Pagine

venerdì 30 novembre 2012

Evviva l'Italia


Non so più quante volte, scendendo in volo dalla scalinata di Magnanapoli per andare in redazione o in biblioteca, mi ero detta, guardando quel gran signore di palazzo merlato che porta il nome di Palazzo Venezia, oh via Ester, sarà bene che si faccia, a piedi alati, un giretto anche lì, come hai snasato un poco ovunque nella città dei Cesari e dei Papi. E siccome l’occasione è come il sassolino di luna che ci conduce per mano lungo il cammino della vita, qualche giorno fa, ma mica tanti, ecco che leggo su un manifesto, grande così a dondolar nel vento, scritto, mi pare, per un paio di giganti, leggo, dicevo, di una mostra, “Tavole miracolose”, la quale raccoglie e vanta una sfilata di icone della Madonna che fanno di Roma, sorella di Mosca e di Costantinopoli. Quel viso ieratico di una Maria orientale, soffuso dal suo oro, par chiamarmi da lontano. Obbedisco, vengo, dico, vado, e, dirigendomi dove non dovevo, imbocco la scalinata di marmo, chiedendomi, nel salire, che effetto avrebbe fatto, a me, salir quei gradini in pompa magna, in compagnia del cardinale tal dei tali che, nel Cinquecento, quel palazzo lo abitava. Non faccio in tempo a seguitare il mio pensiero, che è già tempo di pagare il biglietto e di entrare. Sulla destra, la sala è scura e le Sante Vergini sono, come devono essere, lì al modo di presenza divina, di luce e d’oro, nel mondo buio… E’ questo, mi dico, il senso delle icone; ché, invece, i quadri nostri, di Raffaello e di Caravaggio e di tutti i nostri grandi e grandissimi, sono lì, belli di paradiso, a farci vivere un momento,  sì divino, ma al quale noi partecipiam da ospiti un poco ficcanaso. Ma bando alle ciance filosofiche, l’esposizione è finita in gloria di San Luca (che, secondo la vulgata, avrebbe dipinto l’icona di Santa Maria del Popolo) e io ritorno sui miei passi per prender due piccioni con un chicco di grano e visitare il museo che, lo so per sentito dire, ha una gran bella collezione di ceramiche e di terrecotte. Sicché, girando sulla sinistra, mi giro il museo. E c’è Giorgione e due ritratti di Rosalba Carriera (ma attribuiti sulle etichette ad altri non so mica dir perché…) e c’è persino una portantina d’oro che fu di un nobilone Ruffo di Calabria. Ma delle ceramiche, nessun segno. Ritorno indietro a chieder lumi e lo faccio nella persona di una signora bionda di una certa età che mi fa simpatia a pelle. Mi spiega, allargando le braccia, che è questione di personale. Quando c’è, c’è. Altrimenti si chiude. E io: “E quando c’è?”. Ma risposta non ce n’è, solo occhi al cielo. E mentre, dopo i saluti e i complimenti per la mostra, sto per andare via, ecco entrare una coppia di turisti tedeschi, la guida stretta al petto. L’italiano non lo sanno e la mia amica, né tedesco né inglese. Faccio da interprete. La domanda dei due turisti armati arriva a bruciapelo: “E la collezione di ceramiche?”. I pensieri in turbine, la lingua in danza, mi fermo, ristò e rispondo: “La sala è chiusa per restauri”. Perché io, la mia Italia, la amo… 

mercoledì 28 novembre 2012

Il sentiero di Susanna


A scuola l’Ottocento, per me e anche per voi (ci scommetto) era tutto occupato da Manzoni e da Leopardi. Una barba lessa, decisa – non so mica dir perché – da Francesco De Sanctis che, dal podio suo di gran critico incoronato, aveva stabilito chi era grande, e quindi da leggere sui banchi, e chi, invece, no. A me, Manzoni e Leopardi, beninteso, piacciono, oh bella, eccome, ci mancherebbe altro, sono glorie tricolori! Del primo, che era conte e suocero di Massimo D’Azeglio, scrittore anche lui (i suoi ricordi, che belli!) e politico, si leggeva fino a noia i Promessi sposi. Ricordo - che gioia! - ero Fra’ Cristoforo in quinto ginnasio…; del secondo, a memoria, ma più a papera, l’Infinito e Il sabato del villaggio. Tutto qui e le Operette morali, nel dialogo tra il passeggere e il venditore di Almanacchi (che non ho mai capito ben cos’erano…). Sicché raggiai e stupii quando, grandetta, mi immersi tutta quanta per i sentieri alpini di un altro Ottocento, detto minore, che non conoscevo punto se non per cognome in un elenco di “ismi” e di "ure" che somigliavano a tante gabbie per criceti. Avida, onnivora inseguii prima, nei racconti suoi (bellissimi) Emilio De Marchi e poi, in rapida salita, Luigi Capuana nelle sue “Paesane” e, subito dopo, nelle “Nuove Paesane”. Furono, per me, quelli, incontri di delizia nel saliscendi di un italiano, il loro, vivo, colorato, profumato di verità, croccante di forno, come appena cotto alla brace, che non mi capitava di leggere mai tra gli scrittori moderni che pure seguivo per dovere, essendo io addetta a far recensioni degli italiani esordienti per un certo quotidiano che allora dormiva il suo tragico futuro sulla piazza delle Cinque Lune. E mentre mi perdo nei nomi e nei cognomi del mio Ottocento  - nomi che vorrei regalarvi per il fine settimana dell’Immacolata concezione - mi viene in mente che fui io, proprio io, tra le prime  - almeno credo - a recensire, in un colonnino (ma mi sembra di ricordare che fosse una breve intervista…), “La testa tra le nuvole”, di Susanna Tamaro. Era un libro di racconti smilzo (delle edizioni Marsilio) che mi parve ed era perfetto nello stile nudo che andava di moda allora e che si chiamava, in un altro "ismo" chiuso nel cofanetto suo, minimalismo e veniva dall’America.  Doveva ancora, lei, la Susanna, innamorar Federico Fellini che le dedicò, poco più tardi, se non sbaglio, due pagine grandi e dense di Repubblica. Dal colonnino mio alla celebrità… 

