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sabato 29 settembre 2012

Panis angelicus


Nel paniere dei ricordi in uniforme dell’Istituto Mater Dei, mi appare, come in  sogno, il giorno della prima comunione. L’abito lungo, di organza, mi tirava di fianchi e spalle, avendolo io ereditato (come accadeva sovente con tutti i vestiti) da mia sorella che, alla mia età, era di un palmo più piccola di me; mi incorniciava il viso un velo di tulle, che sbocciava da un cerchietto di roselline bianche le quali mi correvano, gioconde, intorno all’ovale sano del capo, torno torno, a guisa di aureola di ninfa.
Una foto di famiglia mi ritrae, sotto a un’esplosione di gelsomini, ubbidiente, i capelli sciolti sulle spalle, le mani giunte, negli occhi un’ espressione ieratica (e falsa) di comunicanda, mentre tutt’intorno i fratelli già grandi han in volto quella cert’aria d’ironia, un po’ così, in odore di Anni Settanta. Della festa in giardino, voluta da mia madre, di gloria e stile, che riunì, ci scommetto, amici e parenti, non ho memoria; niente pure della cerimonia e nulla della foto di gruppo scattata in cortile, all’Istituto Mater Dei, con il cardinale in porpora, la sottoveste di pizzo, seduto, grande e grosso com’era, tra noialtre, tante farfalle, arrampicate, le più piccine su sedie, per far da seconda fila alle alte, senza sciupare i vestiti.
Nulla ricordo, ma una foto, pubblicata sul fascicolo del centenario dell’Istituto Mater Dei, racconta  una storia diversa. Solo una, infatti, tra le tante comunicande di quell’anno antico, ha il viso disordinato, in rivoluzione, girati di profilo naso, occhio, orecchio e quella son io. Se il mio sguardo, benedetto dal pane angelico, cercava qualcosa, tra le ombre e la luce,  dirlo non so; so di certo che cominciava proprio allora il mio viaggio, con lo sguardo in tralice, non strade maestre, ma sentieri ; non viali alberati, ma viottoli etruschi...

giovedì 27 settembre 2012

Cocotte della letteratura


Un giorno di maggio di molti anni orsono, ecco Valeria, mia cugina, a Torino, al Salone del libro, a far da addetto stampa a un romanzo (proprio un romanzo…) di Hugo Pratt, insieme con una compagna di scuola, che portava il nome di una via consolare romana. Quella, mora, mora, petto d’oca, occhi d’erba, vispa e vespa, all’Istituto Mater Dei (dove pure aveva passato una decina d’anni) non aveva certo sacrificato, come molte altre, la sua personale  Dea Ishtar. Niente affatto, ci potete scommettere! Sotto il basco penitenziale, lei, in cappella, si portava il  suo bel nasino all’insù, spruzzato appena di lenticchie, pronto a cacciarsi in qualsiasi avventura di rosa…
Ma eccole,  lei e Valeria, a dividere una stanza in un bell’albergo torinese che, nella memoria, è colorato d’ombre e di sole mai. Al Salone, l’Ardeatina civetta con giornalisti e scrittori; in albergo con Hugo Pratt. Valeria, dal trono dei suoi anni cristallini, ancora con il basco in capo, la osserva, basita: oh, non pensava mica, meschina, che il lavoro fosse far sorrisi e tanti e molto sciocchi! Sicché si guarda bene dal farne troppi, e, tornata in uniforme, Valeria se ne va dritta per la strada sua un poco in salita. Sì, una parola, ché il destino è sempre galeotto e ride, ride, lì dove noi ci carichiamo una tonnellata di sale in spalla, per cercar di scapolarla… Saltiamo, dunque, quattr'anni sani, a bordo della macchina del tempo ed ecco la Valeria a far il capo ufficio stampa alla Lucarini editore. Un bel giorno se ne va, con i suoi bei libri freschi di stampa sottobraccio, a trovare un certo Cotroneo (sì, quello di "Otranto"…) dell’Espresso e le pare, una volta congedata, di aver fatto un lavoretto niente male con il suo Pessoa e, vivaddio, anche con Puskin.  Passa una settimana, esce il pezzo, Valeria lo legge, oddio, c’è dentro anche lei! E, indovinate un poco come la chiamò il giornalista? La chiamò cocotte della letteratura, ecco come e, vi dirò, lei  (cioè io...) non se ne dispiacque…

