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martedì 30 aprile 2013

Una Ferrari rossa per il Presidente


Nella vita si possono prender molte strade; alcune  diritte, altre , di grazia, no e altre ancora in tondo come si fa nelle corse delle auto nei circuiti  da corsa  che  piacevano tanto a un certo signore di mia conoscenza che, presto, presto, presto, accendete la televisione che c’è la partenza di Monza… Mi manca tanto lui, punto le macchine schiacciate  sulle loro quattro ruote, in quel rombare forsennato della Formula uno che mi faceva venir voglia di cambiar canale. Ma non fosse mai… Lui, il signore di cui dico, che era presidente e gran togato di questo e di quello, non si perdeva una partenza, per carità, e  se ne stava seduto su una seggiola messa al contrario, il mento appoggiato al colmo dello schienale della sedia come un bambino piccolo... Gli piaceva la Formula uno e la Ferrari e aveva visto almeno cento volte, nella sua lunga vita, “Mezzogiorno di fuoco”. E lo capisco, perché il film è davvero una bellezza e noialtri siam sempre a caccia di un vero eroe, uno che abbia coraggio e il balzo per passar dalle parole ai fatti, anche senza cavallo bianco...
Nella vita, scrivevo al principio, si possono prendere molte strade e quando questo signore che dico io si spogliò della toga e tornò a casa, senza il latinorum e la pompa dell’ermellino, un'altra strada, cerca che ti ricerca, non la trovò. A chi gli domandava che cosa fai ora che sei in pensione, rispondeva: “Cerco parcheggio”. Intendeva dire con la macchina, un buco sotto casa, ma lo cercava, invero, anche per sé. E non lo trovò e ora che è andato via e non deve più pensare al posto sotto casa e nelle stanze sue, lo saluto, con la mano a ventaglio, mentre se ne va via, rombante, in sorriso, verso la sua nuova strada a bordo di una Ferrari rossa, tutta sua e senza bisogno di parcheggio

lunedì 29 aprile 2013

Campane a San Martino

Quando sono piena di pensieri, mi piace andarmene, naso a terra, in giro per la mia Roma che amo. E siccome i pensieri sono come i grani delle collane, non mancano mai e si rincorrono al pari delle onde che fan le creste d'argento sulla distesa del mare, finisco sempre per passeggiar di qua e di là, senza  una meta precisa, così, per consumar le scarpe in allegria e sempre con la speranza - segreta - di incontrar per la via le sorprese gradite che sembrano aspettare, ma sul serio, proprio me. Un dono di ghirlanda nel grigio che corre. Sono sorprese sedute in piatti d'argento, pronte a regalarmi (ma a me e, se solo lo volessero, a tutti..) una parentesi di paradiso. Ho imparato, nei miei anni in gloria, a fermar quel tesoretto nell'anima, annodandolo stretto nello scrigno dove conservo, gelosa, i miei ricordi rosa e celsti.
L'altro giorno, ad esempio, e doveva essere sabato, mi sono beata alla vista sonora del dindonare festoso di certe campane a festa che danzavano nel blu, lassù nella torre color cotto di San Silvestro e Martino ai Monti, al confine con l'Esquilino che mi è caro come era caro a Orazio. Volavano avanti e poi indietro, gemelle o spaiate, nella musica degli angeli bambini, che abbiamo dimenticato, volavano, din don, con le gonne a tulipano lanciate in altalena... La gioia di quelle note, la melodia della festa! E mi sono ricordata, come in un'ondata di passato, che nonna Stella, per farmi addormentare, quando ero con lei a San Giuliano, usava modulare, con la voce già in pigiama, un monotono "dindondan", ripetuto alla millesima, finché non precipitavo tutta quanta nel burrone di Morfeo, tra le braccia del fiume che mi portava via con sé nei Paesi sconosciuti del sonno...
Don, din, dan, suonavan le campane di San Martino, come a dir, ci siamo anche noi, noi pure, le campane, noi, la voce di Dio. Io, posati a terra i miei pensieri, tutta in loro. D'un tratto, una signora, parlando nel suo iphone: "Anvedi ste campanacce nun se sente gnente!". Tutti giù per terra.

