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venerdì 29 marzo 2013

Buona Pasqua


Sia come sia, spiegarmelo non so, neppure interrogando il mio terzo occhio, ma ogni volta che salgo sull’autobus 83, diretta dalle parti di Viale Libia, mi trovo a vivere un’avventura croccante di umanità che fa sbucare un solicello d’allegria anche se fuori la pioggia picchia sui vetri e sui tetti e il cielo sembra fumare  da tanto è grigio e da magone. Appesa al manigliotto che mi fa ondeggiar come panni al vento, riesco in scivolata a timbrare il biglietto prima che scada e me ne sto lì, tutta in me, nei pensieri tanti che mi portano di qua e di là e poi di nuovo a casa.
D’un tratto, parte dalla piattaforma in coda al bus una signora mora, dall’età indistinta, una mezza età spinta nei suoi capelli rossi. Quattro passi dell’oca ed eccola a parlar con l’autista, a voce alta, come prudenza vuole: “Senta, scusi, non capisco, la macchinetta non mi ha convalidato il biglietto che valeva fino alle 10 e 34 ed erano le 10 e 33 quando ho provato a timbrare”. L’autista, meschino, non si ode, da dietro il vetro che lo mette sottovuoto. E lei continua e spiega e rispiega e mette le chiose e le rigira in su e in giù. Intanto le fermate scorrono e il traffico pure. Quella, non molla finché una vecchiettina, stanca di tanta voce, esplode: “Senta, lei deve timbrare un altro biglietto. Il suo è scaduto”. Eh no, quell’altra non ci sta e via col  battibecco dei percome finché non si arriva alla fermata di Corso Regina Maegherita che, tu guarda, è proprio quella della nostra chiacchierona. La quale, infatti, scende in corsa mentre il guidatore sospira: "E s'è fatta il giro gratis!". Siamo tutti buoni e buona Pasqua a tutti!
 

giovedì 28 marzo 2013

Tedeschi a Roma


In Piazza Venezia, molto fotografato dai turisti che lo immaginano, forse, antico come il Partenone (e non è), c’è il Vittoriano, che pare un grande pan di zucchero in stile greco e solenne e troppo solenne sotto al manto azzurro della Madonna all’Ara Coeli, laggiù, nella bruna chiesa medievale, in esilio, che si vede e non si vede (ma io so che c’è) a un tiro di freccia dal Campidoglio. C’è, dunque, il Vittoriano con il suo fuoco sempre acceso a ricordare il milite ignoto, un soldatino senza nome, morto durante la Grande guerra, in un sacrificio che, visto con gli occhi d’oggi fatti Cinque Stelle, pare, meschino, tanto inutile quanto la neve ad Acapulco.
C’è, dicevo, il Vittoriano e dentro tutta una giuggiola patriottica in alta uniforme di bandiere, stendardi e gagliardetti che mi sono andata a riveder da poco per certi affari che terrò nelle segrete. Cammina, cammina, tra teche che paion bare. E poi, come un alleluya, li ho visti: i blue jeans di Giuseppe Garibaldi! Piccoli così e vivi e sorridenti, come appartenessero a un hobbit e non a un eroe… Sissignore, il nostro Garibaldi, nel secolo decimonono, indossava già la tela grezza americana che doveva far furore qui da noi e diventar, quaggiù, popolare come un espresso. Me ne sono andata via a orecchie basse, da ciuco, pensando che le mode americane (che tanto mi dan noia), oh, erano già italiane quando ancora non lo sapevamo e quando, in barba al De Sanctis, i miei scrittori d’anima – Emilio De Marchi e Carlo Dossi e Luigi Capuana – scrivevano in un bell’italiano rotondo che non riesco a trovar più…
E siccome, certe volte, è nei particolari che si vede il bandolo della storia che mai si ferma e
A Creta, io, nel cuore della storia...
mai si fermerà, mentre me ne ritornavo a casa, ho ripensato a una certa visita mia a Palazzo Pitti, di molti fa. Vidi, una accanto all’altra, due statue. C’era Augusto, in toga e accanto a lui un barbaro in pantaloni e sandali birkenstock (scherzo, ma non proprio) e allora capii che il futuro era tutto in quello straccione barbaro, in quel germano peloso in viso, in braghe svelte, dall’aria truce, e che il tempo antico, le toghe come sudari, finiva davanti allo sguardo sbigottito, nel bel volto sbarbato, di Augusto ancora in toga…   