martedì 27 novembre 2012

Gogol a Roma



Camminando lungo i sentieri dell'anima

Tra tutti gli scrittori russi, che pure amo in un mazzo, tutti quanti – Tolstoj e Turgeniev e, oh, il mio Cekhov! – quello con cui andrei fuori a cena, a passeggiar tra il Pantheon e Via Sistina, e forse anche più in là (magari potessi in una seduta spiritica di nonna Stella…), è Gogol. Non so voi, ma io, “Le anime morte”, l’ho letto in un fiato, non so più quante volte, ma tutte quante – nessuna esclusa – mi hanno lasciato la memoria chiara, precisa, ritagliata in un quadretto di gioia, di una risata sommessa, argentina (la mia), un rumor di ruscello a piover sull’anima nel legger, squadrate, precise, le dolci miserie dell’umanità, cucinate nel soffritto speziato della carità. Mi pareva di vederlo, chino allo scrittoio, il mio Nikolaj, e io a preparargli un caffè sul samovar, mentre l’inverno cosacco scendeva a chiuder le tende della notte ucraina… Scrivo questo, perdendomi nell’amore che ho per le parole e per chi sa usarle con grazia, con gli occhiali rosa della santa ironia che oggi, nei libri, non mi par di scorgere più; come se le lenti si fossero perdute nelle pieghe caduche, virtuali della forsennata modernità; scrivo di Gogol mentre la televisione manda in onda, mio Dio, il film del mondo al contrario, che era ed è quello di Cicikov, un maldestro truffatore, in crinoline, che fa la parte solenne, stirata del gran signore. Scrivo delle anime morte e rivedo, in un film, bello, bellissimo, Gogol a passeggio per le strade della sua amata Roma che gli faceva venir voglia (e anche a me) di trasformarsi in un “enorme naso con narici grosse come secchi per farci entrare almeno settecento angeli”. Scrivo di lui e, di fronte alla vita che scorre nelle immagini e nelle parole dei giornalisti televisivi, mi arrendo e, d’un tratto, mi par di capire, fresca nella mattina rosa che sorge, perché, un giorno amaro Gogol decise di bruciare la seconda parte delle sue anime, mandando Cicikov al rogo.

sabato 24 novembre 2012

Nel sorriso del drago cinese


Ci sono un mucchio di cose da fare a precipizio al sabato mattina: la spesa al mercato (per comperar la frutta e la verdura buone per passare il ponte del fine settimana) e ci sono le scarpe allargate di Andrea da ritirare dal calzolaio di fronte alla stazione Termini e le cartucce nuove per la stampante, che sembra sempre ingorda di inchiostro nero e colorato, in parti uguali, o forse no, solo del primo, ma tanto poi bisogna comperar sempre le cartucce gemelle, 31 euro e crepi l’avarizia… Va bene, mi arrendo e, con la spinta dell’abitudine, che è gioia d’occidente, in quel freschetto del mattino giovane che non assomiglia punto all’autunno e molto, invece, alla primavera in balzo, sono già sulla via dei Serpenti, con un sorriso al Colosseo, che da laggiù mi guarda con i suoi antichi occhi flavi. Cammina cammina, lungo la via Giovanni Lanza, mi trovo in quella festa colorata (a me cara) dell’Esquilino. Sotto i portici, lì dove,  da lontano, sembra occhieggiare il bianco della Basilica di San Giovanni, compero le cartucce e ora, via, attraversiamo il giardino che è cuore della Piazza Vittorio. Faccio due passi due e sulla destra, appena entrata nel cancello e, proprio sotto un platano dal tronco cinerino, vedo due uomini perduti in una geometria di movimenti, guidata, come in un rituale, da una lunga lama d’oro. Mi fermo, in ammirazione. Il maestro, cinese, di una sessantina d’anni, piccolo così e senza capelli, è fermo adesso e un ragazzo, credo italiano, moro di barba e sulla trentina, ripete da solo i movimenti che quell’altro, con grazia, ripeteva prima. Mi fermo e li guardo, perduta in non so più che sogno tutto mio di armonia che è anche, credo, quello del maestro cinese. I due, adesso, han preso a fare insieme i saltelli, le flessioni di gambe, a braccia tese e poi piegate, in un vorticare di lama;  di profilo sono di qua e poi di là. Nell’aria, per incanto, par disegnarsi, d'ombra e luce, il ricamo tenero e feroce insieme dell’assoluto. Ecco, è finito. Atterrano in morbidezza su una gamba e poi sull’altra. Subito il ragazzo, si mette a piedi pari e in fretta e furia si inchina e via. Non così il mio maestro che, fermo, ristà, a schiena diritta, gli occhi chiusi, quel tanto che mi pare in rima con l’infinito e poi, nel tempo che è il suo tempo, la schiena si piega nel saluto. Batto le mani e lui, il mio maestro, si gira nel lume di un sorriso. Il dono più bello di questo sabato mattina… 

venerdì 23 novembre 2012

Gatte fatate all'Esquilino


Mi sono svegliata dal torpore di un certo mio segreto languore di pensiero (che tengo mio, abbracciato stretto come si faceva, tutti quanti, con l’orso di pezza, da piccini) in questa dopostoria novembrina, baciata dal sole di burro fuso che sembra leccar, sciolto nel manto suo, la via del Boschetto, dove mi reco, un giorno sì e anche il successivo, a comperare alla Conad, piccola, piccola, foderata dal pavimento al soffitto di prodotti, il pane e il companatico. Mi sono svegliata, dicevo, perché la vita chiama e urla e non lascia soli mai e neanche in pace. Eccomi, nelle ampie strade dell’Esquilino, dove non mi sembra di star nella mia Roma dei Cesari, tutto piemontese com’è il quartiere, con i suoi viali di palazzi imbronciati, alti fino al cielo, con quella sua bella piazza Vittorio, a circondare un gran giardino, che mi sembra, però, ben più adatta, sotto ai suoi portici scuri, a farsi baciare dal cielo brumoso di Torino che al sole della Capitale. Un tempo, almeno, un gran mercato dava colore e romanità e anche un poco d’anima alla pizza oramai muta, perduta nel via vai delle automobili…
Vabbè, il sole splende e bisogna accontentarsi. Attraverso la piazza, sbrigate le faccende quotidiane, per arrivar dritta al giardino, dove soggiorna una variata umanità, mescolata dalla babele della modernità. Cammino, naso a terra, per non incontrar gli occhi dei tanti, di tutti i colori, che mi camminano intorno. Ci sono giovani e vecchi, ma tutti han la stessa aria ciondola, di chi non ha un bel nulla da fare e sfoga quel niente in un ricco parlare al cellulare. Mi siedo ad osservare un gruppo di ragazzi cino-italiani, in danza moderna, al segno di un capopopolo che porta, al colmo del capo, un curioso berrettino, nero, piatto, come fosse il tappo di un barattolo. Danzano e, oh perbacco, non sono niente male, mi dico e certe ragazze, che belle, che ritmo, che sensualità! Lo sguardo mio ondeggia tra loro e la fontana di Rutelli (non di Rutelli figlio, beninteso, ma di suo padre che era scultore e anche di talento…), quando, d’un tratto, una vocina mi richiama all’oggi: “A signorì, er bijetto…” La vecchina, tanto curva e bianca che pare fatta di zucchero a velo, mi guarda e accenna col mento alla sarabanda più in là. Sorrido, tiro fuori il mio bell’euro e lo porgo a lei, prima che si trasformi in gatto e voli via…     

