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domenica 29 settembre 2013

A Villa Aldobrandini, un sabato mattina

Nella filante, dorata mattinata di ieri, eccomi,  come nei miei sogni, in quel piccolo paradiso romano che si chiama Villa Aldobrandini. Il giardino, seduto in testa a Via Nazionale è, per noi che abitiamo ai Monti (non oso dirmi monticiana, però, ché altri, ben altri, hanno la nobiltà del luogo nel sangue antico famigliare…), come un boschetto sacro dove ritrovare il fiume e il respiro del mistero nei ciuffi verdi che si sbraccian verso il cielo turchino, merli e passeretti a far l’altalena sui rami… 
Ero lì, ma che desolazione! Pattume ovunque e bottiglie di vino vuote e pane secco sbrodolato ai piedi delle statue acefale (che per fortuna non hanno occhi, ma cuore sì!) e c’eran cartacce in giro e anche porcherie; sulle panchine rotte e mutilate, uomini di ogni colore a dormire a piedi scalzi e c’era pure chi faceva la toilette lì dove il bastione guarda verso la Salita del Grillo. Ed era ed è questa trista incuria specchio del Paese in crisi che par congelato nel nulla. Mentre aspettavo chi so io, eccomi a raccoglier bottiglie e carte e a rovesciarle nei cestini che ci sono, eccome, e pure vuoti e con la busta nera nuova nuova. Bastava, insomma, allungare appena un braccio… E mentre sono lì nel mio nuovo lavoro (come se non bastasse tutto quel che faccio in casa) mi si avvicinano due eleganti signore americane e mi chiedono lumi sulla villa. Rispondo, so, ho studiato. E loro: “Ma, mi dica, è sempre sporca come oggi? Che vergogna! Un paradiso così, al centro di Roma...”. Faccio mio il loro grido di sdegno e mi chiedo perché siamo arrivati a tanto, come se il bello, di cui siam stati nei secoli signori, sia diventato di colpo un nemico, qualcosa da ferire, un incubo dal quale svegliarsi per precipitar nel caotico moderno, vivo, appunto, nello sghembo caos, ucciso il cosmo...
L'antica, serena bellezza della signora Colombini, lei sì nel cosmo...

sabato 28 settembre 2013

Ottobrata romana

Mentre settembre, a passi danzanti, sorride il suo arrivederci all’anno prossimo, vedo di lontano ottobre, in tabarro, in capo un cappellaccio nero, gli antichi calzoni di castagna, le scarpe color noce, farsi vicino, nell’autunno pigro del bosco. L’aria è come d’oro, nell’attesa, ferme le cose, all’erta gli animali. Avanza lentamente lui, tutto preso com’è a pitturar, col suo pennello magico, d’arancio e di giallo le foglie venate degli alberi e a far maturare loti e calicantus profumati. E mentre il bosco trascolora, io penso a noi, bambini degli Anni Settanta, che solo il primo ottobre tornavamo a scuola, dopo giorni e mesi interi di pura libertà, trascorsi nella beatitudine dei nostri personali paradisi terrestri (per me Cala dei Gigli), che non eran fatti, come oggi, di computer e di realtà virtuali, ma di sole e di mare e niente più.
Si tornava a scuola: io, felice. La scuola mi portava via da casa, dai dispetti dei gemelli, dalle parole di mia madre che eran, per me, sirene e chimere, dai Salini tutti quanti, dal mondo loro che non è mai stato il mio. A scuola, lontana da loro, ero felice….

Io, per me, ho sempre amato l’autunno forse, ora lo capisco, perché tornavo a scuola. Ed ero la sola, in classe, credo. O forse no ché, nel segreto, lì dove ogni bambino chiude il riccio dei pensieri suoi riposti, in molte, credo, preferivano i banchi, il basco, le sister, il Mater Dei, perché almeno lì l’ingiustizia era divisa in parti uguali e tutte quante, in uniforme, eravamo figlie d’ottobre, nella magia del ritorno…

