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mercoledì 26 dicembre 2012

Cucciolo di Natale

Davanti alla finestra che si apre sul verde del piccolo giardino dalla stanza che mi è assegnata da mia suocera, ogni Santo Natale, c'è una casa dal tetto basso, tutta quanta rannicchiata sotto il peso del grigio cielo patavino; una delle tante, sarebbe, nell'assonnato orlo cittadino di questa Padova elegante, che si accende nelle sue piazze di allegria di bancarelle e bicilette Sì, sarebbe proprio una delle tante case, in stile anni Settanta, cresciute in quei tempi felici là, lungo la Via Tiziano Aspetti, se non fosse che questa casa qui si porta in testa un comignolo color cotto che, per via dei buchi dello sfiato pare una faccia allegra che, al mattino, nell'alzar le taparelle, mi guarda con un sorriso largo e sembra, da lassù, augurarmi una felice giornata. Così, ci salutiamo, io e lui, in lieto scambio di simpatia, anche quando, si sa, i pomeriggi dopo la festa, silenti nel respiro della fata della Bella Addormentata, paiono lunghi come partite a Risiko e a me, sincera, mancano il viavai ciarliero dei Monti, la mia macchina da cucire e persino gli operai che, nel cortile interno di casa mia, paiono sempre al lavoro, indaffarati a chiamarsi per nome.
Se mi prende quel nocciolin di malinconia, scendo a scivolo giù in camera e saluto il mio comignolo, tutt'occhi e bocca sana, che mi rimanda un luccicar di gioia, nel vezzo suo che stona, si direbbe, con le linee austere dell'architettura che lo ospita. Ieri, lo guardavo fisso e. d'un tratto, mi è parso, senza scherzi, di vedere affacciato alla finestrella il nanetto da giardino, un Cucciolo dipinto di giallo e turchino, che se ne sta di solito, un poco infreddolito e stento, proprio davanti all'uscio di casa di mia suocera. Mi sorridevan, dunque, Cucciolo e comignolo. Chiudo gli occhi, li riapro: non c'è più. Scendo a precipizio giù in giardino e, oddio, Cucciolo non c'è più a far da sbiadita sentinella. Cucciolo non c'è, ma c'è mia cognata chinata in due a ridare un poco di sole al giubbino e una pennellata di cielo al berretto del triste (per me) nano da giardino...

sabato 22 dicembre 2012

Sotto la neve


Nel candore dei boccioli di rosa, BUON NATALE!
Da San Giuliano, al mattino presto, il sole si stiracchiava, allungando i raggi suoi a toccar la terra, e noialtri, tutti, i piccoli Ponti, vestiti da sci, con la dolcevita di acrilico, i pantaloni di non so che stoffa dura e lucida, col cavallo sotto la pianta del piede, in giacche a vento color ghiaccio o rosse sbiadite, gli scarponi neri con i ganci, schiacciati nella Peugeot amaranto di mio padre, via, sulla strada di tornanti e voltastomaco, che mangiava la montagna, avvolgendola nelle sue spire d’argento; ci ritrovavamo non più tardi delle nove sulle piste da sci. Piancavallo, bianca, sguarnita (allora) di case, piatta nel suo color glassa di torta, ci salutava ancora addormentata, nel su e giù dei dischi rossi dello skilift ancora deserti di sciatori. Ai miei fratelli non so, ma io, la testa difesa da una cuffietta color cielo che si allacciava sotto al mento, venivo affidata, dopo aver preso sci e bacchette a nolo, insieme a Marco, a un maestro che a me pareva sempre lo stesso, con gli occhiali a specchio e abbronzato come la buccia del Panettone. Gli sci, lunghi come un’agonia, le bacchette sotto le ascelle, muffole di lana a scaldar (sì, una parola…) le dita. Il maestro ci insegnava lo spazzaneve, la scaletta, e a metter gli sci pari per rialzarci nel caso di ruzzoloni. Il peso a monte, a valle: non capivo, improvvisavo... Odiavo il freddo, la neve, sciare. Sognavo il momento in cui mio padre, in quell’intervallo di gelo che non era né mattino né pomeriggio e che sembrava fermo, come chiuso in frigorifero, ci radunava, con le guance rosse, nelle labbra screpolate e via, a serpentina, verso la casa di nonna Stella dove arrivavamo, stanchi, sul far della sera. Non mi piaceva sciare, tener sulle spalle, in bilico quei rami rossi col naso all'insù. E poi i calzerotti e la fatica a pigiar i ganci degli scarponi e a far svenire in avanti come usava allora gli attacchi degli sci. Non mi piaceva sciare, così smisi, libera, da grande, di farlo. Ripresi, pochi anni orsono, per il bene di mio figlio. Mi ritrovai a Dobbiaco, in un freddo che quasi mi addormentava, ed era tutto quanto bianco di nuovo e io, sulla pista. Andai a noleggiar gli sci. Eran corti corti, buoni per Frodo e Bilbo Baggins. Sciare, un piacere, nello scodinzolar di quelle tavole monche e ancora oggi mi chiedo perché a noialtri, piccini, ci davan quelle palanche che a misurarle bisognava alzare il braccio a toccar le stelle e anche le punte girate all’insu e che le curve si rifiutavano di farle neppure a offrir loro una cioccolata calda con panna nel rifugio...

