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venerdì 31 maggio 2013

Il mio Cristoforo Colombo

Giovane giovane, ancora fresca di Mater Dei, con la voglia di lavorare che avevo allora e pronta, quindi, a saltar su ogni destriero, come facevo senza tanti complimenti, mi ritrovai a fare  da interprete, per una giornalista del Radiocorriere, a Gabriel Byrne che è attore anche adesso e irlandese anche adesso, e anche persona di cuore. Non so se lo avete presente: gli occhi liquidi, affacciati su Dùn Laoghaire (leggi danliri), i capelli castani in un niente di ché, il naso importante, la bocca sottile. Vabbè. Allora, in un  film (mi pare per la televisione) era Cristoforo Colombo e la signora del Radiocorriere doveva far sugo dal poco e siccome l’inglese non lo masticava aveva bisogno di me. Con lui, fu delizia di chiacchiere al sapore di verde d’Irlanda (che non sapeva, non lui, di me che ero stata, e più volte a Dublino, nella casa delle fate di Edna e anche al Dublin Horse show…). Parlammo a lungo, lui e io, e quasi, in salotto, dimentichi della giornalista che, a volte, mi pungolava: “Traduci, traduci, Ester, traduci!”. Meschina, non tutto potevo tradurre! Le spiegai che Gabriel Byrne era stato ed era insegnante di gaelico, che era attore per caso, che amava l’Italia. Non le dissi, però, che mi chiese, per scherzo, se poteva lui intervistare me. Di quel bel pomeriggio, nel sole d’inverno, serbo, gelosa, una fotografia. Siamo io e lui e, tra noi, un libro grande e grosso, intitolato “Cristoforo Colombo” delle edizioni Eri. La dedica, però, non ve la scrivo e, se permettete, la tengo per me…

mercoledì 29 maggio 2013

La guerra dei cieli

Questa mattina, ma presto – per intenderci, quando sono chiusi ancora gli uffici postali - il cielo di Roma, così alto, sublime pieno com’è di campanili e torrette e preghiere e di statue d’angeli vivi, mi sembrava un gran campo di battaglia. Rotolavano da settentrione, perduti nei castelli romani, neri nuvoloni carichi di acqua, di là, invece, dove si indovina il luccicare del mare ostiense, c’era un fronte di nebbia fitta, bianca come un sudario, ad affrontar quei velieri scuri di tempesta e in mezzo, tra quelli e questo, un sole ridente nel turchino, in un gioco di vedo e non vedo, che riempiva il cielo d’incanto e di voci di Santi. Le forze, nel vento e nel sole, nella pioggia battente, in tenzone, cercavano di firmare, loro pure, un congresso di Vienna che sancisse la pace tra gli eserciti celesti. E donasse la pace anche a noi, e senza il riparo dell’ombrello… Camminavo verso San Giovanni, che è chiesa maestosa e del Papa, ad occhi in su, come  se, io pure, fossi lassù a percorrer le valli della battaglia senz’armi, combattuta tra le forze potenti che noialtri, quaggiù, pensiamo di poter mettere in un libro di scienze, di farne materia di scuola, chiacchiera vana, previsioni in tv e poi dado da brodo. Illusi, ohimè, in camice bianco, pensiamo di condurre il gioco che, invece, inconsapevoli, ci penetra nell’armonia del paradiso terrestre perduto.

