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lunedì 28 dicembre 2015

Nella città del Santo

Bianco è il cielo e di velo nebbioso coronati sono gli alberi e i tetti delle case qui a Padova, dove mi trovo a trascorrere, come ogni anno, il Natale. Sui comignoli riposano, infreddoliti, i piccioni, che cercano  il calore che è fiamma e che è vita.  Le penne tutte arruffate, si stringono a coppia e mi pare che salutino, allegri, i nostri venti anni di matrimonio... E, laggiù, nella nebbia, si distingue la figuretta snella della statua di Sant'Antonino, come una piroetta in cielo.
Nel gioco eterno famigliare delle reazioni che governano le azioni degli uomini, mi trovo, a volte a guardare le parti sul palcoscenico delle stanze che si rincorrono piene di ricordi ingialliti.. E rido tra me, divertita, nel veder che lo spettacolo, passati pur gli anni, non muta e identico si ripete a ogni giro d'anno, in barba a tutti i buoni propositi e allo spumante che con le sue bollicine promette un paradiso d'oro, eccitante, ma che, se lasciato nel bicchiere si fa liquida noia. Ci sono gioie, però, tutte nascoste che mi si regalano in grazia: una rosa color rosa  sbocciata in giardino, d'inverno come la rosa di Santa Rita, un ricordo fuggente del mio bambino di allora, ancora nei riccioli dell'infanzia, una visita al Santo, nel panino consumato, col marito, nel chiostro d'alberi e semplicità, un Gesù Bambino nella sua dolce culla fatta di legno d'ulivo dalle clarisse di Albano.
E proprio al Santo, in quel gran duomo solenne, tutto cupole e mattoni, mi sono ritrovata, sola e però non sola, alla messa di Santo Stefano. Tutt'intorno, i fedeli, e tanti che il cuore si rallegra e si canta Adeste fideles e Tu scendi dalle Stelle, con la gioia della verità in forma di Bambino Divino che nasce per noi, al 25 di dicembre, a Betlemme. E d'un tratto, nell'ammirare i bei bronzi di Donatello che coronan l'altare, seguo con gli occhi, e chissà perché, la verticale della croce di un Cristo dolente che pare indicarmi la via, e seguo e salgo e seguo e salgo e trovo, come se la mia caccia fosse terminata, in una nicchia d'oro, proprio il Bambino Divino, piccolo così, eppure grande, grandissimo, al centro di tutto, cuore del cuore della Basilica che è cosmo e mondo...

domenica 20 dicembre 2015

Parrucchiere per vecchie signore



Ieri mattina, a causa delle burocrazie che vengono da Bruxelles, io mi sono ritrovata a bordo della mia Cinquecento bianca in direzione Rieti per risolvere una delle noie quotidiane alle quali, nostro malgrado, siamo tutti sottoposti. E anche io. Sicché, eccomi, lungo la Salaria, nella nebbia che avvolge l’umidore della campagna. Mi rallegra vedere le colline e gli alberi che portano vestiti gialli e color arancio e d’oro e tanto eleganti che vorrei, diciamo così, copiare e incollare nelle mie bennibags. I pensieri miei filano via nell’armonia che mi circonda e tutta immersa in loro, ascolto il mio adorato Bellini, nell’pera “I puritani” che, se non conoscete, vi consiglio vivamente di ascoltare. Mentre sono lì al volante, mi pare come di sentire una vocina bianca, come la carrozzeria della mia piccola Fiat compatta e solida come sono le automobili, come la mia, che io chiamo le vecchie signore. Mi dice che il tettuccio è grigio di sporco e che gli storni (che infestano, nei loro neri gomitoli volanti, i cieli di Roma) han fatto i loro bisogni fin sul vetro del davanti e anche lungo gli sportelli di destra e di manca e sul lunotto e fin dove hanno potuto, senza ritegno. Ascolto la lamentela e dico sì, al ritorno, dopo l’appuntamento che ho nel borgo mio dell’anima e del cuore, ti porterò – è una promessa – in un bel parrucchiere per utilitarie. Detto fatto, eccomi sulla via del ritorno, a un passo da Monterotondo, in un certo lavamacchine dove a guardare i tanti lavoranti, tutti colorati, mi pare di vedere l’apprendista stregone del film Fantasia di Walt Disney. Chi gratta, chi passa il sapone, chi lucida, chi sgrassa, chi passa l’aspirapolvere. Ecco, la mia Cinquecento dal parrucchiere. Felice, alla fine del trattamento, lei pare sorridermi nel bianco polare che non le conoscevo. Dico a un lavorante: “Mi può scattare una fotografia?”. Ride, lui e un signore attempato, un cliente, mi loda l’automobile che mia madre tanto schifa. Saluto, e nella mia Cinquecento di neve e panna, termino il viaggio, Eccomi a casa. Parcheggio e alzo lo sguardo: nel cielo il vorticare pazzo degli storni. Pazienza, mi dico, le vecchie signore, dal parrucchiere, vanno una volta a settimana… Buon Natale a tutti, nel mistero del Divino Bambino che nasce e che vive, Ester  

