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mercoledì 30 ottobre 2013

Misteri e misteri

E’ arrivato, portato dal vento dell’amore, il piccolo G., che ha negli occhi che si aprono appena al mondo (ma sono celesti, secondo me, come il cielo appena lavato dagli angeli...) ancora il sugo primordiale e in quel piccolo suo corpo, minuto di piedi e di mani, l’energia potente della vita vera che ci percorre tutti quanti.  E’ arrivato il piccolo G. e io sono andata, questa mattina, a trovarlo, come un antico pastore di Betlemme. E mi sono affacciata, come sulla mangiatoia, ad ammirare, nella sua bella culla bianca (che è stata del suo papà e ora sua) l’eterno mistero, nella perfezione di un piccolo orecchio che pare una conchiglia. A lui, commossa, ho portato i miei doni, che sono benvenuto in questo mondo, doni che sono aiuto nel cammino e l’augurio di trovar, nel bosco, il sentiero che porta alla luce…

E’ arrivato il piccolo G. e, per vederlo, ho preso due autobus che mi han portato in corsa, lungo i luoghi che amo, per esser stati miei da quando ero bambina e piccola così. Ho salutato, dall’85 in corsa, le statue di San Giovanni in Laterano che sembrano danzare nell’azzurro e come muoversi in una rotonda maestà che mi fa sorridere il cuore. Ho ammirato i tanti palazzi della Via Appia Nuova, dove gli architetti di allora, nascondevano tra le finestre visi di fauni e ninfe e sileni, perché è bello costruire solide mura, ma bisogna lasciar che la bellezza, timida fata, completi l’opera che saluta il sole. E nell’autobus, sedute dietro di me, c’erano due allegre signore, come si suol dire, di una certa età. Di quelle che non han cambiato abitudini e tailleur e messa in piega, mettiamo, da cinquant’anni, e che sono rassicuranti, nonnine eterne, come il chiaro di luna in una sera d’estate. E mi stanno dietro la nuca e ciaccolano e parlano dei guai dell’una e degli acciacchi di Pina e di Aminto e di Rino che è diventato zoppo e con quella pagliuzza di moglie che si ritrova mica può uscire più. E parlano anche di viaggi. Il viaggio che devono fare a Chianciano Terme ché il fegato, si sa, si deve conservar in carta velina. E una all’altra: “Oh, non mi dire che viene anche la Cettina?”. “E come si fa a dirle di non venire”, fa l’altra. E uno e due sospiri. “Certo che è così antipatica…” “Già”, e giù un altro sospiro e anche un sbuffo come una ciliegina sulla torta. E a me è fiorito un sorriso sulle labbra perché, con quei capelli d’argento, in guanti e cappellino, con la pelle oramai di cuoio concio e tanti di quegli anni nelle borsette e sulle spalle, sembravano, e Dio le benedica, ancora due ragazzine a dir su dell’amichetta…
Meditando, a Cala dei Gigli...

lunedì 28 ottobre 2013

Rosa mistica

C’era e non c’è più, a Roma, il gran freddo di quando ero piccola io. Ricordo i vetri di ghiaccio e neve delle macchine nostre (la giardinetta di mia madre e l’automobile grande di mio padre, sempre in vestito da sera) parcheggiate sul viale d’entrata, dove verde anche d’inverno spumava la siepe che d’estate si ricamava di fioretti di zafferano. Ricordo le pentole d’acqua bollente in danza, spandendo fiato, da noi trasportate lungo lo stradone d’entrata; e presto, presto, che si fa tardi, bambini, di fretta, di fretta, Santa Vergine… Mia madre a dirigere il traffico di noi indaffarati. Versavamo l’acqua (che gran divertimento era quello!) che bruciava, in rivoli d’inferno, i ghiaccioli a forma di stella e di luna e poi, presto presto, uno via l’altro, tutti pigiati nel sedile di dietro: Marco e la Sissi e io e mia sorella, per esser portati da mia madre fin sul cucuzzolo della Trinità dei Monti lì dove si biforcan le strade che van, verso l’alto e sulla destra, al Pincio, e giù da basso a mano manca, nel serpente silente della Salita di San Sebastianello.