Me ne andavo, dunque, a far certe commissioni che del cuore non sono ma doveri, sissignore; me ne andavo, nella pioggia sottile, incurante, spavalda, tutta presa dai miei pensieri di cielo, cucinando preghiere e pensieri, a occhi in su, perduta nel fragore della battaglia di quegli elementi che mi sono fratelli e sorelle, quando mi sento tirar per la manica destra, mi giro e vedo un ometto sulla settantina, simpatico niente, per scarpe i suoi piedi, gli occhi a punto di domanda. Mi guarda e mi fa: “Ahò, ma dimme un po’, si nu lo usi st’ombrella, dammelo ammé che me serve, nun vedi che piove?”. L’ombrello, ridendo, l’ho aperto e ce ne siamo andati insieme, io e il mio magico Alverman, lungo la via di San Giovanni finché la guerra, lassù non l'ha vinta il sole.

martedì 28 maggio 2013

La borsa di Camomilla

Comperavo, bambina, i libri in inglese in un buchetto di libreria rannicchiata, non so più dove ché il numero non lo ricordo, sotto le ariose scalinate di Piazza di Spagna. Tanto erano maestose, bianche, solenni loro (che in primavera si accendevano di tutte le sfumature del rosa nelle piante vive di azalea), tanto era piccolo, buio, garibaldino e disordinato quell’angolino di paradiso dove trovavo – che gioia! -  in pile alte sul pavimento, la serie completa, un poco ciancicata,  –  e sia – dei libri di Enyd Blyton. Mie, tutte mie, le piccole.grandi storie ambientate nei collegi di Malory Towers. E mie, tutte mie, le avventure delle bimbe del Saint Clares. Padrona di casa era, allora, un donnino occhialuto, di bianchi capelli, rasi sulla testa, e di molta pazienza. Sedevo, per terra, leggendo qui e lì, pregustando il sorriso a venire. Lei, zitta, indaffarata nei suoi libri anche lei. Non parlavamo punto e non credo che lei mi guardasse pur essendo io una rara acquirente...
Quando veniva il tempo di pagare, tiravo fuori la mia tessera sconto e lei ci stampava sopra un farfallino o due, a seconda del caso, che voleva dire quelle mille lire in meno, da rimettere nella saccoccia. Uscivo, col mio sacchetto d’amore, per incontrare, magari, le compagne, Francesca e Giovanna, che, al negozio di fronte avevano comperato, bella, d’incanto (progenitrice a suo modo delle mie bennibags) la borsa di Camomilla. Che era fatta di nulla, umile tela di sdraio, a righe viola o nere o anche gialle, i manici ecrù, e di forma rettangolare nella più austera semplicità francescana. Una borsa, però,  che era per noi, tutte quante, un assaggio di cielo. E chissà poi perché…
L’ebbi anche io, un giorno, la borsa di Camomilla. Ma era usata anche lei, una rimanenza di un’amica della sorella maggiore. Sbiadite le strisce nere, smagati i manici, il fondo un saliscendi da errore di lavatrice. L’ebbi, però. E sculettava posata sulla spalla destra. L’ebbi, io pure e quel giorno, ricordo, andai a comperar qualche libro in Via Torino dove la signora di Piazza di Spagna aveva riaperto, in un sogno maestoso, il suo regno fatato. Ed era un posto assai grande e ordinato e ricco di scaffalature, grande che ci si poteva organizzare il ballo di Cenerentola e lei, se vogliamo, ancora più indaffarata
. Mi riconobbe, come non so e, dopo aver sogguardato la mia borsa di Camomilla, così racchia com’era nei suoi cent’anni di solitudine, ne tirò fuori - la fata - una nuova, a righe, di viola acceso, odorosa di stiro, e, senza una parola, ci mise dentro i miei libri dell'Enyd Blyton...


domenica 26 maggio 2013

Cuore di pizza

Ci sono giorni, e questo è di quelli, in cui mi pare di ritrovare tutta quanta di ruggine la mia anima in volo. Perché troppo pesante e iniquo e vacuo è il sasso dei doveri che mi porto al collo, perché altri – che dovrebbero invece - non vogliono portarne con me il peso. Ed io sono sola… Dicevo, ci sono dei giorni in cui, a chiuder gli occhi, mi vedo camminar, scalza, lungo una spiaggia deserta nei deserti luoghi di Marina dove mi è sorella soltanto la preghiera del pellegrino russo, errante in quelle terre di neve. In giorni come questo mi metto, di solito, a impastare il pane perché è in quei gesti antichi, solenni, essenziali, che mi pare di ritrovare il senso di tutto il furore, il soave respiro del fiume, quel capo del filo che a volte non trovo in rocchetti e spoline...