martedì 25 settembre 2012

Rosa d'Irlanda


Le sorelle  Parrot erano quattro, tante  quante  le  March delle Piccole donne. A noi Ponti, per il ghiribizzo verde del destino, era capitata Rose, la numero tre, sfornata exprés in Irlanda con gli occhi color vestito di folletto, i capelli rossi e una sgrullata di semmola a ricoprir la pelle di latte. A Dublino, in casa Parrot, seduta su due piani, di moquette, ninnoli e vetri, con il giardino sulla schiena, conobbi altre due sorelle Parrot: Sarah, alta taciturna, inamidata, volava con l'Air Lingus e Tonia, corvina di occhi e di capelli, sposata, aveva, lei sola, una bambina: la quinta Parrot. La  secondogenita, Alison, non la conobbi mai: era suora a Crookwell in Australia.
Uno scorcio della villa di casa dei Gigli
Ma torniamo alla terza Parrot, che arrivò, ventenne, a casa nostra quando mia madre, allora trentenne, aspettava me. Non so dir come né perché, ma la Rose, che non fu mai una "signorina" in casa Ponti, si cucì con gli anni una tasca calda in casa nostra. Prima abitudine, poi istituzione e medaglia.  Ogni estate era ospite a Cala dei Gigli. Arrivava, in volo, portata dal vento catturato dal suo pink parasol, come Mary Poppins sospinta dal suo parrot umbrella...  
Un ricordo picchia alla porta e corro ad aprire. E' settembre, in cielo una corrida  di nuvole basse, come bagagli di Saturno. Tutti i Ponti, compresa Rose, si va a cena alla Tombola a Vaccileddi. Come si fa, come non si fa: nelle macchine non c'è posto per la famiglia al completo. No problem per la Rose. Via, con il suo pink parasol, la gamba lesta degli antichi celti a rincorrere il sole. Va bene, va bene, poi, gli altri tutti dentro. La pioggia, dispettosa,  prese a picchiar sui vetri, un respiro più tardi. E mentre le automobili mangiavano la strada bianca che portava all'Orientale sarda e al ristorante, da lontano, ecco Rose, una nuvola rosa tra il grigio del cielo e il candore della via. Quando si schiacciò tra me e Virginia sul sedile di dietro, lo giuro, era bella e asciutta... 

sabato 22 settembre 2012

Il serpente di Iside

Ecco un pezzo d'acquedotto romano:  lo vedo, o meglio lo ammiro, ogni volta che vado a far la spesa al Dico che si nasconde dietro la Casilina

Scendevo durante una delle tante mie passeggiate sabine, lasciandomi alle spalle Grotta scura - che apre le fauci nere ai piedi di Castelnuovo di Farfa baciato dal sole - verso il Ponte romano, dove il Farfa fa un gomito gentile e si fa dolce piscina d’acqua gelata. In gola la fatica, in spalla, lo zaino, ai piedi le scarpe da ginnastica, in coda, il marito il bel figliolo e Marco con i suoi bei ragazzi, a me cari, che oramai sono brasiliani. Scendevo, dicevo, attenta a non scivolar sulle polle d’acqua sorgiva, rinate per l’autunno, di un ruscelletto che sgorgava da chissà dove; gli occhi a terra, intorno le foglie  colorate d’arancio e di giallo che vestono gli alberi e l’ottobre d’incanto. Scendevo, tutta in me e tutta quanta in quella natura che pareva dormire in un sonno beato e grande di consapevolezza. Sono già sul ponte e lo attraverso, sola, diretta verso l’antica mola del mulino, grande come un sole nero, che resiste, prezioso, a pioggia e neve. Di corsa, arrivo, sicura e danzante. Mi attende una sorpresa, un dono degli Dei: un serpente grande, giallo, arrotolato nelle sue spire dorme, giro giro, proprio sulla mola nera. Lo guardo come si guarderebbe una visione, come se Ermes avesse liberato uno dei serpenti del suo caduceo e lo avesse indotto al sonno, come faceva con gli eroi affinché dimenticassero gli affanni del mondo e le numinose visioni dello spirito… Il serpente si sveglia, srotola le spire, via verso il verde del fiume e io, da sola, nella visione; me lo sono portato a casa, il mio serpente, e l’ho ritrovato, giovane, eterno, nel suo cerchio perfetto, in una statua di Iside, al Museo Altemps. Era lui e mi sorrideva.  