mercoledì 24 aprile 2013

Angeli metropolitani


Io, davvero, credo negli angeli. Oh, non hanno mica quelle grandi ali di piume  che han ficcato loro sulla schiena, per render vivo ciò che è nascosto, Masolino e Piero e Raffaello. E  non stanno, come quelli di Wenders., sulle loro, in alto, in punta di piedi in cielo, magari sopra Berlino. Nossignore, gli angeli che dico io vestono panni quotidiani, portano nomi niente di che, a volte sono anche spettinati e, comunque, se ne vanno in giro per la loro strada a fare i casi loro.  Non sono angeli custodi, no, quelli magari ci sono, io non lo so, non li ho mai sentiti accanto e quindi pace…
Nel grigio lucore di  questo 25 aprile che oramai scolora nel suo significato come tante feste nazionali  impolverate, vecchie e oramai senza più sugo, scrivo, non di fascismo e antifascismo e partigiani, ma, cosa molto più vera, di angeli metropolitani, messaggeri celesti, piccoli Ermes che, con il caduceo, mostrano la via a quanti hanno orecchie e occhi e cuore... Tutti quanti li incontriamo, senza saperlo, lungo il cammino nel mondo a testa in giù che sembra l’unica cosa vera e che invece non lo è. Sono angeli che basta ascoltar la loro parola, una sola, per capire il lume divino che ci accende. Gli angeli, mentre noi corriamo nel vortice della vita che corre, recano un dono  silente che tutto cambierebbe. Se solo lo volessimo. Ma siamo ciechi e sordi e spesso ho visto angeli – ché io li vedo, anche quelli degli altri - restarsene con il pacchetto in mano, fermi nella corrente della vita vera mentre quegli altri, burbanti, inconsapevoli, a correr via, travolti dal rumore, vuoti, ma pieni di parole… Oh oggi la finisco qui, ché è nel sogno il mio scrivere leggero e con un batter d’ali, vi auguro buona festa...


domenica 21 aprile 2013

Lo zio Cesare


C’era in tutte le case ben borghesi di una volta, un tempo che ora scolora nella lontananza soffocato, come dallo strepito giacobino che percorre il Paese, c’era, dicevo, uno zio Cesare che poteva esser con la tonaca, magari gesuita, oppure un framassone. Ma di una chiesa o di un’altra  c'era sempre  uno zio Cesare che sapeva, con la scienza del mondo, rasserenare l’animo di chi gli stava intorno; ascoltava, con generosità, pianti e lai, per poi sanar tutto con una o due battute simile a freccia nel bersaglio. Era  considerato - e  dalla famiglia intera - il nume tutelare, simulacro in carne e sangue di quegli Dei Penati che i romani veneravano nelle loro belle domus…
C’era una volta e c’è ancora, se è vero, come è vero, che Berlusconi e Monti e pure Bersani sono corsi dallo zio Cesare loro per trovare il conforto della parola saggia, che nasce dal sugo ben cotto dell’esperienza. Penso al nostro nuovo (di quasi novant’anni…) Presidente della Repubblica e, come in volo dal passato, ecco, tutto ritto, la fronte alta intelligente, il silenzio d’oro in bocca, lo zio Cesare di casa Ponti, che, per l’appunto e neanche farlo apposta, si chiamava proprio zio Cesare.  Mi par ieri quando la zia Virginietta, durante uno dei sacri pasti organizzati in pompa magna da mia madre, ancella del buon gusto e persa nella liturgia dell'apparenza
prese a parlar fitto con lo zio Cesare della sua figliola che se n’era fuggita con un “terrorista” a cercar il paradiso in terra che non c’è e non ci sarà giammai. Lui, attento, muto. Parlò dopo la tiritera di lei durata non meno d’una mezz’ora e disse, con un riccio di sorriso che mai potrò scordare: “Tornerà, si sposerà, avrà una vita borghese tale e quale a quella di sua madre”. Non era un negromante, lo zio Cesare, nossignore, ma il fatto è che mia cugina ora è sposata con un medico, ha tre figlioli e vive persino ai Monti Parioli..