E mentre sono lì con la pasta tra le dita e i pensieri bassi nel pulviscolo di farina che mi entra nel naso e che ricopre in velo il cotto del pavimento, rivedo, nel suo grande didietro, nella parannanza bianca che spiccava nel blu del grembiule ,la Mimma che non era mamma soltanto per via di quella “i” dispettosa che faceva stringere le labbra, deviando dal vero. Faceva la pizza, lei, per tutti noi Ponti al venerdì sera. Che festa, che gioia! Nel crepuscolo, il forno già caldo ingoiava le teglie che uscivano profumate d’aroma e di buono. E se anche i gemelli, protetti dalla genitrice, tagliavan gran fette per loro, lasciando noialtri, i piccoli, senza, sapevo che in cucina, la Mimma (che era nata anche lei, come me, il giorno dell’Immacolata) teneva in caldo una fetta, piccina, ma tutta per me. Il suo cuore, di pizza, per me.
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venerdì 24 maggio 2013

Sister Saint Paul forever

Ieri, mentre cucivo una bennibag invernale (indecisa ancora se partecipare o no, in ottobre, a un mercatino dall’aroma mediorientale, nei cammelli immaginari delle sue ideatrici e voi che ne dite?), ecco bussare alla porta della mia memoria, fresca, come nuova, negli occhi di gatto furbo che ci guardavano da dietro le lenti, nientemeno che Sister St Paul e mi pareva ritornata, viva, per rimproverarmi, corrucciata perché non avevo, come quando ero ragazzina, la coda di cavallo o la treccia, a raccogliere le chiome nel mio concentrato mestiere: “Tu co quei capeli ne li ochi!”, diceva ora come allora e tirava fuori dalla saccocia dell’abito (che, come tutte le sister dell’Istituto Mater Dei aveva chiacchierino di tintinnii, ciurli e mistero) una manciata di elastici gialli, da pacco, che diventavano persecutori nostri, quando, tornate a casa, tentavamo di liberare la capigliatura senza pensare che sarebbe bastato un paio di forbici…

Era lei, era proprio Sister Saint Paul e, dopo averla salutata come facevo allora, con l’inchinetto - il piede sinistro a far cucu dietro al polpaccio  e giù e su e via e su di nuovo - mentre immersa nel sopraggitto e nell’impuntura, seguitavo in allegria il ritmo dei miei punti, ridendo tutta in me, mi è tornata in mente Sister Saint Paul che, reggendo la sottana, faceva a due a due i gradini della spirale in marmo che era la spina dorsale del Mater Dei, a inseguir una di noi, che di nome faceva Maria Serena, brandendo nientemeno che un metro in legno, di quelli che s’usan per misurar le stoffe, che io ho ora posato sul letto, e che lei utilizzava al modo di minaccia per cacciare il sugo delle buone maniere in testa alla piccola Maria Serena...