giovedì 20 settembre 2012

Paolini non è Pasolini


Seduta, il muso in cuore, con il mio numeretto in mano (sono B28) eccomi al piano interrato di una grande libreria che apre le sue porte vetrate al limone e al neon sullo struscio romano. I libri, seduti pure loro, in piedi, distesi in quelle bianche scaffalature mi paiono tanto tristi , pigiati in un supermercato d’amuchina dove si vende carta e pensiero invece di merendine e Coca cola…
 Seduta, sullo zoccolo smilzo di un ripiano stracolmo di improbabili quaderni che della scuola fanno strame, sono lì, tra altri genitori (e rari ragazzi…) ad attendere il mio turno per comperare i libri di scuola. Dietro il banco, un viavai di commessi, alcuni svelti altri meno, che, pestando su una specie di pistola, fan correre i numeretti accesi di rosso del display. Servito il numero E45. Il che tradotto in tempo vuol dire almeno due orette buone di attesa perché dopo aver terminato la E si ricomincia da 1 con la A per poi passare, a Dio piacendo (e alla sottoscritta) alla lettera B…
Leggo un poco, osservo le persone, cerco di non pensare al fatto che siamo chiusi là sotto e non c’è neppure una finestra per guardare il cielo, quando, d’un tratto, ecco apparir tra la folla un tipo alto, dinoccolato, i capelli sulla nuca schiacciati come se fosse appena uscito dalle coltri. Oddio, lo riconosco: è quel Paolini che si ficca sempre dietro ai mezzibusti per investire in famosità. Lo riconosco io e molti altri. Lui parla, conciona, spiega i massimi e i minimi sistemi , il mondo è suo e giovani e meno giovani gli fanno crocchio intorno. Qualcuno, tiè, gli chiede pure un autografo. Se entrasse, vivo, Pasolini, ci scommetto, la gente neppure lo riconoscerebbe…



Umanità salernitana

lunedì 17 settembre 2012

Canto antico


In maggio, a casa Ponti, si celebrava il rito dei tappeti. I prati vestivano trame orientali, svenute nel caldo del sole d’oro in una Persia casalinga e ritrovata. la Mimma, armata di battipanni, con la parannanza bianca a far da faro sul grembiule blu, dai  a battere colpi ora su uno e  ora sull’altro. La polvere, danzando, disegnava una nuvoletta grigia in aria per ricadere, poi (così mi pareva) lì dove era stata alzata. Che faticaccia inutile! Quanto ai tappeti con quei colori smorti , il punto a morso aspro e duro, le frange al gusto di nulla mi davano (e mi danno ancora oggi) la rosolia.
Bennibag retrò, con pizzi e merletti..
Ma Mia madre, niente. Inesorabile, capitanava l’operazione che vedeva, dopo la sbattitura, prima l’arrotolamento dei medesimi tappeti, baciati a giornali vecchi e  spruzzati di naftalina , e  subito dopo la loro imbalsamazione  ravvolti da un sudario bianco  con legacci, torno torno, di spago… C’era il rito dei tappeti e quello della cera. “Tutti fuori, la Mimma deve dare la cera”, diceva mia madre come chiamandoci alla messa e noi, ubbidienti, via mentre  l’odore di resina e di legno feriva il naso e le sedie finivano a gambe in su sui letti in minigonna. Ricordo, e il ricordo mi incanta in questo settembre numinoso, di nuovi bagliori, dorato di speranza; ricordo, dicevo, la voce della Mimma  che cantava piano, accompagnando i gesti con un canto antico che non  ho udito mai più…