Salita, per noi, non era. Meglio discesa e giù di corsa con le cartelle (la mia rosso porpora) a batter sulle spalle e sul fondoschiena. Giù di corsa, nelle gote di mela, mentre mia madre, lassù, ci seguiva con gli occhi fin sul gomito estremo che, però, ci inghiottiva. Come poi faceva il gran portone severo dell’Istituto Mater Dei. E il freddo, che freddo, pungeva le gambe nude, in calzettoni corti, e anche il cuore. In cappella, con il basco sul colmo del capo, recitavamo il Rosario, nel ritmo di Sister Francis che ci guidava nelle litanie: Turris eburnea, Rosa mistica. Quasi dormivo nel tepore di quella piccola madre che ci conteneva. Una mattina, dormivo davvero e quando arrivò il momento delle genuflessioni (che si svolgevano nel corridoio, tra due ali di banchi, proprio dirimpetto all’altare) meno male che ci fu la Bezzi a svegliarmi con una gran gomitata e la risata toscana: “Oh Ponti, noi si va, oh tu che fai, tu resti?”

venerdì 25 ottobre 2013

Riccioli neri

Mia madre, ragazzina, era alta una pertica e bruna e ricciuta e ombrosa e di spine per via della statura che una come lei di certo non la mettevi punto in tasca e alle foto di classe la schiaffavano sempre all’ultima fila, con la scusa dell’altezza, mentre le compagne – compresa la Sissi, gambe all’indiana, che era sua cugina - piccole italiane e vezzose nei fiocchi bianchi che portavano, allora, allacciati sul lato destro, tra i capellucci biondi e di seta, tagliati a cascolino. E quanta grazia e quanto amore metteva nonna Stella a pettinar la Sissi, che era tutta quanta stirata nella delizia e piccola tanto che la potevi mettere in una canestra e lasciarla penzolare all’ingresso a chiacchierar con passeri e fringuelli!

Mia madre, in silenzio, subiva quelle sedute amorose e di pioggia e di sassi era il suo umore, protetto dalla maschera del sorriso. Anche a lei, certo, nonna Stella aveva sistemato il fiocco bianco proprio sull’orecchio, poi, però, si era allontanata quel tanto che serviva a prender le distanze dall’effetto materno e, scuotendo il capo, lo aveva tolto in un fiat, mormorando qualcosa che mia madre non udì. Non stava bene, no, quel candore tra l’ali di corvo sue e nonna Stella che aveva sangue d’artista e poco inzuppato di filosofia, invece di far di necessità virtù per non appozzare la figliola, aveva fatto piazza pulita e che non se ne parli più. Via, un baciccia, perché il silenzio torvo della poverina parlava più di una campana a mezzogiorno. Finché un pomeriggio, un pomeriggio d’oro e di sole, non venne il cugino Gustavo a rovesciar Napoleone. Vide la Sissi con il gran fiocco e le soffiò in faccia: “Ma che c’hai, che t’anno messo sull’orecchio, mi sembri una bella scema!” Il fiocco si fece musone e sciolto dalla Sissi finì lombrico a terra. E i tre cugini, alti e bassi, via per i campi, tra i vitigni e il mais…

giovedì 24 ottobre 2013

Lo splendore dei melograni

Nel bel mezzo di un placido pomeriggio festivo, mettiamo di sabato scorso, mi viene la smania di abbracciar con gli occhi un quadratino di verde, due alberi, che so, qualcosa insomma che mi ricordi, seppur cittadina come sono (mio malgrado), che calpesto ancora a piedi nudi la nuda terra, che sono ancora una piccola parte di un tutto che mi trascende e palpita, nel fuoco, dentro di me. Così spinta da questo bisogno che è fame e sete insieme di verità, esco e giro per il mio Rione Monti in cerca dell’erba che mi sfami. E prima provo a Villa Aldobrandini, il mio rifugio nel nido di palme e aranci che sventola sereno sulla folla pazza di Via Nazionale. Ma è chiusa la villa, per un restauro e speriamo che serva perché non c’è niente di più triste, per me, che veder la villa sbrodolata di cartacce e bottiglie di birra vuote nell’incuria quotidiana che la divora. E qui, mi fermo per un minuto di raccoglimento chiedendo a qualcuno che mi aiuti a salvarla; io, per me, sono pronta con le ramazze…