lunedì 19 novembre 2012

Un pianista in Campidoglio


Ci sono nella memoria di ciascuno e di tutti, volti corrucciati o sorridenti, antichi volti che sono lì, pare, per sempre, visi che ci si porta dietro, nello zaino e che sono mattoni dell’esistenza, seminati lungo la via. Per anni, se ne stanno lì dove sono adesso a far la vita loro e, un giorno, all’improvviso tornano vivi, più vivi anche di allora, magari in virtù di due pagine di giornale. A me è accaduta, la resurrezione, qualche giorno fa, leggendo su un quotidiano romano che c’è chi, un gruppo di potenti nientemeno, vorrebbe in Campidoglio Alfio Marchini. Alfio, mi dico, oddio, sì proprio lui, Alfio. E chiudo gli occhi e siamo di nuovo ragazzi, una trentina di anni fa, in una quiete romana di scuole private, che ci porta dal Massimo, all’Eur, al Mater Dei, in piazza di Spagna fin su al Sacro Cuore, tra le torri di Villa Medici, dove lui – Alfio – aveva messo al caldo il cuore suo, nella personcina, davvero deliziosa,  della mia migliore amica di allora. Fu Alfio, nella mia vita, per anni e anni e anni, un ritornello di lei, che mi era cara in quei giorni lunghi di amori e interrogazioni, e ora non più. Alfio: su, giù e a destra e a manca; Alfio scritto con una “A” a ricciolo sulle pagine del Giacalone… Bello, lo era, per davvero, e lo è e alto e moro che sembra uscito da una rivista americana di figurini alla moda, ed era anche simpatico e, crepi l’avarizia, persino intelligente. E forse lo è ancora oggi, non so, chiamato com'è a nuove imprese e niente affatto amorose. Ma, mentre leggo quelle righe su di lui, e lo rivedo in casa sua, con il suo cane nero (di allora) mi chiedo, e solo questo mi chiedo, se, dopo aver percorso i suoi sentieri che punto conosco, suona ancora il pianoforte bene, come allora, quando doveva far l’esame di non so più che anno di conservatorio… 

domenica 18 novembre 2012

Buon Natale, signorina

Perdonate il fumé che non era voluto, ecco una bennirose

Avevo, mi pare, una ventina d’anni, e iscritta al primo anno di Lettere alla Sapienza, quando, insieme a un’amica, fui assunta – ma solo per un mese - in un bel negozio di arredamento chiamato Spazio Sette, che respirava, allora, in due ampi piani di bianco splendore e di gusto nordico in un palazzo che si nascondeva dietro alla Piazza Argentina. Di colpo, mi perdo nel labirinto della memoria e non so se il negozio era lì, in quei tempi oramai remoti o se, invece, mi sovvengono altre visite mie successive nel corso degli anni a venire,  nel viso luminoso di Patrizia, allo stesso negozio dopo fatto un certo trasloco… Non so e forse non importa perché in quel mese, chiusa in quadrato fatto apposta per noi, io e le altre (ma c’era anche un ragazzo) dovevamo confezionare solo pacchetti di Natale. Un mese intero, da mane a sera, di pacchetti, grandi e piccoli e medi, che alla fine in casa Ponti quando c’era un pacchetto da fare -  Ester! - ero io, esperta ed usa, a esser chiamata…
Il nastro adesivo, giammai. Ginnasti e prestigiatori, con carta e nastro compivamo le nostre sfide, aiutati, a volte, dal mento, mentre lo scotch, snobbato,  se ne rimaneva in un canto immalinconito. Io, che a far pacchetti avevo e ho un certo gusto, ero incoronata regina, ma a volte, un commesso, piccolo, di baffi e senza barba, mi chiamava a servire i clienti. Su e giù per le ampie scale, nel mio biondo sorriso. Un pomeriggio, col cielo già nero d’invernale velluto, sono lì, sui gradini, tra un piano e l'altro, quando vedo entrare – oddio, che sgomento! – un certo professore di Storia moderna all’Università che per due volte mi aveva rimandato a casa,  all'esame, dicendomi che, per carità, non voleva mica sciuparmi il libretto con un ventisei. Troppa grazia, direte. Ma sapete quanto mi diede alla terza volta, quando la rivoluzione industriale inglese era entrata anche nei miei sogni di notte? Avete indovinato: ventisei. Ricordo la corsa, con fiato appallottolato nella strozza, giù in volo sugli scalini. Mi nascosi nel quadrato magico e, da dietro una compagna, osservai i movimenti di lui. Un gatto e un topo,  lui e io. Quando fu il momento di fare il suo pacchetto, sparii in bagno e così sia. Ma non fu un così sia. Uscii e lui, che era già andato via, come mi avevano spifferato Martina o forse Isabella, zacchete, infilò di nuovo la porta e a passi svelti raggiunse la mia postazione e guardandomi dritta in viso, mi disse: “Buon Natale signorina”…

venerdì 16 novembre 2012

Il sole di novembre

Canali dell'anima

Nel segreto scrigno che è la mia anima, dove si concentra, riposta, timida, silente, la mia dorata consapevolezza che io, prudente, tengo cucita in quello splendore tutto mio (come mi ha insegnato - oh che nume fu per me, ignara! - un certo amico che era un tempo una celebrità…), il mondo, con le sue leggi, con i lacci della realtà che tutto divora, colorato di teatro, è bandito; se ne resta lì fuori nel vocio del viavai quotidiano, in un tumulto che mi par di guardar con gli occhi tondi di Lucrezio, sciacquati alla fonte della filosofia; Lucrezio, sì, che amavo e amo: suave mari magnum… Lì, in quel mistero profondo, il mio spirito, fatto leggero, trova acqua di sorgente, viva e, lavato come i panni in Arno del Manzoni, ritrova, bianco, il cammino del viandante. In punta di piedi percorro questa via che è fatta, come per tutti, di incontri e di scontri e di gioie e di dolori. Io, il passato, di solito lo rivivevo, per comodità di micio pigro, scrivendo i casi miei in queste pagine disordinate di blog, che a volte sono noiose, a volte fanno ridere e altre un poco sospirare. Lo rivivevo qui per non riviverlo nel mondo che, come ho scritto, è fatto di soprassalti e di cure, nell’eterno gioco delle parti che si consuma, alieno allo spirito mio, nel dì per dì della conta quotidiana. Ma a volte il passato si fa occhi e mani e voce e non è più letteratura. E in quella prova, di fronte a ciò che è stato, mi sento parlare come in una eco, le parole non si fanno fiato e tutto mi par galleggiare in una geografia a me ignota. Altro non so dire se non che, una volta salutato il mio passato, vivo, mi sono seduta, nel mio presente d'oro, sotto la colonna Traiana, incendiata dall’astro novembrino, e io con lei... 