giovedì 23 maggio 2013

Nel cantico dei cantici


Per certi motivi che preferisco tener cuciti nel segreto e che sono sciacquati – ohimè - nel salso delle noie, devo recarmi nella casa dove sono nata  la quale, bianca, siede nel bel mezzo di un giardino di smeraldo e incanto che è stato ed è l’unica cosa cara che mi è rimasta laggiù. Non la mia camera, che non mi apparteneva  allora e figuriamoci oggi. Di quegli antichi giorni, ricordo le corse in bicicletta tra gli spinosi acanti e quelle, sulle zampe, tra l’erba alta del pratone che, ora, però è pelato e tanto triste, nella sua composta eleganza inglese, che mi pare un Golgota rivestito d’un tappeto verde malinconia…
Ieri, dunque, eccomi nel mio macinino bianco, sotto un cielo di naftalina in una Roma in attesa di saper chi sarà il suo nuovo sindaco. Eccomi, brum brum, in un tic tac sono nel vialetto, l’auto spenta e già la chiave è nella toppa del cancello amaranto che divide il mio cuore di smeraldo dal mondo. Entro e lo sguardo, com’è uso fare, abbraccia la delizia del velluto del praticello e gli ulivi d’argento che si tengono per mano a far da bordo al campo fino a saltare in braccio al cipresso solitario, alto, in solenne cipiglio, che chiude la fila. In silenzio, accompagnata solo dalla mia silente preghiera, mi avvio per la mia strada lungo lo stradone di terra battuta e, d’un tratto, esplode sul mio capo a mezz’aria, il cinguettar dei passeretti in festa. Dicono, anzi cantano in gloria, in fischi e zufoli: “Benvenuta Ester, siam qui, sorridi, sei tornata, sei qui”. E, pettegoli, incuranti del mio muso, seguitano nelle allegre strofe loro e , dopo un tic e tac, io, azzurra,  con loro, in dolce conversare, dimentica delle cose di quaggiù. Nel cantico dei cantici...

lunedì 20 maggio 2013

Rosa di maggio


Capita, non di rado, camminando sui passi della propria strada, stirata tra le buche del mondo, di incrociare il passato che ritorna nella persona grigia – come a un ballo in maschera direbbe Luisa Adorno, una scrittrice di razza che ora ha molti molti anni, ma che per me sarà giovane sempre e amica -  di un amico dell’orizzonte perduto. Un amico che è ancora, nello sguardo, nella corporatura, persino nel modo di vestire, tale e quale a com’era allora, un gran signore, ma deve averne viste altre e tante e la distanza è diventata grande, quella che c’è tra chi sta di qua e chi sta di là dal Tevere…
Girocollo rosa di maggio
Ecco, a me è capitato proprio questo, nel mattino d’oro pettinato tra gli acanti dei Giardini di Sant’Andrea dove è avvenuto il fatto. Immaginate la scena, nella scintilla dell’ora ancora innocente. Lui tiene al guinzaglio un maremmano, io sono sola con le mie due bennibags. Lo saluto, passandogli davanti, ma lui mi prende per un braccio e vuol parlare. Evvia, parliamo allora!
E prima parliamo del cane maremmano e poi di un altro cane che aveva e che è morto, poverino. E dopo, nel silenzio, la lingua balla in bocca, il cervello frigge alla ricerca di argomenti. Che ci sarebbero, e tanti, del vivere comune, dell’antica simpatia, dei giorni trascorsi in allegra giovinezza.  Mi dice: “Hai visto che bella giornata?”. La lingua è secca. Ci salutiamo, ognuno preso dalle proprie cure. Io, dal dentista; lui dalla sua cagnolina bianca. E mentre lo osservo scender per il viale d’alberi e di sole, mi dico che sì, è stato bene così, che è bello parlare di cani solamente, nel cuore vivo che s’accende, in quel non detto che non è affatto stanca ipocrisia, come credevo, ma uno splendore di rosa e che un tempo si chiamava buona educazione… 

