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giovedì 31 maggio 2012

Il prode Orlando

In una delle strade savoiarde, che fan da vena alla Piazza Cavour, proprio dietro la candida Chiesa valdese - arrivata con l'Unità d'Italia a scocciare il Papa e il Cupolone, per mano a Vittorio Emanuele, dritta dritta dalle valli piemontesi - c'è (ma io non ci sono mai stata) una certa boutique piccolina, tutta vetro  e aria, pochi metri quadrati di gioia di donne. In faccia ha la caserma dei carabinieri, piemontesi anche loro, un'arma Savoia, ma l'Ottocento è in soffitta e nessuno oramai più lo ricorda...
In questa bottega lavora, è ben ora di dirlo per andare avanti con la storia, un'amica mia che sa difendersi dal mondo come Sagunto dai romani. Sicché potete ben immaginare che da commessa semplice si è guadagnata, in rapida salita, il posto di telefonista prima e poi quello di donna delle pulizie. Al mattino presto, coi tacchi alti d'ordinanza, eccola, cenerentola, al lavoro e lava e pulisci e passa lo scopettone che poi deve essere ripiegato e nascosto ché non lo vedano le clienti... E poi arriva  la Piera, che i vestiti li produce e trova uno sporco in giro che rovina l'anima e come si fa e come non si fa e dai a buttar i pani al vento e la mia amica, mogia mogia, a piegare e ripiegare stracci e capricci.
Ai carabinieri, forse stufi di correre dietro a malandrini e furfanti, quell'arruffar di signore deve divertire un frego se è vero, come mi dicono, che ogni tanto, sono lì con i lumi degli occhi ben temperati e conoscono la Piera e anche la sua Cinerella.
La Piera, se non passa in carne e ossa, lo fa a bordo della sua pettegola Smart color tenebra e, per guardar dentro la vetrina e controllar che la cenerentola non stia con le mani in mano, gira la testa, a busto ben teso, come faceva Paolino Paperino sulla sua 313 nelle pagine di Topolino.  E avanti e indietro, estate e inverno, con la pioggia e con i sole, avanti e indietro a mo' di pendolo finché un giorno, anzi un bel giorno, un carabiniere, il carabiniere Orlando, anzi il prode Orlando, fermò la ferraglia e alla Piera disse: "Signora mia, quando si guida bisogna tener la testa ferma e guardare avanti!"




mercoledì 30 maggio 2012

La mia Domenica


A Cala dei Gigli, presto presto alla mattina, quando il vento non aveva ancora increspato il vetro argentato del mare, Domenica, anzi “ladommennicca”, rotonda e candida, trotterellava su per le scale impervie della villa nostra per fare i servizi. Portava una gonna lunga, nera, a piegoline che si facevano tese sui fianchi generosi; la camicetta, color buio anch'essa, lasciava scoperta una minuscola “vu”, un balconcino di latte. In testa un cencio arrotolato, come una serpe addormentata, che faceva da guanciale al cesto del bucato. Arrivava a piedi da Monte Petrosu, dove abitava in due camere e cucina. La Dommennicca, per me, era la notte del mattino. Il lutto eterno . La crocchia s'era fatta sale e pepe, ma la veste sempre notte rimaneva. Ogni anno via un fratello, uno zio, il cugino. Sette anni di lutto in più “nell'armuà", come diceva lei” - da sommare a quelli in corso. Una condanna al nero. Aveva cominciato da ragazzetta a vestirsi di tenebra. Sette figlioli aveva partorito in cucina, sola sola. Cinque erano volati in cielo. Un'estate se ne volò via anche lei. Vestita di nero.
Ma una sera, pochi anni fa, la rividi. Tornavo dal lavoro, a Roma, tra lo strombazzar dei clacson, nel viavai ubriaco del centro romano. La vidi camminare tra le macchine, come un'apparizione: la gonna come un tulipano nero rovesciato, il nodo dei capelli di pece e di neve. In capo, ondeggiante, il cesto del bucato... Svoltò in via del Pozzetto e sparì, inghiottita dal vicolo e dal sogno.

lunedì 28 maggio 2012

Con Carla all'Ikea


Ieri mattina, col sole già in giacca e cravatta, all'Ikea con Carla, che è - tra le  amiche - una delle preferite. Passiamo dall'uscita, entrando da un ascensore grigio, una scatola, ma larga come una piazza d’armi, poi, infilandoci tra le casse fai da te con un firulì in viso, percorriamo controcorrente, a ritroso, i bianchi dedali fioriti di roba (e di clienti) che sono, numerosi e in serie e soldatini, in pancia al magazzino svedese, fino ad arrivare al reparto stoffe e telati dove io devo comperare pezze da trasformare in bennibags e lei un gran telo rosso, in odore di comunismo. Servirà, quel panno color sangue, da tappeto porporino ai libri antichi e alle prime edizioni che suo marito venderà  l’estate ventura (tra luglio e e agosto), al Festival dell'Unità, che si consuma, un poco stanco carico com’è d’anni, durante le notti romane alla Passeggiata archeologica.
Siamo lì, io e lei, tutte prese dalle bilancia (che par sfidarti, enigmatica e sorniona) a tagliare, pesare, etichettare le stoffe, quando ecco arrivare, barcollante sui suoi piedini bimbi, un certo signorino, alto una pulce, con un par di anelli chiari in capo e il pollice fissato, a mo’ di vite, in bocca. Mi viene proprio davanti, mi guarda, a occhi rotondi, la fronte percorsa da due fiumiciattoli e poi - plop, pollice libero - e serio serio, anzi una punta corrucciato, mi fa: "Tu non sei la mia mamma!". E il pollice torna in bocca. Mentre arriva la sua, profondendosi in scuse e per carità, trascinandosi via il piccolino,  a me e a Carla - che siam tutt'e due mamme - pare di avere in testa non più quel soffitto pallido d’Ikea, che sa di acrilico e profuma di nulla, ma un cielo azzurro come di lacca cinese, con tante nuvoline di filo di seta a farci su l’uncinetto...

Nella foto la ba ba black sheep bennibag che ho venduto a Michelle...

venerdì 25 maggio 2012

Auto blu in Via della Gatta





Ieri, eccomi seduta, con mio figlio accanto, nella platea amaranto dell’aula magna di un certo liceo romano (che, in bocca, ha due bei draghi bianchi di marmo e in pancia tutta una collezione di animali impagliati e minerali che mi innamorano); eccomi seduta, dicevo, ad ascoltare il vangelo della preside, alta, elegante, con una gran spilla sul cuore, che spiega, senza far pieghe o rughe, certe attività modulari del liceo. Per me, l’argomento è esaurito e profumato d’appretto. Ma i genitori, si sa, figli dei collettivi del Sessantotto o giù di lì, han spesso una domanda in gola o sulla lingua e non sempre, per me, è  una domanda necessaria. Paziente, ascolto i punti interrogativi a volte superflui. Sorrido e, a un certo punto, di fronte a tanta chiacchiera, mi scappa un sospiro. “Mamma!”, mi sgrida il figliolo, compunto. E io mi tappo la bocca, ripromettendomi di essere solenne, di porpora e velluto, come la cornice che ci ospita.  La riunione è finita e mio figlio inizierà l’anno venturo, a Dio piacendo, il ginnasio. Usciamo nel sole, in una piazza divorata da un grande parcheggio e ci ritroviamo in Via della Gatta. Con calma, spiego a mio figlio che, a volte, quando si è di una certa mezza età come mamma sua, ci si fan meno problemi che da giovani col mondo. E mentre parlo,  bla, bla, bla, ecco sfrecciar per la via bruna, protetta dal felino d'Iside dell'Iseo campense,  tutto un corteo di automobili nere, dai finestrini bruniti, a sirene accese. E io, invece, di farmi da parte, timorosa, ho cominciato a fare ciao ciao alle macchine, con il braccio ben teso e la mano aperta a farfalla. E, non ci crederete, ma uno dei poliziotti in borghese, in occhiali e completo di tenebra, mi ha risposto ciao ciao con la mano. E mio figlio, un poco di brace, di parole poche: "Mamma ora ho capito".