Ma andiamo avanti e proseguo verso i Giardini di Carlo Alberto (per via della statua equestre del re sabaudo divenuta negli anni  più che mausoleo, palestra di giochi per bambini) che sono sentinella al gran Palazzo del Quirinale dove vive uno solo che non è Papa e non è Re, ma è Presidente e rido tra me perché cambiano i nomi nel mondo, ma la sostanza mica per nulla… Ma che sorpresa, sono chiusi anche i Giardini di Carlo Alberto e dovevano riaprire (c’è un cartellone grande e grosso e pieno di nomi e cognomi dei responsabili impuniti) in maggio e invece sono chiusi ed è già quasi novembre. Ancora, andiamo, andiamo. Eccomi ai Giardini di Sant’Andrea, dove portavo Leonardo bambino e quanti ricordi accendono! Come? Cosa? Chiusi pure loro e non c’è neppure un fischio, un rotolino di spiegazione… Chiusi e marameo.  Vabbè, torno sui miei passi, demitto auricolas, e proprio mentre sto attraversando Via Nazionale, vedo in lontananza due pini d’Aleppo sventolarmi nel ricordo dell’anima accesa. Arrivo, arrivo! Sono i pini che ornano l’arcigno palazzo del Viminale ed è lì che mi rifugio per fotografar col cuore il verde mio interiore. E siccome la natura, nella persona una e trina della Provvidenza,  ha sempre un regalino per chi bussa alla sua porta, li vedo, li vedo! Sotto al palazzaccio bianco, a destra e a manca, ci sono tanti melograni verdi di fronde e carichi di pomi aranciati e rossi e d’oro. Melograni d’abbondanza che paiono chiamarmi: coglimi, coglimi. Ma nulla, mi limito a bearmi di loro ed ecco, nel ricordo, uscir dal suo cappello a cilindro un certo signore dagli occhi turchini che, a ogni visita romana, mi recava i melograni del suo giardino. In regalo mi portava i melograni e la sua risata allegra e turchina…

sabato 19 ottobre 2013

Captivus diaboli

Viviamo in un mondo di immagini: tutto il santo giorno, sul computer, in televisione, sui cartelli pubblicitari, persino in autobus e in metropolitana ci inseguono e di qui e di lì, di sopra e di sotto, eccoci, tutti quanti, immersi in un carosello – o forse un sabba, chissà - continuo di icone forsennate, sghembe, ritagliate nel caos, icone che non sono quelle ortodosse, dipinte nel cosmo, epifanie del sacro nel cielo d’oro della meditazione. San Luca evangelista dipinse la prima, ed era un’immagine di Maria, la vide in sogno, la grande madre nostra e ce la regalò e non fu certo il primo…
Esse, le moderne, sono, invece, immagini che parlano del mondo in cui viviamo, un mondo che ha i piedi in cielo e il capo in terra, il mondo di Cocchiara e che Ernesto De Martino raccontava a modo suo, cioè tornando indietro nel sentiero della tradizione, quando le parole erano figlie della terra e non del pensiero politicamente corretto e tutto umano e quindi caduco, passeggero, in fuga. Sapete perché cattivo vuol dire cattivo? Ci vengono incontro la filologia e la semantica che sono sorelle e si tengono per mano. La prima, che racconta l’origine delle parole, dice: “Cattivo vien dal latino captivus e vuol significare prigioniero”; la seconda che spiega invece l’uso che della parola si è fatto nei secoli, ragiona: “Ed è perché nel Medio Evo l’uomo maligno era “captivus diaboli” che si è finiti per dir cattivo di una persona che il bene lo conosce poco”. Ed ecco che la parola cattivo si fa immagine e, figlia delle terra, mostra le sue catene a noi che le dimentichiamo nel fraseggiar vaghezze, perdute in un cielo rosso fuoco…