martedì 18 dicembre 2012

Shopping in Via Condotti


Per comperare qualche pacchetto da metter sotto l’albero per cognato, amici, suocera, ieri mattina, insieme a mio marito, a braccetto, in volo, come facevamo ai tempi in cui eravamo sposetti e non, come ora, insieme da quasi due lustri, vicini, quasi tutt’uno, al punto che ci si capisce con un solo alzar di sopracciglio; ce ne siamo andati, dicevo, in centro, tra la piazza di Spagna, che reca, nel bel mezzo delle scalinate un cono verde che dovrebbe essere un albero di Natale e che invece fa venir voglia di dare un poco d’antibiotico ai gradini per estirpar la malattia verdastra e la Via Condotti; insieme, con un mucchio di pensieri impacchettati e messi sotto l’abete, io e lui. Prima nei negozi poi, io e lui, seduti in piazza San Silvestro che era un via vai d’autobus e che ora, stirata in un color sabbia triste come un deserto, pare la sala d’aspetto sotto il cielo di una stazione russa. D’un tratto, come un miraggio, il nostro ex capo redattore. Io, non lo vedevo da più di tre anni e rivederlo non mi ha certo punto commossa… Poi, via, verso nuovi negozi, questa volta per me. Siamo in autobus, diretti e filati verso la Piazza Venezia, quando una certa signora con un’aria un poco così, ad alta voce, parlando al cellulare, chissà con chi e forse con nessuno, dice: “Sì, sì, sono qui, in autobus, seduta vicino a Vincenzo Salemme, sì, sì l’attore. E’ un mio amico! Ma come, non lo sapevi?” Vincenzo Salemme? Le occhiate si perdono negli occhi altrui, in uno sbigottimento generale. E lei, la protagonista, incalza, sempre al telefono: “Ieri? Oh ieri ero a Firenze, ho fatto il viaggio con Matteo Renzi? Sì, sì, proprio con Matteo? Un simpaticone”. Ronzan le battute, qualcuno ridacchia, altri stirano le labbra per non mostrar l’anima che esplode. Mio marito e io scendiamo. E lui mi fa: “Ora hai capito perché preferisco starmene a casa…”.  