mercoledì 23 maggio 2012

Passeggiate romane all'Esquilino


Al lunedì e al mercoledì, per un motivo che lascio a pascolar sul Tavoliere delle Puglie, mi ritrovo per due ore sul colle Esquilino che era, ai tempi d’Augusto, cimitero per liberti, ma anche residenza di Mecenate in un via vai di Orazio e di Virgilio, di morte e poesia.
Di solito, per far filar le ore col vento in poppa, faccio tappa prima nel grande magazzino allo Statuto, e poi all’Oviesse, accucciata sotto i gran portici piemontesi di quella piazza austera, tutt’altro che romana, e che oggi direi cino-indiana... Dopo aver acquistato qualche straccetto per me o per la famiglia, con una piroetta, mi infilo in uno di quei buffi negozi cinesi a curiosar tra piante di acqua che paiono urlare, prigioniere come sono, in sacchetti di plastica e poi radici e ortaggi provenienti da non luoghi. Anche a tirar tardi, snasando qui e lì, il tempo sembra stiracchiarsi e non finire mai. Così, ieri, spinta dalla voglia di mutar panorama e taccuino, eccomi nella Chiesa di Sant’Eusebio, dove alle sei e trenta dice messa il parroco. Mi guardo intorno, tra gli angeli di marmo. Proprio sopra all’altare, una Madonna, velata d’oro,  di Pompeo Batoni, con il suo bel Gesù bambino biondo, vezzoso e riccioluto, in piedi su un cuscino che splende di verde dorato. Sono lì a recitare prima il rosario, poi ad ascoltar i vespri mariani, infine la santa messa, quando mi accorgo di essere precipitata in una fotografia degli anni Cinquanta. Roma  mia, sparita, affogata dalla movida, sorride nei panni umili di tante signore dai capelli bianchi, vestite con semplicità, abituccio e golfetto appena. Mi par di ritrovar la Mimma e il Testaccio antico di quando era giovane lei. Mi perdo nel languore dei ricordi, in preghiera… La messa è finita. Scendo, in una corona di devote, le scalette della Chiesa e, invece, di Gesù e di Maria, le mie vecchiette parlano della crisi e di Monti e del debito pubblico. Oh che delusione! Poi però, all’ultimo gradino… “Come se deve annà avanti..”, sospira una e un’altra, rotonda, con la sporta di spago, di quelle che si usavano ai mercati generali, le risponde: “Co’ na scarpa e na ciavatta!”. Passeggiate romane all'Esquilino.

Nella foto, gli angioletti con le ali di farfalle di Via Principe Amedeo.


I vizi delle donne

A un certo punto della mia vita, più o meno con il sole a mezz’asta, mi ritrovai, dopo una parentesi (felice a modo suo) a Domenica in, a far da addetto stampa e da traduttrice in una piccola casa editrice che portava un nome, secondo me, indegno per far letteratura, ma che era quello, ohilui, di un ex manager di non so più che azienda che, finalmente in poltrona, aveva deciso di impiegare la sua liquidazione ricca, inseguendo il suo personale sogno di fare lo scrittore.  Economista coi baffi, fu nell’oceano dell’editoria, un agnus Dei. Si fidò delle persone sbagliate, fallì e addio. Ma io, che facevo piuttosto benino il mestiere  mio, ebbi in quei due anni di attività, in giro per le redazioni a portare i libri nostri, la gran fortuna di conoscere, tra gli altri, Ugo Moretti, lui sì gran giallista e anche pittore, alla faccia di chi gli voleva male. Oh, nessuno più lo ricorda questo signore qui, che pareva il gran lombardo di Vittorini! Ma io sì che lo ricordo, con la sua testa bianca, un naso lungo, da pugile, due occhi di mare che gli davano una cert’aria solenne di antico Giove pluvio. Quando lo conobbi io (ché il mio editore voleva ripubblicare, mi par di rammentare, un giallo suo “Doppia morte al Governo vecchio”), alle dieci del mattino della mia vita, lui era già quasi pronto per il sonno dei giusti. Viveva in un appartamento affogato nei quadri che  indovinavo occupar persino il frigorifero; mi accolse con uno sguardo azzurro, neutro e tra noi non ci fu nulla di memorabile da ricordare. Né gesti né parole. Ma prima di andar via, mi regalò un librino suo dal titolo “Champagne di mattina” che ancora conservo, gelosa, nella mia personale libreria degli amici e dei fratelli. Con una scrittura di vento, vergò questa dedica: “A Ester perché sia introdotta alla malizia dei vizi delle donne”. E mentre copio paro paro la dedica sua, mi viene in mente, per quelle associazioni libere che sono il sugo della vita, un episodio capitato più o meno in quel periodo. Questo: io e Vivian corriamo lungo il Viale di Porta Ardeatina,  col Bastione del Sangallo a far ombra ai nostri pensieri; corriamo, rosse e spettinate e, secondo me (cresciuta a pane e principi azzurri) piuttosto brutte. Ma le macchine si fermano e gli uomini ci fischiano. E io a Vivian: “Ma non si accorgono che abbiamo il fiato mozzo e i capelli di Medusa?”. E lei, di due anni più giovane di me, sospira: “Non capisci. E’ proprio per questo…”   

lunedì 21 maggio 2012

Le tre Gi al Mater Dei


Erano ben tre, in scaletta, le sorelle Guidetti al Mater Dei, una più vispa e vespa dell’altra, velenose e divertenti insieme come succede in certe alchimie umane dove non si distingue più, e per fortuna, il bene dal male. E partiamo, per cambiar l’ordine degli addendi che tanto il risultato non cambia, dalla minore, la quale, mora mora come il caffè, portava il nome di una via consolare ed era in classe con la sottoscritta. Di lei, solo gli occhi ricordo, verdi, verdi, con delle pagliuzze d’oro a ridere del prossimo e il fatto che si accompagnasse, cascasse il mondo, con un’amica racchia per splendere ancora di più nel suo cieco (in barba agli occhi  parlanti…) narcisismo. La seconda, la mediana, piccola piccola che poteva entrare in un taschino, veniva subito dopo, a un anno di distanza dalla sorella; aveva un nome gaio che faceva pensare alle feste di campagna, due occhi blu e un caratterino da Santippe, che te lo raccomando. Si sposava, quest’ultimo, con un certo modo sciatto, spoglio, di portare la divisa che mi faceva venir voglia di abbottonarle il colletto della camicetta che pendeva a moccolo spento sul collo.
La maggiore delle tre, in classe con mia sorella, si chiamava Roberta e non somigliava punto a quel suo nome sull’attenti. Roberta, alta una cicerchia, era di fuoco e brace e, seppure punto bella, con gli occhi di castagna e un nido riccio di capelli in testa, aveva appresso un codazzo di ragazzi, neanche fosse il pifferaio magico. Era, occorre dirlo, tutt’uno con Temistocle, furba e di spigoli. Eppure, spicca nella mia memoria come una torre medievale in mezzo alla campagna. Ebbe, nel corso della vita, due mariti e un mazzo di figli, ma per me  un ricordo resta nel bronzo. Siamo in chiesa, a messa, nella cappella del Buon Pastore, lei (lo so) finge di pregare, assorta, durante l’elevazione, nella solennità del mistero. D’un tratto, la borsa sua - un bauletto di Gucci come avevano tutte le grandi di allora - prende a ballare e mentre l’ostia par volare di tra le mani del sacerdote, parte un ringhio e un ua ua che fa girare, furente, la sister direttrice. E lei, non ci crederete, invece di confessarsi (come avrei fatto io, porporina e al galoppo), si volta pure lei, corrucciata come una diva offesa, e dice alle compagne, col ringhio del suo Bratar: “Bè, che aspettate, tiratelo fuori sto cavolo di cane, ché io sto a pregare…”. E si rimise giù, ginocchioni, con la faccia tra le mani giunte...