venerdì 17 maggio 2013

Di Elsa Morante e di Aracoeli


Con la Nanda Pivano, io ancora ragazza col sogno di fare la scrittrice nascosto dietro al sorriso biondo, mangiavamo sotto una pergola in un ristorante di Trastevere dove, a volte, ci raggiungevano questo e quella, nomi noti  (chi di più chi meno), ma di cui non voglio punto parlare ché andrei fuori tema e non diritta alla meta come desidero.
Una volta, a tavola, arrivò una giornalista alta pochino e un chiodo nelle forme, con due occhi color verde bosco che si facevano più grandi e vivi quando parlava di libri e letteratura. Aveva conosciuto, lei beata, Elsa Morante e, dunque, figuratevi io, in adorazione come davanti a una madonnella di Pompei… La ascoltavo parlare e vedevo farsi bambino Arturo sulla sua isola di Procida ed Elisa nella solitudine di Menzogna e Sortilegio. Solo Aracoeli mancava. E, pur volendolo, non le chiesi da dove avesse preso quel nome, così bello, per raccontarlo nell’ultimo suo libro (triste, leopardiano, della gran rinuncia alla speranza).
Non lo feci allora, pur volendolo. Ma il destino ha le sue capricciose strade e ci guida e oggi io so perché si chiama Aracoeli e non Maria quell’ultima protagonista dell’Elsa. E, in un bisbiglio all’orecchio, voglio dirvelo il perché. Araceli (credo senza il dittongo alla latina), si chiamava Araceli, la sorella di Maria Zambrano, che fu amica dell’Elsa in un’antica Roma anni Cinquanta, quando Pasolini e Moravia e la Morante, si trovavano al Caffé Rosati e Roma rinasceva un’altra volta nella protostoria della rinata primavera e c’era anche Maria (che amo) e forse Cristina Campo (che mi è quasi sorella), e la sorella di Maria: Araceli. Posso ben dirmelo, dunque, e sia: Araceli! 
Bennibag, nel vento di Medusa

mercoledì 15 maggio 2013

Ragazze in uniforme


Al Mater Dei, niente abc, come usa oggi che, in alcune scuole, si arriva fino alla m, nossignore, al Mater Dei solo una sezione, una appena, ma di trentuno allieve in fila per due col resto di una, tutte in divisa blu e code di cavallo. Era una sezione che non si chiamava a e, ora che ci penso, neppure sezione. Erano cinque classi, punto. Cinque classi, perdonate il bisticcio lessicale, di classico e tanto severe, stirate nell’appretto delle buone maniere,  perdute nel vento del passato, nel più puro stile gentiliano che, a ripensarci oggi, non so neppure come ho fatto a passare, indenne, dal Mater Dei alla Sapienza e poi alla vita…
Al ginnasio, grammatica, sintassi e verbi greci e latini e genitivo assoluto e partitivo; gli autori: al liceo. Che, per la nostra professoressa Cannovale (piccola e grigia, ma tutta un fuoco di passione per il mondo classico), voleva dire solo Orazio. Di Orazio, grande amico di Augusto, amante della Sabina, il poeta, che dico, il grandissimo poeta dell’aurea mediocritas, la Cannovale ci fece imparare a memoria un’ode, A Leuconoe, che ancora oggi è scritta a lettere d'oro nella mia memoria, accenti e carpe diem e tutto il resto. Per non dir delle Satire che rileggo, in riso… C’era Orazio e c’erano i lirici greci tradotti da Quasimodo che io e una compagna di classe  (che ora è giornalista all’Espresso) leggevamo durante la ricreazione, nel terrazzo di luce che sedeva e siede sotto le torri gemelle di Trinità dei Monti. Leggevamo, io e lei, mentre gruppi di giapponesi, spalmati sul muricciolo a protegger la scalinata di San Sebastianello, fotografavano noi due, chine sul libro, e le altre che bighellonavano, nell’ordine dell’uniforme bianca e blu, chi mordendo la pizza rossa comperata in Via della Croce, chi chiacchierando, chi, per celia, mettendosi a braccetto e in posa. Un giorno, poco tempo fa, raccontai, ingenua, questo ricordo dagli occhi a mandorla a un amico che ama il Giappone più anche dell’Italia e lui, ridendo, ben conoscendo certi gusti del Sol Levante per le ragazze in uniforme, commentò, ridendo: “Ne avete fatti felici molti…”   
Questa è la copertina di un libro di racconti che ho  scelto tra mille e tradotto . L'autrice è Jeanne De Casalis., per me una grande, grandissima amica nell'anima muta che ci guida... Se volete, potete comperarlo nella libreria Librinecessari che ne ha qualche copia. http://www.librinecessari.it/ 