E sorrido al pensiero che, qualche giorno fa, una certa amica di cui non dirò nome è azienda, per carità, assunta da poco, mi ha chiamata, ridendo un poco e un poco no: “Abbiam fatto una riunione di tot ore e poi un’altra e un’altra ancora e ancora non ho capito che lavoro devo fare…”. Un’altra amica, che lavora in un organismo internazionale, per raccontarmi che cosa fa in quelle infinite stanze nel cubo bianco (che non è neppure territorio italiano) ci ha messo più di un’ora e io ancora oggi non ho capito un'acca e fate voi. Io, a sentir tutto quel loro latinorum al vento, ho sentito il profumo della terra e avrei voluto essere in Sabina, con Angelo, a raccogliere le olive... 

mercoledì 16 ottobre 2013

Inseguimento alla catalana

Mi piace, a volte, quando il tempo lo consente, sedermi bella bella sul mio divano color caffelatte dai cuscini turchini e, con il telecomando saldo nella destra, saltare da un canale all’altro, ché oramai ce ne sono tanti e troppi e non come quando ero piccola io. In quella macedonia di chiacchiere, che a volte sono diavoli travestiti da cherubini, mi sento cavalcar in un nulla eterno che sa di detto e ripetuto. Allora mi rifugio sulla nuova televisione della Feltrinelli dove so per certo che, a una certa ora, si parla, con una giornalista bellina ed educata, delle città di mare. Ah, la mia Lisbona! Ecco Istambul, bella nel suo corno d’oro, che io amo e non so neanche dire perché. Qualche giorno fa la nostra signorina era a Barcellona che, per me, avrà sempre il profumo di Michel e vallo a spiegare che cosa vuol dire in catalano cunill...

Ero lì ad bearmi di ramblas e paella con la bella giornalista e il solito esperto di costumi locali (che a me fa pensar, dispiace dirlo, alla caricatura di Amarcord…) quando d’un tratto, vedo come una meteora filare a saetta in lontananza; sullo sfondo, ecco un gomitolo rosso e nero, sfrecciare alle spalle dei due che, intanto, seguitano a cicalare di usi e costumi catalani. Continuo a guardare, ad occhi aguzzi. I due ora parlano della Sagrada Familia che, a me, devo confessarlo piace un poco, ma mica troppo, perché, credo che basti mezza pieve nostra a farne tre di Sagrade Familie e scusate la sincerità. Parlano, i due, comunque, con il sussiego che, secondo loro, meritano i capolavori quando, a mano diritta, ecco ricomparire l’arcana freccia bicolore e in un guizzo capisco:  un cane e un gatto! Un cane nero corre corre appresso a un gatto rosso e il primo ha il muso nel sedere del secondo che, a coda ritta, se la fila col demonio nelle zampe.  Un arruffio di  peli e zampe matte, in barba alla buona educazione, in marameo alle sacre telecamere… Via, zoom, di corsa, come in un cartone animato, di qua e di là a fregar la scena alla cultura catalana. E ora, per piacere, non chiedetemi di che cosa stavano parlando, seri seri, i due poveri conduttori…