domenica 20 maggio 2012

Nel respiro delle onde

A Cala dei Gigli, in una casa color piume di canarino che si sciacquava i piedi nelle onde, vivevano, da giugno a settembre, la signora Else e l’ingegner Fiani. Lei, vecchia come il tempo, in testa i capelli di Brigitta, la fidanzata bisbetica di Paperone; lui magro come un ramo secco e color cioccolato fondente: insieme formavamo un tutt’uno d’amore che solo a guardarli mi pareva di nuotare in un laghetto di miele...
Al mattino, presto, quando il sole scaldava i cavalli del suo carro d’oro, protetto dall’ombra dell’Aldia Bianca, lui e lei, a bordo di un gozzo a righe bianche e rosse, erano già in mezzo al mare, la prua alla spiaggetta del morto. Lui, ai remi, pareva Caronte, un Caronte buono; lei, avvolta in un accappatoio bianco, un’anima del paradiso caduta per caso nelle braci dabbasso. Tutt’intorno, nella spuma dell’onde, era silenzio e strida di gabbiani. Io, dal finestrino della cameretta verde che dividevo con Marco, li osservavo filare, lenti, sull’acqua, come un quadretto di perfezione, nelle pennellate di Monet. Di lei, mi piaceva la voce che era rimasta spiccia, tedesca, brusca in un modo suo di zucchero; di lui, tutto. E il fatto che avesse per me una tenerezza speciale per via delle fossette (che io ho sempre odiato) e che, per lui, erano il bacio degli angeli. Mi ritrovavo, nell’incontrarlo, con una mascherina sul mento, fatta dalle dita sue, pollice e indice di qua e di là, e negli occhi quel sorriso di luce che mi porto dentro, per mano, da allora…
D’un tratto un ricordo picchia all’uscio e chiede - permesso! - di entrare. Sono grande, donna fatta, ancora senza marito né figlioli, e sono andata, con la figlia di Silvia (già giovinetta e bionda e bella), la mia amica del mare, a raccogliere chioccioline col cappello rosa, fin sulla punta della baia, in una spiaggetta romita, spazzata dal vento e dalle correnti; tornando, a passi di danza, eccoci camminar lungo la spiaggetta di casa Fiani. Una voce tedesca ci chiama. Saliamo, io ed Eugenia, a salutare l’ingegnere. E’ un albero stanco, l’ingegnere, disteso su un lettuccio, mi pare già morto, ma morto non è. S’illumina al vederci, mi tende una mano di rovere antico, la passo alla bimba, la mano, in silenzio, disegna una mascherina, da fossetta a fossetta. E in un lampo, in quel lampo, il segreto è svelato: l’alba e il tramonto, il gioco eterno della vita che respira nella spuma del mare di Cala dei Gigli… 

sabato 19 maggio 2012

Di Barbie, di mamme e di altro


Quando giocavamo con le Barbie – cosa che capitava spesso -   io, a Vivian Salini, (che pure è stata l’unica amica della mia selvatica infanzia) non avrei prestato giammai alla sua Barbie una certa gonnetta rossa, fiorita di bianco, con una balza a correre lungo la misura dell’orlo. Nossignore: neanche, che so, a prezzo del suo giallo Dolce Forno che cucinava certe brodaglie zuccherose le quali erano, per noi, degne di Vattel.  “No, questa non posso prestartela”, dicevo, solenne, crudele, incurante degli occhi supplici di lei che doveva accontentarsi di una sottana gemella, ma color rosa geranio, che però cadeva a patata ben sotto al ginocchio della Barbie, senza darle quella cert’aria d’eleganza, come di folata di vento, che era l'effetto della mia. Il mio no era tutto quanto foderato di stagnola, con un cuore duro duro, di masso.
Molti anni dopo, già ragazza, per quelle strane folgorazioni di verità che piovono addosso, improvvise, in certe tiepide mattine di maggio, trovai il filo d'Arianna fino in bocca al Minotauro. Dovete sapere che il padre di Vivian (da me molto, molto amato) ebbe un brutto male che lo tenne negli Stati Uniti per mesi e forse anni, chi se lo ricorda più. Vivian, allora ancora bambina, venne a stare da noi, prima a Cala dei Gigli e poi a Roma. Sua fu mia madre; mia, lo ammetto, una segreta, sorda gelosia. Eccoci, noi tre alla Upim di Olbia (che allora, forse portava un altro nome che non rammento). Siamo al piano superiore, reparto vestiti per bambine. Mia madre indica alla commessa una gonna verdina, fiorita di bianco, da legare a portafoglio intorno alla vita.  E dice, mia madre: “Me ne dia due, stessa taglia”. E io: “Ma, mamma, ne basta una per me”. L’altra naturalmente era per Vivian, che ebbe la gonna di prato, ma mai - e a ricordarlo mi sento punger il didietro da  mille aghi roventi -  quella piccina, di Barbie, desideratissima, color sangue e neve...

venerdì 18 maggio 2012

Alla corte della zia Lucia


Nonna Stella aveva due fratelli, ma per me, senza far torto a Francesco che era pianista del cuore, solo uno: il maggiore, Piero. Giovanissimo, avvocatino, gran signore, Piero aveva seguito, appena uscito dall’ovo, Mussolini fino a Roma. Poi, idealista com’era, era stato messo in un canto del Partito friulano, poi al confino per quasi tutto il Ventennio. Non so come né perché, il Duce, in rovina, lo chiamò nell’avventura  tragica di Salò.  Piero fu ministro della Giustizia, in quell’angolo di storia macchiata di sangue e di disperazione e vide e narrò, nelle sue memorie, (che ho letto) Mussolini in ginocchio e piegato, finito e in fondo già morto.
 Io lo ricordo, Piero, seduto in una poltrona, un plaid di tartan rosso a coprire le ginocchia, e mesto, vecchio, di cera come certe statue di santi conservate nelle sagrestie delle chiese di campagna. Oh quanto mi pareva lontano dal ritratto cupo, impudente, al carboncino, dei fascisti in fez alla bersagliera, tutti quanti birboni, cucinati a pepe e olio di ricino, che mi narravano i libri! Di lui, di Piero, vinto dalla storia, processato e assolto, però, con formula piena, conservo, gelosa, il regalo che mi fece – un libro, “Dante e il suo secolo”, con dedica: “Alla cara Ester lo zio Piero”. E in quel tremolio di cacografia sua, tutto il sale della sconfitta della Storia che lo aveva usato,  appallottolato e poi messo in un canto a friggere di noia e di disincanto. Nel ciclo di vinti…  Lo ricordo, dicevo, ed ero poco più che bambina portata da mia madre a conoscere lo zio, appunto, e soprattutto sua moglie, Lucia, splendida nei suoi quattro antichi quarti e purissimi di nobiltà austroungarica. Di quell’incontro, l’ultimo ché poco dopo lui morì e lei appresso, le memoria cancella, pietosa, il viso mio gonfio, acceso d’un eritema solare color carminio che mi ero guadagnata, per via di una sciata marzolina, nel riverbero della neve. La zia Lucia, donna Lucia, ignorò il mio rossore: “Ha dello chic!”, disse di me a mia madre,  la quale, risorta per la mia insperata promozione, si mise in tasca il complimento, mentre, io, basita, tentavo, invano, di tradurre quel latinorum in parole bambine… 