mercoledì 17 aprile 2013

L'Anna del Pane


Ricordava, Cetta, del tempo in cui andava da sua nonna, in un paese della piana pontina dove l’odore del salso, proveniente dal mare turchino laggiù, si mescolava alla fragranza dell’erba tagliata; ricordava poco, mi diceva, ché era piccola allora e la memoria, nel tempo confonde, dimentica, oblia il bello e il brutto, facendo del passato, intero, una crema dolce da mangiar col cucchiaio nei tiepidi pomeriggi d’autunno; ricordava però una cosa, precisa, nitida, rossa la gonna e il cuore: al mattino appena sveglio, nello sbadiglio leggero della brezza marina, ricordava di quando passava, con la gran gonna che pareva un tulipano rovesciato, Annina del Pane, gridando in dialetto chissà che cosa mai. Portava, l’Annina, in equilibrio, poggiata sulla spalla destra una lunga tavola di legno, sulla quale, dormivano danzando all’ondeggiar di lei, tutti i pani di lievito del paese. Chi una croce, chi un taglio, chi faceva una treccia, chi ciambelle a nodini. Ogni pane aveva un’anima e un nome, ma finiva nel forno come gli altri fratelli, un forno per tutto il paese in quei pani diversi e uguali. La Cetta, bimba, sciocchina, correva a salutar l’Anna del Pane e quella, ruvida, d’osso: “Oh levati dai piedi, Cettina, non lo vedi che mi fai ingamberare, cretina!” E via, il rospo, per la sua strada, fino a capo alla via, e sparita nell’aria. Via, fino al forno comune. Tornava, nel profumo croccante del pane d’oro…
Ho pensato ai pani di Cetta e dell’Anna del Pane, questa mattina mentre, in un supermercato, comperavo, come sono usa fare, rosette e ciriole. Che tristi, pensavo, quei pani pesati e ficcati nei loro bei sacchettini con lo scontrino adesivo che gli dà un prezzo e un valore. E non importa se la signorina sorride e saluta, gentile, oh quanto vorrei aver conosciuto anche io l’Anna del Pane…    
Il pane è del sito Giallo Zafferano, non mio...

domenica 14 aprile 2013

Un ciclamino Presidente


Da lontano, perduta nelle selve delle cure quotidiane ascolto, con l’orecchio dell’anima accesa, le notizie alla televisione  - non più in forma di giornalista, ma di donna solamente - e mi pare, nel lume della mia rinata consapevolezza, di vivere nel Paese del contrario dove gli asini volano, i pesci indossano giacca e cravatta e dove il meno è meglio del più. Possibile, mi dico, che Presidente della Repubblica potrebbe essere Romano Prodi? Ancora lui, di nuovo e sempre, il professore che ai tempi chiamavano Mortadella? Possibile? Possibile! e votato persino (così parrebbe) da quei grillini che sono entrati in Parlamento per far piazza pulita, per uscir dall’euro, da quei tipi quotidiani che occupano, ma solo per quattr’ore perché non vogliono (bontà loro) far pagare la bolletta a noi poveri contribuenti, l’aula di Montecitorio. Ed eccoli, patapunfete, a votare un ex DC, uno che nell’euro ci ha messo, promettendoci che, grazie alla moneta unica, niente più crisi nel Paese del Bengodi… Vabbè, buona fortuna, cari grillini, non me ne vogliate, ma almeno spegnete la luce di Montecitorio all’ora che chiama al desio…
Non sogno, sono desta. E vado avanti perché c’è del piccolo e del grande, ma tutto parla del Paese con i piedi all’aria, che cammina sulle mani. Nel piccolo, ecco il ragazzo, il bel ragazzo, di uno spot di una marca di saponi e creme (che uso anche io) che, pur di far, la notte, le ore piccole, usa il giorno dopo un correttore per occhiaie. Ma, dico io e mi par di esser tramutata in Mimma, la notte è fatta per dormire e se si dorme le occhiaie non ci sono. Semplice, no? Ma basta con le filippiche e le catilinarie ché tanto il mondo corre dove ha da andare e non saranno certo le cento e più mie parole a fermarlo. In più, ora che ci penso, a me, al pari (non per vantarmi) di Eraclito, di Presidenti e presidenti non mi importa un baffo e poi devo dare un poco d’acqua al ciclamino che mi ha donato, anni orsono, Carla e che, da qualche giorno, nella rinata primavera, è tutto rosa di vita; lui, nella corrente del mistero che è mia e vostra, dei grillini e anche, vivaddio, di Prodi… 

