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giovedì 25 settembre 2014

Tra i miei Arcangeli

Il cuore d'oro della bennibag. Domenica prossima, al Pigneto e buon mercato a tutti!
Non so se vi è mai capitato, a me no fino a ieri, di camminare a passo svelto lungo il Corso Vittorio Emanuele frastornato di automobili, autobus e motorini, nel via vai convulso della città in movimento assurdo ed eterno, e di entrare poi, come in un eden ben nascosto, nell’oro acceso e vasto, in cosmo ritrovato, di Sant’Andrea della Valle. Dicevo che a me, benché romana e cresciuta a pane e chiese, non era capitato mai  e mal me ne incolse, perché a entrar in quel sacro tempio - le spalle al mondo convulso di là fuori - dove mute si fanno le cure quotidiane e tutti i pensieri bassi e meschini si ferman sulla soglia e finiscono mangiate dal divino, si sente come l’abbraccio dell’immenso e tutto quanto par danzare in un’armonia antica, da protostoria. Mi siedo, dunque, beata, in uno dei banchi della Chiesa e davanti ho il povero apostolo Andrea messo in croce, ma in quella sua croce che dal suo supplizio proprio prende il nome, e mi immergo nel mio pensiero solenne e ardente. Finito il raccoglimento passo a salutare (sono lì anche per loro) gli Arcangeli Gabriele e Raffaele che sono in terra l’uno, come si sa, messaggero di Dio e l’altro taumaturgo, i quali, radiosi, splendono nella maestria del Pomarancio. Manca Michele che io, però, ho la grazia di festeggiar giorno per giorno nel nostro incantamento, senza aspettare il 29 di settembre...

Esplodo poi nel mondo e osservo divertita una scenetta condita al pinzimonio. Un certo signore piccolo, tarchiato e resistente, uno che di certo ha una voce da baritono e pare un centurione romano mandato finalmente a coltivare il campicello sabino, dopo vent’anni di campagne partiche, viene fermato da un giovanotto che, per chiedergli i soldini, invece, di parlare gli mostra un cartello con su scritto “Ho fame”. Lesto, il vecchietto tira fuori un taccuino e scrive a chiare lettere: “E chissenefrega”. La moglie di lui, un passo dietro, ridendo (e senza che lui s’accorga) dà lei la monetina e così,  vivaddio,  tutti contenti e pure San Michele.

domenica 21 settembre 2014

Col sole in fronte

Ognuno, credo, ha una sua propria, piccola debolezza che nasconde al mondo, pur se questo, allegramente, se ne infischia. La mia, chiusa la redazione romana del Gazzettino, era quella, un giorno, di tornare a fare il mio mestiere, seppure per un giorno, una mattina, un cartoccio d’ore da consumare poi a colazione inzuppandole nel cappuccino. Potete, dunque, immaginar con quanta gioia, tutta quanta rotonda d’idealismo (ché soldi, per carità, non ce n’era punto) andai, con carta e penna e buona volontà legate insieme in una bennibag, a una certa conferenza in una piazza romana, ospite di un ordine mendicante (di cui non farò il nome), che, diciamo così, ha negli ospedali pubblici il suo ministero. Mi siedo in platea, prendo appunti, mi commuovo alla memoria del Santo poverello, vissuto nei tormenti, nella sequela del buon Dio, seguo gli interventi di professori e tonacati; durante il coffee break (con i biscotti un poco mesti del Mulino bianco in girotondo nei piattini) prendo il mio antico coraggio di giornalista e intervisto, con la mia sempre antica precisione, il Superiore generale che è un tipo alla mano, generoso di sorrisi, gli occhi azzurri nel lampo dell’ironia viva. Che simpaticone, mi dico, che fortuna, e poi di corsa, con vita, morte e miracoli di lui e dell'ordine in tasca (mi ha regalato pure un bel libro...), a casa a buttar giù un pezzo, come ai vecchi tempi, nel sospiro dell’immenso e del tempo ritrovato. Commossa, io, come ai vecchi tempi. Ne parlo, in alleluya, persino col marito; lui, di pietra, sardonico: "Sì, ma le tasche vuote?"
E siccome Farfarello ama scompaginar i dadi e fare carte quarantotto, proprio il marito mio, che vive alle agenzie, una bella mattina di un giugno vicino, mi fa: “Guarda un poco qui – e ridacchia come sa fare lui, regalandomi lo stranguglione. Mi avvicino e leggo: “Arrestato Superiore generale dei…” . Sì, sì proprio lui, il mio simpaticone. Bando alla nostalgia, è ben meglio guardare avanti, col sole in fronte.
I cuscini mignon da lettura felice. Ho aperto un nuovo shop bennibag,, questo il link bennibags.alittlemarket.it