mercoledì 16 maggio 2012

Una Olivetti tutta per me


Prima di lavorar fissa – e poi per diciotto anni di fila, che mi paiono volati via, rubati alla mia bionda giovinezza… - nella polverosa redazione romana del Gazzettino di Venezia, feci un lungo purgatorio, in giro per quotidiani, che sono, si può ben dire, il passato remoto dell’editoria e che si potrebbero trovare a pagina tal dei tali - come la stele di rosetta nei libri di storia delle medie - nei manuali che servono a sostenere l’esame, col batticuore, da Giornalista Professionista. E mi raccomando, le maiuscole...
Scrissi recensioni di libri (non pagate) per La Voce Repubblicana e poi ancora recensioni (pagate) per “Il Popolo”, che era la voce della Diccì, grazie al caporedattore della Cultura, che di nome faceva Paolo, era sposato col Risorgimento e pareva appena sortito, nella sua pallida, esile corporatura di biondo slavato e nei pensieri suoi romantici, dalle pagine dello Jacopo Ortis del Foscolo.  Dopo il Popolo, eccomi in certi giornalacci di un editore romano, allora famoso per certe sue simpatie in camicia nera. Il mio trasformismo politico era tutt’altro che ideologico. Andavo dove capitava e dove mi pagavano quel tanto che mi bastava, convinta (chissà poi perché) che un giorno o l’altro la marea mi avrebbe dato un posto, una scrivania, una Olivetti (allora mica c'erano i pc...) tutta per me. Dopo un sogno all’Ansa (che non si concretizzò) e una falsa partenza catanese, mi ritrovai pubblicista part time al Gazzettino e solo dieci anni dopo professionista in tessera rossa... Una sera, a una cena in piedi, di libri e anima, ebbi la ventura di trovarmi in faccia Indro Montanelli. Mi chiese: “E lei signorina che lavoro fa?”. Risposi, con un rospo a far cra cra in gola: “La giornalista”. E lui, garibaldino: “Anche io sono giornalista!”.   

martedì 15 maggio 2012

Ricordando Giovanni Falcone

A ventitré anni, dopo aver chiuso con l'uomo con cui pensavo di passare una vita, in una verde stanza arrampicata su una scaletta a chiocciola custodita, nel suo segreto di tenebre, dal Palazzo Massimo Lancellotti in Piazza Navona,  mi ritrovai a dividere un bell'appartamento umbertino, alle spalle di Piazza Cavour, con una compagna di scuola del Mater Dei, che mi è stata amica per vent'anni e più e adesso, non saprei - lo giuro - neanche dir perché, è perduta nella corrente del mondo, con il suo re panettiere... Per me questa signorina qui, che ora è signora e porta, con un berretto di modernità al posto della corona, anche un titolo nobiliare, era una magia tutta quanta rotonda che mi ipnotizzava per grazia e bellezza. Frequentava, madamigella Lorenza, signori profumati che avevano il telefono in macchina (possibilmente una Bmw 323, che allora era il non plus ultra) e magari anche l'autista. La sera, ogni sera, una festa, un ballo, un cocktail, un invito, insomma mai a casa a guardare la televisione come avevo fatto io, per mesi, nella mia banale quotidianità con Nanni.
Una volta (io: recalcitrante e musona, volevo guardarmi, mi pare di rammentare nelle nebbie, una puntata di Twin Peaks) Lorenza non sentì ragioni: "Ester, basta piangerti addosso, vestiti e usciamo". Non avevo nulla da mettermi, ma lei tutto, sicché uscii che quasi le somigliavo. Così eccomi in una grande villa bianca, nel suo bocciolo verde di giardino, smarginato, perduto lungo la Via Appia; la villa, solitaria era semplice, elegante, ma sontuosa nel suo abito lungo. Pareva, nell'ambiente di sogno, esser caduta giù dal firmamento, trasportata in volo dagli angeli della Madonna di Loreto. Eccomi, dunque, proprio io, alla festa di Claudio Martelli che allora era ministro della Giustizia e un omino niente affatto male. Eccomi, in un via vai di sirene scollate e signori profumati, mentre su un palco cantava e suonava una certa cantante che ho ritrovato, anni dopo, al Festival di Sanremo. Tra gli ospiti c'è Giovanni Falcone, che allora lavorava a Via Arenula a dirigere non so quale sezione del ministero. Era lì,  Falcone, alieno come me, in baffi e pipa, in carne e ossa, da solo, a camminare lungo il terrazzo illuminato. Da solo? Non proprio. Parlava con qualcuno, a dir la verità. Oh, non con una delle tante belle sirene che gli nuotavano, indifferenti, accanto. Parlava con un bambino biondo che seppi poi essere il figlio di Martelli. Il giudice e il bambino. E quando, dopo Capaci, tutti a dire e a ripetere in televisione che Falcone era stato lasciato solo, io lo rividi, vivido nel ricordo, quella notte di sirene e di sogno nella villa all'Appia Antica. Solo. Anche allora

domenica 13 maggio 2012

Vicini di casa

Non so se a voi capita sovente come a me (poiché il palazzo non ha l'ascensore) di incontrare per le scale i condomini, cioè i vicini di casa. Trovare argomenti può essere  un esercizio di creanza e di leggerezza, ma spesso domande e risposte sanno di usato come gli stracci di Via Sannio (che adoro). Per me, sono tutti un mazzo e simpatici, quelli degli interni del palazzo mio, e non so se, tra loro, c'è chi non paga le quote e non mi interessa punto. C'è un professore di fisica, biondo di capelli e di pelle, che scende sempre le scale al galoppo e ha un sorriso dolce e stanco insieme che, non so perché, mi pare di conoscere da sempre. C'è una dirigente di banca, che pare più alta nei tailleur suoi neri, sempre con gli occhiali scuri anche quando nell'androne si respira un buio pesto che dà la malinconia. C'è, tutto all'opposto, una signora disinvolta, con i capelli corti, svelti, come usano adesso, gli occhiali tondi, che deve avere almeno sessant'anni, ma pare una ragazza in jeans e t shirt, appena tornata dal ritrovo di Woodstock... Ma soprattutto c'è il signor Marini che è un sopravvissuto di radici e anima, preso paro paro da un bozzetto di Roma sparita. Aveva (e ora che è in pensione affitta) il negozio di ottica sotto casa e ha una passionaccia per  la lirica. La corporatura è quella dei legionari sabini prestati alle centurie, la faccia rotonda, con due occhi vivi e l'espressione del birba che deve essere stato ragazzetto quando si calava, col gruppo dei monelli di Monti, giù per non so che buco della Domus Aurea di Nerone al Colle Oppio...
Di solito, poiché ha non so che armadio nell'androne, lo trovo lì che smucina, canticchiando qualche aria da baritono qual è, tra libri, spesa e non so più cos'altro. Ma certe volte, poiché abita proprio in testa a me, misuriamo a passi lenti le quattro rampe di scale che ci dividono da casa e percorriamo il corridoio dove una Diana ingrigita ci dà il suo benvenuto. Ieri, ecco il signor Marini, la mia simpatia, col peso delle bottiglie minerali che, però, non gli impediscono di farsi la sua bella chiacchierata con la sottoscritta. Parliamo dei nipoti suoi e della figlia e anche del genero, tiè, per fare conto paro. D'un tratto mi chiede di che segno è mio figlio (che ora mi supera di un palmo...). Gli rispondo che è dello scorpione e lui: "Oh so' eccezionali gli scorpioni, eh, gente speciale, razza nata cor piggiama de seta...". E io, cretina, sto pure per ringraziare, quando lui aggiunge, con un lampo di lucignolo: "Io so' scorpione!".

