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domenica 20 luglio 2014

Pioggia sacra

Quando il vento di levante alita su Cala dei Gigli il suo umore di nebbia, il mare, accigliato, diventa color specchio e si veste di gonfia malinconia nel furore pazzo delle ondine crespe che portano al largo; in quei giorni, di amaro scirocco, ora che son donna fatta nello splendore del mio sacro fuoco acceso, non scendo neppure sulla spiaggia perché so, perché lo so, che presto le nuvole nere si affolleranno alle spalle dell’aldia, dalla parte di Vaccileddi, portando la pioggia e con lei il profumo rinato della mia antica Sardegna.


Me ne sto a casa e respiro la terra che respira anche lei, con me, nel cosmo ritrovato. Non scendo, non più. Ma da bimba, che corse, che gioia, infilare il kway (il mio era rosso, quello di Marco, mi pare, blu), e correre in spiaggia era un solo balzo. Mi ritrovavo dabbasso, le dita dei piedi nella rena umida, fatta color tuorlo d’ovo dalle gocce di pioggia. Correvo, nel fiato del vento, bevevo le gocciole amiche, ballando con Dioniso in una libertà tutta nuova, cucita apposta per me. Correvo e poi, tolto il kway e la maglietta, in acqua, ché le onde erano calde, accoglienti, sotto la pioggia sferzante. In quel brodo primordiale, nella frescura dell’acqua del cielo, ridevo con Marco, nell’avventura. Poco dopo, ma proprio poco a contar con le dita i minuti, ecco la Mimma, sotto un ombrello cortinese, rosso con le righe gialle e verdi torno torno: “Fuori, fuori! A casa, via, I fulmini, è pericoloso!”. Ubbidienti, mansueti, ci facevamo abbracciar dai panni caldi e da lei (che amavo) e su a casa, domati.

giovedì 17 luglio 2014

Un canto gregoriano per Arcangelo


Al giornale, nella redazione romana del Gazzettino lavorava - e ora non più perché l'ufficio di corrispondenza non c'è più e lui se n'è volato in cielo ora sono molti anni - un giornalista che dell'Oltretevere sapeva questo e quello e anche quell'altro, nel bel sole radente di Piazza San Pietro. Era, questo anziano signore e musicista, un vaticanista tutto quanto fatto e finito, e amico, ai bei tempi suoi, di Joseph Ratzinger al punto da sapere (per avermelo detto un mese prima di quando accadde per davvero) che al Conclave la fumata sarebbe stata bianca per il cardinale tedesco e che, udite udite, avrebbe preso il nome di Benedetto XVI...
Si chiamava,  poiché i nomi sono già un  tutto rotondo, Arcangelo e lo era, di fatto, ora lo so. Nei pezzi che scriveva per il giornale, poco pepe e poco sale, in odor di Osservatore Romano; con le spezie dell'ironia e della grazia condiva, invece, i tanti racconti che narrava a chi, come me, aveva orecchie per  starlo ad ascoltare. Mi raccontò di quando intervistò Alec Guinness che se ne stava non all'Excelsior o al Grand Hotel, ma in spirituale raccoglimento al Sacro Speco di Subiaco. E molte altre storie potrei raccontare, ma mi piace invece ricordarlo, oggi, per un articolo suo che ho letto per caso ora che sono nella sacra chiesa, per me, di Cala dei Gigli, nel silenzio di turchese del mio mare sardo. L'argomento: il canto gregoriano, la testata: La Strenna dei Romanisti. E vive, ecco, le solenni note del canto romano di Gregorio magno; e vivi i personaggi nel respiro della carta sua, Vivo il canto nella solennità dell'anno liturgico, dal febbraio della purificazione al bianco candido dell'Immacolata Concezione. E io, felice, mi par come, nel leggerlo, di risentire la sua voce in tenue romanesco, che sapeva render di sangue e carne e ossa il mondo ed il passato suo nei labirinti delle stanze vaticane, Lo ringrazio, nel rivederlo (con il terzo occhio ben sveglio) chino sulla sua macchina da scrivere (che i punti li faceva in alto e le virgole proprio no), per avermi dato un sogno, se potrò, da realizzare: vivere un anno liturgico, come fece lui, nell'antica, eterna, divina solennità della musica sacra che conduce a Dio...

mercoledì 2 luglio 2014

In danza, nel Rinascimento

Sarà che di parole ne ho lette tante e tantissime in una vita di carta, nel silenzio del mio pane quotidiano, sarà forse che dentro sono tutta quanta italiana, nel culto delle immagini post-tridentino; sarà che il bello, in Italia, è tutt’intorno ed  è sugo e sostanza al mio respiro, sarà - scrivo - per tutto quanto questo o altro che mi sfugge, ma io, da qualche tempo, mi perdo e volo nei dipinti e nei  libri d’arte che li raccontano e mi piace ascoltare Sgarbi e Daverio e Strinati e anche Federico Zeri, nelle parole scritte, che pare ancora vivo nella sua bella villa di Mentana che vorrei tanto visitare…

E proprio qualche giorno fa, di Zeri, ho preso in biblioteca, un libro che si intitola “Dietro l’immagine”. Un libro diviso non in capitoli ma in conversazioni, nella perduta bellezza in quel linguaggio misterioso che a me s’apre, in incanto, come una rosa profumata di maggio. Leggo e d’un tratto mi trovo davanti la riproduzione di una Madonna con bambino di Carlo Crivelli, che si trova a Bergamo all’Accademia Carrara. Leggo quel che ne dice Zeri e faccio un salto. Eh no, mi dico e gli dico, nella sua profonda notte, in alto a destra non c’è mica una mela, ma una pesca, una gran pesca succosa che mangerei ora stesso. Scendo con gli occhi sulla balaustrata dove posati, come per caso, sono dipinti un garofano rosso, una zucca bitorzoluta e una ciliegia. I simboli mi pare che parlino a me, nell’onore antico e rotondo, come non hanno fatto a Zeri e capisco – ma, via, scriviamo mi sembra di capire (che è meglio) perché non sono mica io storica dell’arte e forse è tutta una chimera - che il garofano rosso (in inglese, guarda un poco, si chiama carnation…) è simbolo dell’incarnazione di Gesù bambino e rossa per il sangue suo versato, e la zucca (cucurbita, curva, cioè che si piega alla volontà del Padre) è Maria, curva, serva di Dio, che porta il sacro pargolo nel mondo. Nella ciliegia (in greco kerasos vuol dire corno) c’è tutta la forza simbolica del Messia, bambino e Dio. E sopra, la pesca richiama l'anello del pescatore, quello che ogni Papa indossa e che con lui muore, il pescatore d’anime, al par di Pietro. E la finisco qui, nel viaggio mio oscuro e in danza che proteggo, e se v’ho annoiato, dirò con il Manzoni, non s’è fatto apposta.