giovedì 11 aprile 2013

Sotto il segno dell'Arciere


Poiché star con le mani in mano è, per me – che sono nata sotto il segno dell’Arciere, nel fuoco dei Raja - impossibile come partire per una crociera  nei mari della luna, sotto l’occhio che splende di Iside, perduto, con un poco di magone (ovvia!) il lavoro mio di giornalista in redazione (chiuso per sempre l’ufficio di corrispondenza romano del Gazzettino…), mi sono industriata a far di questo e di quello,  senza risparmio d’energia e d’idee e non sto certo qui a tediarvi con l’elenco delle attività. Tra le altre, forse, quella che mi è più cara (anche se a volte mi vien la voglia di chiudere la baracca...), per antica vocazione, è scrivere del meno e anche del più in questo mio piccolo spazio chiamato “Storie tragicomiche della mia infanzia”, nato, piccolino e per caso, su una piattaforma chiamata Alfemminile e poi, grazie a due o tre amiche virtuali (Rita e Azzurra, soprattutto, che ringrazio pur oggi con una riverenza…) è arrivato, con le sue valigie di cartone piene della mia anima, in questo immenso Continente zingaro, al sapore d’arlecchino, che si chiama Blogger. E così, in questo post spruzzato di zucchero a velo, colgo l’occasione per ringraziar quanti (e non son certo tanti) passano anche al volo, un minuto appena, di qua e leggono i pensieri miei in forma di nuvola…
Ma ora basta con i convenevoli, che, tra le tante attività, conto anche (ma, badate bene, vi regalo la storia in forma di letteratura, nella sacra immaginazione che è la mia signora…)  un impegno con una certa signora che aiuto (senza ricambio alcuno) nella sua vita quotidiana. Oh, da fare ne ho con lei, tra scrivere lettere e far traduzioni e andar per commissioni in banca e dal suo fiscalista e Ester qui e Ester lì che finita non è proprio mai. Due ore fitte, insomma, dove star ferma non posso e che, pian piano, si sono trasformate in tre, senza un grazie in più. E passi. Insomma, lo scorso mercoledì, vado, faccio, strafaccio, come sempre. Sono sulla porta, pronta a tagliar la corda quando lei, con aria angelica, mi fa: “Ci sarebbero delle tende da piegare!”. Va bene, sospiro tra me e me, e poso la borsa. Stendo, sbalzo, piego, aiutandomi col mento, quelle tele tanto scivolose da parere insaponate e lunghe da qui a Firenze… Finalmente, eccole, su una seggiola. Lei le guarda, con due occhi che non vi dico: "Oh come sono piegate male!",