sabato 12 maggio 2012

Uniformi giapponesi al Mater Dei

Il rito della ricreazione, all'Istituto Mater Dei, si consumava alle dieci e dieci, con il trillo di una campanella, che ci faceva tutte quante fiume a sciacquare nel terrazzo ampio, di marmelle bianche e cinerine, nascosto dietro la piazza di Spagna, con le torri del Sacro Cuore a far da sfondo al cielo. Come invidiavo Marina C., che aveva sempre la pizza rossa - due sleppe a baciarsi tra i fili della mozzarella - racchiusa in una carta oleata che aveva per pelle quella color terracotta dei panifici! Sua madre, premurosa, la comperava insieme alla figlia (che accompagnava fin dentro al portone...)  in un buchetto in Via della Croce, sicché alle dieci e dieci era ancora calda e profumata che ancora adesso, a chiuder gli occhi, mi pare di averla davanti annusata...
Appoggiati al parapetto della timida rampa solitaria di San Sebastianello, i turisti ci guardavano curiosi. I  giapponesi, in estasi, scattavano fotografie e ci facevano ciao ciao con certe manine gialle che mi parevano di cera. In quegli anni di sessantotto, al profumo di rivolta giovanile, con il sei politico in cattedra, veder noialtre, stirate nelle divise bianche e blu, doveva apparire quasi un miraggio, una roba da fotografare come, mettiamo, le rovine del Foro romano o i gatti di Torre Argentina. Io, a ripensarci ora, amavo la divisa. Al mattino, verde di buon umore, non dovevo pensar a che panni mettere addosso perché tanto c'era l'uniforme, comperata da Zingone alla Maddalena in due versioni: estiva e invernale. La gonna era la stessa, estate e inverno, e così il golfino blu abbottonato con lo scollo a vu; non così la camicetta che, durante i mesi freddi era blu notte, con una filza di bottoncini bianchi, che parevano gessetti rotondi, sul lato sinistro e un paio di colletti,  bianchi anche loro, a far da bavaglino. Un pianto...D'estate, splendevamo in una camicetta a maniche corte color candore d'ali d'angelo. D'estate e d'inverno, i giapponesi scattavano le loro foto mentre noi misuravamo passi lenti a gruppi, a grappoli, due a due o in solitaria, nei mattini d'oro della giovinezza. Oh quanto risi, anni dopo, quando un amico mi rivelò che i giapponesi han la mania erotica delle bimbe in divisa e che con quelle foto facevano, di certo, le porcherie loro,,,

venerdì 11 maggio 2012

Un pasticciaccio di Via Merulana

Due giorni fa, per la precisione di giovedì, ero andata  dalle parti di Via Merulana, in una via laterale tanto poco romana che pare di stare a Torino, con alti palazzi e solenni, in marmo e pompa magna, a far ombra ai passanti distratti, per certe questioni letterarie che vanno e vengono nella vita mia. Dovevo infatti parlare con un certo editore, con uffici affacciati sulla Piazza Dante, di una certa mia antica traduzione (fatta nel fiore acerbo dei miei anni per una piccola casa editrice, inghiottita nel fallimento a causa di certi felloni di cui, un giorno, se me ne verrà l'uzzolo, parlerò), che sembra fargli gola, dopo anni di silenzio...
Ma torniamo in un balzo a me che, come sempre, mi trovo in anticipo all'appuntamento. Ero, dunque, lì,  dopo aver identificato il numero civico e il palazzo (scrutata con quella cert'aria di sospetto dalla portiera smilza) come a far da sentinella alla via, su e giù neanche fossi una peripatetica, quando vedo spuntare, in capo alla via, lontane come un miraggio una  coppia di signore che indovino con facilità essere vecchina e badante polacca, ucraina o chi per lei. A passo deciso le due avanzano verso di me che devo aver in faccia la noia dell'attesa di chi, come capita sempre a me, si trova troppo presto al suo incontro col destino. In testa, a dir la verità, ho un gomitolo di nuvole che in questo periodo, spesso, mi coprono il sole.  Oh come camminan svelte, quelle due, mi dico e, neanche l'ho detto, che me le trovo sul naso. La vecchina, piccola, con i capelli tagliati corti e colorati di rosso, mi guarda e con una voce romanesca che non sentivo più da annii mi fa: "Ah signò, ché l'ha visto er firme de yeri, me dica, chi more, chi more, chi  more dei due, me dica, me dica..." E mentre la signora badante fa finta di nulla  e la vecchina incalza, a me, non so perché, sentir quel tono romanesco, con quello zucchero di confidenza nel sorriso,  mi ha soffiato via le nuvole e il sole a far capolino. Poi un saluto e su per la scala verso nuove, speriamo, avventure di carta...

giovedì 10 maggio 2012

Invasione aliena a Cala dei Gigli


Una notte nera da far paura, in un barchino bianco e rosso magenta che pareva un fiordifragola, ci trovammo, tutti i fratelli Ponti, grazie a una birichinata dei gemelli, in mezzo al mare, in quel braccio di onde che pare addormentato tra Molara e Capo Coda Cavallo. Io, a prua, guardavo l'acqua d'inchiostro, con il cuore che saltava la corda, sicura di scorgere un feroce Scillaecariddi... 
Doppiato il capo della maschera di roccia, ecco la spiaggia di Cala dei Gigli, tutta accesa, trapunta di stelle: le torce di quelli che da ore ci stavano cercando.  All'attracco furono urla, sgridate  e poi silenzio di sonno.
Il drago non lo vidi, certo, ma, pochi giorni dopo, con il mare a rabbrividire per le prime brezze, fui testimone, ma senza scherzi, dell'invasione degli alieni. Il mare prima piatto, con le sue belle crestine argentate, prese a bollire di spuma pazza ed ecco emergere dagli abissi certi omini verdi oliva in tute marziane. Si spiaggiavano come pesci bombardati e poi, rizzandosi a fatica in piedi, misuravano due o tre passi incerti sulla battigia, come instupiditi da tanta bellezza terrestre. I piedoni palmati e verdi  somigliavano un po' troppo alle pinne che usavo per le immersioni a caccia di conchiglie... Mi dissero, molti anni dopo, che i miei alieni erano soltanto gli uomini rana dell'Ape e del Cavezzale in esercitazione militare. Ma io, ancora adesso, non ne sono sicura. 