domenica 13 ottobre 2013

Buongiorno Peppapig

Seduti, in felici pochi, sulla scalinata di Via del Sambuco che ha per sentinella la bianca mole dell'Istituto Angelo Mai, ieri sera, nel via vai dell'Ottobrata Monticiana, abbiamo ascoltato, tra risate e sorrisi un assaggio dei racconti della Jeanne De Casalis, letti dalla Elide che ha interpretato Mrs Birch e Miss Twist con divertita ironia. E c'erano grandi e piccini e anche un bebè in gran sonno, cullato dalla voce dell'Elide, felice, nel tepore sicuro del suo papà.
Tra gli altri, tre bambine, una più deliziosa dell'altra. Erano tre in fila e sedute accanto a me. Una più grandicella, mora mora quasi saracena e una in mezzo, tutta indaffarata, tra le cercine bionde, a finire l'enorme panino al prosciutto fornitole dalla mamma, e la terza, bella come una bambolina di bisquit, con certi capelli neri neri che parevano di carbone e la pelle di Biancaneve. La più piccina, diciamo la bambolina di bisquit, teneva le manine  in croce sul cuore come a proteggere un segreto. Silenzio a chi le chiedeva lumi. Ha risposto la più grandicella, per quell'altra: "Ha una collana di Peppapig e non vuole che gliela rubino. Capisci: è di Peppapig...". Già... Una voce adulta: "La piccola ha letto il ramo d'oro di Frazer!".  E la bambolina, se possibile, ha stretto ancora più le mani a proteggere la sua maialina rosa. Si prosegue con la lettura e le bimbe zitte, rapite. Chi dal panino al prosciutto e chi dai suoi pensieri di farfalla, chissà.
A un certo punto, conclusa con un applauso la lettura, qualcuno regala non so più cosa alle bambine e dà il compito alla più grandicella di passar il dono anche alla piccina che però mi pare, a vederla - anche se il buio copre col suo manto nero noi e anche loro - abbia un pippi a strofinare gli scalini. E infatti, sento l'amichetta rispondere, seria seria, al donatore: "No, non vuole niente. Sai, le si è rotta la collana di Peppapig". E in quella tenera serietà composta, in quel musino senza lacrime mi è parso di riconoscere, intera e viva, la gran pena dell'umanità che cammina nel mondo, tenendo per mano la propria personale Peppapig color di rosa,  il ramo d'oro che ci par nostro e che non vogliamo ci sia portato via...

sabato 12 ottobre 2013

Ottobrata Monticiana, con Michelle

Per l'Ottobrata Monticiana, che è arrivata anche quest'anno al sapor d'uva Regina, Michelle, anima della Librinecessari in Via degli Zingari, ha tirato fuori dal quel suo cilindro immaginario (che mi par di vederle in capo e tutto ricamato di stelle...) tre serate tre che han riempito (ieri con le poesie romanesche di Mauro Maré) e riempiranno (oggi con i Granelli di Roma di Leone Antenone) la grotta della libreria che, notturna com'è, si accende di lume nel segno della poesia e della prosa che, come si sa, han sempre le ali come il caduceo di Mercurio. Io, in quella grotta di Betlemme, ho imparato a dire arrivederci e grazie nella bella lingua di Confucio (che amo)...
E domani, alle sei di sera, sarò lì per festeggiare, io con altri - e tanti spero -  Jeanne De Casalis di cui anche Michelle è amica, al par di me. Elide Nicolai (grazie Elide!) leggerà uno dei racconti di gusto e lustro di "Lei non sarà mai infedele". Che poi quel lei non è altri che la vita. E la vita, la vera vita, quella che si nutre nel fiume, nella spirale del serpente sacro, si sa, non mente mai. Nuota svelta tra le menzogne del mondo e dei tanti, troppi chiacchieroni, e  smaschera le une e gli altri col tempo e piano piano. Oh quanto si divertiva, con aggraziata ironia, la Jeanne a ridacchiar di quanti si riempiono la bocca di latinorum per sciorinar bugie buone al massimo per farci il brodo! Ma le spine del mondo, come accade nell'alchimia della scrittura vera, si fan dolci, inzuccherate dalla pena per la miseria umana e diventan tante  parole argute che si rincorrono nei racconti che sono davvero unici e belli e veri. Vabbè, la finisco qui e nel salutar voi con una riverenza, ringrazio Michelle e torno a invitar chi avesse quelle due ore di libertà alla domenica sera, per ricominciar  daccapo la settimana in buon umore, alla Librinecessari, in Via degli Zingari, alle sei di sera.  Io ci sarò, ci saranno quattordici copie del libro per chi lo volesse acquistare (ché le altre, ohimè, non sono riuscita a salvarle dal macero...) e, tra - spero per la Jeanne - tanti, ci sarò anche io...