mercoledì 25 settembre 2013

Al cinema, di martedì

Ieri, gambe in spalla e sola soletta, sono andata al cinema a vedermi, al pomeriggio (come non oso fare mai per via dei tanti impegni quotidiani) “La Grande bellezza” di Paolo Sorrentino, che, neanche a farlo apposta proprio oggi è stato benedetto film da Oscar hollywoodiano. Gliela auguro la statuetta, beninteso, ché una gloria italiana, in questi tempi di vacche magre (ieri la Rinascente di piazza Fiume abitata solo da una pallida me, dai commessi immalinconiti e dalle anime morte di Gogol…) è pur sempre una stella in cielo e provvidenza per il nostro povero Paese mangiato dal debito pubblico nel sacco dell’Europa. Ma il film, devo dirlo - e a dirlo mi si spezza un poco il cuore tanto ho atteso di poterlo andare a vedere - mi ha lasciata freddina e ogni tanto, lo ammetto, ho anche sbadigliato e non so, fossi stata a casa mia, se sarei arrivata fino in fondo o avrei spento un poco prima la televisione. Va bene, certo, Roma di notte è follia bizantina e bizantino è il suo popolo di pazzi, cocainomani e bighelloni e buoni a nulla e principesse decadute e garruli cardinali mondani, ma, insomma, dopo che ne hai visti uno o due oppure tre, ti sembra di aver già fatto la scorta per l’inverno e chiedi un poco di trama, un soldo di intreccio, qualcosa che non sia banale. Come il pianto antico per un antico amore estivo che, di certo, non spiega il vuoto dentro di tanti e tanti anni…

Ci sono anche cose, per me, ridicole, come la santa che ha letto - maddai! - proprio il primo e unico libro del protagonista e vuole persino andare a cena a casa di lui pur mangiando solo radici... E sono tanti altri i sassolini che vorrei togliermi dalla scarpa se non altro perché a tornare a casa, alle otto e venti, faceva un gran freddo ed ero in maniche corte e vi lascio immaginare quanto ho corso; ma lascio stare e brindo all’America, augurando tanta fortuna a Sorrentino e a Toni Servillo (che ha cento facce e tutte quante vere) e metto un punto e a capo su due particolari che, invece, terrò legati stretti all’anima. Il primo: quelle inquadrature rovesciate nel gioco pazzo del mondo all’incontrario; e poi il secondo, proprio in coda al film, che sono le suore vere, vestite di bianco, riprese a fotografarsi sul Ponte Sant’Angelo, mentre la macchina da presa scivola lungo il Tevere silente, riprendendo la loro piccola bellezza e quella grande, grandissima, di Roma.

martedì 24 settembre 2013

Nella coda saggia di un gatto

Mi piace camminar per Roma con il terzo occhio ben aperto e lì dove tutti, mettiamo il caso, vedono le auto in corsa e i pizzardoni e la grande piazza Venezia inchinata ai piedi candidi  del Vittoriano, io vedo, invece, Medusa, che, urlante, a bocca aperta, i serpenti in capo, in forma di elegante corona, chiama gli inconsapevoli al suo banchetto divino nel sangue rosso e d’uva di Dioniso. Invano, tagliate le radici, perduta la strada, dimenticati i sassolini di Pollicino, ecco i tanti passanti, in auto, in motorino, a piedi, in bicicletta, ignari spazzolano sotto al palazzo dove lei li osserva dall’alto, chiamandoli al risveglio, nel silente respiro del mistero. Dormono, svegli, ad occhi aperti, camminando, nel galoppo del mondo che, crudele Caino, li divora. Ancora e ancora, nella religione vana del fare e ogni giorno è nuovo battagliare per essere al centro di qualcosa che un centro non lo ha…

Ero lì, qualche giorno fa, in compagnia di due belle signore ed eleganti nella forma e nel pensiero, pronta a salutarle nella loro ritrovata, sorridente, fiorita consapevolezza, quando d’un tratto vedo qualcuno tra la folla. E mentre le mie compagne d’anima van via per la loro strada, io mi getto nelle braccia di quell’uno che è per me felicità rotonda. E insieme a lui abbraccio tutta quanta l'umanità in cammino e saluto e sorrido a chi mi viene incontro, che dorma oppure sia ben sveglio, differenza non c'è. Nel paradiso terrestre, giglio tra la sabbia, si è tutti fratelli e una la collana, nella coda saggia di un gatto... Non parliamo, lui - il mio angelo - e io, camminando fino alla Gatta, e poi lui, nel silenzio più profondo di tante parole, mi fa, nel congedarsi: “Grazie per avermi lasciato in compagnia dei miei pensieri”. I suoi e i miei, nel fiume... 