giovedì 10 dicembre 2015

Alla prima della Scala

Una rosa è sbocciata per me sul mio balcone...

Per motivi che terrò stretti stretti e legati con un nastro rosa, il 7 dicembre, vestita come si deve nel teatro del teatro, in nero e tacchi alti, ero alla prima della Scala. Non vi dico per arrivarci: c’erano tre posti di blocco e il metal detector e pareva di essere in guerra e non certo a Milano (dove io, ogni volta che vado, compro – cascasse il mondo – un bel paio di ballerine Porselli). Passati dunque mitragliette e giubbotti antiproiettile, eccomi nel foyer di quello che per il mondo è tempio sacro della lirica per assistere a un’opera di Verdi che, mi dice il professor Zempf (mio compagno d’avventura), è tra le minori del compositore, tirata via e un poco, diciamo così, confusa nella trama. Andiamo bene, mi dico mentre osservo chi mi sta all’intorno e l'imperturbabile Zempf analizza il programma di sala. Ollalà, c’è il direttore di un giornale che è stato anche mio vicedirettore per un po’ e invece di essere alto e prestante (come lo immaginavo per averlo visto alla tv), mi cammina ad altezza sotto naso… C’è anche Carla Fracci, vestita di bianco. Presto, presto, è ora di entrare. Seduta nel mio bel posto al numero tal dei tali (numero che era mio anche all’appello del Mater Dei), le luci si spengono e cominciano a cantare arie, diciamo così, che non mi porterò in giro nella memoria e nell’anima. Caro professor Zempf, aveva ragione lei, la trama sembra scritta da Calandrino e  Buffalmacco e provo pena per il soprano con i capelli stagliuzzati che anni fa ho visto nei panni di Elvira e bella nell’abito da puritana. Neppur l’apoteosi finale accende la mia anima. Nonostante i cieli azzurri in lontananza…

Nel buio, il terzo occhio mio si accende e vedo. Vedo il sovrintendente in sofferenza, le mani nei capelli, quando canta  il baritono sostituto del suo cugino maggiore celebre. Il mio sovrintendente, caro Zempf, siede in un palchetto a un tiro di sassolino dal proscenio e accanto a lui c’è la giovane moglie che cerca di sollevarlo. Però il sostituto se la cava e l’angoscia si stempera nella voce che intona il dovuto e pure a tempo. Vivaddio. Alla fine dell’operina, proprio quando comincia la sarabanda degli applausi, oddio, sogno o son desta: vedo capitombolare, a giro di ruota le gambe, qualcuno nella buca dell’orchestra. Dico al professore: “Qualcuno è precipitato nella buca dell’orchestra”. Ma lui, perduto in aeree considerazioni critiche, scuote il capo e fa, “ma che dice, signora?” Dico che è successo e che so anche chi è la tipa in questione per averla vista, durante l’intervallo, confabular con gli orchestrali. Veramente non è una tipa, ma un tipo in vestito lungo, smascherato dal pomo d'Adamo. Via, via, applaudiamo e poi a prendere il cappotto dove incontro un ex ministro (piccolo così che credevo alto lui pure…) tutto sgomitante per aver perduto la sciarpa. Mi passa avanti, sbraita e si sbraccia, (per quel poco che può), torna nel gran teatro del mondo dove la parte di ministro non gli tocca più. Sospiro, prendo il cappotto, e via con il mio Zempf, finalmente disceso dal Parnaso.   

