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lunedì 30 luglio 2012

Bambini nel tempo


Era, mi pare di ricordare, un sabato mattina; di certo c’era un bel colore caldo d’autunno, di quelli che paiono illuminati da un’arancia di Sicilia in cielo e io, fatta Virgilio, sono guida di una nidiata di bambini, sui sette anni, chi più chi meno. E’ la festa di compleanno di Leonardo e i bambini, biondi e mori, sono i suoi compagni di scuola. Tra tutti, solo Clara ricordo perché in quel suo sguardo serio, ricamato di profondità, occhi di noce e nocciola sbigottiti davanti alla complessità del mondo, ritrovavo un pezzo di me bambina… Ma ora, su, gambe in spalla e via, da piazza della Repubblica, buona per l’appuntamento; dobbiamo raggiungere Palazzo Massimo alle Terme, dove, così ho scritto nell’invito (a forma di gatto) mandato ai genitori, i loro figli vedranno – udite udite – i giocarelli di Caio e di Giulia, che erano “antichi romani”, scrivevan sulla cera e dicevan rosa rosae, d’accordo, ma in cuore erano bambini tali e quali a loro. Il palazzo, elegante come un Cicerone, nella sua bella toga color ghiaccio, ci aspetta paziente, guardando con il naso in su, un poco costernato,  il via vai caotico e colorato della Stazione Termini, dove la bellezza, almeno per me, annega nel rimpianto. Chi va e chi viene in un deserto di bitume, tra lunghe file di autobus che non sono palme, al posto delle oasi le bancarelle dove esplodono le tinte nei mucchi di panni e scarpe, che non comprerei neppure se mi trovassi nuda come Eva nel Giardino di Dio…
Andiamo, andiamo. E’ tempo di iniziare. E prima di scender giù al seminterrato (dove si conserva anche la collezione di monete di Vittorio Emanuele III), porto i bambini a vedere, al terzo piano (mi pare) il giardino d’inverno di Livia, che era la moglie di Augusto e che di certo non mancava di buon gusto. Lontano è il deserto della Stazione Termini, in quell’incanto di piante e fiori, il cielo par più vivido che fuori e si ode, a tener le orecchie sull’attenti, il cinguettio dei passeri e dei merli tra i rami. E ora, tutti in ascensore perché non bisogna scordarsi degli astragali (i dadi dei bambini romani) e della Barbie snodabile dei tempi di Cesare che ci aspetta nel buio del seminterrato. Presto, presto, di qua, di qua, in un correre bambino di vita allegra…
Oddio, ci sono i dadi e la pupa e anche le pentoline da mettere, casomai, nel Dolce Forno! D’un tratto, mentre non la smetto di cicalare di quei tempi andati, spiegando questo e quello come se fossi un'audioguida, mi giro e, oddio, sono sola, sola a commuovermi davanti a quelle tenerezze romane. E dove sono finiti i bambini? Gira di qua, gira di là, eccoli: fanno tutti ala intorno a una teca sola, isolata, nel bel mezzo della stanza attigua alla mia dei giochi. Oh, pensa te, non l’avevo neppur notata quella culla di vetro. Mi avvicino e, con sgomento, vedo, coricato e nero, lo scheletro di una bimba. E’ lei, con il suo sguardo vuoto, perduta nel sonno eterno del tempo che non passa, a catturare gli occhi dei bambini che, muti, le fanno cerchio intorno. “Signora maestra – mi chiede uno dei piccoli, scambiandomi per la Maestra Anna – perché è morta?” E un’altra: “Perché le hanno tolto la sua bambola?”. I bambini ci guardano…        