giovedì 15 novembre 2012

Capelli bianchi


Quando, or sono due manciate buone d’anni, cominciai a far la giornalista io, i colleghi con i capelli bianchi (non tutti, beninteso) eran, ora lo so, tutti diversi da quelli che i capelli bianchi ce li hanno ora. I primi, cucinati nel pensiero magari nato per strada, impanati nella filosofia del quotidiano, erano un tutt’uno con l’umanità profonda e guardavano alle miserie del mondo con gli occhiali di cioccolata dell’ironia che salva dai furori scalmanati del sentir comune. Essi, nella radice del tempo, sapevano  -meglio non so dirlo e spero di esser chiara - calibrar la critica con la mondana consuetudine con l’animo umano che è sempre quello, ahimè, nei secoli. Questi di oggi, invece,  o fan da grilli parlanti con una supponenza smorfiosa che a me fa venir voglia di cambiar canale oppure, anche, gridano le invettive loro e i furori, senza contegno e uso di buona creanza. Lo stesso si può dire dei politici di allora, che potevan avere pure i vizi di sempre, a volte, come capita anche oggi, con i denari incollati alle dita, ma eran gente che sapeva leggere, parlare, veicolare concetti in mille percome. Ricordo: sono seduta in platea nel Residence Ripetta e, al tavolo dei relatori, c’è un ex ministro degli Esteri, leggendario per certi vezzi mondani che non piacevano punto ai moralisti. Parlava di equilibri internazionali e io, a bocca aperta, come non sono stata mai. Prendevo appunti…
Il mondo cambiava e con lui i politici. E non è questione di Prima o Seconda o, ancora, Terza Repubblica. Questo aneddoto l’ho avuto per inteso da un collega di pasta antica, uno che se gli chiedevi: “Come stai?”, rispondeva dandovi del voi, come il principe di Maddaloni: “Come, non lo vedete?  Sto morendo…”. Eccoci, dunque, in Parlamento, dove un ex ministro della Giustizia, giovanissimo allora, uno con i capelli bianchi già moderni, parla ai colleghi in Parlamento e per condir di fresco latinorum il suo intervento conclude: “Simul stabunt, simul cadunt”. Dall’aula si leva una voce piccola di un antico parlamentare, uno di quelli dai capelli bianchi del primo tipo; la vocina pare un sospiro e parla con la matita rossa e blu: “Cadent, Martelli, cadent…”

Una scimmietta al Colosseo


Mio suocero, cresciuto a pane, simpatia e nordest (tra Bergamo e Padova) si ritrovò a vivere, bambino, a Roma, dalle parti di Via in Selci, e andava alle elementari alla Vittorino da Feltre che svetta, piemontese, austera a mo’ di corazziere sul terrapieno di bianco marmo che par guadare dall'alto in basso via degli Annibaldi e sfidare il cielo e il Colosseo. Viveva a Roma, dicevo, insieme alla famiglia,  quasi tutta al femminile…
Di quei giorni romani mio suocero, l’Aldo, conservava un affetto nebbioso, che si perdeva nel mito della lontananza che fa della storia leggenda. Era, la Roma sua, come uscita dalla grotta di Aladino, apparecchiata nel mistero dell'apriti sesamo. Per esempio, in casa sua, dovunque fosse ché non l’ho mai capito fino in fondo, oltre alle tante sorelle, saltellava, mi diceva, per le ampie stanze e i corridoi una scimmietta che, un brutto giorno, morì e fu sepolta in qualche giardino romano da loro in corteo solenne. Io, quella scimmietta, di cui lui parlava tornando bambino, la vedevo, giuro, viva e vera e vestita di rosa, non so dir perché, in cima a un armadio come su una torre. Ma vera, non so.
La ritrovai, la scimmietta dell'Aldo, qualche tempo fa, quando andai a visitare il Museo casa di Mario Praz e la guida, una signora di una certa eleganza siciliana, indicando fuori da una  finestra, aperta su un canto dove Praz, ci disse, era solito consumare i pasti, disse: "Quella è la Torre della Scimmia" e ci raccontò un certo episodio che legava di nuovo Roma a una scimmietta. Fu allora che anche quella dell'Aldo tornò viva, d'argento, nel ricordo, e da lassù, secondo me, lassù dove siam tutti uguali e verità e leggenda si tengono per mano, l'Aldo sorrideva...