martedì 9 aprile 2013

Mio marito Rivarol


Oh non so come mai, forse perché, povera Italia mia, siam ridotti in stracci e braghe di tela, o forse per la storia, quella con la S grande (non la mia…) che, in barba agli uomini che si credon chissà che cosa e sono poco di nulla a petto dell’infinito, ha un suo vichiano rigirar, rimettendo in voga ciò che, fino a ieri, era da gettar nella pattumiera, vabbè, fatto si è che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha finalmente detto quel che, per misera me, vale  da anni, che, cioè, le crociate moralizzatrici, gli urli e i vfc non fanno ripartire il motore del Paese, ma anzi, al contrario, inceppan gli ingranaggi, mettono malinconia, lasciando i passeggeri a terra. A me, ragazzina, non piacevano le tricoteuse e poco anche la Rivoluzione francese con quel bagno di sangue che incantava gli amici (tanti) rivoluzionari che avevo…
Sicché quel che non mi piaceva nei libri, figuratevi un poco se mi piaceva nelle notizie che dovevo scrivere. Ricordo, con un poco di sgomento, quando, durante la crociata chiamata Tangentopoli, si acciuffavan streghe, nella persona di politici, imprenditori, gente che fino a prima stava sugli altari, e li si metteva al rogo, in gattabuia, a morir da soli, come se il sistema avesse macchiato soltanto loro e gli altri, niente, catari, puri…. Sola tra colleghi rivoluzionari, che andavano a letto con la ghigliottina, tentavo di dir la mia, ma niente. Da Di Pietro a Ingroia, sempre la stessa furia, a passo dell'oca, una furia, per me, disumana. Solo uno, tra tanti, mi dava ragione, nel silenzio. Un giorno mi donò un libretto, eran gli aforismi di Rivarol;  un altro giorno, anzi un bellissimo giorno, mi chiese di sposarlo.

domenica 7 aprile 2013

La tivvù dei ragazzi


Bimba, quando la  primavera giungeva nelle sue scarpette da danza, baciata dal sole, a mutar luce al giardino, nella pasqua della vita che risorge dalla nera, nuda terra, era tempo, per Vivian e per me, di raccogliere sul prato  grandi mazzi di fiori selvatici da regalare alle mamme. Io, alla mia, che era, ai miei occhi, bella come la primavera; e lei alla sua (nera, severa, che dei nati nel segno della vergine, aveva solo i difetti nella pignoleria elevata al quadrato…) e anche alla mia ché la Vivian sentiva, e non sbagliava, anche un poco sua. Nei mazzi, c’erano, bianche, delicate, dal gambo d’acqua, le stellarie, c’erano color rosa scuro, i garofanini selvatici e c’erano i tarassachi e le pratoline, di neve, che mi han sempre sciolto l’anima nella loro neve a punteggiar il verde dell’erba…
Oh, la gioia di quei fiori di campo! Li amavo, li amo; non lo sapevano quanti, ragazza, mi  donarono  (invano) fiori eleganti, proustiani, che non avevan sale né sugo di vita. Altre storie, altri tempi. Nel tornar a ritroso ai mazzi di Vivian e miei, ricordo, come fosse accaduto l’altrieri, eccoci, la Vivian e io nel corridoietto stento del nostro piano di sotto a portar fiori alla Dea. Regina, tutta quanta chinata a guardar, nel bagnetto rosa, di servizio, non  ricordo più cosa, forse la lavatrice, insieme all’idraulico Gino. Parlano fitto, di che cosa chissà; e noi, le ancelle, alle spalle di lei, la voce tremante: “Mamma, sono per te…” Lei, senza voltarsi neppure: “Oh, metteteli pur lì, che dopo vengo”. Di corsa in cucina, Vivian e io, con i doni alla Divinità. Che, invece, rimase lì in bagno per ore. Quando arrivò, i fiori molli, il capino crollato, parevano morti. E Vivian e io guardavamo, annoiate, la tivvù dei ragazzi…  