lunedì 15 settembre 2014

amiche mie


bennibag it's raining cats and dogs
Scendo volando, con un bel sole d’oro, acceso nel lucore appassionato del cielo in estasi di fuoco, giù per la buia scalinata di Magnanapoli, dove si respira l’atmosfera di Roma sparita e in ogni sconosciuto, mi par di riconoscere, occhi negli occhi, un Rugantino e un Meo Patacca a braccetto nel Rione primo, nemico ai trasteverini. Scendo, volando, e a volte salvo qualche turista incauto, che tiene, meschino, lo zainetto aperto sulle spalle, dalle manine svelte delle borseggiatrici che un tempo portavano lunghe gonnelle e leggevano la mano e oggi paiono uscite, lustre e alla moda, da una rivista patinata. Mi prendo, e sorrido, corna e bicorna loro e un tankiù dal malcapitato e proseguo nel cammino, perché mi aspetta la mia Rispoli, dove posso prendere a naso quel che più mi garba e passar da Daverio a LaoTze, senza chiedere il permesso, seguendo il gusto e il ghiribizzo nascosto. Nei libri, ragazzina, trovavo il mio nutrimento terrestre e il sentiero silenzioso che mi conduceva in boschi e radure dello spirito. Nei libri, ora che sono donna e vestale, cerco chi mi ha preceduta, sorella nello spirito, una guida nell’altrove. Le nuove amiche, Elisabetta, Chiara, Ildegarda, non escludono le vecchie: Elsa, Dolores, Neera.  E siccome il caso ricama le sue trame con la grazia antica della ricordanza, mi trovo nella Chiesa di San Marcello al Corso e, tra tutti i capolavori, nell’acqua benedetta che si prende a boccettine, mi trovo a rimirare un quadro, uno soltanto, bello nello splendore del movimento e del colore che, a parer, mio, racconta la caduta di cavallo di Saulo (che doveva diventare San Paolo), con la potenza ritrovata nella grazia dell’Altissimo. Osservo, ammiro, apprezzo e poi l’occhio mi cade sul nome dell’artista che è Taddeo Zuccari, un gran pittore che era bis-bis-bis nonno della mia Neera che, dimenticò nello scrivere (proprio come me) il suo nome vero che era, appunto, Anna Zuccari… 

domenica 7 settembre 2014

Un serpente alla Minerva


Nella bella chiesa di Santa Maria sopra Minerva vado, a volte, durante le visite mistiche, e conduco dalla luce di fuori in quel silenzioso tempio notturno, che ha per soffitto un bel cielo stellato, amici e conoscenti irlandesi e italiani. Nella notte in cui lo spirito torna a respirare (lontane le cure del mondo), come in grembo alla Madonna, si esce poi nel sole,  rinati nello splendore acceso del fuoco di Vesta che lì dentro si nasconde, timido ai più e a chi è cieco camminante nel mondo a testa in giù. Dentro, nella chiesa domenicana, mi muovo come chi sa dove andare. E mi fermo, prima, davanti alla statua del Gesù di Michelangelo e poi, in adorazione, davanti alla cappella Carafa che è capolavoro di Filippino Lippi, il quale aveva per padre un monaco, Filippo, e per madre una suora. I Lippi infatti sono due padre, Filippo, e figliolo, Filippino, in grazia di Dio.

 In basso, i Carafa assistono, ginocchioni, all’annunciazione della Vergine da parte dell’Arcangelo Gabriele. In alto, gli angeli celebrano l’evento con un gran concerto celeste, nel cielo color indaco che si fa veste in uno, bellissimo, di loro, trasparente in petto come non avesse corpo, e con un gonnellino vezzoso a righe rosse e bianche che è tanto elegante ed armonioso, nel colore che si abbraccia tra il sangue e il cielo, da ispirarmi una bennibag rossa e turchina lei pure. In danza di Medusa, nel cerchio magico di Atena, pentita per non aver aiutato la misera sorella, vado poi dal serpente sacro che si nasconde ai più in un sepolcro di marmo. Ci vuole un occhio attento per trovarlo, l’occhio bambino, di fiume e d’ombra di Alice che di certo lo vedrebbe…

lunedì 1 settembre 2014

Ciao dolce Annalisa

La più brava della classe, al Mater Dei, era Annalisa, che aveva due grandi occhi blu in un bel viso antico e capelli ricciuti che si stirava fino a farli diventar spinaci. Andar da lei a pranzo era per me come una gita fuori porta essendo casa sua, sulla Cassia Antica, perduta in una Roma che non conoscevo punto, essendo io nata e vissuta tra San Saba e San Giovanni, in pascolo tra i ruderi, cercando i fratelli che non sono più. Ricordo, come fosse ancora vivo, suo padre che si chiamava come il mio, pur passandogli, in altezza, appena la metà. E tanto mio padre era ombroso, serio,  taciturno quanto il suo era un’allegria di risate argentine, tra petunie e passiflore…

Ci incontrammo, lei e io già donne, al San Camillo e tutte e due, perché il destino gioca le sue carte come vuole, a ritirar il certificato di morte dei nostri rispettivi genitori. Durante il ritorno, sedute – lei e io - nella sua Smart disordinata come disordinate sono le cose delle mamme che lavorano troppo, ci giurammo che non ci saremmo perdute più, che ci saremmo viste, parlate, frequentate. Così non fu. La rividi, anni dopo e già malata (ma sorridente nello stanco teatro del mondo che tanto frequentava) perché le amiche son le stesse, in una certa università del centro, dove nere sono le tonache tutte intorno, e – io già vestale – nel lume in fiaccola ardente, avrei voluto fare e non ho fatto. Tentai, senza coraggio e ora, è nel rimpianto e nel dolore il mio saluto per ciò che siamo state, nella divisa stirata e profumata di rose dell’Istituto Mater Dei.