martedì 13 novembre 2012

Jeanne cerca casa


Un bel sabato pomeriggio di una decina d’anni orsono, me ne andavo, come ero usa fare da altrettanti anni, nella mia redazione al Gazzettino, seduta al terzo piano del gran palazzo Marignoli che fa quadrato, su un lato, alla piazza San Silvestro. Prima di imboccare le scale di panna e marmo, osservo un gran via vai nel portone della basilica di San Silvestro in Capite. Gente che va, gente che viene, in un affannarsi di buste e sacchetti. Attirata dal movimento come da una Morgana, mi affaccio nel buio chiostro che fa da anticamera alla Chiesa. Oh che bel mercatino! Tutto inglese che pare parlino l’english anche i vestiti appesi sugli attaccapanni. Mi perdo tra baracchini e cianfrusaglie, poi su al primo piano per dare un’occhiata ai libri vecchi che sono, da sempre, le mie chimere. Scorro i titoli, finisco per inginocchiarmi e a ritirarmi su, dolente. Nulla. Scendo di nuovo tra i panni vecchi in quell’odore che mi fa ricordar gli anni verdi delle camicie americane del mercato di Latina…
D’un tratto, un libriccino scolorito, color verde stento par chiamarmi tra i colleghi. Lo tiro su e il titolo è già un programma: “Never will she be unfaithful” e mi perdo nei racconti al miele e al fiele, scritti con una penna elegante, di ape sapiente, che mi fa pensare, a tratti, a Katherine Mansfield e,  a tratti, a Kate Chopin (due amiche, grandi). Basta. Lo prendo, un euro e via di corsa a lavorare. E ora, calzati gli stivali delle sette leghe (prestati dal gatto del marchese di Carabas…), fate conto, come è accaduto, che quel libro “Lei non sarà mai infedele”, di Jeanne De Casalis, lo abbia io, proprio io, Ester, presentato a una casa editrice e poi tradotto, con amore grande perché così si fa con le sorelle. E Jeanne, che di mestiere era attrice sofisticata degli anni Trenta, lo è e lo era. 
Le vendite, però: maluccio. Forse quattrocento copie, non so. E via, un mazzo di dieci anni. Proprio ieri, mi chiama l’editore per dirmi che i magazzini suoi scoppiano e che la De Casalis sarà fatta carta da macero. No, no, non può essere. Io, allora, armata di bonifico, ne ho salvate trenta copie che ora,  un poco per volta, darò alla mia amica Michelle, una libraia di cuore e sale e pepe, che sta di casa in Via degli Zingari, al Rione Monti, nella piccola, concentrata tana su due piani chiamata  come un richiamo “Librinecessari” http://www.librinecessari.it , dove io vado spesso a rinfrescar la mente e lo spirito. Ecco qui. Se per caso, vi venisse la voglia di fare un’adozione, di bearvi nella bella scrittura e in trame che parlano di vita vera arrangiata in parole prese al millimetro,  bè, adottate - per dieci euro appena - la De Casalis che vi regalerà qualche ora di ironica qualità.  Jeanne vi aspetta!!

lunedì 12 novembre 2012

Sister Cioccolata


Al Mater Dei, c’erano - ai due capi di una corda che immaginavo soltanto io - sister Alexio e sister Immacolata. La prima, irlandese, con una virgola rossa di capelli a far bella la fronte, in fuga dal velo nero, era svelta, un tipetto di trottola, con un piglio alla maschietta e una risata che pareva di ruscello alla spuma. Insegnava inglese alle elementari; a me no, ché l’inglese per me era lingua madre, ricamata dal sorriso australiano di Jane,  e non so bene perché, ma sister Alexio, mi teneva al caldo, in tasca e nel cuore. La ritrovai, tale e quale, ma senza abito in Maria che è regina nel film “The sound of music”. A fine giugno, il film (in alternativa c’era “Fratello sole, sorella luna”) veniva proiettato per noialtre alunne del Mater Dei nella sala cinema dell’Istituto San Giuseppe de' Merode, una scuola, tutta maschile, che apriva la bocca, quasi in faccia al portone nostro, ma più giù, verso Piazza di Spagna.

Sono nate le bennirose!
Ma, basta con le divagazioni, e torniamo, presto, alla sister Alexio e al suo contrario, sister Immacolata. Era, sister Immacolata, tutta quanta italiana e antica come una dolomia di cui portava in viso le sfumature di colore: celesti, cerulee, rosate. Aveva una voce baritonale, il viso in gravità, tutto sceso come se stesse per sciogliersi sul pavimento; gli occhi li aveva color celeste pallido e di cera. Sister Immacolata, rotonda come il mondo, era addetta alla sala d’aspetto, una camera buia, al piano terra, seduta di fronte alla cappella del Buon Pastore, dove noialtre aspettavamo mamme e papà e io Jane. Io, a sister Alexio, preferivo una montagna di volte sister Immacolata e avrei prestato a Vivian anche la gonna rossa a fioretti bianchi della mia Barbie pur di sedermi in grembo a lei. Ma c’era sempre qualche usurpatrice seduta sulle ginocchia della nostra guardiana. Di solito era rossa di pianto. Ecco, mi dissi con la logica dei piccoli, che cosa devo fare: piangere. E piansi. Ma indovinate chi venne a consolarmi? Lo avrete capito: sister Alexio.  Piansi ancora, di più. Finalmente fui messa in trono, in braccio a sister Immacolata. Sister Immacolata, sister Cioccolata.
 

domenica 11 novembre 2012

Lorenzo de' Medici a Roma

Scrivevo di politica, io? di politica? Sì, io, sciolta nella letteratura, scrivevo di politica. Ogni santissimo pomeriggio, per sei giorni in fila a tenersi per la mano. Compreso il sabato. E che politica: miei erano il Consiglio superiore della magistratura che solo allora, nata ieri, scoprii esser di casa in Palazzo dei Marescialli. Sicché, una volta, scritto per intero il Consiglio superiore della magistratura potevo scegliere allegramente, per non ripetermi, tra vari sinonimi, ovvero l'acronimo Csm, per corto, altrimenti visto si stampi per Palazzo dei Marescialli, oppure anche, per lungo, l'organo di autogoverno dei giudici. Scoprii, nata ieri, che a presieder il "sodalizio dei giudici" (alternativa, questa, da usare col contagocce, solo in caso di emergenza, beninteso) era (ed è) il nostro Presidente della Repubblica che potevo chiamare anche Capo dello Stato o, per amor di fantasia, persino inquilino del Quirinale, che non è niente male, visto che prima del 1870, sul Colle (come si può scrivere in alternativa) ci abitava il Papa Re.  E c'era, sui miei libri, il ministro della Giustizia che si può chiamar Guardasigilli (oh quanto suona bene!) e il suo ministero anche semplicemente Via Arenula... Oh beati giorni delle sessanta righe che per alcuni non sembran finir mai... Scrivevo, al sapor dolce dell'abitudine, col mio mestiere consumato nelle ore e temperato da Rizzon, in capo la notizia, poi i commenti di qua e di là,  cambiando nel tempo i nomi dei partiti, ma non punto le idee e i dettagli in coda e la sera era già scesa a coprir di velluto nero il cielo che colorava tutt'intorno il campanile mio di San Silvestro in Capite, nel volo dei gabbiani che spento il lume del sole, diventavano di un colore argenteo e pallidi spettri in volo radente. Scendevo in corsa le scale di marmo arrotolate sulla spina dorsale del gran palazzo Marignoli, che era di una famiglia antica e ora, segno dei tempi, è di una assicurazione...

