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giovedì 29 agosto 2013

Sposa di corallo

Nel 1986, bianca e rossa, nel crine sciolto color pece, sotto il sole bruciato della campagna marchigiana, forse a Treja non ricordo bene, la maggiore delle sorelle Lavezzi, col grembo già rotondo, sposò uno slavato svedese, che era, secondo quanto ci raccontarono con occhi e bocche pieni di importanza i genitori di lei, un signor artista dalle sue parti, uno che mostre a scialo, “persino a Nuova York” e soldi, per carità, non ne parliamo nemmeno, roba da Grand Hotel. Lei, per come la ricordo (e poco e male) mi pareva vestita da ciociara; le mancava, spolverando la memoria, in testa la spara soltanto e in capo, che ne so, una brocca d’acqua. Il vestito no, ma la collana di corallo che le si attorcigliava a serpe attorno al corpo, quella sì che la ricordo, perché i grani, in vita, erano grosse gocciole di sangue di Medusa e quelli più su, invece, piccoli come acini d’uvetta, sembravano serrarle la gola in una morsa di respiro mozzo.

Ricordo la bella tavola, imbandita di biondo vino e bianco sangallo, ed era a forma di ferro di cavallo e sparse sull'immacolata c’eran certe ghirlande tali e quali quelle di Luca della Robbia, ma vere e di frutta, foglie e erbe. Comunque sia c’ero io pure e non so perché, visto che la Lavezzi grande mi era sproporzionata d’età, mentre la piccola, che era mia compagna di classe, più che altro mi pungeva, bisognosa com’era (ora solo lo capisco) di conferme della sua bellezza mora e d’occhi di gatto che era tutta quanta opposta alla mia ancora innocente, lucente di grano. C’ero e ancora mi pare di udire nelle orecchie la vocina della piccola Lavezzi, che mi sussurrò: “La collana di corallo, quella bella,  non è mica un regalo dello svedese…” Poi mi guardò ridente e dispettosa, come una che ne sa cento volte più di me (ce ne voleva poco, allora). E lo svedese, poveretto, tornò a esser quel che era, uno che, qualche anno dopo, se ne tornò mogio mogino nel freddo suo, senza moglie, senza più fama d’artista, mentre la Lavezzi, incoronata di corallo, sposava ancora, vestita da Regina…   

martedì 27 agosto 2013

La Diana di Sisto



Nel balzo  d’oro colato  del mattino presto in quest’estate che  si perde, bagnata, nel bosco dell’autunno di pampini e di grappoli d’uva, me ne andavo dal dentista, contenta come si può immaginar che sia uno  o una che  va a mettersi, a bocca aperta, senza difese, su quel trono verde di scontento. 
Mi sono ritrovata con occhi nuovi a passar davanti alle Quattro Fontane lungo l’antica Via Felice – che porta il nome del grande Sisto V - con un bel conto di minuti in più, buoni per incollare i tacchi (che non porto) al marciapiede e per guardar ora l’una ora l’altra meraviglia in quella croce di vie che è nodo romano. Di fronte a quelle figure d’acqua  e marmo, nel loro eterno riposo, incuranti – sembra - dal viavai del mondo, mi pareva anch’io di essere immobile nel loro fiume d’acqua, ritrovata in me l’armonia dello spirito santo.

Allora, le due figure stese dalla parte di Via Nazionale, una a ridosso di Palazzo Del Drago e l’altra vicino a San Carlino, sono  uomini barbuti, due fiumi. E uno è il Tevere con la sua bella lupa fertile e l’altro, anche se ha  alle spalle i papiri (neanche fosse il Nilo), sarebbe l’Arno per via del leone che gli sta accanto in forma, dicono, di Marzocco.  Ma il leone c’è anche nella fontana di Giunone, in capo al Quirinale,  mi chiedo; e perché Giunone è accanto a un cigno, neanche fosse la sua rivale, quella Leda, madre di Castore e Polluce, tanto amata da Giove? Vabbè, non è affar mio, lascio la parola agli studiosi. E io, di grazia, passo ad ammirare la quarta fontana che è coda naturale di Palazzo Barberini. Languida, con un seno scoperto, dormiente, senza cornice, ma come vergine uscita dalla roccia, c’è Diana cacciatrice col suo bel cane. Oddio - mi dico - è bella, bella  tra le belle, tutta diversa dalle sue sorelle, e par che tenga in mano il pomo d’oro di Paride... Aguzzo gli occhi: la bella Diana stellata nasconde tra i suoi marmi le insegne del gran Papa Peretti: le pere, appunto, e il trimonzio. Sì, non c’è che dire, il buon Felice da Castellammare aveva un gran buon gusto, come sono in pochi ad averlo ora. Ed era anche un gran furbone perché, di grazia, ditemi, quale Papa sceglierebbe di chiamarsi Sisto Sesto?