sabato 5 dicembre 2015

Passeggiate romane

Seduta, tutta un nervo teso, il muso a triangolo, la piccolì aspetta l'osso che le ho portato e io, zacchete, l'ho fotografata. Non è mia, ma lo è nel mio cuore rotondo...

Ieri mattina, nell’oro acceso del bel sole dicembrino, eccomi, passata sulla destra Santa Caterina, a scender giù per la scalinata di Magnanapoli per raggiungere la biblioteca Rispoli dove ho prenotato un libro di Ernesto De Martino, che io, se chiudo gli occhi, immagino come un sub, a lume di luce, nelle profondità semplici della verità. Sia lui che Giuseppe Cocchiara sono stati a me maestri e, con una riverenza a piedi in croce, li ringrazio, mentre cammino ritagliata nel cielo terso e turchino con la brezza a carezzare i capelli miei lunghi e sciolti. Cammino svelta e non immagino che presto dovrò fare una gimcana tra i tanti mendicanti. Io i soldi miei d’elemosina li do a chi so io che sa e distribuisce proprio per non dover, io, distinguere per la via chi scegliere tra tanti miseri che tutti quanti mi stringono il cuore. Il primo è un uomo di etnia rom, appostato sul Plebiscito. Mi saluta e quasi mi inseguono le sue parole mentre scivolo via per imboccar di corsa la via della Gatta. Un occhio mio a lei e subito dopo alla strada dove ecco altri due che mi chiedono denaro. Proseguo, dopo il ritiro del volume, verso San Marcello, chiesa dei serviti che, per chi non lo sapesse, contano ben sette fondatori. Io, per parte mia, conto San Marcello tra le chiese mie, non tanto per il sacro crocefisso del miracolo, ma perché c’è un quadro grande, sulla sinistra, di San Paolo convertito e caduto da cavallo che mi innamora: l’apostolo delle genti vi giace biondo e col suo bel giubbino color turchino e in alto c’è il Signore che lo chiama… Davanti a San Marcello, passo altre due mendicanti in nenia di richiesta di soldini. Sono in chiesa, ma i sacerdoti sono tutti occupati; va bene, sono comunque  in salvo e sto per far la mia elemosina per l’acqua benedetta, quando sento una voce in bisbiglio, Mi giro: c’è una signora, italiana, sui settant’anni e bella rotonda e con un piumino che le scende fino alla caviglia. Prende a raccontarmi, in medias res i guai suoi, arrotolati sulla lingua come una cingomma. Insomma vuole soldi. Dimitto auricolas e apro il borsellino, poi però scappo a Santa Maria Maggiore dove i padri domenicani sono sempre pronti a confessare e dove trovo pace e riposo.  