Il Tritone con la sua acqua di ghiaccio. Le foto sono di Carla
Scrivevo di politica, tutti i santi giorni e ora non più. A stento accendo il telegiornale perché a guardare certe facce d'oggi mi sento come nell'abbraccio del mar glaciale artico. Ne faccio a meno, tanto non devo più seguire tutte le agenzie, chiamare questo o quell'onorevole, tenermi informata su Cdm, commissioni, aula, sciropparmi tre tiggì di fila per non perdermi un veleno o due righi di battuta o che so io. So a stento i nomi che fan notizia. Ma uno mi è arrivato dritto dritto, per puro caso, addosso l'altro ieri, mentre dividevo un taxi con un certo signore fiorentino che, guarda caso, andava proprio dove dovevo andare io e perché non far somma delle spese. Saliamo. Prende a parlarmi fitto fitto del sindaco suo che proprio non gli garba. Io, zitta ché a malapena del Renzi mi ricordo  le camicie bianche, di neve e candeggina. Il mio fiorentino, con quella parlata lì che proverò a tradurre in nero, sbottò: "Oh che 'un lo conosce, ovvia, l'è 'un bischero sempre in televisione, l'è il più gran pallone 'onfiato, proprio 'onfiato  ohvia 'un è miha Lorenzo". E chi è sto Lorenzo, mi domando e cerco di far tre per due con i nomi di oggi che mi suonano all'orecchio. Nulla. Buio. Per fortuna siamo alla meta. E lui, scendendo con un sorriso, mi fa: "'Un ci pensi a Lorenzo l'è bell'e crepato da cinquecent'anni...".

venerdì 9 novembre 2012

Pedro Cano ai Mercati di Traiano

Ora mi pare ieri, sono a Praga con Betta; il muro di Berlino è caduto appena e noi si va su e giù lungo il Ponte Carlo, dove ci sono ragazzi a schitarrare canzonette americane che fan a pugni con il contorno, mentre la Moldava di caffelatte, incurante dei su e giù politici, sonnecchiando scorre, pettinata nella sua perpetua serenità. Siamo in  certi grandi magazzini di gusto sovietico, di cui non ricordo il nome, e dove comperai i quaderni, comunisti nella semplicità quasi francescana, che allora usavano nelle scuole praghesi. Li conservo ancora, senza mai averci scritto un rigo su. Non osavo! Lungo la colorata via alchemica dell'oro ci parve di veder correre il Golem e nel cimitero ebraico tutto il respiro del mistero che non mi lascia mai. Lei, al Castello che è ancora quello di Franz Kafka. Io, in giro per le tante, piccole gallerie dove si vendevano acqueforti di artisti praghesi: Jiri Anderle e la Haskovà (ma non so se scrivo bene questi nomi...). Nella parete che mi guarda proprio ora in faccia mi chiama un'opera della Haskovà, con su le due età della donna. Di qui, la luna nera nella gioventù di ninfa, in un fluttuar di veli; di là una parca antica con la luna piena in testa, calante nell'autunno dei petali in volo...
Ne portai a casa molte; di incisioni, alcune sono ora in campagna, altre qui e ancora mi parlano di allora quando, di bel bello, andavo a caccia di bellezza e d'armonia per tornare, felice, con  una fetta di paradiso, in forma di quadretto, e tutta mia, nella saccoccia. Tornata a casa, non persi l'abitudine. Comperai in una stamperia del Celio certi begli acquerelli di un pittore spagnolo, Pedro Cano. Li comperai con i miei primi soldi del giornale perché i suoi fiori e la conchiglia si eran messi a tu per tu con la mia anima. Li comperai senza indugio, sicura di me per una volta sola. E ora, eccomi, ieri l'altro, in piazza Magnanapoli, a Roma, davanti all'entrata dei Mercati di Traiano. Oddio, ma è proprio una mostra di Pedro Cano! Entro e mi perdo nei luoghi suoi mediterranei che sono un po' anche i miei. Istambul e la Sicilia. Ci sono tutti i numeri della smorfia in una corsa d'arte versicolori e  e ci sono le terme di Diocleziano che sono a un passo da casa mia. Ma soprattutto, belle che più belle non si può, ci sono le corone di limoni, di ulivo, d'uva e pampini e di rose che vengono intrecciate a  Patmos, l'isola dell'Apocalisse, il primo di maggio; Patmos, l'isola dove sbarcai, or sono molti anni, da una nave della Costa Crociere. Salii sul sacro monte con la comitiva, non vidi le corone fiorite del maggio, ma Patmos la tengo cara al cuore, come qualcosa che si è perduto ma che si ama ancora...

giovedì 8 novembre 2012

Un pappagallo a Palazzo Koch

Il mio primo scambio riuscito (quel che ho dato io in cambio di stoffe per le mie bennibags) su zerorelativo!


Non so come la pensate voi, ma a me questo solicello di novembre, bello come oro fuso nell'aria che profuma di loti di vaniglia, scalda l'anima e mi invita a stare all'aria aperta. E così passeggiando, passeggiando  mi ritrovo in giro per la mia bella Roma capoccia, a volte, senza meta, solo così per camminar con gli angeli. Ieri, me ne sono andata dalle parti dei giardini di San'Andrea, a salutar la statua equestre di Carlo Alberto, nel verde che era di Leonardo bambino, a un tiro di sasso dal Quirinale, e poi dabbasso, tra i negozi di Via Nazionale. Davanti a Palazzo Koch, spaventoso, disumano quasi nella sua armatura bianca di drago antico, c'era un gran viavai di banchieri e bancari, stirati nelle alte uniformi grige  degli affari loro, in uno scambiarsi di mani e sorrisi. Passo la cancellata nera, difesa dai carabinieri, e, invece di guardar quegli alti papaveri nella mattina d'oro, vengo attirata da rauche strida, provenienti da mano dritta. Oh bella e che cos'è? Mi giro, torno sui miei passi, infilo gli occhi, tutti e due, dentro al mistero di una palma che, alta, melanconica, sembra far la guardia a Via Mazzarino e, zigzagando con lo sguardo tra le ombre, in uno scodinzolar di occhiate, vedo un buffo pappagallo verde, in piume e becco giallo, elegante nella sua livrea come un marchese di Borgogna alla Corte di Versailles. E' tutto preso a becchettar la pianta, eccitato dal pasto regale, in quel suo privato paradiso brasiliano perduto nel bel mezzo del traffico convulso di Via Nazionale. E, guardate un poco, il suo nido, di semplici foglie e di paglia, dove lui solo regnava in seno alla grande madre terra, mi è sembrato molto, ma molto più bello del gran palazzo austero, sterile, freddo della Banca d'Italia e lui, il pappagallo verde e non i presidenti, il protagonista assoluto e solitario nel cinematografo della mia mattina...