venerdì 20 settembre 2013

Il barboncino della zia Teta

Per i bagni di mare e salso, nonna Stella, ragazza, andava con le sue sorelle, in villeggiatura a Bibione, dove. già madre di mia madre, comperò due stanze affacciate su quel mare basso, verde di colore, nello slabbrato orizzonte, di quella lunga spiaggia friulana  Ne ho viste, di foto color seppia! Lei, nonna Stella, bella tra le belle, in posa alla Eleonora Duse, con su un completo da bagno nero che le lasciava libere solo caviglie e polsi. C’è lei e c’è lo zio Piero (per me nell’Olimpo del mito) per come visse, con coraggio, la fine di un’epoca e il tramonto di Benito Mussolini. C’è Piero, dunque, e non so mica se già marito della bellissima Lucia, di nobiltà purissima nel sangue, nello sguardo, nei capelli d’oro raccolti come in ragnatela, negli occhi color mare di Bibione. Gli altri fratelli, e anche le sorelle, per me sbiadite. Che forse, tra tutti (erano numerose, allora, le famiglie), la memoria si accende sulla zia Teta e sul suo barboncino nero che portava un nomignolo d’amore con l’accento sulla u. Un nome che, però, mi sfugge, come i serpentelli colorati che tentavo di acchiappar con le mani in preghiera a Cala dei Gigli. Il nome non lo ricordo, no, ma quanto giocavamo insieme, tutti e due solitari, nelle ampie stanze dell’appartamento arioso affacciato sui portici di Corso Vittorio Emanuele, a Pordenone! Aveva un vezzo strano, la Teta, che era piccola piccola e bruciata d’energia. Sembrava aver perpetuo il raffreddore nel tirar su col naso, facendolo, mi pare, sfarfallar verso sinistra. I barboncino e lei: anima e cuore, come non ho visto mai. Non so quando accadde, ma ricordo che un giorno, un triste giorno, mia madre ricevette dalla Teta le tristi nuove del canino che, però, da quel peperino della Teta fu sostituito e il nuovo arrivato, anche lui di carbone e riccioletto, fu amato più del primo… 

mercoledì 18 settembre 2013

La forza dell'elefantino

Sapevo (e non chiedetemi perché), di sette anni o poco più, che il mondo dove saltellavo a caccia di farfalle nel sorriso mio, e amato, di bimba bionda non era come sembrava. Ricordo anche oggi, vivida la memoria nei colori dell’arcobaleno, la certezza che ebbi, appoggiandomi, invano, a mia madre che pure mi sembrava adulta e solida, ma il fatto mi sfugge, come se rapito l’accidente restasse solo l’essenza, l’idea platonica di come mi sentivo. Caddi e da sola mi rialzai. Ricordo che imparai, allora, a legger dietro il sorriso, a vedere il pianto nascosto dalle trine, a decifrar nei gesti e nelle parole il mistero nascosto al palcoscenico del mondo. Per questo, sui quindici anni, decisi – ma allora mica lo capivo - che avrei scritto, per trovar quel mondo e raccontarlo a modo mio. A diciannove anni, scrissi i miei primi racconti che ora sono tutti pubblicati in raccolte varie. A ventisei, con Stampa Alternativa, nel merlo indiano di Marcello (che mi capì come, diceva, capiva la Di Lascia), uscì un librino mio soltanto. Tutt’altra scelta, e sciacquata nel buon senso, fu quella di far la giornalista, idea che ebbi un giorno ascoltando un’intervista di Italo Calvino. Giammai uno scrittore, diceva, poteva campare dei suoi libri. Sicché, eccomi pronta alla battaglia. Ma mai pensai, scrivendo i miei pezzi per il Gazzettino, di poter squadrare il mondo e raccontar ciò che mi premeva. Restavo sulle generali, seguivo le regole, usavo il bello scrivere e tiravo avanti.