Un altro Natale



Una rosa per un Buon Natale!
Voi, Padre Franco, non lo conoscete, ma io sì e sono qui, se avrete voglia di farvi prender per mano, per descriverlo ché un altro frate come lui, bè, secondo me, a capar molta verdura in saio, non si trova. Allora, con la pazienza che è nipote del Natale, vestito di bianco, io sono qui e vado avanti con le parole, ma sottovoce, perché di rumore, in giro, ce n'è già troppo, immersi come siamo in un torrente in piena scritto in neretto e casomai anche urlato. Allora, in punta di piedi, venite con me e figuratevi un tipo smilzo, sulla settantina,  alto, con un gran naso e i capelli, grigi, un poco lunghi; gli occhi, due nocciole, ricoperte di cioccolato, la lingua sciolta di chi gli uomini, le cose, Dio e il mondo li sa mescolare insieme al sale e alla farina per poi cucinare uno sguardo d'istrice che è di pepe e di miele insieme. Siamo in sacrestia, lui, io e un altro; tutt'intorno, distesi sui tavoli apparecchiati con tovaglie un poco stinte che dovrebbero essere invece color abete, robine e robette del mercatino natalizio che ho aiutato ad allestire, con Cetta e Pina, qualche giorno orsono. Siamo lì, dunque, e io, entusiasta, a parlare del concerto natalizio di sabato scorso, che portava il fausto (anche lui) titolo di Adeste fideles. Parlo col sole in fronte delle soprano e delle arie e delle canzoni natalizie, della musica che avvicina a Dio e di tante altre illuminate parole al vento. Parlo, parlo e mi sento parlare e mi dò fastidio io per prima... Lui, che per anni (e ora non più) ha insegnato al Conservatorio di Firenze, zitto e mosca. Io proseguo, perduta nella mia visione che dipinge di angeli in coro anche il nero di seppia. Di colpo, basta, mi blocca e, scherzando oppure no, fate voi, mi dice: "Ester, lo sa che cosa mi diceva il mio maestro al Conservatorio, quando i capelli eran color castagna? Oh non andate ai concerti, mai, ché sono una perdita di tempo, la musica si studia, non si ascolta...". E poi via, in ascensore, libero dalle catene del Natale nostro, televisivo, che riempie orecchie e anima di parole consumate come le scarpe dei pellegrini. Io, nuova, silenziosa, natalizia.

domenica 16 dicembre 2012

Buon Natale!


All’otto di dicembre, in casa mia (come anche nella vostra, almeno credo) si fanno il presepe e l’alberello; in casa mia, poi, da un cesto custodito nella pancia dell’armadio tirolese color cioccolata e zabaione, di nonna Stella (che ora è, di grazia, mio) vien fuori un disco di Christmas Carols, verde abete, come il libriccino dove si posson leggere le parole, che fan, in una corona d’allegria d’anima, da colonna sonora all’attesa mia, all’avvento che, silente, misura i giorni che mancano alla discesa della luce in questo mondo di tenebra…
Ecco una bennibag fiocco di neve per un caldo Natale!
Ogni giorno, così, saluto il mattino in camicia da notte, cantando e faccio anche cantare, nell’ora nostra, chi, con me, impara ad amar l’inglese. Ma ieri il canto mio è trasmutato in gloria in un concerto natalizio in una Chiesa ai Fori che è spesso vuota durante messa e funzioni - al punto che a volte Padre Lino legge, lui da solo, Vangelo, letture e salmo responsoriale - ma che era piena e calda di poesia e silenzio di note di mistero. Sull’altare, le spalle al Santissimo, Olga Ivanova Rossini, in un bel vestito lungo, nero, le spalle difese da una stola bianca di pelliccia che, a me, parlava delle bianche distese siberiane e agli altri non so. Daniela Conti, soprano pure lei, e intensa e forte come doveva esser la Sibilla cumana, riempie con la sua voce anche il museo del Presepe quando canta l’Ave Maria di Caccini. Io, rapita. Rapita dalle voci loro che fanno del mistero vita quotidiana e che rimandano quaggiù l’armonia delle sfere di lassù. Esco, alla fine del concerto, in punta di piedi e tutt’una con l’universo nella  gioia del Natale, quando, oddio, ma quella è la mia Cinquecento, mi dico, mentre la vedo scivolar via, bianca e siberiana pure lei, lungo la Via dei Serpenti. E giù per terra, io, come in ring a ring a roses, prendo a correre e sono lì, al semaforo dell’incrocio con la Via Cavour, a batter le mani sul vetro del guidatore. Il tipo, bontà sua, abbassando il finestrino, mi fa un sorriso e, ma sul serio: “Buon Natale!”, esclama. Poi, scendendo dalla macchina, si mette a fischiettare, non scherzo, Jingle bells e via per la sua strada. Vabbè,  Buon Natale a tutti! 