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martedì 26 marzo 2013

Primula gialla


Ricordo, come fossi a piedi scalzi, ancora piccola nella libertà che mi pareva d’avere tutt’intorno e non era, quando vivevo ancora nella villa alla Porta Ardeatina lì dove le Mura Aureliane ricordavano, nei miei aranciati pomeriggi, gli antichi limes di Roma e il suo pomerio sacro che dovevo ritrovar, più grande, al liceo; ricordo, dicevo, e il cuore lo vedo volar alto, nel blu di questo dolce crepuscolo, appeso a un aquilone, l’odore dell’erba tagliata. Entrava nelle narici in turbine, dolce, verdolino, umido di vita, come nell’attesa di nuove primavere. Ricordo come l’avessi ora davanti lo scoppiettar della falciatrice sulla quale, appollaiato come un antico gufo sedeva Marino, il  giardiniere di casa che veniva dalle Marche e della terra sua natale conservava una parlata dolce, strascicata che diventava lamento e noia in bocca a sua moglie Enrica, che aiutava in casa, a ore, nei mestieri la Mimma. Stirava e sospirava, tirava la pasta del pane e dai un singulto, che faceva andar sui gangheri la Mimma, svelta come un trentatré, che, dietro le spalle di quell’altra ignara, sbuffava a occhi rotondi…
L'Enrica la ricordo in guardaroba, stira e cuci e piega e sguardo al cielo. Marino, tutt'opposto. Allegro, silvano, un elfo tra il pratone e il praticello, nella magia del giardino in fiore. D’estate piantava i pomodorini e le fave. Mai, lo giuro, ne mangiai di così buone e grasse e dolci, cresciute a terra e amore. Non so perché stasera, Marino mi è venuto incontro, fresco nella memoria, vestito nel suo pigiama da lavoro, color gianduia in tono coi capelli. Non lo so o forse sì, lo so, ed è perché in primavera, ogni santa primavera, mi regalava – a me sola, tra tutti - una primula gialla, che spuntava, di tra le sue grasse foglie bitorzolute, da un vasetto nero. “Ester, per te”, diceva Marino e in quel fiore sacro, allora mica lo sapevo, in quel fiore delicato, semplice nel suo vestitino di sole, c’era già tutto quanto il mio avvenire baciato dall’astro in cima e nel nero della terra le radici…

lunedì 25 marzo 2013

La Rinascente a Roma


Camminando, come si suol dire qui da noi a Roma,  in centro (cioè tra Via Condotti, Piazza di Spagna e il Corso), oltrepassato cioè il tunnel che fa baciar nel buio Via Nazionale e Via del Tritone, cucendo il  “mio” centro - che ha per cuore e anima Colosseo e Foro Romano - mi accorgo, in un sobbalzo, che quasi quasi non la conosco più quest’Urbe. E pensare che per anni, venti quasi, ho fatto la strada, al modo dei somari, per raggiungere, dal Boschetto, il terzo piano del gran Palazzo Marignoli, nel traffico d’auto e autobus, di Piazza San Silvestro… Vabbè, acqua passata nel fiume della vita. Ora, mi par di andare contromano in una città nuova che, nei suoi negozi tutti uguali, somiglia ad altre città che non conosco e dove non sono andata mai. Grande, vetrato, negli spettri che sono manichini vestiti in gran toilette, ecco Zara che ha preso il posto della cara, vecchia polverosa Rinascente. I vestiti, non so, ma il nome, in gloria, “La Rinascente”, come un’araba fenice, glielo aveva dato Gabriele D’Annunzio e fate un poco voi... Vabbè, andiamo avanti. Ecco su Via del Corso cerco Schostal dove mio padre e, prima di lui, mio nonno, comperava mutande e canottiere. Ebbene, via, cancellato forse da Tezenis o Intimissimi o altri negozi che a vederli sono di plastica e non di legno profumato com’era lui, lo Schostal, stirato nelle uniformi demodè delle commesse sue.
Basta con le lagne, bisogna andar a firmare in forma di testimone una procura per un’amica antica che mi è cara come dovrebbero esserlo le compagne di scuola. E mentre attraverso Piazza Augusto Imperatore che ha nel centro la collinetta della tomba d’Augusto, ritrovo tutto quanto l’incanto della Roma sparita nella persona di un certo autista d’autobus che traduce  a fantasia pasquina  un’epigrafe romana  di Piazza del Popolo (spiega lui): “Matri magnae filia grata”. E ora Pasquino: “Che nullo sapete che vordì – fa a un gruppetto d’altri come lui – a madre magna e a fija se gratta….”. Via, per la mia strada nel sorriso ritrovato.