Allora non sapevo che quel mio cercar la vita vera, nel mistero, avrebbe, molti e molti anni dopo, acceso il fuoco e fatto fiorire il loto, con la sacra sapienza in corpo nel lume acceso. E ora che  ho la libertà d’esser soltanto una piuma dell’universo, una scintilla, una fiamma, e che so leggere il libro della vita vera, mi sorprendo a scoprir che sono più persona adesso di allora, quando avevo (l’ho ancora adesso ma chi l’usa più) tessera professionale e contratto e una maschera di Arlecchino da mostrare al mondo intero…

sabato 14 settembre 2013

Nel cuore della mia Sardegna

Ecco qui: c'è Marzia, la sua sorellina e la nonna vestita di nero, nell'eterno lutto sardo...

Ci sono dei luoghi che, per motivi che non sappiamo e chiusi a chiave nel buio di laggiù, ci restano in digitale nell’anima. Per me, uno di questi è di sicuro San Giovanni di Sinis sulla costa occidentale della mia amata Sardegna. Sarà per quei due mari (morto e vivo), di tutte le sfumature dell’azzurro, due mari che si guardano negli occhi, o per le rovine di Tharros, d’oro contro il turchino, sarà perché proprio lì ho mangiato la bottarga più gustosa di tutta la mia vita e perché ricordo, come in una fotografia nel cuore, Leonardo nel suo pigiamino a righe bianche e blu camminar, ardito di due anni, lungo il cardo della città fenicia e poi romana: insomma sarà per tutto questo e per altri motivi che sono nascosti tra le pieghe del mio mistero, fatto è che l’altro giorno, dal dentista, mi è capitato così, per simpatia, di chiacchierar con Marzia che, bruna di capelli e dolce e ruvida come sanno esserlo le madri di molti figlioli, la quale – e quasi non ci credevo – ha le radici sue proprio a San Giovanni e, bambina, giocava con una montagna d’altri cugini e amichetti tra i falaschi di famiglia. Una foto di lei ancora non l’ho vista, ché l’album – mi assicura – lo porterà alla mia prossima otturazione, ma il mio terzo occhio tempera l’ingegno e vedo, così come mi fosse qui davanti, quel mondo antico fatto di casette di canne e di mamme e bambini nella quiete del dopopranzo. Lo vedo con l’anima nuda perché il presepio di allora non c’è più. Negli anni ottanta i falaschi e la loro poesia li han buttati giù per fare pulizia alle rive, per togliere quella vergogna primitiva che era, al contrario, primavera d’anima. E ora è poco è morto – mi diceva Marzia – Luigi Garau, uno, anzi l’ultimo, costruttore di falaschi. Io la finisco qui, ma se la curiosità vi punge, ecco dove andare a fare una visitina:  http://www.sardolog.com/perso/falaschi/index.htm. Nel cuore della mia Sardegna…  


mercoledì 11 settembre 2013

Un'altra vita

Col mio bel paniere colmo, tornavo da un supermercato che sonnecchia ai piedi dello splendore di Santa Maria Maggiore quando mi sento chiamare: “Ester”. Mi fermo, mi volto e che piacere, penso, è Elena, una vicina di casa, la prima che ho conosciuto quando, con Leonardo in collo (e lei con due che ora stan finendo il liceo), mi sono ritrovata in un Rione tutto nuovo e, allora (e ora non più), condito alla romana. Ma tu guarda, le dico, che combinazione, proprio l’altro giorno ti pensavo per aver visto un bel film dove c’eri tu, in boccio, e brava, bravissima in forma di attrice, come ti conosco. Altroché Scarlett vattelapesca, l’americana che firmava autografi a Venezia, con quel bel viso da banana! La mia Elena, sullo schermo, diventa, se possibile, ancor più viva e, vera com’è, si trasforma in un’altra, nello spirito acceso della vera vita che tutto anima e trasforma. “Oh quella – mi dice – è un’altra vita; non son più io, capisci”. Che peccato, penso e lo dico e lei, a me: “E tu, i tuoi racconti, li scrivi ancora, mi piacciono tanto. Dimmi, hai pubblicato?” Vorrei dirle anche io che quella mia è un’altra vita, che da anni, seguito, nel mio silenzio d’oro, a scrivere i miei racconti, ma li mando solo a certi concorsi provinciali che trovo sulla rete, che a volte li vinco e a volte anche no, ma non importa, che non sogno più di essere scrittrice. E mentre lei mi dice, no, devi pubblicare per aiutare gli altri, come me, che dalla tua penna traggono divertimento e conforto e una risata, mi viene in mente che Dolores, la mia Dolores Prato, pubblicò a ottanta anni suonati il suo “Giù la piazza non c’è nessuno” con Einaudi e che, in redazione, c’era Natalia Ginzburg la quale, in funzione di editor, lo tagliò, spietata, e lo ricucì a modo suo, con gran dolore di Dolores che, poco dopo, ne morì. Per anni ho cercato dai miei amici librai antiquari una copia di quell’edizione da mettere a confronto con quella pubblicata integrale e poi da Mondadori. Invano. Ma nelle lettere di Dolores ho ritrovato tutta la rabbia, lo scoramento, l’incomprensione che provò lei e che sono stati miei compagni per tanti anni e ora non più, nell’ironia del gioco delle parti di società che è, suo malgrado, Madama letteratura… 