sabato 24 agosto 2013

Una voce tra le stoffe

In Via Cavour (oramai spoglia di auto per il sollucchero di chi so io) al numero tal dei tali, qualche tempo fa, ha aperto un bel negozio di stoffe da arredamento. Ci andai, con le bennibag nel cuore, negli occhi e anche nello spirito. E c’erano, arrotolate in certi eleganti espositori di ferro bianco, che avevano quel gusto che direi danese,  tessuti a cuori e stelle e fiori e righe e damascate e a quadretti che a raccontarle tutte  bisognerebbe chiedere in prestito il pennello all’arcobaleno. Andai, ammirai, uscii perché le stoffe, tutte quante, avevano prezzi babilonesi, di quelli che squilibrano la bilancia del guadagno e del ricavo come mi insegnava, al Mater Dei, la mia maestra Poesio.

Sicché, immaginate la mia sorpresa quando mi chiama la mia amica Carla, in danza accesa di Medusa, per dirmi che il negozio chiude e svende tutto a prezzi da straccetto. Andiamo, andiamo e ieri finalmente eccoci lei, io e un’altra amica che ha il sole nel sorriso. Nove euro tutto, ci assicura il commesso, gentile. E noi, via, partite, ci rincorriamo per passar tra le dita questo o quel tessuto. Bello questo, perfetto per il mercatino di Natale, dice, a ragione, Carla. Nove euro, un affare. Infatti, neanche per idea. La stoffa, proprio quella, di euro al metro ne costa 37 e niente sconti! Dimittimus auricolas, e ripartiamo a caccia. “Che fiori, che allegria! Per la prossima stagione…” Già, peccato che la stoffa costi 17 al metro. E questa? Bella" Occhi rotondi, cupidi. Ma anche lei non è in offerta a nove euro e costa una sbiossa. Addio. Siam lì che ci chiediam che fare, se uscire o no, o se seguitar nella ricerca, quando, a mani vuote, senza bottino, decidiamo di andar via. Sarà per un'altra volta, dice l'amica e aggiunge, saggia: "Non è mica colpa nostra se siam donne di gusto..."
Tra rose e viole, il giorno e la notte...

giovedì 22 agosto 2013

Odor di Sardegna

A fine agosto a Cala dei Gigli era tempo di pioggia. Tavolara indossava il suo cappelluccio di nubi sfilacciate, l’aria si faceva umida, carica dei sospiri dei Santi, e aghi d’acqua cadevano fitti  per ore, innaffiando quel verde riarso, ubriaco di sole e di canicola. Corbezzoli, mirti, ginepri, olivastri ringraziavano il cielo in tabarro liberando odori e profumi che io, bambina, respiravo come rinata, appena uscita  dall’uovo di Dioniso.

Passavo, la finestra aperta sull’acqua, lunghe ore per me piene di Marigold e, più avanti, di Nancy Drew e delle boarding school di Enyd Blyton dove si consumavano le avventure di Elyzabeth e di altre come lei e come me... Leggevo, leggevo, leggevo, perduta in altri mondi, a volte in danza, nell’isola del Principe Edoardo, altre volte nelle tristi brughiere inglesi, sempre, tutta quanta, immersa in storie che somigliavano alle mie.
Compagnia, non ne cercavo, che eran vive, per me, quelle amiche di carta e fu allora, credo, che seppi (ma non lo sapevo), di dover diventare un giorno Ester, come Anna fu Neera e Mila, Luisa. E’ nello scriver profondo il mio sentiero nel bosco; nelle  umili parole d’anima la mia verità, lontana dal mondo, nel respiro odoroso di Cala dei Gigli… 

lunedì 19 agosto 2013

Una cipolla per l'Europa

Studiavamo, alle medie, il Risorgimento che non era soltanto la piazza romana (dove mia madre mi portava dal dentista…), ma tutto un fragore di eroi, di date, di cospirazioni, di carbonai, e battaglie che a me entravano da un orecchio e uscivano danzando dall’altro. Né date né nomi di armistizi ricordo, ma il senso di quel Risorgimento sì. Significava, per noi, per tutti noi, essere italiani come non lo eravamo stati mai in tanti e tanti anni di storia. Dovevamo diventare italiani ed ecco perché Massimo D'Azeglio disse: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. E per far gli italiani, proprio D’Azeglio (che per chi non lo sapesse aveva sposato la figlia di Alessandro Manzoni ed è un signor scrittore pure lui) se ne andò in giro per le allora crude campagne romane a caccia del sentir romanesco, l’ultimo pezzo dell’arlecchino dello Stivale, appena conquistato dal Piemonte vincitore. Stette tra i Castelli e l’agro, Massimo, e scrisse delle memorie deliziose che vi invito, se ancora non lo avete fatto, a leggere. Ma su, andiamo diritti al punto, che è poco più in là e basta allungare un braccio.