venerdì 5 aprile 2013

Davanti a Santa Costanza


Quando mi reco (e lo faccio spesso) dalle parti di Corso Trieste mi pare, scendendo lungo la via che plana serpeggiando verso il quartiere africano di tornare in balzo agli anni Trenta, quando ogni casa, ogni palazzo, aveva un vezzo suo, come un neo tirabaci. Poteva essere, che  so, un motto inciso sul portone o, come al numero tal dei tali di Corso Trieste, una corona di statue candide in testa, oppure, ancora una madonnella a mani giunte che invita alla preghiera e alla meditazione, mentre sotto fischia il traffico indiavolato dei tutti i giorni romani. Ogni palazzo, alto, solenne, tutto in sé, par splendere nella propria robusta personalità. Sembra quasi, insomma, di ritrovare nell’edificio l’architetto sposato al galantuomo, che lo vollero bello e unico e solo a quella latitudine decorosa e un poco piemontese.  Così non si può dire, ahimè, dei palazzi moderni e contemporanei, quelli che corrono, stretti l’uno all’altro, lungo, mettiamo, la Via Tuscolana o  la Prenestina. Sono, meschini, tutti uguali,  mesto ognuno, nella propria medietà suburbana che doveva inghiottir, come ha fatto, la personalità viva degli individui, di tutti noi. Pensavo a tutto questo, l’altro giorno, guardando fuori dal finestrino della macchina mentre me ne correvo verso il mio destino, ma ancora non avevo visto la nuova fermata della metropolitana di Viale Eritrea, costruita da una grande impresa romana che firma, baldanzosa, a grandi lettere il progetto. Oh mio Dio, io, fossi loro, un poco mi vergognerei… E mentre guardavo in basso a tutto quel cemento e alle lamiere ritorte, mi è parso di sentire venire dall’alto una vocina che mi chiamava in pianto. Parcheggiata la macchina,  spinti i segugi miei al cielo, ho visto: bello, color cotto e vita,  in alto, sulla collina, il Mausoleo di Santa Costanza, che guardava avvilita dal suo nido quella stupefacente modernità. Diciamolo tra noi, in segreto, in sussurro alato, Costantino era un gran prepotente, imperialista, ma l'anima, nel costruire, non gli mancava...

giovedì 4 aprile 2013

La mamma di Giovanni


La madre di Giovanni(che  quand’ero ancora al Mater Dei e di sedici anni o giù di lì accese e poi spense il mio cuore) scriveva libri per bambini. Per me, già allora perduta nel sogno di mettere nero su bianco quel che mi dicevano cuore e cervello, entrar nello studio di lei fu una chimera. La casa, una palazzina anni Cinquanta, arrampicata su Corso Francia, si perdeva, all’interno, in lunghi corridoi, le stanze di qua e di là, mentre dal terrazzino che gli correva tutt’intorno, si poteva quasi dar la mano ai vicini di casa. Niente panorama, ma altra umanità.
Lo studio, un paradiso – per me - di volumi, in una libreria che abbracciava tutti e quattro i muri e saliva su, su fino a toccare il soffitto.  Ricordo, col fiato mozzo, la prima volta che vi entrai e lei, china, gli occhiali sul foglio, scriveva. Di quel giorno conservo ancora un gruppo di angioletti cantanti che lei scarabocchiò mentre parlavamo di Lucy Maud Montgomery che, nella personcina di Marigold, aveva dato il la all’arte, se così si può chiamare, mia. Mi parlava delle sue amiche che eran numi olimpici, all’orecchio mio: Donatella Ziliotto (alla quale dobbiamo Pippi Calzelunghe…) e Bianca Pitzorno (non so se avete letto, e se non lo avete fatto, magari, se vi va, fatelo adesso, “Ascolta il mio cuore” e “Storia delle mie storie”).
Non so se la Ginni continua a scrivere libri e non so se, oggi, li leggerei come li lessi d’un fiato allora, ma so che a lei, pur distratta da suo figlio, che teneva in grembo anche da ragazzo, debbo un’ora di felicità al gusto di fragola e panna, perduta con lei, io e lei soltanto, sull’Isola del Principe Edoardo dove la Montgomery nacque, visse e scrisse lungo il sentiero alpino…
 
Due bambole della Migliorati, che ho comperato  e che saranno, forse, tra le bambole che esporrò a breve in una piccola grande mostra...