mercoledì 9 maggio 2012

A piedi nudi nel Tevere

Me ne tornavo, sola soletta, verso casa mia, da un certo impiccio di salute che mi porta in Via Ottaviano al mattino presto, per mano al mio angelo custode; me ne tornavo, dicevo, a piedi (perché camminare è, per me, il sale che metto sulla coda alla Musa…) all’ombra dell’ombrello di San Pietro, quando, passeggiando davanti all'Ospedale Santo Spirito mi sono detta: ma  perché non dare un salutino al biondo Tevere che era ed è il fiume di questa mia Roma bella? Eccomi dunque a guardar giù, come dal parapetto della modernità, giù verso la vita vera che pare danzare nella corrente di zolfo del mio fiume: a sinistra il solenne, pomposo Ponte Vittorio Emanuele, troppo bianco nel riverbero feroce delle undici; di qua e di là i muraglioni – bianchi pure loro - che a me paiono una camicia di forza al fiume, un tempo gemello della città e che forse le diede pure il nome… E poi, d'un tratto, lo sguardo si accende in basso,  proprio sotto il mio naso ed ecco fiorire il verde antico della flora ripense. Una luce: come se il fiume, imprigionato, avesse messo, da grande screanzato, i gomiti sul tavolo, pestando i piedi e riprendendosi, nel tempo del verde, ciò che era suo. Chiudo gli occhi e in quel cespuglio di romanità, nel rumor  (è questa, mi dico, in un soprassalto insensato di linguista, l’etimologia che diede il nome alla città sorta dentro al pomerio tracciato dal gemello…) - della corrente par di vedere ancora oggi, nel via vai pazzo del traffico urbano dei Lungoteveri inventati dai piemontesi, il cestino spiaggiato di Romolo e Remo. Vedo, vedo, vedo  accorrere il pastore Faustolo e la lupa, che poi era sua moglie o forse solo un’amante... E mentre il mondo antico riemerge in quel bagliore, io, gambe in spalla, mi avvio verso il Corso Vittorio Emanuele che, come dice il nome, è tutto, invece, risorgimentale e savoiardo. Mi immergo in quel piemontesume, alle spalle il Cupolone e Romolo, per trovarmi faccia a faccia con un mesto, bronciuto  Terenzio Mamiani, che sarà stato pure ministro, protagonista del Risorgimento, scrittore illustre e cugino di Giacomo Leopardi, e bla bla bla, ma a me sembra triste in quei suoi panni di marmo, con il rimpianto, chissà, di non essersi mai bagnato i piedi nudi al Tevere, quando ancora, ai tempi suoi, si poteva… 

lunedì 7 maggio 2012

Uomini e donne

Ho un'amica  Eleonora, che è bella e attrice dalla punta dei capelli fin dentro le midolla. Bionda, con due occhi pervinca dove affogherebbe anche Sant'Antonio, un portamento da ballerina classica senza tutù, ma sempre sulle punte e quel certo quid che, sul palcoscenico, si accende come illuminato da un raggio caravaggesco. Questa mia amica, che sa recitare come noialtri, profani, bere un bicchiere d'acqua aveva (e ha) un solo vizio (che poi a pensarci bene è una virtù...), quello di innamorarsi  davvero, ma sempre degli uomini sbagliati. A vent'anni, quando tutte le altre intorno, con talloni e piante dei piedi incollate al suolo, cercavano di accaparrarsi qualche buon partito per appendere cuore e cappello, lei a salvare un compagno tossicodipendente, bello come Cupido - per carità - ma di quelli che sono per natura imprendibili come un'anguilla a mani nude. Passata la sbornia, abbassata la fiaccola, eccola perdere la testa per un canadese e su e giù da Medicine Hat, un posto in mezzo ai ghiacci, dove d'inverno, ti potrebbe bussare alla porta Babbo Natale o un orso bianco. A scelta.
Ma il peggio doveva ancora arrivare perché, giunta alla soglia dei trenta eccola perdere la testa per un signore sposato. Era questi, lo vidi due o tre volte, proprio un tipo da sposare, compunto, di poche parole, credibile, con la pipa sempre in bocca (che a me, non so perché, faceva pensare a un ciuccio, ma a Eleonora non lo dissi mai...) e pochi capelli in capo che dan subito l'idea di serietà. Aveva, così raccontò a Eleonora (che me la riferì), una storia triste, tristissima alle spalle: sua moglie era malata terminale, soffriva come le anime del purgatorio, poverina, ed ecco perché lui, giammai, l'avrebbe lasciata. Anche se Eleonora era beninteso la culla dell'anima sua. Passarono i giorni dell'innamoramento, poi i mesi dell'amore e gli anni dell'affetto e la moglie, Dio la conservi, non moriva mai. Eleonora sempre ad aspettare, con le braccia e il cuore aperto, il suo sfortunato amante. Un giorno, anzi un pomeriggio di Santo Stefano (ché il Natale, per Eleonora, voleva dire sempre solitudine) eccola a una tombolata dove si ritrova accanto, perché il destino è sempre un pungitopo e fa carte quarantotto dei nostri quiquoqua, un tipo che porta lo stesso cognome del suo bello. Oh bella, è il cugino. E dai a parlare di lui, in allegria, dei suoi due figli e della professione e compagnia cantando. Finché Eleonora, con voce da Alcesti, sospira: "Certo, la povera moglie così malata...". Il cugino la guarda basito, corruga la fronte  e poi le scoppia a ridere sul muso: "No, non dirmelo, sei la terza, in fila indiana, la terza che abbocca...". E rise e rise alla salute della malata immaginaria...

domenica 6 maggio 2012

L'amore al tempo della fede

Ricordo ancora oggi, come fosse ieri, il giorno del matrimonio di uno dei gemelli, in un borgo umbro che pare un nido d'aquila, vestito da sera, nel verde della pianura morbida di quei silenzi rinascimentali. La sposa, in dolce attesa, splendeva bruna, con due occhi smeraldini, bella, devo dire, nel bianco dell'abito che le copriva la lunghezza delle gambe e anche i piedi. Mia madre, Regina, tutta presa come sempre dagli invitati, ricordo che portava un manicotto a fiori che la faceva somigliar a qualche dama di Piero; con grazia, si muoveva in quella festa non sua che pure la rendeva un'Eleonora Duse, non faceva che spiegare  a zie,  amiche  e sconosciute che i due erano già sposati, in Comune, da un pezzo. Gli occhi di quelli così informati si facevano fessure, trasformandosi in serpentelli, un poco maligni, di punti interrogativi. Il pancione, infatti, si vedeva appena, nascosto com'era dai falpalà dell'abito e tutti quanti, dunque, a domandarsi il perché di quella non richiesta spiegazione. Allora, nel maggio della nostra italica modernità, prima di fare figlioli, bisognava aver la fede al dito. Era una legge, per me, una legge di Regina che, meschina, la difendeva a modo suo, nell'indifferenza della folla che già guardava avanti, al paradiso. Già, la fede al dito.
Faccio una capriola sul linoleum nero della vecchia palestra dell'Istituto Mater Dei e un balzo in avanti e nella geografia della mia anima. Eccomi, a Cala dei Gigli, con la sposa di prima oramai madre da un pezzo, che non so per quale caspita di motivo, ce l'aveva su con la mia migliore amica del mare e vicina di casa, l'idolatrata - da me - Silvia. Dovete sapere, e qui mi tocca piegar la vita altrui come fosse un asciugamano rosa, che la mia Silvia aveva avuto molti figli, due compagni, ma nessun marito (e forse beata lei...). Per me,  come spalmare di Nutella una fetta di pane, ma non per mia cognata, che morse così l'innocenza dell'amore: "Avrà pure tanti figli, ma la fede al dito, quella, non gliel'ha mica messa mai nessuno..." E rise, vittoriosa, mostrando la sua vera. Mal gliene incolse. ché un certo signore del mio cuore, lì per il ghiribizzo della sorte, dopo essersi schiarito la gola, con quel tanto di barba da Platone, commentò così: "Oh quanto bello sarebbe se bastasse un anello a far la differenza tra il giorno e la notte della vita..."