lunedì 13 maggio 2013

Insieme, nella luccicanza


Sul palcoscenico del mondo, nel vento di Paolo e di Francesca, si agitano, in folla, molti piccoli ego, alla ricerca continua, al par dei pendoli di Michelstaedter, di una soddisfazione, una o più d’una, ognuno la propria, in una girandola di desideri e brame che sono febbre alta, eterna, come eterna è la vita vera. Io li vedo questi bambini che si fingon grandi, adulti, persone serie; li vedo,  dietro alla porta chiusa, protetti come sono dagli occhiali, dalle barbe, dai tailleur eleganti, dalle borse di marca. Li vedo, i desideri in danza, in un saliscendi di gioia e delusione che si consuma, vano, come i moccoli in chiesa. Li vedo, dicevo, con gli occhi della luccicanza che mi è dono segreto e il suo percome non posso e non voglio rivelare. Vedo insegnanti che cercan solo l’applauso che mancò loro, bambini, da mamme distratte. Vedo padri-bambini che calpestano il nascente ego in formazione dei loro piccoli, invadendo territori che loro non sono. Vedo anche i vampiri, perché esistono i vampiri,  che han bisogno del sangue altrui per camminare diritti. E vedo questo e molto altro ancora, ma basta  scrivere ché il mistero è grande e non usa masticar parole…
E per tornare coi piedi in crosta, visto che le storie tragicomiche han forza nel riso amaro dell’ironia, ecco che mi viene in mente un certo signore che ho conosciuto, per motivi che non sto a specificare, per le strade della vita e che di professione era ladro borseggiatore. Mi disse: “Oh signorina, lei non lo sa, ma io eccome: i signori, il portafogli lo portano, con rispetto parlando, lontano dal cuore”. Infatti….

sabato 11 maggio 2013

Occhi neri


Il mondo, con le sue sirene, pallidi riflessi, beninteso, delle vere stelle lassù, ci chiama. Lo fa, nella voce che ci sveglia, chiamandoci, magari, dalle lontananze poetiche di un passato remoto che ritorna vivo, nell’eco del silenzio in corsa della nostra anima. Lo fa, in giri e labirinti che solo lui, sciacquato nella verità, come non siam più noialtri, conosce e che noi, distratti, tutti presi dai vani progetti del nostro piccolo ego bambino, non sappiamo né vedere, né apprezzare, né amare in danza. La paura è signora delle anime vili e le occasioni, dee invecchiate, si vestono, nel domani che non torna indietro, di nostalgia.
Il mondo incarnato, che è dono tutto quanto, ci chiama, senza lusinghe, nella verità; a volte, dell’incontro semplice di due anime che sanno parlarsi, nella luce, senza gli abiti di scena. Sono attimi di immenso, doni divini che sono dati a tutti noi, se solo sapessimo scendere dal palco…
E mentre scrivo tutto questo, in quel mio modo che ad alcuni piace e ad altri no (ma non ci posso fare nulla…) mi pare di ritrovare là nel cantuccio del mio spirito due occhi neri che, ieri, mi han chiamato a voce alta tra la folla; mi han chiamato, come la glaucopide Atena chiamò Ulisse sulla spiaggia di Itaca. Mi han chiamato e, in quel semplice riconoscermi, mi han fatto  (ignari loro) un regalo grande nella ritrovata (mia) felicità.
Scendevo, in questa foto, nella pancia di Istambul,  dove avrei incontrato la mia Medusa. Allora non sapevo, ignara io pure, l'arcana meraviglia di quell'incontro nell'ipogeo del mondo...