domenica 24 marzo 2013

Mi fa molto piacere


Ai gemelli l’inglese rimbalzava in testa e non c’era verso di farlo entrare mai. Non erano, dunque, le signorine, tutte mie, ad insegnar loro la lingua di Shakespeare e di Milton, piuttosto loro, i gemelli, a far da Dante e Virgilio nell’arcobaleno fresco di parolacce all’amatricana, in romanesco e, crepi l’avarizia, anche in italiano. E poiché allora non c’era Wikipedia e non si poteva correr a picchiar sui tasti di un computer per illuminar la via, le poverine saltavan nella trappola in scarpe con i tacchi, profumate di lillà, nell’aureola dell’agnus Dei.
A una di loro, ad esempio, una mia beniamina (mi pare si chiamasse Helen) ma io ero piccola, un cerino acceso di biondo grano, i due burloni spiegarono che “stronza” voleva dir sto bene. Sicché a chi le chiedeva come stai, lei, meschina, innocente, con un sorriso molto british, inzuppato nello small talk britannico, rispondeva: “stronza”. E non si era chiesta mai perché nell’interlocutore un risolino spigava di tra le labbra strette…
C'è sempre posto, nel mio cuore, per Lorenzo Lotto...
Un pomeriggio, ecco la Helen, presentata a un certo gran signore che era di casa allora in casa mia. Era questi, alto, bello come un Marlon Brando, un Tutankamen di quei tempi che scolorano oramai nella modernità che fugge. Tanto per capirci, uno che sapeva quante famiglie romane e quali avevano un Papa in famiglia. Furono presentati lui e la Helen, figlia dei pascoli della Nuova Zelanda. Lui: “E mi dica, cara miss Helen, come sta in Italia?”. E lei: “Stronza, moulto stronza!”. E lui, senza una grinza: "Mi fa piacere, mi fa molto piacere!"

giovedì 21 marzo 2013

Buona primavera!


Vabbè che, con il Papa nuovo nuovo, mi par di udir anche troppo (o forse troppo non è mai, non so…)  parlar di San Francesco (che io, beninteso, veneravo e venero), io qui in questo angolino rosa che è tutto quanto mio e anche un poco, sissignore, dei miei tredici lettori (a loro va una riverenza - per la pazienza - nel vento trasparente di questa neonata primavera e un grazie spennellato di azzurro e turchino), vorrei ricordar che oggi, 21 marzo, comincia, nello sbocciar della vita e del mistero che si rinnova, la primavera e che la primavera e il 21 marzo portavano, nel mio tempo verde, il nome di un altro grande Santo che adesso va poco di moda, essendo, il Papa che ne portava il nome, stato messo in frigorifero al chiuso di Castelgandolfo…
La foto viene dal Brasile e l'ha scattata mio fratello Marco: ha avuto visite., non rondini ma pappagallini...
Il Santo, da Norcia, è Benedetto. Lo sapevate voi, io no fino a ieri, che Benedetto aveva una gemella nella persona di un’altra Santa, benedettina, di nome Scolastica? E sapevate che Abbate, vuol dire Padre in ebraico e quindi papà benedettino di tutti i monaci oin un monastero? Questo lo sapevo da un po’. E allora? direte voi, chissene importa! Già, e allora, mi rispondo senza trovare un filo rosso che mi conduca il fondo al labirinto… E dunque basta con il latinorum, e, sì, buona primavera a tutti, ricordando, come si diceva, allora “San Benedetto, le rondini sotto al tetto”…