venerdì 27 luglio 2012

Estate Romana


Lesta sui miei passi azzurri, con il sole radente del mattino romano appena uscito dall’uovo sacro del tempo, me ne sono andata, qualche giorno fa, all’Ufficio postale di Via Arenula, dove hanno dirottato (ma che piacere!) le raccomandate nostre del Rione Monti. Che cosa sarà, mi domandavo, passo dopo passo e via a far la lista delle congetture,  barrando questa e scartando quella, in uno sgomitare di idee. Visto che ci sono, penso, chiederò lumi su un certo pacchettino color zafferano che ho inviato, in posta prioritaria, per una farfalla nata con la luna di giugno. E ora, di corsa, via, eccomi nei bianchi uffici. La raccomandata veniva dall’ufficio mobilità ché il permesso mio per entrare in centro è in scadenza (come se non lo sapessi, già…) e del pacchettino, no signora, non è rintracciabile. Insomma potrebbe essere anche finito a Timbuctu.  Saluto e via, con tante grazie e sorrisi ai lavori forzati, risalgo verso il Rione Monti, che è casa mia. Sono lì lì, quasi giunta alla meta quando, oddio, ma dov’è la Cinquecento bianca che avevo lasciato parcheggiata proprio in bocca al portone di casa? Dov’è il macinino mio con il sedere pieno di bottiglie di acqua minerale? Giro lo sguardo intorno e vedo che le strisce azzurre  sul grigio bitume squillano al sole, in una tutina nuova, e paiono farmi un bel marameo turchino. Il dubbio si fa certezza quando vedo, in coppia, due vigilesse del Comune di Roma. Una, più anziana, fugge il mio sguardo e, di sanpietrini, mi dà l’indirizzo del deposito dove è stata imprigionata la mia macchinina. L’altra, più giovane, mi spiega che di solito i vigili pongono strisce di plastica rossa e bianca per avvertire  noi poveri cittadini. Appunto. Ma questa volta, niente, col fischio. Un segnale a capo della via e l’altro al fondo, e chi s’è visto s’è visto. Sicché chi, come me, aveva parcheggiato a metà della strada, tanti distinti saluti… 
Preo pari pari da un ristorantino sulla Via Merulana: estate romana
Ma che bella mattinata, mi dico e via, prima con la linea 40 e poi con il 271 (che passa, come si dice a Roma, quando si fa il successor di Pietro…), sono in via tal dei tali, dietro alla bianca mole del ministero degli Esteri. Pago 87 euro. La macchina è mia, di nuovo, ma l’avventura ha una terza puntata. Siccome per me Roma Nord è il labirinto di Cnosso, mi infilo non so come in un tunnel che mi precipita, in un nero di luce, sull’alta cresta della Pineta Sacchetti. Sono lì, sconsolata, nella terra dei Feaci, tra i draghi della solitudine, quando, d’un tratto, a mano destra alla via scorgo una viuzza, una delle tante, se non fosse che porta, per me, un nome d’incanto: Via Emma Perodi, una scrittrice che ho amato e che amo. Mi par di vederla, la Emma, sorridermi, da sorella a sorella, in un filo di seta che il tempo, di verde vestito, tiene ben saldo tra dito e dito. Mi par di vederla, sorridere ironica, la Emma: “Hai veduto, sora Ester mia, da scrittrice che ero, sono divenuta una via!” E nel sorriderle anch’io,  ho messo in un sacco raccomandata e attese e multa e altre grane che non mancano mai all’appello e, via, verso casa, nella mia personale quotidiana odissea…   