Dunque, il punto è: ora che gli italiani sono fatti, dalla Val d’Aosta in giù fino a Lampedusa, signori e signore, dobbiamo disfarli daccapo e diventare europei. Solo europei se è vero, come è vero, che ieri nel discorso del nostro Presidente al meeting di Rimini ho contato almeno venti volte la parola Europa, declinata in forma di nome e d’aggettivo e appena tre la povera nostra Italia, e quando si parlava della fuga dei cervelli… E lo stesso dicasi per il nostro presidente del Consiglio. L’Italia non c’è più, mi dico, sono morti invano i patrioti e i carbonari e anche Massimo D’Azeglio ha dormito sui pagliericci in quella rurale, antica patria mia, senza un perché da sbucciare come si fa con una bionda cipolla...


 Va bene, va bene, siamo anche europei, ma per piacere non scordiamoci di essere italiani, nel filo rosso, d’Arianna, che respira, tra Dante e Michelangelo, dovunque nel nostro Belpaese…  

sabato 10 agosto 2013

Tra gatti e spiriti

Nel silenzio della Sabina, nel mio paesino addormentato, abitato più da gatti e da spiriti che da persone vive, passo queste mie solitarie ferie di agosto, fabbricando rose di stoffa, meditando, scrivendo racconti e lasciandomi vivere, abbracciata alla natura, nella corrente del Farfa, trasparente e pulito come in una cartolina della Creazione. Nel paesino addormentato, dicevo, vivono tanti gatti, bianchi e neri e pezzati, che han preso il posto dei bambini che fino a ieri popolavano, in bici o con un pallone attaccato al piede, viuzze e slarghi del borgo antico. Di colpo non ci sono più e quasi mi manca quel loro vociare allegro; spariti, via, come se il pifferaio di Hamelin fosse passato per di qui, davvero, portandosi via, con i ragazzini, gli urli e gli schiamazzi e le pallonate contro il monumento ai caduti della Grande Guerra che, solenne, domina la piazza… Sono rimasti i gatti che a volte se ne rimangono acciambellati al sole, uno dentro l’altro, pelo nel pelo, in mistico abbandono; altre volte, tornati tigri, si fan la guerra a modo loro, sfidandosi come tanti Scilla e Cariddi nei musi duri e nei baffi ritti, naso a naso, la coda alzata, in allarme. a punto esclamativo Un micio, d’un tratto, cede il campo, in un gomitolo di miagolii in cigolo e l’altro fugge lontano, all’altro capo della piazza. Torna la quiete nella gatteria e in paese.

Io, a volte, nella mia solitudine regina, mi affaccio alla finestra che dà proprio sulla piazza, per osservar quei loro occhietti socchiusi, di lana, che, detto fatto, si accorgono di me e aprono il pozzo del mistero: e stavo lì, affacciata, a pera, anche ieri pomeriggio quando d’un tratto, vedo comparir, sul margine opposto della piazza, due omini che parevano di zucchero. Vestiti alla campagnola. Insieme, messi come acrobati uno sull’altro, non avrebbero fatto due metri. Uno dei due, vecchio come Matusalemme, forse per parer più alto, portava in capo una specie di cilindro che lo faceva somigliar a Mister Magoo. Restai alla finestra ad osservarli mentre mi sfilavan sotto il petto.  Camminavano a braccetto, impettiti, generali tutti e due di un esercito immaginario. E quando giunsero sotto la mia finestra, quello col cilindro, senza togliersi il cappello, mi disse: “Bonasera, comma’!”. E mi parve di vivere, per incanto, nel sabato del villaggio di Giacomo Leopardi, io, la donzelletta che venia dalla campagna in sul calar del sole. Io, paesana, gatta tra gatti e spiriti.