venerdì 14 dicembre 2012

Tortelli alle spezie

Ancora una benniposh

Scendevo verso la Madonna dei Monti, dalla stazione, dove ero andata a comperare i biglietti del treno che mi porteranno, per le vacanze di Natale, verso  Nord, lasciata la mia Roma bella a certi amici cari che vogliono far due passi con Cesare e Pompeo, casomai anche nel cuore barocco di Pietro e di Paolo; scendevo, dunque, e in testa, arrotolato al modo di turbante, il tre per due dei regali a questo e a quella, nel pensiero del desiderio altrui che è sempre un mistero grande. Tutta presa dal filo mio, scorgo in lontananza, con il terzo occhio che a volte è aperto e altre, invece, no, un certo omino vestito d’arancione che, in quel via vai di passi frettolosi, vestiti di nero, marrone e grigio, pare nelle sue vesti sciolte color zucca un piccolo sole appena sorto nel grigiume dell’asfalto. Danzano le vesti sue, scodinzolando tra le gambe scure, ma io, un’occhiata distratta, e via, sono già all’altezza del Despar e lui, a occhio e croce, come si suol dire, è ancora davanti all’Ibs. Cammino verso il largo di Magnanapoli, per girare poi a sinistra lungo la Via Milano che si tuffa sulla destra nel tunnel per abbracciare poi, in fondo alla Propaganda Fide, piazza di Spagna. Penso: una De Casalis a Michelle e, per Jane, la Morante tradotta, ohimè, nel lontano 1948. A Lisa una bennibag, che ancora non ne ha mai avuta una; per Lydia non so. Perduta nel girone dei doni natalizi, mi ritrovo a saltar l’incrocio in Via Milano ed eccomi, passato il semaforo che parla per fischi ripetuti, proprio in cima a Via del Boschetto, scomoda come sono scomode le strade senza marciapiede. Sono lì pronta a lasciarmi alle spalle la Via Nazionale, tutta quanta larga e piemontese,  nella lottizzazione De Merode, per infilarmi nelle scure straduzze della Roma papalina,  che avevan nomi popolani e sobbalzi e anima,   quando mi sento afferrar per una spalla. L’omino arancione, con il suo bel terzo occhio disegnato sul ponte del colmo del naso, da un occhio all’altro, mi fa, con un accento al ragù di Bologna: “Oh guarda che noi siam vegetariani. La carne non la mangiamo mica e neanche le persone…” E mentre mettevo il mio tondo euro nella ciotolina sua mi sono ritrovata occhio nell’occhio - il terzo - con lui, in una delizia indù, al profumo di sandalo e di curcuma, in un girotondo di tortelli alla zucca modenese… 

giovedì 13 dicembre 2012

La fine del mondo di Lorenzo


Oh che siamo tornati al Medio Evo, con la paura dell’anno Mille, mi chiedo, al mattino presto, quando in cento e più modi mi sforzo a ingranar col caffelatte la marcia della mia vita quotidiana, mentre in televisione questo e quello e pure quell’altro, con  le facce di plastica e occhi atteggiati alla paura, fan cento e più congetture, con interventi degli esperti, sulle previsioni dei Maya, sugli allineamenti degli astri e su una sequela, per me, di corbellerie che mi paiono senza capo né coda e pure senza senso. I Maya, poveretti, lasciamoli al destino loro ché neppure si sa quale sia stato. Scomparsi, forse inghiottiti da una astronave, perché ci dicono persino, dalla Russia, che gli alieni sono tra noi e che per, capire come funziona il busillis, occorre rivedere man in black e magari pure indossar gli occhiali neri di “Essi vivono”. A me sembra di aver vissuto, giovanetta, tempi migliori, con adulti che erano adulti e non pischelli a inocular pane e adrenalina al prossimo…
Una benni posh
Perdonatemi lo sfogo, che pure mi permetto perché è Natale, sta per scender dalle stelle Israello e noi, invece di aspettarlo, con la luce nel cuore che si accende nella speranza di un mondo migliore, siam qui a fremere, agitati, per una data, tutta dodici o al contrario, e che abbiamo, diciamolo qui, inventato noi, di sana pianta, ché mari e monti non hanno né età né storia e neppure dopostoria. Il mondo, con buonapace nostra, cammina per la strada sua, come sa bene Lorenzo, che gli anni li conta sulle dita di una mano e che, or sono due giorni, mi ha detto, con un sorriso largo: “Vado dalla nonna per Natale, dopo la fine del mondo…”