giovedì 19 novembre 2015

Cioccolatini Perugina



Quando ero piccolina, in Via Beccari, gli unici vicini di casa che avevamo erano Sormario e Ulisse, zio e nipote (o almeno così si diceva e chi lo sa) che abitavano in una casetta con pavimento in terra battuta in un terreno incolto il quale fiancheggiava sulla destra, separato da una rete di ferro, il gran giardino della villa alla cova e che portava, scritto su un cartello piantato a metà tra l’erba e la terra (e chissà perché), il nome di “Salute”, scritto in stampatello. Piccolo così, con le orecchie a punta da elfo, Sormario portava sempre una giacca color noce e addosso un odore di fumo che gli veniva diritto dal braciere che usavano per scaldarsi e per cucinare. La pelle era, mi pareva, di cuoio e i capelli radi e bianchi. Tutto il contrario Ulisse, nero di capelli e di sguardo, e sempre in sella alla sua bici che lo portava, nel volo del vento, fino ad Ariccia ad Albano e su su per il bei colli romani che, quando il tempo era terso, vedevo in lontananza dalla solitudine urbana di Viale Marco Polo…

Buono era Sorma che regalava a noi piccoli Ponti (ma anche ai Salini) certi cioccolatini della Perugina, incartati di stagnola color oro e azzurro (se al latte) e oro e rosso (se invece eran fondenti). Bastava che, Vivian e io, spinte dalla gola e dalle abitudini spartane d’allora, ci portassimo fin sotto la griglia e a sbraito: “Sorma! Sorma!”. Usciva, piccolo così, con tra le braccia il fagottello di cioccolatini che venivano, diceva, dalla Fao, dove lavorava Ulisse. Con Sorma, uscivano abbaiando Birba e Zorro i due cani di casa. L’una a pelo raso, e snella con orecchie e muso aguzzi, l’altro tutto di pelo e ballonzolante come se addosso avesse troppa carne e pelo tutt’insieme. Poiché insieme a noi c’erano anche i cani di casa nostra, Iago e Shilock, ecco partire la cagnara. Di qua, i nostri, di là, i loro e su e giù, muso a muso, mostrando denti e abbaianno a forsennati, in una nuvola di polverone. Mentre Sormario andava via col sorriso, usciva Ulisse, come un temporale, nero di fuliggine e di rabbia e: “Ce l’avete na casa? Annatevene a casa!”, strillava. Noi, piene di paura, via, di corsa, con il nostro tesoro che ho ritrovato ieri, sano, e anche di altri colori che non conoscevo, durante la spesa settimanale alla Lidl. E solo ora, mangiando il cioccolatino, mi accorgo che non ha il sapore d’allora e che quelli di Sorma, nonostante Ulisse, erano molto più buoni... 

lunedì 16 novembre 2015

Raccolta differenziata

Una bennibag in danza di Medusa, per vedere tutta la nuova collezione vi aspetto a Roma, al mercatino degli artisti davanti a Eataly, sabato e domenica prossima.

Qualche tempo fa, mi pare a settembre, è arrivato a casa a me (e agli altri condomini), portato dal gran bel vento europeo (si fa tanto per dire), un cestinello in plastica marrone e dentro tanti bustoni verdi, insomma il kit della raccolta differenziata. Pochi giorni dopo, o forse il giorno stesso, non ricordo, nell’androne del palazzo che è color ocra antico e panna e pare il grembo di una vecchia signora  e risale al milleottocento, ecco comparire quattro bidoni sgraziati, di grata, e dentro, a tuffo, dei gran sacchettoni di cellophane colorati. Bello, proprio no, e neppure carino. Nossignore, una cosa brutta, figliola del nostro mondo del caos, a sconciare l’antica, armoniosa bellezza del mondo del cosmo che io, grazia di grazia, mi porto dentro. D’altronde, per capire come si fa a render il meraviglioso orrido basta far quattro passi lungo i Fori Imperiali, verso il Colosseo, dove proseguono dal tempo di Silla e Mario, i lavori per la metropolitana C…