giovedì 8 agosto 2013

Mogli romane

Un uscio nero come il peccato, serrato con un catenaccio, divideva, a San Giuliano, il casolare color rosa pallido di nonna Stella dal giardino verde che si annunciava già nel portico, anch’esso smeraldo di piante.  Quell’uscio di liquirizia, un Ercole in prigionia, diventava delizia di casa nelle serate d’inverno quando  noi piccoli Ponti, tutt’intorno alla tavola, consumavamo la minestra in brodo della Lilli nei piatti fondi apparecchiati contro il legno scuro a sembrar cornicette di un quaderno di prima… Erano, quei piatti, una grazia, una grazia ancora viva nel mio ricordo. Recavano, sul bordo, un girotondo di foglie in forme diverse, come mosse dal vento. Verdi, le primaverili e color sabbia quelle autunnali. Ardevo per conquistare il piatto della bella stagione e mentre, con il cucchiaio nella destra, sollevando con la mano sinistra la coda del piatto,  finivo l’ultimo goccio, ascoltavo, muta, i discorsi dei grandi pieni, per me, di mistero, nel manto dell’ignoto steso, allora, sul mondo di mamma e papà. Mia madre parlava e parlava. Delle cugine sue che eran tante ma tante che io non riuscivo a metterle in fila e delle amiche di Roma, che tanta noia le davano per essere così diverse e pianeti dalla Dina e dalla Luisa che erano nate, come lei, a Pordenone e non c’era paragone, per carità, con le romane… Rivolta ai gemelli, diceva: “Mi raccomando, mai mogli romane!”. Dovevan fare come mio padre che, infatti, aveva sposato lei. E alzava l’indice, nel dirlo, e stirava il naso. Ricordo che io, che ero romana, friggevo dalla voglia di correre in bagno a guardar sulla faccia casomai avessi qualche patacca, un’ombra, non so. E a ripensarci oggi, caspita se le hanno ubbidito! Tutti e tre i miei fratelli han sposato chi l’una chi l’altra, ma forestiere, alla faccia delle donne e dei buoi… Marco, poi, che fece l’errore di sposar, in prime nozze, una romana, trovò la seconda sua sposa, la giusta, in un Continente fanciullo al di là del mare, dove la lingua pare uno strascicato e dolce friulano…
quadri, di San Giuliano...




martedì 6 agosto 2013

La Sperduta nei petali di rosa

Ieri a Santa Maria Maggiore, durante la messa solenne (tutta in latino che pareva, io in gloria mistica, di esser prima del Concilio Vaticano Secondo…) c’ero anche io, con due signore di gusto; una di loro, piegata in due dagli anni, cento tondi, ma grilla nel suo yoga quotidiano, e poi noialtre “giovanotte”, perdute nella gran basilica ad nives che protegge come un manto Roma. Dicevo, dunque, che durante la messa in cui son piovuti petali di rosa a 
ricordo della nevicata d’agosto che fece santo il luogo all’Esquilino (dove i Romani, nel nastro senza nodi della verità, adoravano Giunone Lucina, madre dei parti e delle donne in fiore e di tutta l’umanità dolente), dicevo che la signora centenaria se ne stava in silenzio, seduta sul basamento di una colonna (ché nessuno le offriva una sedia…) ad ascoltare e meditare i casi suoi e io la guardavo, lei e l’altare d’oro, in grembo al fiume…

Si canta il Gloria e il Pater Noster come tornati indietro nei Secoli nel profumo dorato dell’incenso che a me fa venir la tosse e il raschio in gola, ma poco male e via. Eccoci a messa e poi eccoci al caffè ché è bello dopo il sacro festeggiar la grazia nel profano: patatine fritte e un crodino son quello che ci vuole in tutta questa calura. Lei, la signora degli anni d’argento, parla poco e dice solo l’essenziale e mi racconta una storia servita con i carciofi alla giudia e la pajata che voglio regalarvi nel suo incanto tutto quanto romanesco. Dovete sapere, dunque, che alle nove, ogni santissima sera, una campana di Santa Maria Maggiore batte il suo rintocco. Ding don dang, chiama “la Sperduta” nel ricordo perenne di quando, cinquecent’e più anni fa, salvò una pellegrina che andava a tentoni, sola come un cane, nel bosco dei Cessati Spiriti, nel gozzo la paura di briganti e malandrini. Ritrovò la strada, la pellegrina, la Sperduta, grazie alla campana che ora porta il suo nome. E ora, come allora, la campana seguita a battere i rintocchi antichi e i Romani, pochi oramai, lo sanno. Voi, con me. Batte i suoi rintocchi e ci chiama tutti quanti, sperduti nelle tenebre del mondo a capo in giù, per ritrovar la strada di casa…