mercoledì 12 dicembre 2012

La luna a Cala dei Gigli

Girgolu a Cala dei Gigli, bianchi come la luna



Ttante benniposh, tutte già vendute!
Mi sono svegliata, qualche giorno fa,  con un cielo rosa che pareva squagliato nel gelato di fragola, un cielo d’acquarello inglese di quelli che staresti a rimirarlo mentre i minuti incalzano e i doveri pure, ma poco male; lassù, placida, d’argento, una falce di luna, ancora sveglia alle sette o giù di lì, mi ha invitato, nel suo silenzioso richiamo che non so neppure spiegarmi, a girar gli occhi in su, verso il suo lume acceso e a ripescar, con la rete della memoria, un’altra  luna che mi fu amica in una notte nera di settembre, quando tutto, nella vita mia, era ancora chiuso nella conchiglia del futuro. Allora, presto, calzate gli stivali delle sette leghe, se vi va, e via, a ritroso, nel respiro di Cala dei Gigli, in una estate della dopostoria, perduta tra tante altre, tutte uguali. Il destino, stirato, ancora disteso sul divano, doveva ancora cucire le sue trame addosso a una ragazza bionda che poi sono io. E’ notte, nel velluto scuro del firmamento, stelle, tante stelle, tante che neppure Ipparco di Nicea avrebbe potuto contarle. Io, in cima allo stradone dove si parcheggian le auto, aspetto che arrivi, con la macchina a nolo, Nanni, il mio Nanni, che oramai non c’è più da almeno cinque anni. Ci sono io, ci sono le stelle e, laggiù, lontano, nel pozzo nero della baia, il mare che respira. Aspetto e i minuti passano lenti, come strizzati dall’imbuto di Crono. Aspetto e per passare il tempo comincio, io pure, a contar le stelle. Fredde, lontane, le stelle. D’un tratto, mentre la notte continuava a contar le sue ore, e io le stelle nell’attesa, vidi spuntar laggiù, oltre Tavolara, la luna, una luna rotonda che sembrava camminar sul mare, su un tappeto srotolato di porporina lucente, in un tintinnar di cembali di fata,  regalando a me una benedizione…  

martedì 11 dicembre 2012

Solo una scintilla


Vivo nella culla del mito. Per me, Dioniso e Medusa e poi Minerva e anche Semele sono vivi e respirano nelle pieghe della loro storia, silenti, veri, profondi, perduti nel simbolo eterno, rosa del mondo, invisibili ai più, coperti come sono dal rumore dell’eterna infelicità umana che si consuma nella corsa quotidiana, banditi  i bagliori incerti dello spirito, nel nume dei lumi. Di spirito vivo, essi antichi e moderni, indicano la strada, se solo ci fermassimo ad ascoltarli...
Alla fonte...
Pensavo a questo e ad altro ancora, ieri, mentre me ne andavo, sotto una pioggia di Giove, a trovare una certa amica che ha preso per sé un cagnolino, nella rete dei volontari che salvano cani e gatti dai loro destini. La Winnie è una cagnetta da riproduzione. Deve aver avuto non so più quanti cuccioli se pare, a vederla, tutta pancia, per musetto una pigna, gli occhi di sotto in su. Alla Winnie, per esser felice, basta un cuscino e diventa ciambella. Noi a chiacchierare. A me, un caffè di spuma di latte che mi fa pensare ad altri inverni. Siamo lì, con le benniposh in mezzo; la Winnie, ogni tanto, mendica un fiato di attenzione, con le zampette a raspar sul divano, tra noi, poi, con la carezza in corpo, torna a farsi rotonda, di pane, sul divanetto suo. D’un tratto, la cagnolina si alza e, stesa sul dorso, prende a far il serpente. Di qua e di là, in un attorcigliarsi scomposto che è, per me, festa d’armonia; lei, come una baccante, starnutendo i suoi etcì di puro piacere. “Ma che cosa fa?”, si chiede stupita l'amica: non rispondo, tengo per me il segreto: Winnie sta vivendo; sta vivendo nella scintilla che la percorre, che ci percorre... 