venerdì 14 settembre 2012

Un diavoletto col compasso

Nel bel fresco di questo settembre che mi par nuovo, come appena emerso dalla spuma del mio mare, stupefatta, osservo mio figlio oramai liceale. Alto, moro, giovanetto e mi par ieri (e non è) che me lo portavo al collo,  crisalide, come fosse ancora una parte di me. Suo, il mondo; mio un cantuccio nel dorato crepuscolo della mia dopo-storia...
Arrotolavo, nel guardarlo marciar d'allegria, con il suo zaino turchino, verso la bocca aperta di drago Boncompagni, del liceo Visconti, questi e altri pensieri, un giorno qualsiasi di questa settimana fresca di pioggia settembrina, quando, oddio, ma non sarà mica Clemente, Clemente di sopra e di sotto, con due cognomi che valgono un Gotha, quel tipo lì che passeggia, su e giù, all'altezza del civico tal dei tali del Collegio romano? Oddio, sogno o son desta, sarà proprio lui? L'andatura è la stessa, felpata, di uomo guardingo, restio all'azione, di uno che matrimonio col fischio, molto meglio mammà. Lo squadro:: ha: gli stessi occhi glauchi, le labbra sono quelle, sì, sì, non c'è dubbio, è proprio lui.. Basta, coraggio, lo chiamo, nella vertigine di non so quale perduta onda di giovinezza che mi colora viso e anima. Lo chiamo e faccio anche un pot pot con il clacson. Lui mi vede, saluta, sorride il suo sorriso chiaro, sciacquato in varechina, lo stesso di allora. Oddio, non ci vediamo da circa vent'anni,, ma che importa, siamo stati ragazzi, vicini, amici e l'imbarazzo non è nostro ospite. Parliamo un poco, di questo e di quello. Lui non si è sposato (ah, l'intuito mio femminile!), vive con mamma (Mamma Pucci, la ricordo ancora, con due labbra rosse che parevan di vino), fa l'architetto ed è lì per non so quale convegno di un certo gesuita che era genio e architetto e chissà che cosa altro. E' lui, con gli stessi pantaloni di vellutino beige a coste e le clark e il golf girocollo di cachemire. Oddio, parliamo e mi pare quasi, .faccia a faccia con la mia giovinezza,. di dover, io pure, entrar nel portone e sedere di nuovo al mio banco, il terzo della terza fila, vicino alla Trani... D'un tratto, l'incanto è finito. Qualcuno mi suona, pit pot, deve uscir dal parcheggio che io blocco, in seconda fila. Presto, presto, si torna nel mondo. C'è una raccomandata che aspetta nell'Ufficio postale di Via Arenula, la spesa da fare, le stoffe nuove per le mie bennibag. E' ora di andare e lui, cortese,  mi bacia su una guancia e poi sull'altra e gira i tacchi. Oddio, ecco, lo vedo:; un diavoletto dispettoso ha tracciato sulla sua nuca, con un compasso, un cerchietto di pelata nuda. Un marameo di verità. Patapunfete. Sorrido, tra me, sull'altare del tempo perduto

mercoledì 12 settembre 2012

La veletta di Nonna Stella

Quando l'inverno vestito di grigio indossava la sua pelliccia di gelo,  eccoci, tutti i Ponti (cinque di dietro e due davanti) nella Peugeot amaranto di mio padre per raggiungere, dopo ore di viaggio, correndo sul'argento dell'autostrada del sole, il bel casolare color cipria di San Giuliano,  che ci aspettava, col suo corteggio di verde, seduto ai margini smarginati di una Pordenone arcaica che ora c'è solo nei libri di storia.. Era lì. in quella solitudine di campi e vigneti, che viveva nonna Stella, in compagnia della sua piccola corte, per me bambina, d'alto lignaggio, e che ora sopravvive solo nella mia memoria. Era composta, la compagnia di San Giuliano, dal cane Pippo, più lungo che alto, con il cappottino nero sulla schiena e d'oro in pancia, dalla governante Lilli, sempre vestita di panno scuro, dalla contadina Carolina e dal suo figliolo Bepi. Noialtri si arrivava all'imbrunire, nel mantello di pece che disegnava ombre sulle pareti rosa della casa e nel mio spirito bambino. Tutt'intorno, in una festa d'abbaiate e di zompi, chi prendeva le valigie, chi si baciava, chi se ne stava d'un canto a guardare, chi correva (ero io) a cercar in solaio la bambola di coccio, rimasta lassù a vagheggiar, per tornare viva, il mio ritorno...
 Il viaggio, eterno, aveva i suoi ritornelli. Giunti al Pian del Voglio, mio padre minacciava di lasciarci lì, tutti in un fascio, ché era arcistufo di noi; verso Ferrara, bisognava turarsi il naso e far versacci per l'odor delle marcite che chissà che cos'erano, ma dicevan la loro: Da Bologna in poi, Marco e io contavamo, io di qua e lui di là, i balconi festosi di palle di luce colorata e gli alberi di natale.Quei lumini verdi, rossi, d'oro erano per me richiami di falene. Immaginavo gli interni sereni delle case che si rincorrevano, accese, lungo la via e mi perdevo nei sentieri sognati. Nessuna, però, ai miei occhi era bella come San Giuliano, ché quella casa, nuda d'alberi di Natale (per carità, in casa Ponti, solo il presepe si faceva per dovere di dignità) e ghirlande di palline versicolori, parlava al cuore. E così pensavo la pensasse mia madre che ci aveva vissuto, bambina e ragazza, prima di maritarsi a Roma con il suo avvocato, mio padre...
Vietri, scorcio di un'anima
Ed ecco perché feci un tonfo per terra, qualche giorno fa, e vado a raccontare, pazienza, il perché. Dovete sapere che, non so più quando, ma tanti e tanti anni orsono, nonna Stella, vedova e ancora piacente dietro il vezzo della veletta nera, ebbe un pretendente in no so più  quale amico di suo marito, un tipo elegante, ma senza un soldo, che voleva sposarla e vivere con lei a San Giuliano, insieme a mia madre, allora ragazza. "Per carità - disse mia madre Regina a me, rifacendo, tale e quale, il verso a se stessa petulante, selvatica e ragazzina - ci mancherebbe altro! In quella casa marcita, di streghe e fantasmi!" Non ci furono nozze né altri spasimanti per nonna Stella, ma mia madre avrà sempre negli occhi, lo so, la veletta sgomenta della sua Stella a coprire una lacrima...

