di quel traffico pazzo romano. Entravo: lo spogliatoio, echi di  voci e risate. La gonna, ampia, nera, tutta sbieca l'avevo tagliata e cucita da me; le scarpe, comperate in un negozio in cima a via Panisperna, lo stesso le nacchere, che erano di legno nero, pesanti, e davano brio alle sevillanas.
La padrona della scuola si chiamava Isabel ed era un'andalusa per un quarto e  gitana per il resto, con la lunga treccia nera che faceva da coda alla schiena e i lineamenti bruni, di pepe di Spagna. Ricordo ancora oggi, vivi, i suoi occhi.. Non le sfuggiva nulla di noi, non un gesto, un passo nè, quando c'era, una grazia, né, se c'era, una malia...
Era sulla cinquantina già allora, Isabel, e piccola e niente affatto snella. Aveva una figlia, più o meno della mia età, che insegnava, con bravura elementare, scarna, ossuta, a noialtre principianti il sapateado e a il braceo e a far questo e quello durante le sevillianas. La madre, seduta, a testa dritta, guardava e basta, sicché mi persuasi presto che l'insegnate fosse la giovane soltanto e mi feci il mio bel corso che durò l'anno intero. Mi piaceva, ricordo, più di tutto, indossare la mia sottana color tenebra che mi regalava, nel suo srotolarsi leggero, l'illusione di essere un'altra...
A fine anno, al teatro Manzoni, “il gruppo”, cioè le migliori (tutte scelte dall'occhio implacabile di Isabel) le esperte, quelle che andavano a Siviglia, d'estate, a frequentar corsi su corsi, facevano “lo spettacolo”. Andai, con le altre a vederlo. Ballavo anche io, seduta sulla poltrona amaranto... Prima le sevillanas, poi la bouleria, in un volteggiar di gonne e di battimani. Al fin de fiesta quando a tutte era concesso quel minuto di arte e di gloria, un assolo sul palco, uscì Isabel, vestita di verde.  Girò appena gli occhi e la testa, tenendo il mento diritto, fece un veloce sapateado, con la gonna a polena davanti e poi buttata all'indietro. Due battimani.  Entrò, ballò, uscì. Non c'era nessun'altra. Solo lei e l'arte flamenca...