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mercoledì 29 gennaio 2014

Temistocle d'Australia

In una certa casa nel verde d’Australia, dove ebbi la fortuna di andare e vivere persino, ancora in danza di gioventù verde e bionda e croccante, viveva (e vive tuttora), anche se i figlioli sono oramai un poco di qua in Europa e anche di là, agli Antipodi, una famiglia numerosa che portava, mutato ma non troppo, il cognome di un fast food americano. C’erano due fratelli e tre sorelle e tutti quanti, chi di più e chi di meno, si è fatto strada per le vie del mondo.  Ma non è di loro che scriverò e me lo perdoneranno, sapendo, pur nelle distanze, quanto in caldo sono nel mio cuore per certe lunghe passeggiate in bicicletta lungo gli argini di un canale, per un vecchio gatto nero che avevano chiamato Stracci (in onor mio che ero italiana), perché uno di loro mi insegnò, senza saperlo, ad amare i caratteri cinesi (che vorrei saper leggere e non so…). La penna mia corre e, invece, dei vivi, spinge e punge per parlar di un morto. Ricorda, la mia penna, come l’avessi davanti nella memoria viva del dopopranzo, il ritratto di un nonno loro, un baronetto, un avo di dignità anglosassone, il quale, nella barba stirata e nei baffi solenni ci guardava, giocare, dall’alto del suo Olimpo. Chi eravamo noi, fratelli, ospiti, cugini, a petto della di lui grandezza? Lui, nello scranno di un pater conscriptus, patrizio naturale, e noi, plebei. Che cosa mai avremmo potuto combinare che per lui non fosse gomma americana già masticata e senza sapore? Era lui e basta, tutto quanto e noi, più o meno nulla. Era il pensiero, dico la verità, più dei fratelli e dei cugini che mio. Ma ne facevo parte, in comunione d’età e di fratellanza bambina. E mentre il quadro torna vivo, ecco una mail di una certa signora che amo e che mi racconta, dal paese di Oz, del baronetto una storia viva che parla di lui più di quel ritratto al falpalà. Un giorno, mentre se ne stava chino su non so più che legge dello Stato, entra la moglie col figliolo tossicchiante al collo: “Vieni, per piacere?, dice lei. E lui, alzandosi, citando Temistocle: “Tieni in braccio il capo della casa. E’ lui, infatti, che comanda te e tu poi comandi me”. Pazienza, si alzò, nella sua vita parallela, e passò l’intero pomeriggio a far le ombre cinesi al pupo…    

lunedì 27 gennaio 2014

I giorni della merla

Fa un gran freddo in questo scorcio di gennaio che pattina - o almeno così lo vedo io con gli occhi dell’anima - in berretto e muffole, la sciarpa rossa al vento, sul lago ghiacciato di Dobbiaco che mi fu caro per un’antica passeggiata tra i cavalli selvaggi, nel gelo bianco dell’inverno profondo, con Mahler nel cuore, fianco a fianco dell’uomo che ho scelto per compagno di vita e che ancora, e quanto ringrazio, mi è vicino e caro. Erano tempi, quelli, ancora italiani e si pagavano gli sci a nolo con le lire agli altoatesini che l’italiano lo parlavano sì e no, ma tanto fa, i canederli sono buoni e anche gli gnocchetti di spinaci conditi con lo speck…

Fa un gran freddo, in quest’Italia che sembra dibattersi in una strana crisi che pare non finire mai, mentre la colombella bianca del Papa finisce tra le grinfie di un corvo nero e poi, pluffete, in pancia a un gabbiano, l’Italicum potrebbe pure fare la fine dell’Italicus e persino Massimo Ranieri, e lo dico con il cuore in terra, delude (almeno la sottoscritta) duettando con chi non lo meriterebbe. E nomi, badate bene, non ne faccio ché seguo il detto latino del dicere peccatum non peccatores. Insomma sono qui e non so che cosa fare; se uscire nell’ovatta fredda a comperar panis e perna oppure se restarmene in casa a cucire una bennibag e mentre penso e ripenso e srotolo il pensiero facendone altri quattro, dico garrula, in passo di danza, e anche un poco professorina, a mio marito: “Lo sai, questi sono i giorni più freddi dell’anno e sono i giorni della Merla…”. E lui, che è già immerso nel lavoro, in un grugnito: “Meglio i giorni della merla che i  soliti giorni di mer…” 
Nel mio cuore sabino...