mercoledì 25 luglio 2012

Ricordando la Nanda


Certe sere infuocate di agosto, di molti anni fa, andavo a cenare sotto un pergolato trasteverino con Fernanda Pivano. L’avevo conosciuta, io ragazza e lei già avanti negli anni, attraverso un amico comune, che scriveva radiodrammi per la televisione Svizzera italiana. Ci trovavamo, la Nanda e io, a volte sole, a volte in compagnia, nelle serate romane che allora erano spoglie di gente e percorse, quando l'ombra spegneva il furore del giorno, dal fresco del ponentino romano. Io lavoravo, su e giù dal giornale a scrivere pezzi belli o brutti che il giorno dopo erano buoni appena per lavarci i vetri;: lei veniva da Milano per passare una parentesi sotto al Gianicolo, dove abitava (e credo possedeva) una casetta, che un tempo era stata stalla di principi romani e che si rannicchiava, tra alto e basso, lungo la spirale di una scala a chiocciola di ferro battuto. Parlavamo di letteratura, di Cesare Pavese, di Ginsberg e anche di Hemingway. Ma i gusti nostri  più diversi non potevan essere. A lei, piaceva la modernità, le avanguardie, le fanzine di certi segreti giri dell’anticonformismo milanese (credo); a me i classici, la tradizione, Capuana e Dolores Prato. A tutte due piaceva, però, Elsa Morante. Lei, per averla conosciuta, in carne e sangue, come la gatta fatata che era e io per aver letto e riletto con passione autentica “Menzogna e sortilegio” e tutte, ma proprio tutte, le opere di lei.
Questo gatto potrebbe essere Useppe Mandulino, uno dei gatti di Elsa Morante...
D’un tratto la memoria si colora di vita e mi rivedo alla guida di una macchina rossa, lunga da non finire mai. Sono all’aeroporto di Fiumicino a prendere la Nanda che, non ricordo il percome, è in sedia a rotelle. Guido, con lei accanto e parliamo senza sosta finché non vedo spuntare il mento del Gianicolo. La lascio. Volo in redazione. Quel pomeriggio, al terzo piano della Sala stampa italiana, arrivò per me un gran pacco infiocchettato. Che cos’era, cosa non era, tutti i colleghi a spellarsi il naso per la curiosità. Era un regalo della Nanda, ecco cos’era. Mi donò due borse, non una, e tutte e due della Bottega Veneta. Una, verde coccodrillo, da portare allacciata intorno alla vita, non so che fine abbia fatto o forse lo so e non voglio raccontarlo; l’altra dorme, nera cartella, nel mio armadio, dopo avermi seguito per anni in giro a far servizi, a intervistar gente interessante o noiosa come le domeniche sere, a partecipare a bieche o allegre conferenze stampa. Ma, come si dice a onor del vero, più di quelle borse, conservo gelosa il bigliettino che le accompagnava. Un fiore semplice, disegnato con la penna, un rotondo in mezzo e cinque petali grassottelli, il gambo stecco e una foglia sul lato destro. Il fiore di una bimba e un nome: Nanda.

sabato 21 luglio 2012

Turisti a Venezia

Una mattina, colorata d'argento, con le prealpi, laggiù verso la pedemontana, ad arrotolar nubi di strega, ho telefonato alle Gallerie dell'Accademia di Venezia per prenotare (un poco nordica di sangue come sono anche se tutta quanto fritta in olio romano) l'entrata alla pinacoteca per me e per mio figlio. Gentilissima, la signorina del numero tal dei tali, prende l'appunto e mi restituisce, a garanzia della buona riuscita, un codice tutto mio da presentare all'ingresso; il prezzo per la prenotazione è un nulla di due euro e niente biglietti perché io sono giornalista professionista (uao...) e mio figlio è ancora ragazzino. E ora al galoppo, al galoppo ed eccoci montare, quel giovedì d'oro e di sole, prima su un bus che ci porta a Punta Sabbioni e di lì sul battello per San Marco. Non vi dico l'entrata, gloriosa, sul Canal Grande; è come passar dal purgatorio degli anni Sessanta di cemento e malagrazia al paradiso di marmi e ori della Serenissima. Ecco San Marco! I mori! Palazzo Ducale! Il battello ci lascia sulla Riva degli Schiavoni e non è difficile raggiungere, scodinzolando nella marea umana in bermuda e canottiera, prima la piazza del Leone e poi, per i ghirigori di calli, rii e campielli, il Ponte dell'Accademia. La folla si dirada, tutti a sinistra, in un gran vocio, per Rialto. In pochi passiamo il ponte di legno che non è certo bello come quello di Rialto, ma, insomma, è il sassolino per raggiungere Vivarini, Bellini, Tintoretto e Cima e Giorgione e Mantegna. In biglietteria, non un'anima. Davanti ai quadri dei primitivi, un fuggi fuggi, mentre io mi perdo in una madonnella bambina con il suo bimbo in grembo, perduti nel cielo d'oro del Vivarini... Al piano di sopra Leonardo è tutto quanto per Tintoretto, scuro, elegante, con il tratto di pece. Io, per Veronese chiaro di luce celeste, al bacio d'angelo. E mentre camminiamo in quelle sale vuote di gente, cariche di capolavori che sono la spina dorsale di questa Venezia incompresa, affollata ma sola, un pensiero triste s'insinua nel cuore. Ma dura poco perché è già l'ora del desinare, lo stomaco brontola e Leonardo pure. Usciamo. E indovinate un poco dove siamo andati a mangiare? A Rialto, come tutti gli altri...