lunedì 9 settembre 2013

Re delle bicoccole

A Roma, di romani, di rugantini spavaldi, spacconi, un po’ busiari ma tanto, tanto simpatici, non ce ne sono più. Neanche al mercato dell’Esquilino (che ora mi pare un poco triste chiuso com’è tra quattro mura) ne vedo e, quando vado a comperar le erbe e la frutta e il pesce, vedo, dietro i banchi, facce che vengono un poco da tutto il mondo e non di certo dalla Garbatella o da Trastevere, e sono facce di tutte le sfumature dell’umano e labbra che masticano appena l’italiano e non sanno dire, come quei rugantini col sorriso in tasca che dico io, “ciao tesoro” alle clienti e, credete a me, più sono vecchie e malmesse e più sono tesori. E le vedi le vecchierelle accese, tornar fanciulle nel ritrovato tesoro del fior degli anni e così il nostro Meo Patacca, pur avendo fatto pagar una sbiossa pesche e uva, riempite a mezzo le buste e svuotato il portamonete, le ha fatte felici a chiuder la giornata. Le vedo, le mie massaie, tornar a casa con una canzone in cuore, per essersi sentite di nuovo tesori per un’ora… E poco non è in questi tempi europei che han tagliato via l’umanità e  decidono ciò che si deve e non si deve fare con le direttive stirate con l’appretto, in un’atmosfera di eterna ospedalizzazione, inseguiti come siamo dalle cattive notizie dei telegiornali che, un giorno sì e l’altro pure, ci mettono in guardia da questo e da quell’altro male. Io, di solito, la tv la spengo e se posso anche il computer. E leggo.  Leggevo, proprio ieri, Matilde Serao, in gloria di una certa amica – per nome un delizioso inno all’olio d’oliva - che della Serao è pronipote. Nel suo “Ventre di Napoli” mi è parso di riveder di nuovo vivo e vero un certo fruttarolo di piazza R. dove andavo a comperar, ancora da sposare, le poche cose che cucinavo per mettere insieme il pranzo con la cena, tornata – tardi – dalla redazione. Il banco si chiamava Darré, il perché non lo capivo e neanche lo chiedevo. Negli occhi aveva due carboni e i capelli d’ala di corvo e grande e grosso che pareva scoppiare nella ciccia. “Che voi, tesoro?”, mi chiedeva. Io, anche io, felice per un’ora... Un giorno, davanti a una platea di tanti tesori in gonnella e d’ogni età, disse, questo Fallstaff de’ noantri: “Che ce volete fa, signorebbelle, so’ io er re de ‘sto mercato, nun fccio pe’ vantamme, ma c’è vo’ la stazza mia pe’ esse re e a chi dice de no c’ho pronto ‘n chilo de bicoccole pe’ facce ‘na collana…” Roma sparita, e sospiro...
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sabato 7 settembre 2013