giovedì 23 gennaio 2014

Sotto i bombardamenti




Questa mattina, sotto un cielo di polvere, nella luce bianca di una giornata qualsiasi di gennaio, avevo un appuntamento colorato d’oro al sapore della suprema felicità, lì dove la via delle Quattro Fontane crea la croce sacra, appunto, delle Quattro Fontane. Di buon’ora, fresca, dopo una notte serena passata in gioia con le mie gallinas albas, eccomi pronta a salutare chi, per me, è cuore e anima del mondo. E grazie, dico grazie e, con la mia felicità rotonda, tutta quanta inzuccherata di mistero, auguro lo stesso a tutti, nel bel cammino di questo mondo e della nostra povera Italia (che amo)  che mi par dibattersi, infelice, con i piedi in aria e il capo a ruzzolar per terra…

E dopo, con il cuore ancora pieno di lucciole nel buio, sono andata a San Carlino che, come saprete, è una piccola chiesa e uno scrigno borrominiamo di raccoglimento e di bellezza. In alto, lassù, la colomba bianca dello Spirito Santo in gloria, nei ricami di fiori e foglie d’acanto che fanno un girotondo, accompagnando l’anima in paradiso. Poi, via a casa, per metter un poco di sale nelle mie dorate stanze. E mentre me ne tornavo a casa, col capo negli arabeschi in  cielo, mi viene incontro una signora che conosco e ci fermiamo a dir quelle quattro parole in croce che sono il condimento della quotidianità. E mi racconta, e non so neppur perché, che da piccola, una volta, i suoi fratelli maggiori (che sono ben tre e crepi l’avarizia!), asserragliati sul piano alto del letto a castello, la bersagliavano di cuscini e animali di pezza e lei dai a chiamar la mamma che, invece, chissà dov’era e che cosa caspita stava facendo, orecchie piene di farina. Insomma, marameo e il bombardamento continuava. A occhi chiusi, la piccola sopportava, ahilei, il gancio del destino, quando, d’un tratto, più nulla. Un occhio e poi l’altro e la nostra vede un gran trambusto in cima al letto e gambe e braccia in rivoluzione e poi,  patapunfete: due fratelli giù per terra, miseramente. Nel sapore di quella vittoria, ride e, tra i fili d’argento, rivive in lei la bimba che fu, nella giustizia ritrovata, regina… 

lunedì 20 gennaio 2014

Quei minchioni



C’è un certo signore di mio gradimento in una bottega all’Esquilino che è, per me, maestro di vita e gran filosofo di scuola d’Aristotele. Con lui, che pare uscito, fresco, da una satira di Orazio, mi piace scambiar due chiacchiere e, a volte, starmene in un canto, con la scusa dell’attesa, mentre altri dicono la loro di politica (di solito) oppure anche di quanto si sta male da che c’è l’euro e di come non si arriva più alla fine del mese, col magro grano che c’è in casa ché neanche al mercato si può andar col cuore lieve. Io, lì, zitta e mosca, in un angoletto col taccuino acceso della mente. E qualche giorno fa, non mi ricordo né il mese né il giorno, si organizzava, tra gli abitanti all’Esquilino, una fiaccolata contro il degrado del Rione che, come si sa, è il cuore multietnico di Roma; la cosa  a molti piace poco perché la gente di tutti i colori, che va e viene tra la piazza Vittorio e le vie dei piemontesi, ha i propri usi e costumi che mal si accordano – a volte – con la romanità. Dunque, così. Entra una signora  di gran passo a portare un volantino per far pubblicità alla fiaccolata che servirebbe ad accendere l’attenzione al Campidoglio che pare, dice lei, addormentato tra il Tevere ed il Nilo, chiuso dentro al Palazzo del Senatore.

E di su e di giù, la nostra Giovanna d’Arco, via a squadrare i motivi della passeggiata incendiata al lume della luna che sarebbe contro, insomma, all’ecumenico benvenuto a chi italiano non è, senza scriminature e tagli bassi. E il mio filosofo niente, zitto e seguita a fare il mestiere suo che dirvi non voglio e anche non posso. La signora parla e spiega e mette virgole, punti e punti e virgola e si capisce bene che è contraria allo ius soli che piace tanto a Matteo Renzi e ad altri ancora e ancora. Finché dopo un poco il nostro sbotta: “Ma che nun ve lo ricordate Caracalla? Fece tutti quanti cittadini romani, sissignore, ma sortanto pe’ fa paga’ le tasse a tutti quanti; e pensaveno puro che fosse bbono, quei minchioni…” 
Le mini bennibags...