mercoledì 9 ottobre 2013

Nel fiume e nel mondo

Al numero tal dei tali di via Leonina c’è un piccolo negozio prezioso, difeso da un gran portone di ferro, che pare quello di un caveau di banca. Il negozio, piccolo, tutto quanto d’oro come un velo d’odalisca, è custodito da una sacerdotessa dai capelli di rame, lentiggini spruzzate sul naso, un sorriso di sfinge, sempre vestita dei colori della terra. In questo negozio, dove sono stata oggi e ieri, si celebra, a volerlo, la festa dell’odorato, che è, secondo me, un senso perduto, come dimenticato, negletto, per noi che siam figli della modernità e di cibo soltanto par che parliamo. Che l’odore non arriva via cavo, e neanche su Skype… Ricordo, ricordo bambina, l’odor di bucato e di bianco e pulito che non era quello del Dixan o del Dash, come è oggi sulla pubblicità. Ricordo la Mimma, abbracciata ai panni, che stendeva nel vento quel profumo croccante, di nuvole e fresco... Ricordo, bambina, il profumo del Calycanthus, d’inverno, quando tutti i fiori eran stenti e lui, solitario, con i rami d’osso muto, carichi di fiorettini d’oro; ricordo la scia soave, inebriante, che entrava dalla finestra aperta della camera di mia madre, in recupero d’aria. Ricordo l’odore delle mele, a Sangiuliano che erano profumo loro pure, e rosse e fragranti, quasi odor di vaniglia.

Ma torniamo in Via Leonina, nel negozio che dico dove si vendono profumi di Keiko Micheri e di Annick Gutal e di altri e tanti, vestali del naso, alchimisti moderni nella ricerca della pura bellezza, dello spirito profumato del cosmo. A me piacciono i profumi alla rosa, ma ce ne sono di tanti e di troppi ed è una festa davvero. Il naso è al lavoro e così la nostra Beatrice, che, lei sì, dà un nome a ogni essenza ed il nome è un apriti sesamo per il paradiso. E mentre s’odora ora questo ora quello, eccoci in grembo al tempio, dove il profumo è vestito e spirito insieme. Si diventa tutt’uno, nel profumo che è nostro. Nel fiume e nel mondo…
Avrei voluto mettere un Calycanthus.... E' un albero di arancio che mi è molto caro...

sabato 5 ottobre 2013

Il signor Grecolatino...

Se anche Massimo D’Azeglio, ed è vero per averlo io letto con questi occhi tanti, pensava che studiare il greco e il latino (persino ai tempi suoi…) fosse una perdita di tempo, nel tempo in cui i ragazzi, freschi e verdi, seminano la messe del sapere per dare poi i frutti nella maturità, dicevo, se è vero questo, io mi dissocio anche da lui, che pure resta nel caldo del mio cuore per come scrive in italiano, amando la sua lingua come e più di una madre amata. Passi che lo dicano (e lo dicono per averlo io sentito con queste orecchie tante) quanti lavorano, mettiamo, in Banca d’Italia (ché con l’anima di solito ci contano i denari e l’interesse), ma da Mammolino proprio non me lo aspettavo. E sono caduta in terra, a sacco, come una pera cotta per esser io, forse, tra i pochi, che ancora difendono la gran scuola del pensiero classico, calzata da Esopo e Tito Livio, nel periodare criptico di Tacito e nelle invenzioni d’Orazio, inventata da Giovanni Gentile oramai quasi un secolo fa.
Siamo in pochi, olè, ma non mi perdo d’animo perché quando, come ieri, vedo mio figlio, chino sui ricordi di Marco Aurelio, nella lingua pura della bellezza e della filosofia, e sentirgli dire che finalmente ha capito perché si studia il greco, bè, lo ammetto è una gran soddisfazione, come svegliarsi con l’aurora a Cala dei Gigli e osservare il sole, a est, colorare d’oro l’aldia bianca e poi, nella porporina del giorno appena nato, stirarsi tutto quanto nel perduto orizzonte, risvegliando, nel miracolo della risurrezione, gli uomini e le cose…

I libri moderni, però, anche i migliori mi restano sulla strozza. Sicché quando, mettiamo, mi si chiede una mano per ripassare i comparativi e i superlativi irregolari di certi aggettivi antichi, definitivi, come buono e cattivo (irregolari per essere stati masticati in tutte le salse…) io prendo il mio vecchio libro di teoria della lingua greca. E’ vecchio, scalcinato, color carta macilenta e non colorato come il fratello minore (in mano a mio figlio), ma a me risveglia la memoria. E poi, a pagina quarantotto,  proprio lì dove si parla di aggettivi regolari e irregolari, ci sono disegnati su due cani, uno di profilo e uno a tutto muso e mi sorridono, come faceva Monica, la mia Monica, seduta nel banco insieme a me, Monica, che allora, me li disegnava..

mercoledì 2 ottobre 2013

Viva Napoli!