lunedì 10 settembre 2012

Il pittore Pablo Picasso

Ad un certo punto della mia esistenza, mi ritrovai a lavorare, tre ore al mattino con l'oro in bocca, come archivista nello studio del pittore Bruno Caruso. Io, allora, avevo trent'anni, o poco più, e, sposata da poco, mi mangiava il desiderio di avere un figliolo. Il quale, pigro com'era e come dovevo conoscerlo anni dopo, preferiva rimanersene lassù tra gli angeli, senza degnarsi di sporcare i piedini sulla terra, tutto preso a giudicar se ero o non ero la mamma giusta per lui.. E ora basta, torniamo sulla terra..
Bruno, allora, doveva aver già passato la settantina, ma svelto di gambe e con la lingua spruzzata di sale e di pepe dal cervello e dallo spirito, pareva un ragazzo e io, più che archivista di mostre, pubblicazioni e tele sue, digerivo, felice e contenta, i suoi ricordi e i tanti racconti, ordito della nostra amicizia che doveva durare fino a oggi. Lui dipingeva e parlava; io me ne rimanevo seduta ad ascoltare, con le mani in mano. Guai ad alzarmi! Ché per lavorare, per carità, diceva Bruno, c'è sempre tempo, tanto tempo. Siedi, siedi e ascolta. Il tempo, così, scorreva in piacevolezze. Alle undici, prima di andar via, lo studio odorava di caffè d'Aragno... Ogni tanto venivano a trovarlo, in quello studio da dove si sarebbero potuti guardare, senza pagare il biglietto, i giochi gladiatori al Colosseo, i suoi amici che erano pittori e scrittori e gente che, e me ragazza, parevano l'empireo della società, tanto erano autorevoli e ironici e pieni di tutte quelle qualità che erano, per me, l'unico biglietto da visita  in questo mondo senza capo né coda. Allora, in compagnia, mi facevo ritrosa, selvatica e per tema di dir qualche corbelleria, per lo più tacevo. Un giorno, dopo una visita di un tal dei tali, Bruno mi disse: "Oh anche io ho avuto il mio principio". E mi raccontò che, giovanetto, a Parigi aveva incontrato a casa di comuni amici Pablo Picasso, il quale, bontà sua, gli aveva domandato che cosa facesse, Bruno, un poco intimidito dal Maestro, gli aveva risposto titubante: "Je suis peintre". E Picasso, non ci crederete, rispose: "Moi aussi je suis peintre".