sabato 5 maggio 2012

In onore di Trilussa


Casa Giannetti, si può ben dire ad alta voce, era casa di giornalisti al pelo d’angora. Roba fine – nonno, padre e figlioli tutti con la tessera dell’Ordine  - cosette per intenditori, non come certi spennutelli di oggi che, a interrogarli non san neppure distinguere, mettiamo ad esempio, il Pentateuco dai Vangeli.  Il nonno della dinastia Giannetti, Ubaldo, insieme col fratello, faceva ai tempi del Duce un giornale satirico per ridere alle spalle dei gerarchi e lo scriveva, impaginava e quasi stampava, ma senza scherzi, intorno al tavolo della cucina, mentre sua moglie, Donna Dolores, girava, tra i fumi d’inferno, la pasta corta nel pentolone al bollo.
Il padre, Alfredo, scriveva lunghi elzeviri ed editoriali per un giornale napoletano che oggi ancora esce, ma chi lo legge più. Il figlio, o meglio uno dei figli, era arrivato addirittura al Corriere della Sera, redazione romana, dove dai a scrivere di economia e manovre economiche, in una girandola di governi uno appresso all’altro che alla fine chi ci capisce un’acca. Gli altri due, i più giovani, erano l’uno militante e ufficio stampa nel Pci (e poi Pds e poi Ds e poi Pd e poi chissà che nome ancora…) e l’altro, udite udite, simpatizzante nientemeno che della Repubblica di Salò cui aveva dedicato mesi di studio per poi comporre un tomone che non trovava, va da sé, né editore né pubblico, cosa che lo indiavolava. I tre, giornalisti ognuno a modo suo, non facevano che litigare. Il primo, stirato nella sua grisaglia affumicata, difendeva il governo democristiano, il secondo, con la sua divisa di velluto a coste, gli sparava contro e il terzo, che era il tipo segaligno dell’intellettuale, poi sosteneva che la guerra doveva finir diversamente. Chi diceva una cosa, chi ne sosteneva un’altra,  chi alzava la voce, in un menar di ideologie e discorsi che avrebbero fatto girar la testa anche a Don Benedetto Croce. Intanto la madre, a gote gonfie, girava – come la sua avola – la pasta nel pentolone. Che strano: quando si udiva il grido: “Sono pronti gli spaghetti!”, non c’era più né scudocrociato né falce e martello e persino il ragazzo di Salò era d’accordo sul programma…  

Alberi d'arancio

Nella geografia dell'infanzia paterna, consumata  per lo più nelle vaste e corrucciate (per me) stanze di un caseggiato di cooperativa alto sulla Via Appia Nuova, dove noi piccoli Ponti (Marco e io) andavamo, malvolentieri, al giovedì a pranzo dai nonni (oh il disgusto delle banane nere, vecchie, appestate...), spicca, nella mia fantasia, una villa Belardi, distesa nel verde, alle spalle della Via Cristoforo Colombo che forse, non ci scommetterei un fiorino, non è mai esistita. Era questa villa, con gli attigui orti (che detto alla romana, non sono orti, piuttosto giardini), proprietà di due contesse Belardi, che avevano sposato, neanche a farlo apposta, due prozii di mio padre, i fratelli maggiori del nonno Lodovico, morto giovane ad Adua, e che lasciava al mondo una vedova armena (fumatrice e in pantaloni, con gran scandalo in famiglia!) e vari bambini. Uno di questi, appunto, mio nonno...
I due fratelli maggiori, barbe e solennità, erano  ministri del Regno e poi direttori generali in qualche ministero, e aiutavano, anche grazie alla dote delle blasonate mogli, con tutto che anche loro erano carichi di figlioli, quelli dello sfortunato fratello eroe d'Africa.
Ed ecco, se chiudo gli occhi, vedo mio padre, con la brillantina Linetti a bagnare i capelli, a ginocchia nude, entrar timido nel salone odoroso di zagare, delle due prozie contesse, che portavano - era questo uno dei  ricordi - un nastro di velluto nero intorno al collo, un nastro che pareva strangolarle e che le faceva, agli occhi bambini suoi, vecchie più del mondo... Di sua nonna, armena, mio padre, mai una parola e chissà perché, ma delle due prozie tante e tutte di rispetto verso quell'antico mondo di cui loro erano radici, alberi d'arancio... Mio padre bambino, al ritorno dalla visita di rito, percorreva i camminamenti in ciottoli di fiume del giardino condominiale suo, buttava un occhio distratto ai pesci rossi che si vedevano e non si vedevano nell'acqua limacciosa della vasca e poi su, a casa, dopo aver salutato il vecchio portiere che leggeva non si sa come il giornale, avendo un occhio a Maria e l'altro a Gesù. Gli occhi di mio padre, tutti e due, e il cuore alla villa che un giorno, si diceva nel dormiveglia, sotto le coltri, avrebbe avuto ed ebbe. Non, però, quella delle prozie contesse - l'unica, forse, che avrebbe voluto davvero - e  che diventò terreno di lottizzazioni nella nuova Roma dei palazzinari, che costruisce balconi senza panorama. La villa delle due contesse sopravvive soltanto, almeno credo, nel nome di una strada che corre, ancora adesso, parallela alla Cristoforo Colombo...