martedì 19 marzo 2013

Per qualche centesimo in più


Quando si fan le due, alla domenica, ricevo, quasi puntuale come il cannone del Gianicolo, una telefonata (gradita) della Bice che mi abita di fronte  in un palazzo rosa di cipria e merletti, e che è nota a questo mio piccolo blog per essere una raccoglitrice di strada di  spiccioli, biglietti dell’autobus vergini, e roba qualunque che i passanti fan cadere dalle tasche e che vanno a riempire le saccocce sorridenti di lei. Camminatrice lo sono pure io, al par di lei, e il pigro pomeriggio del dì di festa, quando le strade sono ancora deserte per il dopopranzo e il sole (se c’è) invita a uscir di casa, in quell’ora dorata, come popolata da un pulviscolo di ali di fata…
Così, drin, drin, la telefonata è arrivata anche domenica scorsa, col cielo d’acciaio nelle gocciole trattenute. Usciamo, che facciamo, dove andiamo, via verso Santa Croce in Gerusalemme, dove si festeggia non so che cosa al Mercatino vicino a Via Sommelier. Cammina cammina, eccoci alla meta. Giriamo tra i ricordi accesi. “Avevo anche io la bambola Franca della Migliorati!”, “Oh, tu guarda, il salvadanaio in forma di tartatughina con il fiocco in capo…” E così via, senza comperar nulla (lei, ché io, invece, qualcosa ho comperato, ma tengo per me il cosa…). Al ritorno, lungo Via di Santa Croce, scorgo, in guizzo di sguardo, un centesimo lucente, che par salutarmi dall’acciottolato e dire: “Son qui, son qui!”. Una monetina, mi dico, è buona sorte e la tiro su ridendo. Lei, a labbra serrate: “Non l’avevo vista…”: Proseguiamo in discorsi alati e giunte a casa, ciao ciao e alla prossima. Per me, buonanotte. Ma lei deve aver dormito in un letto di noci perché alle sei del lunedì, in simpatia, mi arriva una chiamata sua: “Ieri sono uscita di nuovo, sai, e ho trovato cinque centesimi, una livella e pure una spilletta?”. Manca il tiè. Una risata, io e la Bice, in allegria di caccia al tesoro. E alla prossima…

domenica 17 marzo 2013

Il poeta di nonna Stella


Bella, nonna Stella, lo era, davvero. Di quelle bellezze patetiche, ottocentesche, pallide di finta tubercolosi come usava in quei tempi lì, lontani, di crinoline e velette, al profumo zuccheroso di violetta di Parma. In certe fotografie piccine, al lume di seppia, fatte al mare, lungo la bionda spiaggia di Lignano Sabbiadoro o di Bibione, c’è lei, con le tante sorelle, vestita alla marinara,  gli occhi bassi dell’agnus Dei, i capelli raccolti in spire di serpenti, alti sulla nuca, nel, suo sguardo un pizzico di me... C’è lei e ci sono i fratelli; bellissimo era Saverio che doveva diventar, uomo fatto, ministro e senatore del Regno. Ma bella tra le belle, così vuole la leggenda famigliare, era una sorella perduta, Lavinia, che, morta diciottenne come in un romanzo di Ugo Foscolo, ancora oggi mi guarda, più viva lei di nonna Stella, da un ritratto che se ne sta al chiodo sopra lo scrittoio di mia madre. Languidi occhi malati, senza sorriso, nei capelli di vento...
Due bennibags al profumo di rosa...
Bellissima Lavinia, dunque, e bella la nonna. Anche piccina. Un giorno, un pomeriggio, mi raccontò che una volta, bimbetta, insieme allo zio professore, che era filosofo e filologo, era venuto a casa sua un gran poeta. Guardandola, il poeta, in barba, baffi e gran signore, aveva detto “bellina” e poi le aveva anche dato un bacio sulla fronte che lei era corsa in bagno a lavar via...  