venerdì 7 settembre 2012

Il mio canto libero

In un tempo che ora mi pare cavalcato dai dinosauri, c'ero io di pochi anni, insieme ai fratelli, e tanta neve bianca, caduta nottetempo a coprire col suo manto il gran giardino verde, di alberi e acanti, disteso sotto al bastione del Sangallo, che era pure lui, un fiore di ghiaccio nel bell'ocra delle mura Aureliane. C'ero io, con la mia cuffietta color nontiscordardime, la giacca a vento rossa - dei segnati, dei quoque tu -  i capelli giù sulle spalle; e c'era Marco, piccolo anche lui, con gli occhi turchini, di gatto, in quel bianco solenne e silente che pareva coprir di filosofia e di mistero il chiacchiericcio del mondo. Bianco il cielo, bianca la terra e noi due, nell'anima fanciulla, bianchi anche noi. Noi due, perduti, laggiù, nel pratone, sotto i pini che piangevano stille di neve, in un pulviscolo di stelle che pareva, ai miei occhi, quello della polvere che amavo spiar contro sole in certe pigre mattine di malattia... Noi due,  perduti in un sogno tutto nostro di fratelli minori, un sogno in alpeggio, mentre, più in là, lì dove l'erba, con la bella stagione, veniva spuntata dal giardiniere Marino, lungo la discesina che portava e porta dal pratone al praticello, c'erano invece i fratelli, i tre grandi, che misuravano - almeno i gemelli ché mia sorella non so - con gli sci a spazzaneve, sci lunghi come la noia, e le bacchette a infilzar neve e terra, il terreno, in un rincorrersi festoso di grida, risate e palle di neve, che, però, in quel lucore fiabesco, (al ricordo), a me bambina, ferivano il silenzio...
Amalfi, il chiostro del Paradiso
Silenzio, tra noi. Muti, Marco e io, osserviamo le piroette dei fiocchi che han ripreso, ora sì ora no, a cadere. Camminiamo e la neve ci arriva alla cintola, camminiamo come astronauti in un mondo diverso che mi sembra così nuovo, pulito, come appena uscito dall'uovo ancestrale di Iside. Camminiamo, senza un verbo, un aggettivo, un nome proprio o comune, procediamo nella nostra terra promessa, nel candore di una  magia che ci avvolge nel tutto silvano. Camminiamo e la neve continua a cadere. D'un tratto, una voce, quella di uno dei gemelli: "A cretini, non vedete che sta di nuovo a nevicare!" Tutti giù per terra.

lunedì 3 settembre 2012

Le scatole di Piazza Augusto Imperatore


Tra gli amici librai antiquari (che vivono,  al pari di me, in un laghetto artificiale colorato di Novecento) ne ho uno che, tra barba e occhiali, ha tutta l’aria del professorone e, pur non essendolo,  lo è più di molti altri che han cattedra e registro, condito com’è dal sapientume della sua mercanzia. A sfogliare i libri suoi, vedresti correr la sapienza, vestita ora da dama e ora da mendicante, su e giù per i secoli, inseguendo l’eterno mistero che ingolosisce il mondo e che mai si svelerà. Ma torniamo con i piedi in crosta e, sulle ali dell’immaginazione, figuratevi uno di quei mercatini domenicali, mettiamo sotto i portici di marmo bianco di piazza Augusto imperatore, proprio in faccia al mausoleo dove dorme il sonno eterno il piccolo grande Ottaviano. Immaginatevi, nella fuga dello spazio, tanti  banchetti ricolmi di ciribigattole: quadri, piatti, volumi, pizzi, vestiti e fate un poco voi, lavorando di fantasia.
Sono quadri di una pittrice salernitana, Olga  Schiavo. A me piace tanto e a voi?
Ieri, a questo mercatino, con le mie bennibags, c’ero anche io e, con me, Giancarlo che è il libraio di cui ho parlato sopra. Le ore sono lente a passare nelle fiere e se la mattina è accesa e vispa, in uno struscio continuo di varia umanità e qualcosa si muove e si vende (almeno l'autobiografia di Monaldo Leopardi...) il pomeriggio è appiccicoso, di pioggia, e pare come lo strascico del mantello del re che non finisce più nel giorno di parata. Siamo lì, Giancarlo e io ad ammazzar le ore, divinando il futuro, e analizzando lo ieri; stiamo lì  a intrecciar pareri letterari, quando, nel nostro ozio oraziano, irrompe tutto insieme, corpo e lingua, un tipo  che, come ci dice, poco più in là, ha un banchetto che vende scatole e scatoloni in cartonage di carta di Firenze. Si piazza in mezzo a noi e, senza dire - che ne so un magro scusate, che è anche gratis -  comincia filippiche e catilinarie. Passan dieci minuti buoni e ancora non la smette. Giancarlo, zitto, pare ascoltare. Io lo ammiro perché a me viene voglia di sbuffare. Quello, troneggiante sopra noi che siam seduti, spiega con foga che ha quindicimila armati alla Garbatella, con le armi ben  oliate, gente pronta a cacciar la ‘ndrangheta e a far tornare, casomai, il Papa Re. Giancarlo, respira pazienza, sia pure dicono i suoi occhi. Il nostro oratore, bontà sua, è tuttologo. Sa persino dove stanno di casa le donnine allegre mantenute dei senatori e ce lo spiega a partire dal colore del portoncino d'ingresso del palazzo, robetta sua. Di Roma sa papi e miracoli e passaggi segreti. Di internet, poi! C'è un posto, ci dice, dove il denaro lo creano virtuale e te lo cambiano persino… Giancarlo muto e mite. Che gioia, che delizia, per il chiacchierone: apriti cielo e le cataratte della chiacchiera larga. Bla e bla e bla. D’un tratto, e di minuti ne devono essere passati almeno venti, oh,  non mi par vero, vedo sventolare la riscossa. Giancarlo, con semplicità, si alza, gira spalle e didietro al chiacchierone e, trascinandomi dietro, se ne va, serafico, a cambiar di posto a un libro che stava benissimo al suo posticino... Siam liberi. Mi giro. Pubblico non ne ha più, meschino. Al poveretto smorì di botto la parola in gola, e mutolo, orecchie a terra, un gatto bagnato, il nostro pronunciò la sua condanna, un costernato: “Ci vediamo dopo”. E via, sconfitto, a vendere le sue scatole, senza rompere più le nostre...  