giovedì 9 maggio 2013

Di chiesa in chiesa


Di chiesa in chiesa, quando il tempo è vuoto d’impegni quotidiani, vado girando per la città che è la mia Roma amata. Di chiesa in chiesa, ad ammirare le piccole e le grandi e quelle dove mi capita di incontrar le spose, tutte belle, nella loro nuvola di tulle, tra i fiori bianchi della speranza, e quelle, infine, che a volte sono chiuse e paiono piangere di solitudine a me che le consolo. Di chiesa in chiesa, appunto. E qualche giorno fa, mi pare fosse domenica, durante una lunga passeggiata con un’amica che ho scelto, forse, tra tante perché porta il nome di un’altra che mi fu molto, molto cara ai tempi della mia infanzia a Cala dei Gigli, mi sono ritrovata a Santo Stefano Rotondo.
Nella quiete del Celio, seduta di fronte alla villa Celimontana, dorme questa chiesa rotonda, perfetta nel suo candido lucore; oh, non mi va punto di parlar aulico e curiale, ma vi posso dire che, entrata lì, ero con un dito in cielo, nella geometria perfetta del cosmo antico, calpestato dalla modernità che corre. E tutt’intorno al rotondo della chiesa correvano gli affreschi del Pomarancio. “Andiamo”, mi fa l’amica Bea. Ubbidisco e, giù dal paradiso, all’inferno nella descrizione sanguinosa, tradotta in capolavoro, dei martiri di Dio. Tutto un florilegio di orrendezze, chi mangiato dagli orsi, chi abbrustolito, chi crocifisso a testa in giù, chi cucinato nell’olio bollente. E c’era San Sebastiano trafitto dalle frecce e la Lucia con gli occhi bianchi. E d’un tratto, nello scorrer del sangue spirituale, ho pensato a certe pubblicità che fanno oggigiorno, in tv, per cavarci un soldo in sms. Ci mostrano bimbi affamati e cani schiacciati dalle auto in corsa. E noi, dai a pigiar sul touch screen del cellulare. Martiri, cioè testimoni, cioè testimonial
… 

martedì 7 maggio 2013

Il Divo Giulio


Io, sul serio, pensavo che Giulio Andreotti non sarebbe morto proprio mai. Ci sono nata, io, con Andreotti. Sotto al suo cielo, mi sono fatta prima ragazzina e poi donna; né, giovanetta, lo confesso, mi era punto simpatico, che in quei suoi occhi fissi, di sfinge, mi pareva di annegare nel baratro di un potere che non capivo e che - a me che veneravo e venero Pier Paolo Pasolini - non piaceva.  Ma, via, come si suol dire,de mortuis nihil nisi bene. Lui, comunque, era  lì, uguale a se stesso, immortale, con quelle labbra mozze, sempre socchiuse, che sapevano dare al mondo pillole d’ironia e, via, mi scappello mica no! Quando lo accusarono di aver baciato Totò Riina, rispose, e camminava già sul viale del tramonto, che non gli piaceva baciare gli uomini. Ero già giornalista, allora, e, lo ammetto, provai per lui tutta la simpatia che gli avevo negato nei miei anni verdi.
Più avanti, forse l'altro ieri, ho capito anche altri di lui. Qualcosa che me lo rende davvero caro. E parto da un libro che lessi per lavoro, ora sono molti anni, un libro di un brigatista di nome Alberto Franceschini (Mara, Renato ed io). Narrava Franceschini che, a un certo punto, lui e gli altri compagni pensarono di rapire Andreotti. Si incontrarono Franceschini e Andreotti, al mattino ancora insonnolito, all'uscita della messa. Io vedo la scena, viva, come se fossi stata lì allora, testimone. E capisco, nel silenzio che vi dono, perché Franceschini titubò, tentennò e perché Giulio Andreotti  è morto non allora, ma solo ieri e riposi in pace... 