venerdì 15 marzo 2013

Roma con il Papa


Oh che bella piazza, a San Pietro, quando, nel mantello della sera, il comignolo ha soffiato nell’aria umida di pioggia la sua bella sciarpa di fumo bianco e poi, dal balcone, lassù, un uomo, vestito di bianco, ha salutato con un semplice, rotondo “Buonasera” il suo popolo in festa! Oh che bella piazza, ho pensato, mentre ricordavo, a scivolo, altre piazze italiane, piene di parolacce e di insulti e di invettive, che mi han sempre fatto pensare - lo riconosco - ai non so più quanti minuti d’odio organizzati dal socing contro il capo dell'opposizione Emmanuel Goldstein (inventato  dal socing medesimo...) nel romanzo di George Orwell “1984”, un libro che, per me, dovrebbero legger tutti, a scuola, come si fa con i “Promessi sposi”…
E, dunque, Roma ha il suo Papa, che è anche il suo Vescovo e, almeno io, mi sono sentita più leggera e poco male se un gesuita si fa francescano! Io, tutta presa dal nuovo Pontefice, in empito mistico, me ne sono andata il giorno seguente, di buon mattino, a prender la santa messa nella chiesa francescana che, non parrocchia, è la mia nel cuore. Alle nove, siamo in quattro e due sacerdoti concelebranti (e la piazza, perbacco, dov'è finita mai?). Si può ben dire, siam quattro gatti… Scorre la messa nel Gloria e nelle letture e quando viene il momento dell’omelia, che – per chi non lo ricordasse – vien subito dopo il Vangelo, vedo il mio sacerdote che invece di star ritto dietro il leggio a parlar del gaudium magnum, si va a sedere su una sedia dietro all'altare, proprio sotto il Santissimo. In raccoglimento, si dice. Ma a me par che sonnecchi… Di Francesco I (che a me suona come il nome di un Re di Francia…) non un fiato.  Capirete, son soddisfazioni!

mercoledì 13 marzo 2013

Come buoni amici


Me ne andavo nella pioggia che non smette di cadere in questo marzo di confusione e attesa, dondolando sull’autobus numero 83, che va serpeggiando, in un viaggio infinito, tra il centro e il quartiere Trieste, quando ecco, all’apertura delle porte, mi pare su Via Po, farsi strada nella pancia del mezzo una signora alta come un corazziere e corpulenta, con un caschetto di stoppa gialla in testa, due occhi azzurri che spandono bagliori e un ombrello usato a mo’ di bastone. Ripete a voce alta e rauca come in un mantra indiano: “Scusi, scusi”, ma intanto sgomita uno e urta quell’altro e, con malagrazia, intima a un terzo di alzarsi in piedi ché lei deve sedersi. Sarà l’occhiata della virago o un latente complesso materno, il tipo si alza e lei, punfete, seduta, con gran soddisfazione, sul suo grande posteriore, nel sollievo generale di noi tutti. Gli sguardi  si incrociano in un gioco di rimandi e sospiri al quale partecipo, divertita.
Nel silenzio, musi lunghi e il picchiettio della pioggia.  Si riparte. Giunti alla fermata Tal dei tali, la signora si solleva, con l’aiuto di un poveretto (che quasi cade a terra) e poi nel rimbombo solito dei suoi “Scusi, scusi”, percorre la lunghezza dell’autobus, dando colpi a destra e a manca, incurante della porta centrale, vuota di passeggeri in transito e via, verso quella del guidatore dove, invece, parcheggia la sua bellezza una certa fanciulla in fiore che smanetta sul suo iphone. La nostra simpatica signora le si fa vicina e poi: “Ce l’ha l’ombrello, vero?” Quella, basita, balbetta qualcosa che non riesco a sentire. L’altra la incalza: “Non lo vede? Piove e  non si deve mai uscire di marzo senza ombrello. Se lo deve ricordare, la prossima volta…”. Detto ciò, le porte si aprono e lei giù, con il bastone fatto ombrello. Mentre noialtri si ride, tutti insieme, come buoni amici… 