mercoledì 18 luglio 2012

Per Tavolara, baci da Jesolo


A volte, per inseguir il mio bisogno di silenzio, mi spingo lungo la battigia color zucchero di canna della lunga spiaggia di burro fuso di Jesolo fino a raggiungere, come fosse la mia Itaca, quella parte di spiaggia che volta le spalle alle colonie, lì dove resistono ai condoni edilizi, mazzetti di pini marittimi abitati da scoiattoli in cappottino bruno. Dietro di me, solo il busto elegante di un caseggiato anni Trenta, al gusto di arancia candita; sulla destra la festa di ombrelloni e sdraio, allegri di marineria, a perdita d’occhio; a mano manca i profili azzurrini del Capodistria, che si bagnano i piedi, ancora tricolori in cuore, nel mare nostro Adriatico. Davanti, le ondine verdi con il loro merletto d’oro che brilla, sorridente, al sole. In testa, quel cielo chiaro, lucente, spazzato dal vento che fa danzar, in capo all'orizzonte, una festa di cirri. Nel distendermi sul mio telo rosa, penso a quelle lontananze cinerine, laggiù, tanto brumose e misteriose che mi paiono morgane. Mi figuro le baie e le insenature modellate dal vento e le spiaggette e i silenzi ricamati dai voli dei gabbiani dal capino nero e  paragono, in cuore, queste a quelle a me tanto care di Cala dei Gigli. Lì, l’altrove delle mie isole azzurre, per me, era ed è casa; un salto in paradiso raggiungerle magari con Carlo, che per me, anche se gli anni sono volati via (tanti che mi ci vorrebbero, per contenerli, almeno dieci bennibags) avrà per sempre gli occhi verdi di Cala dei Gigli…
Bando alle ciance. Sono lì perduta nella poesia, con la Settimana enigmistica in mano e una rete piena di ricordi in cuore, quando una voce mi fa tornare, a piedi pari, su questo nostro caro pianeta. “Son monade, non creda a una parola di quel che legge, sono monade buone per pasar la giornata..”. Alzo lo sguardo: un tipo alto e bruno con un costume tutto sghembo e un gran pancione abbronzato e peloso, che somiglia e parla tale e quale al governatore del Veneto, mi si para innanzi a gambe larghe. Oddio, un circasso, penso, e siccome non so che cosa dire, sorrido un sorriso di patata lessa. E mentre lo osservo andare via, per mano al suo tentativo di attaccar bottone, mi viene in mente un pensiero stupido, che cioè mai una volta, in quasi quarant’anni di parole crociate, ho potuto scrivere, mettiamo al cinque orizzontale, il nome di Tavolara, di Molara o di una qualsiasi delle isole mie nella corrente…