venerdì 17 gennaio 2014

Nella piccola bellezza



Avevo scritto, ma qualche tempo fa - quando cioè della Grande Bellezza proprio non si parlava – un piccolo post che si intitolava e si intitola, appunto La Grande Bellezza (vorrei metterlo come link a questo, ma non so mica farlo, per cui, casomai, bisogna cercarlo in soffitta…) – e vi raccontavo, e ne sono convinta anche adesso che il film di Paolo Sorrentino è in profumo di Oscar e che non se ne può più parlar così e così che ti mandano a quel Paese, che la storia del Gambardella si regge con le pinze, che il  finale fa persino sorridere, che pare, nella trama, un temino smangiato,  che la pellicola  pare solo un malinconico pretesto per raccontar la bisanzio in cui siamo sepolti, nell’umanità vuota che la abita. Insomma, a parte la bellezza di Roma, della mia Roma, quella sì eterna, c’è poco più e l’Italia, poi, non ci fa una gran figura e a me, via, dispiace…

 E ho pensato a questo e a come dobbiamo sembrar tristi e decadenti noi italiani in America, proprio mentre, qualche giorno fa, mi sono vista alla televisione “Felicità”, il trionfo tricolore in Russia di Albano e Romina Power. Mai avrei pensato, e vi prego non giudicatemi per questo, che avrei veduto, un giorno, anzi una sera, un concerto di Albano e fino a notte in pigiama.  Io? Io che sono cugina di Bellini e Donizetti. Io? Io che sono figliola di Buxtehude. Io? Io che vado a dormire ad gallinas albas. Io? Io, per Albano… E, invece, me lo sono visto tutto intero, cantando l’italiano vero di Toto Cutugno e mi sono piaciuti anche i Ricchi e Poveri e la brunetta ha sempre gli stessi occhi di stella di quando i suoi anni eran verdi come gli occhi. Per non dir di Umberto Tozzi che ho ballato nella gloria. E, insomma, mi è parsa quella Italia lì, perduta, nazional popolare, in pantofole, migliore, e di molto, di quella desolante sarabanda di anime vuote del film di Sorrentino. E sono andata a dormire col cuore in alto, pensando a Rio Bo di Ada Negri, nella piccola, grande bellezza…   
Ecobennibag ad flores albos

mercoledì 15 gennaio 2014

Cocco di mamma


C’è in tutte le famiglie, e anche in quella numerosa assai dove sono nata io, un campionario vivace dell’umanità. E ogni figliolo, per esistere nel mondo,  immola il fiume suo silente per essere visto ed esistere agli occhi inquieti di papà e mammà e così, per vincere la trasparenza, mette una maschera e si fa persona. Già, non so se lo sapete ma in latino (che è la nostra antica lingua madre, anche se la modernità vuol metterla, assieme al greco, a ko e calano, ahimè, le iscrizioni al classico che vien bollato come inutile e inutile non è…) vuol dire appunto maschera e quindi ogni persona è più che persona, maschera, un personaggio scelto nel mazzo per pavoneggiarsi nel gran teatro del mondo. Per motivi che dirvi non posso, a me capita sovente di guardar dietro la maschera ( e quindi dietro la persona) e vedo, chiaro in chi mi sta di fronte il bambino travestito in latinorum che tutto farebbe pur di esistere ed essere riconosciuto non più soltanto da papà e mammà, ma dall’universo mondo. Che è, poi, come dire votarsi all’infelicità perché, nel gioco eterno delle reazioni, s’incontra sempre il fratello, con su la mascherina sua, che intralciava i piani suoi bambini e si faceva re dei genitori, alla faccia del suo annaspare matto.

Io, a volte, li vedo questi bambini affannati a far di sé un capolavoro da essere ammirati, affamati sempre di nuova gloria, in una fame che non finisce mai. E provo smarrimento e compassione insieme. Ieri, uno di questi, in doppiopetto,  pur di rovinar la festa agli altri, rovinava anche la sua. Ho chiuso gli occhi ed eravamo, bambini, lungo la riva a Cala dei Gigli e un gran castello baciava la spuma del mare. E lui, quello stesso di ieri, ci saltava sopra a zompo, perché non avessimo noialtri quello che non poteva avere lui  da solo…
Le bennicards...