Esco di rado, la sera. E dormo presto, rapita nel silenzio che amo. Nel sonno, che mi guida, ritrovo il mio centro e il sentiero chiaro,nel bosco, ma ieri sera, con mio marito ci siamo ritrovati a Via Margutta, che è di Roma l’anima buia, distesa com’è, placida e serena nonostante la crisi e Letta e Berlusconi, sotto al verde, credo, di Villa Borghese. Eravamo invitati - lui, almeno e io lo accompagnavo – a una cena vegetariana in onore di una certa associazione animalista, nel giorno del compleanno di Gandhi, che è, per loro, Mahatma e maestro. C’era infatti anche il vice ambasciatore d’India, ma il nome non lo ricordo e non lo domandate…

Seduti a una tavola apparecchiata con gusto moderno, arrivano le pietanze tutte veg, porzioni piccole e colorate in certi piatti bianchi grandi come tante lune. I commensali piacevoli e si parla, come si deve, di questo e di quello, nei piccoli conversari quotidiani che restan sulle nuvole per non ferire nessuno. C’è una bella giornalista della Vita in diretta e ci sono due simpatiche signore dell’ufficio stampa e altri, laggiù, con i quali ho parlato poco, e c’è anche un beagle che dorme mentre noi mangiamo. Si parla di tutto e di nulla, con quella riservata mondanità in stile comunità europea che mette le manette alla spontaneità. Finché però, e l’ora si  è già fatta piccola, il discorso, sia come sia, scivola su Napoli. E Napoli, che pure vive sotto un Vulcano nero, allarga i cuori e nella risata ritrovata, genuina, vera, grande, un simpatico signore racconta di lui che camminava con un amico sul marciapiedi napoletano, andando per i casi suoi, e sente un clacson suonare a campanella e dai e dai finché non si volta: e c’era una macchina proprio sul marciapiede che chiedeva strada a lui e dentro un automobilista inferocito, con un bel paio di corna sul cruscotto… Viva Napoli! 

martedì 1 ottobre 2013

Mammolino e Ciccillo

Davanti alla Librinecessari (dove Michelle accende col sorriso la voglia di leggere a chi passa per la via  degli Zingari ai Monti) ci sono, a volte, degli scatolotti di banane e dentro libri e volumi sull’universo mondo a pochi euro. A me fan gola sempre e sempre ci perdo quei, diciamo, quindici minuti di gioia perché vi trovo, a volte, il mio passato (miei autori, miei passioni antiche) e altre libri che paion dirmi “comperami, comperami, Ester, e non ti deluderò”. A volte, poiché ho la testa piena di pensieri, compero anche dei doppioni perché non ricordo se il tal libro l’ho preso in biblioteca (e quindi l’ho restituito) o, invece, l’ho acquistato e se ne sta a dormire chi sa dove tra gli scaffali molti che ornano la casa…

Così ieri, eccomi trovar, tutta contenta, i ricordi di Massimo D’Azeglio, che sono, per me, lume di scrittura, con quell’ironia garbata, tutta piemontese, che era di quei tempi ben educati. Mi piacciono i ricordi di D’Azeglio (li ho doppi, ohimé, uno della Bur e l’altro neppure ricordo l’editore), soprattutto lì dove racconta della di lui, spartana, infanzia e dei suoi giri giovanetti per i Castelli romani ancora papalini. Mi piace e quanto mi piace scoprir che in famiglia non era il signor ministro con i gran baffi ottocenteschi  e neppure Massimo Taparelli marchese di D’Azeglio, ma più semplicemente Mammolino. Così come Francesco De Sanctis, il gran letterato, l’autore della Storia della letteratura italiana, anche lui ministro, era per i suoi (si legge nella sua autobiografia “La Giovinezza”) semplicemente Ciccillo… 

Sopra Ciccillo, sotto Mammolino...