lunedì 16 luglio 2012

Una notte con Caruso, sotto le stelle

Non mi capita sovente (anzi mai) di scrivere di televisione nello spazio mio color della rosa, ma questa mattina mi sono svegliata con la voglia di cavarmi un sassolino dall'infradito nera che adopero per scendere sulla spiaggia. Qualche giorno fa (forse qualcuno di voi l'ha pure visto) su non so che rete pubblica andava in onda un programma chiamato a sorti orgogliose per il nostro tricolore: doveva infatti celebrar la voce di Caruso, un cognome e basta che tanto per capirci è abbastanza. Già da qualche giorno si metteva sale e pepe sull'attesa. Io, tra i tanti, ché le canzoni napoletane imburrano la mia vita e le arie d'opera sono la mia marmellata di fragole. Io, come altri, di fronte al televisore, puntuale, mi pare alle ventuno e trenta. Fuori, il vento delle prealpi a spazzar via, in un gorgo di turbini, la calura jesolana; in casa, mia suocera e io, col naso sul vetro dello schermo, in attesa, direi trepida, di Caruso.

Andiamo a cominciare. Noi due, io e la Jenny, col fiato mozzo. Inizia una certa signora bella di fattezze mediorientali. Canta con una voce bella, ma dov'è il Vesuvio, dov'è il cuore, dov'è l'anima di Napoli che è tragedia e commedia insieme, Peppino ed Eduardo? Io e la Jenny ci guardiamo attonite. Seguono altre signore della canzone, ma fredde, senza sentimento, tali e quali alla prima. Poi ci sono i balletti. In uno mi par di vedere occhieggiante e distruttiva la dea Kali. Che infatti c'è a ogni stacco pubblicitario: il viso di Caruso, quel bel volto di novecento italiano, si fa in mille pezzi, sgretolandosi in un triste terremoto di frantumi. Il programma prosegue, ma il cuore è arido e io e la Jenny, sgomente. A un certo punto, sale sul palco un gruppo di moda qualche tempo fa. "Che parola ha detto per ultima?", mi chiede la Jenny che, insomma, di primavere ne conta ottantacinque e a Caruso quasi avrebbe potuto stringere la mano. E io, a malincuore: "Puttana...". Spegniamo, è tardi. Fuori il vento fa danzar anche le stelle e il mare biancheggia d'argento sotto il nero del firmamento. Arturo, da lassù, ci guarda, luminosa. E forse, mi dico, tra tanti astri, c'è anche Caruso, a cantar lassù, in cima al Parnaso... 
E siccome non so caricare i video, vi invito a cliccare su Youtube qualche nome di cuore napoletano: Nino Fiore, Enrico Caruso (appunto), Tito Schipa, Massimo Ranieri... Così si canta in paradiso!