domenica 12 gennaio 2014

Sogno e sono desta



Io, lo confesso, ho per Massimo Ranieri una vera, grande venerazione. Lo sento, quando canta, cantar dal fiume profondo e la voce sua di fuoco e acqua insieme ritornar, viva, nel mondo in una grazia rotonda che non trovo in altri, mai. E certo non nei cantanti di oggi che a me, spiace dirlo, sembrano tutti o quasi miagolare o pigolare tra le note, staccati dalla fonte e tutti quanti con poche radici, perduti nel gioco matto del sembrare che poco somiglia all’essere. Sicché, sabato sera, potete ben immaginarmi attaccata alla televisione ché neppure un secondo mi sono perduta di “Sogno e son desto”, dove lui, Massimo Ranieri, ha cantato per tre ore buone, regalandomi una gioia d’oro, silente, radiosa nella mia rinata primavera. Ho avuto, per Francesco De Gregori, poco trasporto (e ricordo che piaceva tanto al mio Vittorio…) e di più, senza aspettarmelo, per Andrea Bocelli che ricordavo alto e un ragazzone e che ho ritrovato, invece, quasi timido, in una bella voce impallidita al pari dei suoi capelli di neve.

Me ne sono rimasta lì, ben sveglia, io che sono solita andare  a dormire ad gallinas albas, perché uno che canta “Io sono un istrione” come lo ha fatto, ieri, Massimo Ranieri è impossibile trovarlo… E mentre me ne stavo lì nella mia piccola estasi televisiva, mi è venuto in mente, come in un’apparizione, che una mattina di cielo terso, con un bel sole di grano a splendere sui buoni e suoi cattivi, io ero andata ad ammirare Santa Teresa del Bernini in Santa Maria della Vittoria. Esco, col dardo dell’angelo ancora acceso, e mi viene incontro sul marciapiedi che sta in fronte a Santa Susanna un tipo smilzo, a capo sghembo, lo sguardo basso come a proteggersi da occhi curiosi; era nascosto come da un gran cappello, che pareva una scoppola ingrassata di colore, mi pare di ricordare, giallo canarino, a quadri larghi sul marroncino. Curiosa del mistero custodito così gelosamente, lo guardo, da sotto in su, cercando di spigolare il suo segreto. Ed era - io felice - proprio lui, Massimo Ranieri! Sogno e sono desta...

giovedì 9 gennaio 2014

Era San Marco



Va bene, lo ammetto, sono qui seduta davanti al mio mini pc, gironzolando senza meta e invano nei mondi virtuali della rete, ad aspettare l’idraulico che, come si sa, è oramai il flamine del nostro tempo e che, nel mio caso, si chiama Mirko. E mentre aspetto, paziente, a capo chino, in buon ordine, come ogni bravo italiano fa in questi casi d’acqua e con il buon umore di chi attende la propria terra promessa, vi racconto, tanto per passare un poco di tempo a fischiettare tra le mie gallinelle bianche, che, durante le mie vacanze nordestine, me ne sono andata, insieme con chi so io, in una giornata di sole d’oro e croccante di cielo di bucato azzurro, a Venezia. 
Ed eccomi ai Frari, condotta da un filo anche lui d’oro, che, su e zò pei ponti, conduce i miei passi diritti davanti all’oro (ancora e sempre) dell’Assunta di Tiziano. Seduta, in terza fila, nel silenzio che è mio fedele compagno, nell’umiltà che si prova davanti ai capolavori, guardo lassù, tra gli angiolini, alla Madonna che, in gloria, se ne sta nel suo paradiso in cielo. E mentre lei mi par, festosa, tra le nuvole, chi mi accompagna brontola che ha fame, che  è ora di tornare a casa, che il sonno cuce gli occhi e fa tremolar di panna le gambe. Faccio orecchie da mercante e seguito nella mia visione, ma il brontolio non smette e anzi mi gira e rigira a mo’ di mosca dentro e dal capo allo stomaco e ritorno.

Va bene, cedo. Si va a mangiare quei tramezzini con la pancia piena che sono tanto veneziani da parere goldoniani. E poi via, tra calli e campielli, in un rincorrersi di mercerie, nella fiumana umana che ora compare e ora scompare, a seconda se la via è abitata dalle botteghe oppure no. Io, con il mio brontolone, seguo le strade più deserte, deserti luoghi d’anima, e cammina e cammina, in un dedalo allegro, e par che non si arrivi mai. D’un tratto, dal nulla, compare in uno spicchio di cielo in quadro come un gran ricamo bianco, di guglie al sole, di sguincio, in gloria pure lui e io, al mio piccolo compagno: “Oh guarda che meraviglia di chiesa; è la Madonna in paradiso!”. E lo confesso a voce bassa, sbucando nella piazza che tutti conoscono, almeno in cartolina: era San Marco…
 