domenica 9 dicembre 2012

La vita in lavatrice


Ho messo la mia vita in lavatrice, come si fa con i panni e le lenzuola, per lasciar che la candeggina profumata dallo spirito e il detersivo ai fiori selvatici della consapevolezza lavino via quel che l’anima non contiene più, facendo bianche certe verità nere, che a lungo sono rimaste ombre, laggiù nel burrone dell’inconsapevolezza, e ora non più. Nel perdono, ritrovo la via e il mio zaino, pur ancora pesante, mi pare più leggero alla salita, lungo il mio sentiero alpino, come dopo un pic nic consumato in vetta, grattando il blu del cielo, quando il cibo, sacro, si è fatto energia e carne e sangue e anche spirito.
Tavolara vista da Cala dei Gigli e dagli occhi del cuore
Ho messo la mia vita in lavatrice, ma anche i panni e le lenzuola della settimana e siccome il sole freddo di dicembre bacia, giallo zafferano, la terra e la vita nostra, eccomi a stender le cose sul filo che corre, ballerino, dalla finestra della cucina a quella dello studio, lungo un affaccio che guarda diritto in faccia a due o tre camere d’albergo. Appendo, concentrata, il copripiumino del letto di Leonardo e le camicie di Antonio, che paiono vele da quanto grandi sono. E le mollette reggono tute e calzoni in un allegro tenersi per mano che mi regala l’illusione del cosmos, nell’armonia di biancheria e pianeti, distesi sulla voragine del terzo piano. Sono lì, con una maglietta tra le dita quando, la mano si quaglia, non so neppur io dire perché e giù, a paracadute, nel cortile interno dell’albergo. Oh no, mi dico e correr a prender il mio amo da polipo per ripescar la roba mia è tutto in uno. Immaginatevi ora la scena di me che, con la perizia di un consumato pescatore, calo il mio amo tra i fili della biancheria miei e dei piani di sotto, in uno zigzag a cuore acceso, per toccare il fondo e acchiappar, tra gli aghi, la maglietta. Tutta quanta in me, olè, presa! E mentre tiro su la preda, trasecolo nel sentir lo scrosciar di un battimani. Alzo lo sguardo sui turisti che, a grappolo, affacciati sul balcone, son stati testimoni della mia battuta di pesca alla maglietta…  

sabato 8 dicembre 2012

Amor vincit omnia


E’ bello, al mattino presto, quando il cielo pare ancora umido di vita primigenia, come appena uscito dall’acqua sacra della creazione, ritrovarsi per la strada, al modo di un viandante che se ne va senza meta, rincorrendo soltanto l’istinto suo, quell’anelito di libertà che fa venir voglia, almeno a me, di cantar Panis angelicus oppure, anche una cert’aria di Vivaldi che mi par benedizione d’anima. Ieri, vigilia mia, me ne sono andata, sola soletta, a comperar le paste di Regoli all’Esquilino e poi, più in là, a ritirare un certo pacchetto il cui contenuto preferisco tener cucito nella tasca del mio cuore. Via Giovanni Lanza invitava alle danze, larga, color grigio argento, nel silenzio dell’ora giovane, salgo al passo di Atalanta e su su fino a Via dello Statuto, dove abitavano - mamma mia, ricordo ancora a memoria, a scioglilingua, il loro numero di telefono… - tre fratelli dal cognome marino che erano amici, tre in uno e uno a testa, miei, di mio fratello Marco e anche di Sara. Passo davanti al gran palazzo ocra dove abitavano a non so più che piano e sono già in pasticceria: bignè al cioccolato, alla crema, alla nocciola con su una glassa densa che si attacca al palato e alla gola. Fatti due o tre passi nella bella piazza Vittorio, sono già di ritorno, verso casa e già che ci sono, eccomi sulla Via Merulana, nuda di alberi, lì dove, chiara, appare in fondo, come una visione di bellezza pura, Santa Maria Maggiore, la chiesa della neve d’agosto. Cammino in mezzo a un gruppo di ragazzi che, invece di esser a scuola, sono a spasso. Le ragazze, belle, petulanti, col sole in fronte, con certe minigonne  a lasciar libere gambe e inguine. Più avanti, lungo il marciapiede, un piccolo nomade, appoggiandosi a una gruccia, chiede l’elemosina, con due occhi che paiono di cane triste. Allunga il cappello verso una signora corpulenta che ha tuffato la mano nella borsetta, ma poi, oppete, ecco, passa la gazzella, con le sue gambe al vento, falcando il grigio marciapiede; il ragazzo zingaro (che gli ormoni deve averli a posto e, secondo me anche le gambe…), d’istinto si gira a seguir con gli occhi vivi, rinati come sciacquati dalla sorgente della vita, la giovanetta e pling, pling, pling, le monetine saltellan sull’asfalto… Amor vincit omnia, rido e via per la mia strada.