sabato 14 luglio 2012

Ciro il grande sulla spiaggia di Jesolo




Al tramonto, quando il sole sembra coprir di velo le braccia d’oro, regalando quel tantolino di respiro  e quando sembra che il traffico umano lungo la battigia  e tra le onde (persino qui a Jesolo) sia un poco smorzo, mi piace – allora sì - scendere giù in spiaggia, in compagnia di un libro e di un asciugamano e giunta proprio lì dove la risacca colora di cioccolato al latte la riva, eccomi srotolare il mio tappeto di spugna rosa e giù lunga, spegnendo l’interruttore dei pensieri che, come per tutti, pare sempre acceso. La pace mi imburra  le ossa e sono lì, beata, con il mio amico Erodoto (una scoperta che, diciamolo forte, dovrebbe farmi vergognare…) che mi racconta di Ciro e di Creso e di Cambise e di Candaule e io perduta nella malia di quelle storie. Sì, ma fino a un certo punto perché, a Jesolo, quando il viavai dei venditori ambulanti, carichi di mercanzie inutili e colorate, hanno tirato i remi in barca e quando i più sono già saliti, sotto la doccia, al ristorante o in uno dei tanti divertimentifici di questo litorale jesolano di plastica e cemento, a invadere la spiaggia sono le squadrette di bambini e ragazzini. Nello spazio che corre tra l’ultima fila d’ombrelloni e la linea della risacca, è tutto un fiorir di campetti disegnati sulla sabbia su cui corrono, infaticabili, tutti totti in erba.
Leggo di Candaule e, punfete, la prima pallonata. Senza scusarsi, due manine more afferrano la palla. Pazienza, mi dico e sono a pagina tal dei tali quando, punfete, la seconda pallonata. Questa volta raccoglie il pallone un tipo adulto che mi si accovaccia davanti e, occhi negli occhi, mi fa in un sospiro: “Scusi tanto, signora”. Ma che fa, mi prende in giro? Di svelare il mistero, per carità. Meglio Ciro che almeno era re. Sono lì, tutta nel libro quando, punfete: e tre! Sorrido al curaro alla bimbetta mandata dall’uomo di prima a raccogliere la sfera.
Basta. Mi alzo, cambio posto. E quando sollevo il capo e giro in tondo lo sguardo, mi accorgo, con sgomento, che le squadrette ai bagni miei, tra un molo e l’altro, sono almeno sei. In un tic, faccio due calcoli senza compasso e vado a sistemarmi proprio sotto a una signora corpulenta che mi par beatamente immersa nelle lettura. Ritorno a Creso quando, punfete, ancora un’altra pallonata. Ora la misura è colma, mi dico e sto per prendermela con il raccattapalle di turno quando il mio sguardo va a scontrarsi con la figura di un ragazzino grassottello, sui nove anni, che, in barba al caldo, indossa la maglietta da vespa degli arbitri, un paio di braghette nere che luccicano al sole e un’espressione seria e fiera, solenne, da re di Persia... Mi giro, tutta quanta, per osservarlo meglio, circondato com'è da un groviglio di bimbetti. Li doma, lo vedo. D’un tratto, mentre quelli scodinzolano di qua e di là, lui si impenna. scatta sull’attenti, soffia, a gote piene, il suo fischietto rosso e  tira fuori dal taschino, con un gesto da passo dell'oca, il rettangolino giallo dell’ammonizione. Intorno, silenzio; l’ammonito immusonito piega le ginocchia al suo signore. A non so più che numero di pallonate, afferro svelta il pallone, mi alzo e, cerimoniale, faccio da raccattapalle. E quello, non ci crederete, senza una ruga,  solenne, mi concede solo uno sbrigativo, : “Grazie tante” e via, al lavoro, il mio Ciro il grande…  