domenica 4 agosto 2013

Passeggiate all'Esquilino

C’erano gli unni, i longobardi, i goti e per me, bambina, erano tutti quanti ostrogoti e latinorum gli usi e i costumi loro di cui facevo un fascio e buonanotte al secchio. Non distinguevo, di grazia, gli uni dagli altri e li chiamavo tutti quanti barbari e il loro arrivo in Italia, al tramonto dell’impero, invasioni barbariche, tale e quale al titolo del programma di una giornalista bellina che va tanto di moda e che io non ho veduto mai perché mi par, nel chiacchiericcio buonista, non aggiunga granché allo spettacolo del mondo… Oh come è successo, mi dicevo (lo ricordo pure ora che di anni il tempo ne ha bruciati assai nel suo falò delle vanità), che i barbari sono arrivati nel cuore di Roma, mangiandosi consoli e fori e creando, poi, loro nuovi imperi e lauri e orizzonti di gloria? Non mi bastò, già donna, legger molti libri e pure il Gibbon che è Bibbia e Vangelo… Ricordo il mio sgomento bambino, ricordo il punto interrogativo che mi si disegnava in fronte quando si parlava di popoli e culture, con nomi tanto astrusi e senza terra. Sì, lo ricordo, ma ora lo sgomento scolora, allegro, nelle mie passeggiate all’Esquilino è lì, e non nei libri, che ho trovato la risposta. E’ lì che si consuma, oggi, il nuovo tramonto dell’Occidente, l’Italia che fu cucinata a fuoco lento dalla nuova Italia versicolore. Sotto l’arco di Gallieno c’è una piccola madrasa e i tanti bambini, in tunica e calottina musulmana fanno un gran vocio d’alba argentina, nel silenzio d’agosto mentre due anziane italiane, uscite dalla Chiesa di Sant’Alfonso dei Liguori (che amo) camminano piano verso il loro tramonto...

Io amo questo Rione colorato, dal sapore piemontese, in salsa romana, condito con il pepe delle colonie, Amo snasar nei negozietti cinesi e trovar, magari, il filo colorato a pochi spiccioli e da Mas comperare un magliettone con su la faccia ridente di Giovanni Paolo II… Lo amo anche perché mi ha insegnato, finalmente, che cosa sono le invasioni barbariche che studiavo sulle pagine dei libri e so, perché lo so, che un giorno avremo di nuovo un imperatore barbaro più italiano di quanto fosse romano Giulio Cesare perché, come scrive il gran principe di Salina bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale… 
Ciao ciao Cala dei Gigli...

sabato 3 agosto 2013

Bellissima e il foulard

Da quando, dopo il viaggio antico, sono ritornata nel paradiso terrestre con due gatti con gli stivali nella bennibag e tre occhi al posto di due, nella grazia divina della luccicanza, mi pare di leggere il mondo a memoria come la pagina tal dei tali (Nuvens…) del Libro dell’Inquietudine che è stato unico e solo argomento della mia tesi di laurea in letteratura portoghese.
Guardo, sgomenta, gli uomini e le donne incatenati, nel vento della reazione. Non agiscono, meschini, reagiscono, figli innocenti del piccolo ego in armatura che li conduce fin dal momento dell’incarnazione. E non imparano le lezioni del mondo che pure manda loro angeli e arcangeli e anche diavoli a volte affinché gli occhi si aprano nella consapevolezza. Li vedo, li vedo, e vorrei aiutarli, usare con loro il mio prana, che è dono immeritato: io, vuota di me, ad accogliere il cosmo. Ma la verità, vergine danzante, fugge via, nelle chiacchiere quotidiane che rendono il mondo ciò che non è. E io, da sola, con i miei pensieri nel mistero delle sere rosa.

Va bene, lascio stare, sono discorsi degni di Ermete Trismegisto e tanto oscuri che neanche io so come sono usciti dalla testa nell’inchiostro e dunque passo a raccontarvi la storia tragicomica di un’amica, bellissima, che inanellava fidanzati e innamoramenti. Mi disse, un giorno, che ne aveva incontrato uno, un tipo voglio dire, che era la fine del mondo e forse di più. Nell’avventura, vissero, loro due, forse tre mesi. Notizie, poche, ché quando il letto comanda il tempo corre al trotto. Un giorno, al telefono, l’amica mi spiegò che era allarmata perché lui, e chissà perché, teneva nascosto in un cassetto del comodino un certo foulard (“quel suo foulard”, lo chiamò) e guai a toccarlo, per carità, ché eran dolori e urlacci e chissà che cosa d’altro ancora. Il busillis si chiarì, con quell’ironia di naufragi di cui è zeppa la vita di chi vuol esser cieco e sordo alle lezioni, un giorno a casa mia quando, io e lei a pranzo, al Tg1, mostrarono l’arresto di tre rapinatori… Quel suo foulard.