martedì 12 marzo 2013

Ragazzi al De Merode


In un tempo che i grillini in Parlamento, tanto differenti – anni luce - dagli onorevoli che abbiam visto e rivisto per tanti e tanti anni, e tanto giovani e verdi che paiono appena scesi dall’Ufo di Zardoz, fanno sembrare ancora più antico, c’erano i ragazzi del San Giuseppe De Merode, che guardava quasi in faccia il Mater Dei e che ora, adeguatosi al mondo che fugge, mescola, in allegra macedonia maschi e femmine, e allora no: solo ragazzi . Erano tutti quanti belli, per me, quei ragazzi lì che non portavano, come noi, la divisa blu e bianca, ma i capelli corti sì e  il loden blu o verde e la sciarpa scozzese pure. Ed era uniforme di stile. Eran belli, di grazia antica, stirati nella tradizione. Senza Facebook, senza Twitter, ma con il professor Spadini che insegnava loro latino (credo) e umorismo (di certo) e i frere a spazzolare i cortili nelle danzanti nere gabbane.
In classe di Marco, che mi superava su questa terra di due anni larghi, c’era un certo Francesco S., grande e grosso e nobile e alto, come si può essere oggi pure, ma senza il suo stile che lo rendeva simpatico a tutti e il più popolare dei popolari. Molti i blasoni che portava in tasca e tanti i balli e i cocktail e Dio sa che cos’altro a cui era invitato per diritto di sangue e di simpatia. Una volta, eccolo in una casa patrizia romana a” colazione” (ché colazione era il pranzo, anche per mia madre Regina e per me no…). I gamberetti, no, dovette pensar di sicuro Francesco, che li fece sparire, coda e tutto, a manciate, sotto il tavolo. Meschino, non sapeva che il tavolo fosse di vetro! “Oh Francesco – disse all’ospite il padrone di casa – oh, che è codesto cimitero!” 

domenica 10 marzo 2013

La fauna Giancarlo


Fiocchi di nuvole in corsa nello smarginato orizzonte fan da languido tetto ai monconi color terracotta delle Terme di Caracalla mescolati (come in un prezioso mazzo di fiori comperati nel negozio di Sara in Via dei Serpenti…), nel verde dei pini di Aleppo; fiocchi di nuvole in corsa  fino alle pendici dei Castelli Romani che  emergono laggiù, pietrificati nella mia dopostoria, gobbe di  Leviatani. Sono sola, di sabato pomeriggio, ai piedi della Basilica di Santa Balbina, in cammino, io, verso una meta che terrò racchiusa nello scrigno dei miei segreti. La bellezza della mia Roma Eterna in questo tardo pomeriggio di primavera nascente mi fa sospirar nel vento. In quelle nuvole  leggere galoppa il mio pensiero che si fa tutt’uno, però, con la terra. Lo sguardo mio, ebbro di immenso, passa dall’alto al basso, nella saggezza di Ermete Trismegisto, e nelle umili pianticelle - stellarie, nontiscordardime (i primi!), garofanini selvatici - che fan da allegro tappeto sullo scosceso dirupo che porta alla Chiesa mi par di riconoscere la forza del creato. In barba alle leggi di Darwin (quanto piccolo il pensiero umano per contener così tanto…), eccole lì, ognuna diversa, disordinata a modo suo. Il pensiero corre, corre. Sono ragazza, non donna, in uno scambio epistolare con Giancarlo Oli. Da lui, un regalo. E’ un libro (ancora, venerato, tra gli altri) sui fiori selvatici per riconoscerli, io, durante le mie passeggiate. La dedica: “Alla flora Ester dalla fauna Giancarlo”…  