lunedì 9 luglio 2012

I miei lenzuoli di zucchero


Siccome Jesolo (dove mi trovo a passare questi caldi di luglio per motivi che sono famigliari) non è né punto né poco (e forse è il bianco del nero…) come la mia Cala dei Gigli, e a me  onde e spiaggia che paiono sempre indaffarate e all’ora di punta stanno strette, a volte, con la grazia dei miei quaranta e passa anni, me ne rimango in camera mia, in solitaria, a mettere ordine ai miei pensieri e a stirare con l’appretto certe pieghe d’ombra  e, tra una cosa e l’altra, mi ritrovo alla finestra che dà su una stradetta scura che è parcheggio e insieme trincea tra il palazzone color uovo sbattuto dove vivo al quarto piano e un albergo color carta da zucchero che porta, sereno, in capo il nome di un oceano. Il mio sguardo, forte del suo terzo occhio, scodinzola tra le macchine, scivola lungo un boccone di retro spiaggia, dove i cespugli, visti da quassù, paiono macchie di inchiostro, e più in là, fotografa uno scorcio di arida sabbia d’oro seminata in quasi tutta la sua lunghezza di  lettini e ombrelloni a righe azzurre e gialle. In fondo lì dove la battigia si colora di umidore nel casto matrimonio col mare, si agitano le figurine dei bagnanti che sono ognuno fatto a modo proprio, ma da lontano, tutti uguali, in una democrazia umana che nel mondo non si trova mai.
Nostalgia di casa: i miei fiori, in cucina...
Se chiudo stretti i due occhi, resta il terzo mio, ben aperto, che rivede per magia d’incanto Jesolo com’era quando si chiamava Baia Zuccherina e somigliava nel silenzio, battuto dal vento che rovinava dalle Prealpi o umido di mare adriatico, alla mia Cala dei Gigli, lontana. Tutto è silenzio e d’oro e d’argento in quel lungo, antico paradiso di sabbia, ricamato dai geroglifici degli uccelli marini… E non ci sono, a far da sentinelle lungo le strade d’asfalto, dietro e fin quasi a toccare le montagne, i grattacieli di cemento armato e neppure le nuove Torri gemelle (che di notte hanno bagliori e sguardi  blu) che tanto piacciono da queste parti… E mentre sono lì, perduta nel mio privato sogno di una protostoria impossibile, un rumorino che amo mi fa alzare il capo e aprir gli altri due occhi. Alzo lo sguardo verso il terrazzo, in paradiso, dell’albergo ed ecco, in un grande sventolio di candori profumati, liberi nel vento, generosi e sazi di vita, i lenzuoli di bucato, di zucchero, bianchi, stesi a godersi aria e sole. Poc, poc, poc, il vento li scuote e loro, ridenti, si fan di mille forme, gonfiandosi e spegnendosi come fossero vivi a respirare, per la gioia mia e di chi li guarda. E così mi perdo in quel quadretto di armonia che mi fa spumeggiare l’anima e il cuore, dimentica perfino del mio sogno zuccherino... 

sabato 7 luglio 2012

Estate in Puglia


In una casa di torrette e altane, color meringa, seduta in un giardino selvaggio, proprio sul ciglio delle scogliere nere che mordono come denti il mare saraceno delle Puglie, villeggiavano da giugno a settembre di quelle estati che c’erano una volta e ora non sono più,  i Capocci Ravalli. Erano così tanti in famiglia, tra fratelli e cugini e zii e nipoti,  e primi e secondi e terzi, alti e spigolosi i maschi, rotondette le femmine, che a metterli in fila ci sarebbe voluto un giorno sano. Inutile dire che i Capocci Ravalli erano stati i baroni del posto e che, per anni, tra terre e masserie e gagliardetti e senatori del Regno, avevan fatto il bello e il cattivo tempo in quel di Capocase, maritando le femmine procaci ai maggiorenti del luogo, con radici su fino a Roma, e i maschi a dame con doti regine. Insomma nel gomitolo delle parentele pugliesi di quel certo mondo che fu ci si ritrovava sempre, nell’albero genealogico, di lusco o di brusco, un Capocci Ravalli. Ma quel tempo era trascorso e lontano, il presente fischiava i suoi frastuoni al neon e anche il patrimonio andava svenendo nel buio di tasche distratte…Un’estate, quando già tremolava il tramonto della casata, venni invitata a passar qualche giorno in quella villa bianca e lievitata che pareva  sonnecchiare, al modo d’una odalisca, nel languore del lento, placido declino. Del mare di mattonelle arabe, le piroette del sole a guizzar tra le onde, della casa il campo da tennis che doveva aver visto primavere più allegre. Si vantava di essere di terra battuta, ma qui e là, chiacchierini, esplodevan ciuffi d’erba e la rete che separava le due piazze era smagliata, grigiastra e metteva quel tanto di malinconia a vederla ciondoloni, impiccata tra i pali, che solo a ripensarci sale il magone. Io, un dritto e un rovescio, vestita di bianco (chè altro colore dal padrone di casa non era ammesso…) mi sentivo, nell’incanto solenne di quella numinosa rovina, non più io ma Micol Finzi Contini.
all'equatore, l'altro mondo
In un pomeriggio di afa e scirocco, che tappava narici, bocca e cuore, ecco arrivare dritti dritti dall’altro mondo i cugini brasiliani, verniciati e lucidi e contemporanei tanto da parer americani. Figuratevi la scena, con i parenti italiani in fila, polverosi per la troppa storia. E ci sono gli altri, sciacquati alla fonte d’Iguacu. C’è un lui, c’è una lei e c’è un bambinetto di tre anni con il pollice in bocca. D’un tratto il piccino, tra i tanti parenti mai visti e che dovevan sembrargli un tutt’uno di mummie, tirato il dito fuori dalle labbra, indicando la casa lontana fa: “Casa da bruxa!”. E tappete, il dito di nuovo a coprir la bocca. “Che cosa ha detto?", fa il nonno, vecchio, di quercia e farina, il padrone di casa. Zitti i brasiliani; solo io che masticavo il portoghese seppi la verità. Ma tacqui perché delle vecchie signore, anche se son case, bisogna aver rispetto e nel cuore restan regine...