giovedì 6 dicembre 2012

La mia Notte Santa

Un piccolo Dioniso, di Paestum, bello come un Gesù Bambino
In casa Ponti non si faceva l'albero di Natale. Per l'amor del Cielo, l'abete impellicciato, sgargiante di luci e palle e ori non poteva far conto paro con la discesa in terra, nuda di povertà, del Bambinello celeste nella stalla di Betlemme! Nel quadro del mio Natale bambino, dunque, non c'era l'albero e non c'era Babbo Natale con le renne e la slitta. I doni, i piccoli doni, li portava, Dio solo sa come, Israello che, con mia grande sorpresa, era Gesù nella Notte Santa del Tu scendi dalle stelle... Solo il presepe avevamo e non ricordo neanche  più dove veniva fatto; forse in sala da pranzo o forse no, ché  la memoria non si accende neppure al ricordo di un tavolo vestito di rosso, dove consumare un pranzo di Natale come si deve. Niente ricordo, non il presepe e non il mangiare; solo che statuine e stalla e animali si custodivano in cantina, in un cestino attaccato con un gancio al soffitto. Respiravo l'odore di chiuso, di formaggio della nonna, di umido ed era l'odore del Natale mio. Scendeva il cestino: ogni pezzo di cuore, un involtino di carta di giornale. Il mio cuore nel giubilo, le statuine come bambolette. Il presepe c'era, ma doveva essere ben piccolo - senza angeli e senza cielo stellato - se non riesco a vederlo, con gli occhi dell'anima accesi.  Le montagne sì, le montagne c'erano, le ricordo, e una palma e pure un cammello. La carta mimetica veniva accartocciata in balze di pieghe e riempita, per farne sostanza di sangue, con pugni di carta di giornale e, tra quei monti inventati, c'era un laghetto fatto con uno specchietto da borsetta e cigni e papere bianche a nuotare nel freddo della Vigilia...
Del presepe, niente, ma la lavanderia, gelida, gialla, cugina del grande giardino dove fratelli miei erano gli alberi silenti, con il loro gran cappello di aghi verdi, invernali; la lavanderia, dicevo, si riempiva delle torte che mio padre donava ad amici, conoscenti, parenti, committenti suoi. Erano tante, rotonde, cassate siciliane, che chiuso nello smeraldo dell'incarto loro, nascondevano il bianco della neve di zucchero, il verde della pasta di mandorle, i frutti canditi. La lavanderia foderata di quel verde di pasticceria (che pure mi schifava in bocca nei sapori stranieri...) sorrideva dolce, felice, e diventava di festa e di mondo anche lei, in quell'erba zuccherina, finché, consegna oggi e consegna domani, non tornava nuda, lei come me nella sacra Notte dell'eterno ritorno.. Lei come Israello. Nuda, ma forte, di vita profonda, vera, di fronte al mondo travestito di luci. E io, come lei.