Nel futuro, al Mater Dei

La scuola, ai tempi del Mater Dei, cominciava il primo d’ottobre. Allora, solo allora, si riapriva, per noialtre in divisa ancora estiva, il gran portone custodito dal portiere Otto, che aveva casa e gabbiotto lì dove oggi c’è l’ingresso verde squillante del British Council. Tanto oggi, l’antico bugigattolo si è fatto corsia d’ospedale e chiaro e stirato in un antipatico, anonimo neon biancastro nel viavai dei molti che sognano in inglese, quanto allora era oscuro, poco illuminato, abitato da presentimenti e dalle ombre di chi ci visse prima e, per noi alunne, proibito. Nell’entrare in cappella, che era poco più avanti ma sulla sinistra, con il basco calzato in testa e la treccia a scodinzolare lungo la schiena in una primitiva, mia, kundalini a coda di gatto, gettavo un occhio in quel mistero, nel sogno di abitarlo, e contemplavo, in me, quello, più vasto, del mondo che mi circondava, estraneo, in un abbraccio freddo. C’era il mistero di Otto e quello, insondabile, delle sister. Dove dormivano, non lo sapevo e non sapevo dove mangiavano. E mi riusciva impossibile immaginarle in camicia da notte, solo il velo nero e il soggolo bianco, nelle tasche tintinnati delle sottogonne…

All’ora d’uscita, è vero, si sentiva nel cortile un gran rumoreggiare di stoviglie e mestoli e posate a batter contro pentole, piatti e padelle. Voci non se ne sentivano, ma il mulinare tipico di una cucina sì. Intanto le grandi- mito (Ah la bellezza, per me mai raggiunta da una diva di Hollywood, della Gioia M. e dell'Antonella BV...) accendevano i motorini con mezza pedalata, e via col vento nella libertà e i capelli scalati dai Cinque di Via delle Carrozze. Veniva, quel rumore, da un’ala segreta del gran palazzo di Via di San Sebastianello, al pianoterra, nascosto dietro a una porta a vetri. Da quella stessa porta, uscirono, molti anni dopo, vestite in abiti civili, con gonne a pieghe, lunghe ai polpacci e i capelli corti, nudi di velo, le sister rimaste al Mater Dei, dopo la chiusura della scuola. Mi vennero incontro festose e io, come una ricotta, precipitai, tornata bimba,  nel solito inchinetto, la destra incrociata dietro la sinistra. Un silenzio, una pausa lunga quaranta giorni. Mi feci di porpora, poi, una risata  di campana squillante, argentina nella primavera, ci unì e ci fece tutte quante donne, nel sorriso del futuro che cambia ogni cosa in allegria…   

venerdì 6 settembre 2013

Nel mais sereno della vita

Oltre le dune, vestite di verde, vedo l’arida spiaggia di Capo Cotta, con la sabbia che arde le piante dei piedi, e laggiù, in lontananza, le onde verdeazzurre, spalmate del burro fuso del sole di settembre. Mi fermo, lungo il sentierino che corre, a serpe, tra la macchia mediterranea, e osservo, il fronte di nuvole basse che sembra cavalcare l’orizzonte in un bianco d’ovatta, nel baluginio della canicola. Mi fermo in quella poesia silente di aria, terra e acqua, che vorrei saper dipingere in olio o in acquarello. Invano. Solo Piero Guccione, gran pittore e siciliano saprebbe farlo. Ah, le sue marine, distese d' anima, nelle sfumature cangianti dell'azzurro. Li ammirai, quei quadri, ed ero ragazza. Ora non li dimentico. 
A me è toccata in sorte la parola. Da bambina, come tutti quelli della mia età, scrivevo piatti pensierini per la maestra Poesio Più avanti, nei temi in classe, riuscivo a dare il peggio di me per via dell'emozione che mi stringeva la gola e della paura che mi incuteva la professoressa Martucci, arrampicata sulla cattedra e rotonda e ostile e con un respiro d'affanno che pareva il ciuf ciuf di un treno...
Fiorii, a diciannove anni o poco più quando, durante gli studi inglesi per passare il proficiency, ebbi per professoressa una scrittrice. Mi capì e il nodo mio si sciolse. Per lei scrissi, in inglese, pagine di luna e tragicomiche come queste che scrivo per voi e neppure vi conosco... E ora che di anni ne sono passati, come si suol dire, un sacco e una sporta, e che ho avuto la giusta dose di allegria e di disinganni, mi chiedo se anche io, come Balzac (passatemi il paragone, mentre mi cospargo il capo di cenere...) scrissi e scrivo solo per essere un poco amata... 