domenica 5 gennaio 2014

Lungo l'Orientale sarda

Al chilometro tal dei tali dell’Orientale sarda, proprio di fronte a un paesetto  sul quale, alto sul monte, incombeva e incombe un masso che io, bambina, tremavo al solo pensiero di alzar gli occhi a guardarlo, c’era (e c’è anche adesso) un posto di ristoro che allora era di un signor Mario e ora, credo, di suo figlio, ma gestito da altri che non conosco e ragazze con gli shorts corti così e allegre e niente affatto sarde. C’era il bar (latte a lunga conservazione e buondì Motta soltanto e un posto per telefonare) e, accanto, un negozietto dove noialtri Ponti – ché allora mica c’era l’Auchan e forse neppure il Dettori di Porto San Paolo – si faceva, a giorni alterni, la spesa. Andavo con mia madre a Vacci e poi dal signor Mario, che era un tipo piccolo e magro, con due occhi vispi e la mano destra sempre pronta a regalare le mou alla panna, nella loro carta plasticata color cielo, che si scioglievano, in delizia, in bocca. Per me, un paradiso.

Andavamo, mia madre ed io, a sceglier il Dolcesardo e il pecorino e poi anche la frutta che, un poco stenta, se ne stava in canestre diverse ad aspettarci, chiamandoci, susine e perette, come buone amiche. Si doveva poi andare alle Poste, al fermo posta anzi, a verificar che non ci fossero lettere importanti per mio padre che ne aspettava sempre, cascasse il mondo, ma loro mai. Per andare alle poste, si attraversava l’Orientale che allora non era come adesso un’autostrada a un’unica corsia. Ricordo, ricordo come fosse accaduto domani, all’Epifania, che, mentre mia madre faceva la coda agli sportelli, io me ne stavo seduta sugli scalini ad aspettarla e il sole mi cucinava la schiena e i capelli biondi. “Perdutta sei?”, mi domandò una signora un giorno. “No – risposi – sono Ester”. Nel riso di lei, finì la mia avventura, mentre scoloriva la mattina inghiottita dall’oro del Mezzogiorno…

giovedì 2 gennaio 2014

Un caldo porco

Corre, corre l’Italia, dal finestrino della Freccia che mi riporta a casa. Corre, l’Italia, tra le mammelle dei Colli euganei, tanto cari a Petrarca e anche a me; corre nella nebbia velata, che pare fiato di strega a fare il suo incantesimo di sonno sulla piana di fumo e di terra, che già volge le spalle al Veneto, nell’incedere pigro della bella Emilia; corre e già il grande fiume che amo mi saluta, in festa, al passaggio: “arrivederci, arrivederci!”, mi dice nel suo lento trascorrer di acqua e di vita; corre, la mia Italia, tra le colline dolci di Toscana e laggiù, in lontananza, un sole si leva a sorridere su Orvieto che custodisce, nel Duomo, il suo bel Luca che, un tempo, era anche mio. Corre, la mia Italia, davanti agli occhi di chi l’ama (i miei), di chi si è innamorato (quelli canadesi di una simpatica signora di gusto - una simpatia negli occhi di pepe - che mi è seduta accanto) e quelli di chi ha trovato in Italia una nuova casa. C’è, infatti, seduta in tredici poltrone una famiglia di cinesi. Capire le parentele non so, vattelapesca, ma so che parlano nella lingua mandarina e io, che so dire appena grazie (xiexie) e arrivederci (zhaitien), ascolto quel loro chiacchierare in toni di salita e discesa che mi capita sovente di udire durante le mie passeggiate solitarie all’Esquilino. Ci sono anche due vocine cinesi di bimbi. Arriva il controllore. Presto, presto, bisogna tirare fuori i biglietti (e io non ricordo mai dove li ho messi) e mostrarli, di grazia, nel loro splendore. La mamma cinese, in italiano: “Si potlebbe spegnele un poco liscaldamento. Bambini soffle…”. “Va bene, va bene”, fa l’uomo in berretto. Anche se c’è chi siede con su il piumino. E mentre il controllore controlla i tagliandi di viaggio, si ode forte e chiaro il bambino cinese: “Mamma, non sai che si dice qui fa un caldo porco?”. Nell’Italia che va, indossando tuniche rosse e di seta, non uno, nello scompartimento, neanche chi faceva il sudoku o un cruciverba senza schema, riusciva a nascondere un sorriso e una risata composta…