lunedì 3 dicembre 2012

Scrittori e scrittori


C’è, sulla sinistra, a filo con la porta San Giovanni, lì dove le mura color terra di Siena, ricamano un margine alla Città Eterna che di margini non ne ha più; c’è, dicevo, un giardinetto pettinato, lungo lungo e magrolino, con le sue belle panchine a rincorrersi nel sole del dopopranzo e le giostre versicolori per i più piccoli, che, chiudendo l’occhio mancino (immerso nel rombo delle automobili che ruscellano giù dalla Basilica di San Giovanni,  lungo la via tal dei tali), a correr con lo sguardo sinistro fino alle torri della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, regala l’illusione di vivere nel silenzio d’ovo di un quadretto di Roma sparita. A valle, giù per lo strapiombo, un tappeto d’erba verde che è armonia pura abbracciata com’è al cotto dell’opus reticulatum delle mura. E in lontananza il campanile romanico della Basilica dell’orto… Ecco, temperando l’occhiata, resa aguzza dall’anima, mi par di vedere appressarsi dondolando sotto un sacco un carbonaio stracciato con la faccia di Alberto Sordi e, più in là, il marchese del Grillo, con i suoi valletti di velluto…
Il tuffatore di Paestum, nella sua scarna bellezza
Cammino, avvolta in quel sogno tutto mio, mentre il sole di dicembre è di stagnola d’oro, già pronto per celebrar l’arrivo del Bambino, con la nuova luna. Cammino e, di qua e di là, ci sono fotografati i protagonisti di questo nostro presente. Una coppia di anziani, lei e lui, seduti e mesti dan briciole ai piccioni; una mamma carica di pensieri cerca di inseguir la birba sua, due ragazzi si baciano mentre un terzo lancia lontano, a valle, gli zaini loro… D’un tratto, disegnato sulle mura, a lettere giganti, leggo: Trucido 2012, bum, per terra e, con un sorriso, ricordo un pomeriggio in cui la mia unica nipote (che ho tirato su come fosse figlia) mi comunicò che si era fidanzata con uno scrittore. Bene, benissimo, le dissi, e che cosa ha scritto, mi informai. E lei, esultante, innocente: “Tutte le scritte alla fermata Ponte Mammolo!”

domenica 2 dicembre 2012

Il sole all'Ikea


Vi presento le mie benniposh..

Oggi, eccomi, perduta tra la folla di visi e gambe di persone che fanno il giro completo, recando carrelli colmi e bimbi appesi, dell’Ikea Porta di Roma. Li osservo mentre scelgono, in trilli di risate, e comprano e pagano, tutti quanti ordinati in un serpente, invece, disordinato che si attorciglia tra la merce, in un aprir e chiuder varchi dove io m’infilo dopo aver tagliato a metri le stoffe per le mie bennibags e per le mie (nuove) benniposh, per poi emergere, libera, nel piazzale grigio dove il sole di questo amato dicembre, il mese mio, il mese degli arcieri – pare farmi una riverenza da lassù... Osservo gli stessi di prima, o diversi, ma uguali, salir, a gregge, in solitaria, a braccetto, in tre per due, nello strozzo delle scale mobili che conducono alla bocca del centro commerciale.
Entrare e passeggiare è tutto in uno, mentre i sogni si fan realtà nelle vetrine di Accessorize, di HM e questo e quello, dove si sfarinano i valori antichi, regalando a noi moderni l’estasi del desiderio, l'illusione della felicità. Io, con loro, su e giù, in un volteggiar di mal di testa che va e viene come la marea umana che mi investe. D’un tratto, mentre son lì che faccio la corte a un paio di stivali neri, mi sembra di vedere, tra la gente, una faccia nota color panettone di Milano. Giro gli occhi, lancio lo sguardo al pieno; sì, è proprio lui, Mareggi: cammina a schiena anche troppo dritta, il collo stretto in una sciarpetta turchina. E’ lui, è proprio Mareggi, un collega, un giornalista sportivo che lavorava con me or son sei anni. Vorrei chiamarlo, ma il nome non lo so. Nessuno lo chiamava per nome: era Mareggi e stop. Sempre abbronzato, con un naso che arrivava in tempo agli appuntamenti, Mareggi parlava, tartagliando, il romanesco. Parlava, si fa per dire. Perché per lo più taceva, facendosi bellamente i casi suoi. Un pomeriggio di un’estate grigia, lo ricordo come fosse accaduto ieri, entrò nella stanza mia e di Carla e, senza dir ciao o altro, sbottò, nel balbuzio suo: “Uuuunn eestate seeenza sooole è cooome una donna seeenza culo”. E poi addio.