venerdì 8 marzo 2013

Solo un bambino


Ma io, in tutta la mia vita, un’Italia così buffa (e buffona) non l’avevo vista proprio mai. Bambina, vedevo gli adulti al modo di pianeti, seri seri, presi dai loro impicci, che non capivo e quando si occupavano di me, mi guardavo intorno, incredula, basita, per vedere se, casomai, un’altra – grande e seria al par di loro - si chiamasse Ester, proprio come me. Ragazza, fiorii; bionda, con quel modo di fare un po’ così di chi cammina per di dentro, in solitaria, nella benedizione di Elsa Morante, Dolores Prato, di Katherine Mansfield, di Kate Chopin e potrei andar avanti ancora molto ché di amiche, per la via, ne ho incontrate assai… Tutt’intorno, con sorpresa, mi ritrovai, nelle mie parole oscure, al centro di molti sguardi. Gli adulti, oddio, ecco fatti piccini. Una volta, un caporedattore di un’agenzia di stampa, che aveva la barba di un antico piemontese e due occhiali spessi da miope,  me lo ritrovai  ad aspettarmi già in mutande, mentre gli portavo, ignara, un’intervista, mi pare, fatta  a Laura Esquivel…
E oggi che ho quasi mezzo Secolo e ne ho viste, come tutti, tante quanto Carlo in Francia, me la rido da me quando, a occhi chiusi, nel sorriso, vedo agitarsi dentro a un serio bancario che prende il caffè al bar con gli amici, il bambino che è stato. Magari inquieto o dispettoso, dipende. E come quando ero Ester piccolina, mi par di tornare tutta trasparente e, se mi va, nel silenzio di parole, di chiacchierar con quel bambino da solo a sola, lungo il graal silente, suo e mio, di questa vita… 

domenica 3 marzo 2013

Ricordando Carlo Michelstaedter


Siccome io, il mio Paese, lo amo e sento la terra sua benedetta sotto ai miei piedi (ah le mie colline sabine a inseguirsi all’orizzonte fino al monte Soratte e Tavolara, laggiù, nel pallido suo rosa…), nelle eterne radici della mia esistenza, piango, nel sorriso, per la situazione in cui siam precipitati, senza punto accorgercene, in una feroce quotidianità che, piano piano, nel correr degli anni, ha divorato, noi ignari, principi e morale e antiche, altere certezze. Sicché oggi neanche un governo si può fare perché  nello strillo di protesta, ridotti tutti  quanti a pendoli  inconsapevoli di brame infinite e di invidie irrisolte nell’odio che acceca, ecco che ci troviam nello stallo. Nessuno ha più un posto e tutti vogliono stare più in alto.
E mentre scrivo queste amare considerazioni nell’azzurro di questa domenica mattina che mi invita alla messa (e perdonatemi se son controcorrente...), ricordo in balzo un certo libriccino che lessi a vent’anni e mai dimenticai. Era la tesi di laurea di un giovanetto, mio coetaneo, ma vissuto  un centinaio d’anni prima (mi pare) e si intitolava (e si intitola)  “La Persuasione e la Rettorica” e l’autore, Carlo Michelstaedter. Nella chiave che mi diede (e lo benedico) per aprir la porta della vita, squadernando i percome del mondo, non c’era Grillo, non c’era il consumismo, nossignore, ma in fondo già era apparecchiato il farmaco crudele (nel senso di veleno, come lo intendevan Pericle e Solone…) che doveva farci, tagliate le radici, affamar di desiderio, nell’eterno gioco del pendolo che pende, pende, senza trovar pace mai…