mercoledì 3 aprile 2013

Il mio ulivo a testa in giù


Mi sono recata, questa mattina, per motivi - come si scriveva e si scrive nelle giustificazioni a scuola - “famigliari” nella casa, appunto, di famiglia tutta quanta raccolta, bianca e grigia e alta nel cielo, al centro del giardino dei miei incanti bambini. Dopo un caffè e basta con chi ancora vive lì, nella fuga eterna (e non lo è) dei giorni, mi sono ritrovata a passeggiar sul velluto verde del praticello e a vagare nel pratone, cui un giardiniere che non è Marino, ha fatto, senza poesia, barba e capelli, facendo fuggir via Pan e le ninfe che vivon, come si sa, timidi tra le fronde umide dei boschi e non certo nei prati beneducati,  rasa l’erba, all’inglese, nel poco incanto delle virtù borghesi.  Mi sono ritrovata, dicevo, nel giardino della mia vita verde, come quando, bambina, mi bastava uno squillo del citofono di Vivian per saltar fuori con lei e via alle altalene, con i bambolotti Furga, alle bici nel su e giù eterno lungo lo stradone…
Ero lì, tra gli alberi. Alti, i pini con i cappelli larghi, d’aghi verdi, nel brillar del sole, per mano, torno torno, ad abbracciare il perimetro del giardino quasi tutto. Li ho salutati, tutta in me, con reverenza, perché sono loro – io lo so - che grattan la schiena agli angeli custodi, che, a sera, stringono tra l’ali, i cuori in tormenta, regalando agli uomini la pace del sonno. Ma non è a quei corazzieri bennati che donai il mio cuore bambino. Mio, tutto mio,  un umile ulivo, spettinato  nelle sue fronde d’argento che fa da sentinella all’entrata di sotto e che mi consentiva, allacciando i piedi intorno ai suoi rami, di lasciarmi cadere penzoloni, riversa, i capelli a toccar la bruna terra, gli occhi (anche il terzo che era aperto e non lo sapevo)  perduti nel mondo a testa in giù, più vero dell’altro, sempre in ghingheri a spazzolar, pettegolo, sul palcoscenico.


lunedì 1 aprile 2013

Una Pasqua di felicità


Vado di rado, come si dice, “in società”,  forse perché, ragazza, ci sono stata  fino a riempire il barattolo, ma, alleluya, la ginnastica delle parole al vento la conosco come so le tabelline e so, al contrario dei grillini, che ci sono premure e regole di un antico codice, forse preistorico chissà, le quali ieri e oggi e domani resteran vive sempre per evitare il baratro. Sicchè, ieri che era Pasqua, tutto ciò premesso, vestita come si deve e per motivi che terrò nello scrigno mio segreto, eccomi a un pranzo tra uomini e donne di mondo con i capelli grigi oppure no che le regole suddette dovrebbero conoscerle al pari di me e forse anche meglio.
Seduta in una poltroncina che mi è cara e famigliare, parlo con un signore che si tiene ancora ragazzo e non lo è. Con lui, c’è il figlioletto, un amore, il quale come prima domanda mi fa: “Ma tu che I-phone hai?”. Gli rispondo così: “Il mio è l’ultimo modello di Schifone…”. Mentre il suo papà e io, che siamo vecchi amici, parliamo fitto in un salottino a parte, entra un signore sull’ottantina che ha figli al Parlamento di Bruxelles e nipoti in giro per il mondo. Si siede e prende a raccontarci, senza scherzi, dei suoi casali pugliesi, quanto valgono, quali lavori ha fatto quest’anno e quello prima e così via, in un’orazione di noia nei minuti che corrono. Non fa in tempo ad andare via che entra una signora giovane e senza neanche chiedermi come me la passo, mi schiaffa in mano un libretto verde che, contiene – dice lei – il suo non so come si chiama phd o roba similare (ma è già negli anta spinti, mi dico…). L’opera è in finlandese, ma – aggiunge lei per ingolosirmi – il “sommario è in inglese”. Che sollievo, per me! Prima di andar via, già in cappotto, un altro signore di una certa età veneranda spiega graziosamente a me, che ho vissuto più di vent’anni in un quotidiano, perché i giornali sono in crisi… Mi pare quasi che  abbiano ragione i grillini, mi pare che le regole non ci siano proprio più… Vabbè. Finita la cuccagna sono a casa, mi metto a letto  e, prima del silenzio sacro e del sonno ancor più sacro, mi tocca  arrotolar almeno cinque matasse di parole inutili e buttarle nel cestino. Poi, finalmente, nei miei "panni regali e curiali" - proprio come scrive Niccolò Machiavelli all'amico Francesco Vettori -  prendo a conversar con i miei amici, gli "antiqui uomini" e mi immergo tutta quanta nelle Note azzurre del Dossi che mi regalano una Pasqua di felicità...