martedì 3 settembre 2013

In nome del Papa Re

Ai miei tempi, in quel mondo piccolo e romano dove vivevo (e che non mi manca), si faceva, tutti quanti e senza un ma e un ba, il classico. Pochi, rari direi, quanti si iscrivevano allo scientifico. Si diceva, appunto, in un sospiro, “fa lo scientifico”, come se si trattasse di tradimento… Per le ragazze, quelle che di studiare non ne volevano sapere, c’era, poi, il linguistico che le teneva occupate, a imparar lingue diverse, buone per far casomai mondanità internazionale, in attesa di trovar marito e che marito... Si andava, in molti, ma non tutti, alle private. Io, al Mater Dei, i fratelli o al San Giuseppe De Merode oppure, e meglio, al Massimo, tenuto allora e anche oggi dai gesuiti, e che era allora (e non so più oggi) solo maschile e severissimo e trampolino per diventar qualcuno nel mondo. C’era anche il San Leone Magno, dove andava un Clemente che ebbe il mio cuore per due anni e forse più. Alcuni, poi, studiavano nelle scuole francesi ché l’inglese, allora, si imparava, certo, ma vuoi mettere il francese nella grazia di Parigi? Scuole americane forse ce n’erano già, ma restavano agli americani a Roma…

Intanto, fuori dalle nostre dorate aule che ci vedevano ben educati, in divisa, nell’ordine simbolico del medio evo presente in nome del Papa Re, si faceva la rivoluzione. Per me, ignara di collettivi, assemblee, occupazioni, la rivoluzione si incarnò in un ragazzo barbuto che mi impediva, un giorno, molto più avanti, di entrare alla Sapienza dove frequentavo la facoltà di lettere. Mi disse che non potevo entrare per l’occupazione. Lo guardai. Occhi negli occhi. Non so che cosa vide. So che, poco dopo, camminavo, sola, Maria Antonietta, per il lungo corridoio della facoltà e salivo, come su un patibolo, il grande scalone a spirale per raggiungere il piano non so più quale, il mio… 

domenica 1 settembre 2013

Il miele di settembre

Ricordo il miele di settembre nell’aria accesa, a San Giuliano, quando, sola con i miei pensieri, in un vestitino tirolese a fiorellini bianchi su un prato di smeraldo e il grembiule con cuoricini rossi in campo bianco, superavo, il cuore in gola,  la paura mia bambina e il cancello verde che separava il giardino di nonna Stella dal vigneto e dai campi di mais. Baldanzosa, andavo. E precipitavo - il casolare color cipria laggiù nella perduta quotidianità del mio Friuli giovinetto - in un ignoto paese selvatico d’erbe e azzurro. Intorno, tutt’intorno, richiami e fruscii, che mi facevan trasalire, nel mistero della natura silente. Ricordo, ricordo l’uva bianca e nera, di Dioniso,appesa tra i pampini e le foglie dei filari ad aspettarmi. Scartocciavo un  acino, sputando i semi che non mi piacevano punto. Camminavo, intrepida col cielo dorato della fine estate che mi guardava, curioso, da lassù, nei segreti suoi che erano anche i miei. Camminavo nella corsa delle ninfe, nel richiamo di Pan,  sciolta in quella incantata protostoria che sentivo dentro e fuori, in un gioco d’anima e di specchi…

Ricordo. Ricordo che tornai una volta a sera e incontrai, precipite, in corsa pazza una persona di famiglia, le mani a tener su le braghe. Dietro, mia madre. Dire chi era il fuggiasco, no, ma – Dio mio, come correva - correva il meschino, con le ali di Ermes cucite ai piedi nudi. Correva, oltre il cancello, via per i campi smarginati,  E mia madre dietro, implacabile, (come se quella corsa non significasse che la salute c'era e tanta) per l'iniezione, la siringa già carica di quell'odioso  (che non so se esiste più...)“reticuloger”… 
Bennibag di velluto, femminile e fiorita nel sorriso del nuovo autunno