domenica 5 maggio 2013

Ottanta primavere


Per tutta la sua oramai lunga vita Myriam G. era stata la moglie muta del Professor Ezio G. Mai uno sbaffo di rossetto, sempre composta, misurata, al gusto di fragola e panna, e fresca di parrucchiere, Myriam aveva sposato il suo Ezio a vent’anni, lasciando correre l’università che, per carità, studiare proprio no. A trent’anni aveva già i suoi tre bambini, che erano arrivati in fila, a rompicollo, con una fretta matta di scendere su questo mondo. Ora, i maschi erano signori e avvocati, la femmina era maritata e, insieme, tutti e tre, avevano sei figli e una nipotina in arrivo.
Alla domenica, per cinquant’anni sani, tutti i G, grandi e poi anche i piccini, si trovavano nel bell’attico alto su Corso Trieste, ospiti di mamma. Celeste, la donna, preparava i cannelloni con il trito di carne mista. I G, tutti e due, erano iscritti a un club esclusivo e molti amici erano presidenti e amministratori delegati e avevano mogli che, magari non eran bionde come la Myriam, ma comunque le somigliavano molto nel modo d’apparecchiar la tavola per una cena o  in quello di rispondere al telefono senza dire un bel nulla di vero, inanellando però paroline di zucchero. E niente aveva turbato il tran tran di quella vita pigra, morbida di borghesia, ben stretta tra i cuscini della supposta felicità del mondo. La Myriam, così la vedeva tutta la cerchia delle conoscenze: che moglie con i fiocchi! Alle cene, silenziosa e sorridente e bella. Che cosa vuoi di più… Poi, un giorno, anzi un triste giorno, Ezio si ritrovò in ospedale e subito dopo, come capita, al camposanto e la Myriam sola. Tutti si aspettavano, con rispetto parlando, di vederla triste, in gramaglie e lucciconi. Sì, buonasera! La Myriam, perduto l’amato consorte, rifiorì. E prese a fare tutti i viaggi che non aveva fatto mai, a dir la sua anche se non richiesta, senza complimenti, e durante le cene non taceva proprio mai. Un giorno, nel far la cernita degli amici da invitare, si svolse in casa R. un botta e risposta che andò più o meno così: “E la Myriam, che dici, la chiamiamo?” “Fa pure, come vuoi. Invita pure chi ha disarcionato il cavaliere…”. Proprio allora la Myriam, cavalla d’ottanta primavere, si domandava perché l’amica Rachele non era passata da lei per andare insieme a far la spesa e poi, ridendo tra sé, fece spallucce e buonanotte ai suonatori...



venerdì 3 maggio 2013

Un Van Gogh bambino


C’è in un certo angolino di Sydney, lì dove il mare del golfo è pallida lontananza, nello scintillar d’oro delle fatine del sole che danzano leggere sull’acqua; c’è, dicevo, una casetta in cui vive, da sola, la mia June che mi fu madre vera per tre anni e poi più nulla. La sua piccola casa dorme ai piedi della villa grande dove abita il fratello maggiore, con moglie e figli e figli dei figli. In questa dimensione comunitaria, baciata dall’affetto famigliare, June interpreta la parte eterna della vecchia zia non sposata, per non dir zitella, che tutti amano . e perché no? – e anche perché è da lei che, spesso, si riunisce il focolare, intorno al desco. Tra i figli dei figli, che per lei sono tutti nipotini amatissimi, immaginate un piccolino di quattr’anni e poco più  di nome John. E andiamo avanti con la storia.
Immaginate, dunque, John, solo, perduto nel giardino che si intrufola in casa della zia, uscita, ignara, a fare la spesa. Torna, la June, per trovare in casa una pista di sedie allineate e tavolini e tutti i bicchieri a terra in ordine sparso, in ordine bambino. Lui, John, seduto a terra, tra le briciole a mangiare a gran manciate cereali al cioccolato… Rise le June, abbracciandolo, come facemmo noi, anni e anni fa, quando una nipotina, indicando uno scarabocchio  riccioluto, aggrovigliato, garibaldino, fatto da lei sul muro, disse, in un olandese da mulino a vento, frutto di un pomeriggio passato con una zia di Amsterdam, disse, dicevo, Fan Hoh! Che tradotto per noi significa Van Gogh...