sabato 2 marzo 2013

Cugini mai


Vivevamo, bambini, in una grande casa bianca, seduta nel bel mezzo di un giardino più grande ancora che cominciava sotto ai Bastioni del Sangallo e, nel verde e nel bianco, terra e terrazzi, pareva toccar quasi il Viale di Marco Polo. Il giardino, secondo il vangelo nostro, era in parte grande pratone, lì dove spettinate crescevan le erbacce tra i sassi per poi precipitar nella scivolata finale verde di nobili acanti. Solenni, tristi, i pini a ombrello alti fino in bocca al cielo facevan la guardia al pratone... c’era poi il boschetto (dove il sole non arrivava mai) e il praticello, nel merlo di un muricciolo bianco, trasformato in campetto da pallone. In mezzo, lei, la villa bianca che non ebbe mai un nome e ancora mi chiedo perché. Hanno nomi le cose care, amate, quelle che ci stan legate al cuore. Un nome doveva averlo, penso. Ma non lo ebbe mai. Bianca, gelata, muta, era lì e mi pareva (e mi pare) un fungo di cemento cresciuto tanto da superare, con l'altera spocchia degli uomini,  i pini marittimi nel silenzio degli anni…
La casa era divisa in due. Ai piani alti, a toccar il cielo col dito, i Salini che eran cinque come noi; noi, i Ponti, dabbasso, con le erbe sul naso. I Salini, già, i Salini. Mi obbligavano, piccina, a chiamr zia e zio i genitori loro e i Salini lo stesso coi miei. Ma cugini i figlioli, per me, non furono e non saranno mai. Ricordo ancora, sgomenta, le mie risposte in balbettii, annodati di tenera confusione infantile, a quanti mi chiedevano lumi: "Sono amici... sono più che amici... chiamo zia loro madre...". Né noi per loro lo fummo mai. Nella spietata e sincera verità bambina, tutti quanti, noi dieci, come trattenuti dall’ancestrale consapevolezza che il sangue, quello sì, conta, mentre le parole leggere - zia e zio - volano via, nel ricordo sbiadito di facce che non sono più… 

venerdì 1 marzo 2013

Nel fiume, alle Poste


Alle Poste di Via Cavour (da quando han chiuso l’ufficio di Via Milano)  non capita di rado di incontrar tutto il Rione Monti e tra un saluto e l’altro, passa quel tempo morto che par scivolar via, in minuti e mezz’ore; e anche se c’è la fila e i numeretti rossi sul display, che son gemelli al bigliettino sputato dalla macchina gialla all’entrata, non sembrano arrivare mai, poco male, con gran gioia della democrazia che tanto piace ai moderni (e anche a me), si è tutti a bordo della stessa barca, si aspetta e olè toro, via… Oggi, di buon mattino, sono lì con la mia bella bolletta (scaduta di un giorno, ohi, la testa…); entro, dunque, e con un rapido giro di sguardo, individuo una sedia vuota, libera, proprio sotto al display (cosìcché per scoprire se è il mio turno, mi tocca saltar su come una molla e torcere il collo a ogni dlen dlen), vabbè, mi siedo, che ci si sveglia stanchi in questi giorni d’agonia politica con la crisi che par togliere il sonno e il sorrriso anche alle guide turistiche del Foro Romano…
Mi siedo, ora lo vedo, proprio accanto a una piccola suora addormentata. Il viso rotondo, di soffice panna, gli occhi chiusi, nel mondo di Oz, l’abito rotondo anche lui: oddio, mi par di ritrovarmi vicina a Sister Francis, nei giorni verdi del mio Mater Dei! Lei, dorme, cullata dal nulla che è tutto e mentre la guardo, rapita, col pensiero al passato, ecco che arriva la di lei consorella, anche lei rotonda e bianca, e infila tra le dita intrecciate della bella addormentata  i manici di una borsetta e poi via, con il numero 50 a far quel che deve fare alla postazione numero 3. L’altra apre gli occhi, li richiude. E’ di nuovo di là e chi sa dove che nessuno lo sa. Non so mica come è andata a finire, ché il numero mio era servito. So solo che in quel sonno benedetto, di placido incanto, mi è parso, d’un tratto, di sentirmi non più alle Poste, sotto le luci del neon, ma cullata, a galleggiar, nell’abbraccio del Farfa; lo sguardo ai cespugli di more sul fondo, il sole tra i rami, nell’aria la pace, io, nella corrente del fiume…