mercoledì 7 novembre 2012

Lezioni al Gazzettino


Prima di passare diciotto anni - uno dopo l’altro, come in una rivista di soldatini - nella redazione romana del Gazzettino di Venezia, che fu per me, ora  lo so, una feroce gabbia d’oro, scrissi pezzi belli e brutti per altri quotidiani che non ci sono più; finiti, come finiti sono i tempi in cui si celebrava il rito del proto, delle redazioni al fumo di Londra e dell’impaginazione. Senza nostalgia, brindiamo ai tempi nuovi, dove tutti, evviva, sono giornalisti  da casa loro, con buonapace dell’Ordine dei giornalisti il cui presidente, con il quale ho lavorato in vicinanza per anni, si chiama Enzo ed è un  amico di quei tempi andati là…
Brindiamo, dunque, e nel brindare, come in una visione, mi par di rivedere vivo e curvo e bianco e con le dita adunche color zafferano di tabacco, Gianpiero Rizzon, il mio caporedattore, veneziano di Dorsoduro, che è per me la stella, l'unica, nel firmamento di allora. A lui devo tutto, se ce n’è un pochino, il mio mestiere. Gianpiero me lo regalò, con la generosità dei sovrani antichi, vivanda dolce e amara insieme. La prima, secondo lui, l’unica regola: scrivere di tutto,  come appena  usciti dall’ovo di Blake… La lezione numero uno fu amara e basta. In un bel mattino, baciato dagli angeli, eccomi a Palazzo Chigi a seguire la conferenza stampa di Claudio Martelli, allora Guardasigilli,  sul pacchetto antiracket, un latinorum di provvedimenti in cui finii per ritrovarmi come al mare... Tornai, fresca di notizie, compresi i  punti e virgola, tutta presa dalla materia cucinata al tegamino. Al momento di dividere i compiti, Rizzon diede il mio pezzo a qualcun altro. Il bagno delle donne raccolse la mia disperazione. E lui, bussando, cortese, alla porta: “Ester, lo so che Martelli è più carino, ma c’è Cossiga che la aspetta…” 

martedì 6 novembre 2012

Con Marigold nel cuore


La madre di Vittorio (che  quand’ero ancora al Mater Dei e di sedici anni o giù di lì accese e poi spense il mio cuore) scriveva libri per bambini. Per me, già allora perduta nel sogno di mettere nero su bianco quel che mi dicevano  anima e cervello, entrar nello studio di lei fu una chimera. La casa, una palazzina anni Cinquanta, arrampicata su Corso Francia, si perdeva, all’interno, in lunghi corridoi, le stanze di qua e di là, mentre dal terrazzino che gli correva tutt’intorno, si poteva quasi dar la mano ai vicini di casa. Niente panorama, ma altra umanità.
Lo studio, un paradiso – per me - di libri, in una libreria che abbracciava tutti e quattro i muri e saliva su, su fino a toccare il soffitto.  Ricordo, col fiato mozzo, la prima volta che vi entrai e lei, china, gli occhiali sul foglio, scriveva. Di quel giorno conservo ancora un gruppo di angioletti cantanti che lei scarabocchiò mentre parlavamo di Lycy Maud Montgomery che, nella personcina di Marigold, aveva dato il la all’arte, se così si può chiamare, mia. Mi parlava delle sue amiche che eran numi olimpici, all’orecchio mio: Donatella Ziliotto (alla quale dobbiamo Pippi Calzelunghe…) e Bianca Pitzorno (non so se avete letto, e se non lo avete fatto, magari, se vi va, fatelo adesso, “Ascolta il mio cuore” e “Storia delle mie storie”).
Non so se la Teresa continua a scrivere libri e non so se, oggi, li leggerei come li lessi d’un fiato allora, ma so che a lei, pur distratta da suo figlio, che teneva in grembo anche da ragazzo, debbo un’ora di felicità al gusto di fragola e panna, perduta con lei, io e lei soltanto, sull’Isola del Principe Edoardo dove la Montgomery nacque, visse e scrisse lungo il sentiero alpino…
La mia copia, vecchia d'anni, giovane di cuore

domenica 4 novembre 2012

Sorella moda


 Passa una bella signora bionda, con il suo cagnolino in cappottino, passan due ragazze modaiole, sghembe nel vestitino sgargiante e disegual, passa un ragazzo con un cipollino di capelli in capo che pare un funghetto cresciuto con la pioggia. Passano loro e tanti altri, lungo il cinematografo della mia via del Boschetto. Io, alla finestra, osservo questo fiume di umanità, immersa in vite sconosciute con in testa un mondo che ignoro. Li guardo, dall’alto del riquadro della mia finestra e mi viene una smania di esser laggiù con loro; a rimaner lassù, in un canto a casa mia, mi pare (stupidamente) di perdere qualcosa, che so l’abbraccio della massa che aiuta ad andare avanti, il senso stesso dello stare in terra, gomito a gomito col prossimo. Sicché, gambe in spalla, e via; me ne vado al Mercatino che è a un tiro di sasso dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme dove, non so se lo sapete, c’è un orto bello e buono che piacerebbe anche a Gesù.
Mi porto dietro qualche straccio firmato che sottoporrò alle mani magiche di un certo commesso del negozio dell’usato che distingue il grano dalla zizzania. Dovreste vederlo, il mio prestigiatore di moda e modi, nelle dita sale e pepe: piega, spiega, ripiega, osserva, annusa, stuzzica la roba e poi di qua sì e di là no. Senz’appello. Con un gusto di oggi che non potrebbe  esser più diverso dal mio sciacquato nello stile Schostal. Sono andata sul sicuro: ho portato un trench di Gap, una maglietta Diesel e un maglione che neppure so di che marca fosse, ma andavan tutti quanti benone. E me ne vado, nel vento, a incontrar un’amica all’Ibs di Via Nazionale dove si può bere un caffè, standosene nel nido, al piano superiore, appollaiato sul via vai, dabbasso, di lettori e compratori.
Io, nel mio celeste pallido
E mentre scivolo giù dall’Esquilino, con un occhio all’orologio, bella, bellissima più di una mannequin appare d’un tratto, contro la gran mole di Santa Maria Maggiore, come un miraggio antico, una giovane suora, leggera nel suo abito di crema, svolazzante nel mantello nero, danzante nelle scarpine che paiono sorridere al mondo. Nel soggolo e nel velo, è incantevole come una madonna del Bellini. E giuro, tutti quanti, ragazze e ragazzi e uomini fatti e donne truccate di una certà età, infilate in jeans di strass, e neri e bianchi e di tutti i colori non c’era uno, neanche a cercarlo col lumino delle vergini savie, che non avesse gli occhi cuciti a lei, a sorella moda, ad ammirar l’eleganza pura, immacolata, netta , direi, nella sua superba semplicità... 