domenica 1 luglio 2012

Su la testa, Italia!

Forti come gli antichi acquedotti!
Di giorno, sotto un sole giaguaro, il fiato rosso del drago che chiamano con nomi di mitologia greca obbliga a convertir la casa in grotta e noialtri, tutti orsi, a rintanarci per salvare il fiato. Pare una cappella la casa mia d'ombra e le stanze, dove sfaccendo come sempre tentando di mantenere un poco d'ordine, paiono persino più grandi. Si sente, di dentro, il rumore del silenzio. Le imposte chiuse, il buio dentro e fuori, le ore corrono al trotto ed è già sera, manca un soffio a Italia- Spagna. Stufa di raccogliere polvere e piegare magliette, saluto marito e figlio e sola soletta me ne vado a prendere un poco di fresco ai Giardini di Sant'Andrea, che hanno il trucco rifatto da poco e i capelli d'erba ben corti, tagliati di fresco. Nel verde, respiro, sono io. Intorno si muovono rare persone e molti animali. Un gatto nero, dal pelo lungo, mendica del cibo; un gabbiano avanza a petto alto con certe arie da principe di sangue; nel prato, colombi d'argento e bianchi e merli. col becco  indaffarato, stan lì  a raccogliere quel che c'è, per noi invisibile. Arrivano con i padroni due cani da slitta, negli occhi il ghiaccio del polo. Io, distesa sotto un albero accarezzato da un certo vrntolino che a Roma spira sovente a offrire due spiccioli di refrigerio dopo i dardi del mezzogiorno. Sono lì, distesa, in beatitudine mentre la palma fa da sipario al cielo che imbruna quando, d'un tratto, odo il rumore di un motore e il fiii fii di un fischietto. Non sono i tifosi, è ora di chiudere, bisogna andar via. Ubbidisco, ubbidisco al fischietto e scendo giù a passi stanchi verso la via Nazionale; attraverso la strada, imbocco via del Boschetto e giunta quasi a metà, come un'apparizione, un conoscente in bicicletta. Abbronzato, camicia azzurra e i pantaloni rossi di chi fantasia non ne ha proprio ma pensa di averne una sporta, mi ferma. Parliamo di ieri e d'un tratto ieri mi è stretto. L'oggi non ne parliamo. Ma lui seguita a cicalare, di fiato ne ha molto; io poco. I pedali sono fermi e va pure in palestra... Cerco di svicolare, niente. Ha molto da dire, io poco. Devo andare a preparare la cena: niente;     ha squillato il tuo cellulare? Nulla. Passa una macchina che sventola un tricolore, fischietti in libertà. La partita? Dico e lui, finalmente, pieno di fretta, quasi neppure mi saluta ed è già, pedalando, su Via Milano... Ciao ciao, liberata. Se avesse saputo come andava a finire, sarei ancora lì a parlare del suo nulla. Su la testa, Italia!