sabato 1 settembre 2012

Piedi neri


Settembre danzando, incoronato di pampini e viole, inseguito da Dioniso e Pan, rinfresca l’arietta romana bionda, di spighe mature, nella gioia del vento; nel cuore sento una felicità nuova, di timido autunno, che par salutare da riva l’agosto di foco, esule in una santelena perduta nel nostro tempo in fuga.   Settembre: è tempo di uscire! Eccomi, turista per gioco nella mia Roma Eterna che amo. Insieme al figliolo - che mi segue nelle passeggiate romane con l’entusiasmo spento dell’adolescente annoiato – scendo giù per la scalinata di Magnapoli, percorro la Piazza Venezia per perdermi prima in Via della Gatta e poi in Via Pie’ di Marmo. E ancora ancora, cammina cammina, costeggiando il dorso del Pantheon fino alla piazza di Sant’Eustachio dove regina, lassù, è la lanterna bianca del Borromini che pare una trottola di nuvola e panna. Via, via, proseguiamo al balzo fino a Piazza delle Cinque Lune dove ci attende, deserto, Palazzo Altemps, che è ora un museo. Siamo noi due e  pochi altri (americani) perduti tra Pan, Apollo, Elettra, Oreste, in quelle stanze che un tempo furono dimora augusta di cardinali, i quali trovavan, scavando, tesori antichi che divenivano delizia per gli occhi nelle ampie sale…
La gatta di Roma, anche lei trovata tra i resti dell'Iseo Campense
Ci sono teste su busti, tante, di marmo, con occhi cavi che pure sembrano dire la loro ancora oggi: Cesare, Vespasiano (oh quanto amo questo imperatore sabino che aveva lo spirito e la lingua pronti alla risata!); e ci sono corpi interi, spalle e gambe e panneggi e tutto il resto come imparavo nei libri di storia dell'arte. Tra tutti, un Dioniso che doveva esser d’oro perché gli restano, qui e lì, sulle spalle e sul collo, certi granelli di porporina, come se il Dio, nottetempo, fosse sceso dal suo piedistallo per andarsi a bear su una spiaggia al chiaro di luna e la rena, dispettosa, gli fosse rimasta addosso come il ricordo di una marachella. Ci sono capi e ci sono piedi. I piedi di Iside infilati in due eleganti infradito e un paio di piedacci neri, lunghi così, in un passo egizio, quel che resta di una statua dell’Iseo campense. Sono lì, con Leonardo, a guardare quei piedi neri, quando ecco avvicinarsi un tipo lungo, tutt’occhiali, con i capelli di ragnatela. Mi guarda, ci guarda e poi, in americano miagolato, mi fa: “Lo vede, lo vede quel piede? Ha l’indice più lungo dell’alluce, come me”. E, senza scherzi tira su un piede, il suo, calzato in un sandalo francescano e lo mette sotto al naso a me e a mio figlio…