sabato 3 novembre 2012

Il ballo di Sherazade


In un caldo crepuscolo di prima estate, mille anni orsono, con, lassù, un firmamento che andava accendendosi di stelle, sto andando, insieme ad amici che mi sono cari anche oggi, al ballo dei diciotto anni di una signorina dal nome di gemma preziosa e dal cognome assai noto che, però, preferisco tenere per me. Io, i capelli lunghi sulle spalle, un vestito nero, scollato, che mi tocca la punta dei piedi calzati nelle scarpette d’oro di Raperonzolo; i ragazzi, i miei cavalieri, in smoking sembran persino più alti e sono belli come erano belli, o almeno così mi pareva, quei tempi agli albori della modernità.
Percorriamo, nel nero che ci avvolge, la Via Aurelia, tra campi e mare, per raggiungere il Castello Odescalchi di Bracciano, dove si tiene la festa. All’arrivo, i paesani, curiosi, sono tutti in strada, fanno ala agli ospiti fino in bocca al portone, e ci guardano camminare come fossimo verdi marziani. Volevo dir loro, strillare pure, guardate che sono come voi, anche io sono umana! Invece, stirata in un certo stile che ora sì mi fa sentire un’aliena,  tirai diritto, portata dagli altri, che per nulla, invece, si sentivano umani...
Della festa di Sherazade, ricordo i ceri a migliaia che restituivano, generosi, di fuoco, il contorno da fiaba. Ricordo che, a non so più che ora, arrivarono i cornetti ben caldi; e ricordo la torta, grande come il mondo, perché la festeggiata, perduta in un vestito bianco che non finiva mai, mi volle, non so neanche dire il perché, a lei vicina. Le sono dietro le spalle, chinate nel soffio, le mani mie a preghiera, ferme in un congelato applaudire. Nel momento solenne, quando persino le stelle remote sembravan prese a guardar la bellezza quaggiù, udii chiaramente un invitato bisbigliare in veneto stretto: “No se vede,  però  la ga un bel cueo la putea!”

   

venerdì 2 novembre 2012

Il filo d'oro d'Arianna


Nel balzo del giorno, quando viva è ancora la speranza di un buon mattino, in cui specchiare l’anima ancora calda dei sogni della notte, faccio i miei bei calcoli per dividere le ore che sono alcune delle mani, altre della testa, e tutte mie quelle del pensiero. Per le prime mi necessitano  secchi e stracci e pentole e padelle e di sottofondo, per il cuore, che so io, Monteverdi nel magnificat  o il mio (e di Bach) amatissimo Buxtehude; per le seconde mi servon le mie carte e la mia penna parker vestita di verde marino: ci sono documenti da mandar via in forma di fax o solo da firmare, ci sono telefonate da fare al geometra per il condono edilizio o al notaio per la procura. o che so altro io. Le terze, eh no, quelle sono tutte mie, segrete, in punta di piedi, vicine al mondo come lo è il Paradiso. E sono chiuse nello scrigno segreto della mia anima. Non ho strumenti da usare; non ho documenti da firmare, ma nuda, nel nulla che è tutto, mi danzano dentro e salgono e scendono lungo la corda che ho dentro, rincorrendosi nella mia dorata consapevolezza.
Io, , oggi,  finalmente libera; non come allora... 
Un giorno, in una di quelle ore lì, per me sacre come è sacro santificar le feste, mi telefona una delle amiche che cerca da me risposte, conforto, contenimento o fate un poco voi che cosa. Io ascolto, lei parla. Io, di scarne parole, lei un torrente di montagna liberato dai rami caduti e dalle dighe dei castori. E mentre son lì, con l’orecchio grande alla cornetta, squillano cellulare e campanello, mio  marito, nell’eco del corridoio, mi chiama: è sotto la doccia e l’acqua calda è chiusa e Leonardo gironzola per casa, ha fame di cibo e di vita. Va bene, mi dico, scendo, scendo dalla mia scala d’oro. E dopo aver chiuso con l’amica, risposto a cellulare e a campanello, acceso l’acqua per il marito e messo in forno una bruschetta per il figliolo, mi siedo accanto al mio angelo e riprendo il filo d’Arianna che mi conduce, segreto, fuori dal labirinto…

giovedì 1 novembre 2012

Il gatto di Dio

Oh bella, mi dico, svirgolando a destra e a manca, questa mattina, le imposte color ruggine del mio salotto, è arrivato il mio novembre di aranciati loti, il mese  che chiama al silenzio e ai pensieri gravi,  di terra e di cielo. Il mese dei morti e dei biondi crisantemi, che sono vivi in me più delle persone vive. Così, con i capelli in raggio di sole a far da Raperonzolo sulla  deserta via del Boschetto, giro lo sguardo in su al cielo dove, silenti, riposano nuvole basse, arrotolate in bianco e grigio, nuvole nomadi, che paiono far da cuscino, stamane, tra noialtri, di carne e di sangue,  e i santi, lassù, che oggi si festeggiano in una festa che nessuno pare sentir più... Non van di moda i santi, nossignore, il posto loro lo han preso altri e certo non sono io a sapere chi sono. Magari, in cortesia, ditemelo voi.
I santi, invece, sono stati, per me bambina, presenza quotidiana. Nonna Stella aveva un libro, grande e grosso, con su scritte le loro vite grame, di sofferenza e luce. Mi leggeva di Pippo Neri e della povera Teresa che, un giorno sì e quello dopo pure, vedeva il diavolo danzare i suoi sabba davanti al suo naso sgomento. Altroché Halloween. Mi perdevo nelle storie tante che, tutte intrecciate, erano avventure d’anima e corpo. Le figurette, ieratiche, ferme in un eterno presente, portavano intorno al capo la corona dell’aureola, come un collare divino. Bambina, collezionavo santini (ne ho ancora, di belli, bellissimi, donatimi dal mio amico Gianpiero…). Ce l’ho, ce l’ho, mi manca. Come fossero figurine. Ma figurine non erano. Anzi. Fu nonna Stella a mostrarmi il divino nel mondo. Sono tutt’occhi, perduta con lei, in una riproduzione dell’annunciazione di Lorenzo Lotto. E c’è una madonnina, in cremisi e turchino, le mani in angosciata difesa, ginocchioni, di schiena, di fronte al mistero. Ma, bambina, mai scordai il gatto nero con la gobba, inselvatichito, in furore di corsa, che nel pelo e nella coda ritta  raccontan nel quadro più ancora della Vergine santa  il sacro nume in terra.