venerdì 4 maggio 2012

La mia Sardegna di maggio

In maggio la Sardegna par l'Irlanda tanto è verde e fiorita, profumata come se fosse pronta ad andare al ballo del Re di Piemonte. Dalla terra umida ancora per le piogge del trascorso inverno sale un odorino come di selva  che prende, al balzo, sottobraccio gli effluvi di salso, mirto e olivastri che, tutti mescolati insieme, sono gli odori della mia infanzia passata, a schiena al sole, nella protostoria di Cala dei Gigli. Lungo l'anello color farina di semola, solo gli armenti dei Ciclopi. Nessun ombrellone a fungo a crescer a un metro dalla riva.... Al ricordo di quelle mattine, con un sole arancio e d'argento a sorgere, puro e nudo, dalla collina dell'Aldia Bianca sento il cuore germogliar di antica nostalgia e vedo. Vedo, come fosse qui, il panorama mio di allora, bambina, panorama quotidiano al mio risveglio: un mare di azzurri cangianti che al mattino presto pareva rabbrividire appena al lento accendersi, a folate e sussurri, del vento, Tavolara, laggiù rosa e azzurra, nella corrente a far da cancello all'orizzonte. Ricordo che c'era un lieve rincorrersi di brezza che faceva danzare, sul terrazzo, i calici viola delle bouganville che ospitavano al chiuso del ventre quei fioretti d'avorio belli come manine di bimbi a salutar la vita.
Mi ci sono ritrovata in quella mia pace sarda, l'anno scorso. Ma siccome ero tutta presa dalle seccature per insaponare, tagliare i capelli e metter su quel tanto di calce necessaria alla vecchia casa, la poesia mi chiamava, inascoltata, dalle persiane rotte. Io, niente, sorda, muta, un manico di scopa. Ho dipinto di turchese due letti che erano di ruggine e paglia secca e poi ho dato il bianco sul terrazzo, ho raschiato via certi licheni cespugliosi che fiorivano ai margini del cotto rosa e dai qui e dai lì, con scope, pennelli, stucchi e ramazze. Insomma, dipingi, pulisci, stira e ammira, la sera me ne andavo a letto stracca e tanti saluti alla famiglia e al cuore. Una mattina, eccomi in bocca all'alba, a smucinare sul terrazzino che posa lo sguardo sul respiro delle onde. Sono lì a dare un poco di smalto alla ringhiera quando sento un rumorino tra le ramaglie della bouganville che, negli anni, sono salite, come in ascensore, fin quassù. Mi giro: un gatto nero. Si ferma, si siede, mi osserva, si lecca uno zampetto. C'è nel suo sguardo felino, egizio, quel tanto di ironia che mi fa cader di mano pennello e tinta. E d'un tratto, respirando, mi sono trovata nell'azzurro, perduta nella mia Sardegna, con un grosso gatto nero, il mio Re di Maggio...

Nella foto, l'Amazzonia di Marco...

giovedì 3 maggio 2012

Dal Sacro Cuore al Mater Dei





In quarto ginnasio, con il naso arricciato, spinose come istrici che devono ardere sulla graticola della Geenna terrestre, scesero dall’empireo del Sacro Cuore, arrampicato sull’Eden verde di Trinità dei Monti, fin giù, agli inferi dell'Istituto Mater Dei, bocca naturale dell’umile discesa di San Sebastianello, un gruppetto di nuove compagne, obbligate dai genitori a “fare il classico”, come si conveniva, allora (e ora fa ridere...) a una ragazza di buona famiglia, una signora, che doveva “saper parlare di tutto, con tutti”. Ci guardammo da subito in cagnesco: noi e loro. Di qua le vecchie, di là le nuove, diverse come il diavolo e l’acqua santa. Loro infelici, convinte com'erano di essere state mandate al macello; noi, intimidite da quelle marchesine naturali abituate a vivere in un giardino all’attico. Ci mescolammo a fatica e dopo mesi.
A me toccò per vicina di banco una di “loro”. Era una tipa massiccia, con due cognomi e un nome angelico; era molto alta, taciturna, con un viso largo e immensi occhi celesti, freddi, come truccati da occhiaie perenni. A guardarla mi veniva voglia di stirarle la faccia… Sedevo accanto a lei, ma avrei dato un giorno di vita e un paolo d'oro pur di dividere il banco con la Lo Bianco. Era questa un’altra del gruppo di su che si poteva ben descrivere con un solo aggettivo al grado superlativo assoluto: bellissima. E per di più tutta deliziosamente chiacchierina. Lei mi guardava con simpatia e prese a raccontarmi le sue conquiste amorose. Ogni giorno un’avventura. Ad aspettarla al portone, con gran uggia delle sister, erano sempre in tre. E tutti con grandi macchine nere e cognomi illustri di papi e di impresa Detestata, forse per l’invidia che mozza il fiato, da molte in classe, la Lo Bianco era da me amatissima. Fu l’unica, direi, per anni. Ammiravo il suo naso francese, i capelli lunghi alla vita, la sua vespa bianca, la maglietta rosa di Linealei con lo scollo arricchito dal pizzo di sangallo in tinta, la borsa di Camomilla a righe bianche e viola che non ebbi mai e potete continuar voi la lista, a piacere...

La mia vicina di banco, la più brava della classe, osservava cupa il bocciolo della nostra simpatia. Molti anni più tardi seppi il perché. Alle medie, quando bellezza e ragazzi sono  Americhe da scoprire, le due erano state amiche, che dico, amicissime. Poi, con lo spuntar di seni e di malie adolescenti, la Lo Bianco aveva trovato casa e chiesa in un’altra signorina sempre in piedi, una Diana al par di lei, pronta a salire, bagagli e canestre, tutti i gradini della società per occuparne, magari, il trono… Così, a poco a poco la lontananza si era fatta incolmabile e il tradimento consumato. Un giorno, disperata la più brava della classe aveva gridato alla più carina della classe : “Sposerai un panettiere!”. Il destino, con questa maledizione, ci giocò ai dadi. La Lo Bianco sposò, sì, un panettiere, ma era il re di tutti i panettieri d'Italia…


martedì 1 maggio 2012

Formula Uno alla Madonna dei Monti

Lo so che oggi è il giorno dei lavoratori e che è una festa tutta quanta rotonda e senza Dio, ma a me proprio oggi è venuto l'uzzolo di raccontare di domenica scorsa, di quando me ne stavo tra gli altri fedeli alla messa solenne (nella chiesa della Madonna dei Monti) celebrata  in onore della vergine Maria, che faceva il compleanno, una madonna tutta monticiana, che a me, nell'iconografia,  pare un poco troppo nera anche se spira profumo d'ori bizantini e d'incensi e anche di pane casareccio nella miglior tradizione di Ciceruacchio e Rugantino. Tanti (e tutti colorati) i fedeli; tanti (e anche loro parecchio colorati) i sacerdoti che sull'altare si dividevano in parti più o meno uguali il compito di recitar preghiere, orazioni, omelia e vangelo. C'era anche il Vescovo, con la sua bella tiara a cono d'oro, che, al ricordo, mi pareva vestito di verde e di bianco, come in fiorita primavera, ma non ne sono mica sicura.... L'ambiente, tutt'intorno, era solenne, stirato nel rito millenario della Chiesa di Roma, con i chierichetti  a far folla sull'altare e il parroco, padrone di casa, in brodo di giuggiole. D'un tratto, si sente un parapiglia e un chiasso del diavolo lì dove le porte della Chiesa si aprono sullo slargo che fa capo alla Via della Madonna dei Monti. Si fatica a tener salda l'attenzione al commento del Vangelo che pure il Vescovo sa far da professionista, ricco com'è di arguzia e imbottito al pari di un panino di Mac Donalds di quegli aneddoti carini che sono melodia alle orecchie anche del profano, figuriamoci poi di chi crede almeno un pochino...
Si sente, dunque, un vocio strano e movimenti bruschi e qualche grido. Poi ecco esplodere nella navata della Chiesa una signora di una certa età, capelli corti, corpulenta, del tipo della mamma eterna, seduta in un macinino a tre ruote che si fa largo tra i fedeli in piedi come se fosse, che ne so, a Minneapolis. Sbuffa, scodinzola, gira, il macchinino e la signora con lui, dicendo "pista"; noi, tutti voltati a guardare quel sacramento profano a fiato mozzo ed eccoli finalmente in riga e quieti la signora Fittipaldi e il suo potente mezzo, parcheggiati come ai box di Monza vicino a una coppia santa che conosco appena. Persino il Vescovo, dal pulpito, dovette interrompere il suo sacro commento al Vangelo di Giovanni per coprire con la mano una risatina...