Va bene, dimitto auricolas, obbedisco come diceva Giuseppe Garibaldi e parto con la differenziata che, per ora, “conferisco” (è il verbo che si usa) in una certa “isola ecologica” (ah, la neolingua al sapore orwelliano…) davanti alla mia amata Chiesa della Madonna dei Monti. E butto carta, plastica e umido e bottiglie, non dalle due alle tre, ma verso le nove. L’ho fatto ieri pure prima di recarmi a casa di una certa signora che mi è cara un poco e un poco anche no. Butto i miei bei fagottelli differenziati e proseguo lungo la Via Leonina per perdermi nell’antro della metro B. Poco dopo sono già alla Piramide. Esplodo nell’aria fresca, all'ombra delle Mura Aureliane, e faccio quattro passi verso piazzale Partigiani. Aria fresca? Ma qui c’è solo un gran puzzo di pipì e con due dita a molletta mi chiudo le narici. Cammino in un desolante letamaio, in un brulicare di gente che vende e compra roba presa dai cassonetti o forse rubata che ne so. E proprio accanto ai cassonetti neri, ci son tre donne, una con un bimbo in collo, che rumegano nel pastrocchio, lanciando in aria ora uno straccio ora un peluche bisunto, ora uno stivaletto tacco dodici. Mi giro, desolata e incontro lo sguardo di un certo signore con cagnetto al guinzaglio che, aprendo le braccia a mo’ di ali eterne, mi fa ridendo: “Cosa vuole, fan la differenziata”.

lunedì 9 novembre 2015

Straulas dell'Ave Maria

I miei cagnetti in fiore, piccoli portachiavi crescono

Alla domenica, durante i tre mesi tre, che la famiglia Ponti passava a Cala Girgolu, non si mancava mai alla messa domenicale. Cascasse il mondo, eccoci, stivati nella Peugeot amaranto di papà, lungo l’orientale sarda per raggiungere San Teodoro dove, a celebrar l’Eucarestia, c’era Don Pala, un quattro quarti di allegria e sapienza, che ci salutava per nome, infilato nella sua tonaca color carbone che aveva, sul davanti, una filza allegra di bottoncini che ho ritrovato tali e quali, in bianco, nel mio abito da sposa.  Altrimenti, mi pare alle nove del mattino, c’era la messa nella chiesa di Straulas, solitaria, cascata dalla tasca di un gigante, lungo la via, una chiesa che amavo per quel suo nome buffo che mi faceva far, nel pronunciarlo, una smorfia di bocca e lingua, come una strambata  in barca a vela. Lungo l’orientale, ecco prima Vaccileddi, seduta sotto un monte che aveva (ed ha) per cappello un sassolone in bilico sul tetto che par sempre pronto a scivolare e invece se ne resta lassù a godersi il panorama di tavolara in lontananza. Poi, Monti Pitrosu, dove viveva la Domenica e che pietroso lo era, nelle sue poche case basse, alla sarda, tute color terra. Proseguendo, sulla sinistra si staccava la strada di polvere e sassi che conduceva all’allora deserto Capo di Coda Cavallo. Ma noi, si andava diritti, superando sulla sinistra lo stagno di San Teodoro che confinava con l'indaco del mare. E via, un poco più in là, passando il bivio, a Straulas. A San Teodoro, Don Pala ci faceva cantar Resta con noi e Signore sei tu il mio pastor (che amo), ma fu a Straulas, bambina, che sentii, intatta, primigenia, l’Ave Maria in sardo. La cantavano le donne che allora, in chiesa, portavano tutte un velo nero e gonne come rotonde, a piegholine, che parevano tulipani rovesciati. A bocca aperta, trasognata, bevvi le note che mi inondarono di luce l’anima. La fiamma mia già ardeva anche se non lo capivo. E dovevo aver chissà che viso, smorto e di cera, perché sentii sul fianco la gomitata di un fratello e la voce come un morso: “Ma che fai, dormi?” 

venerdì 6 novembre 2015

Di Marigold, di sonno e d'altro ancora

Cuscini miei...

Quando scende la sera, più o meno verso le nove,  dopo aver messo a tavola i miei e sistemato la cucina, io sento, per davvero, che gli occhi si fan pesanti e offuscato il vedere e le palpebre cascan giù come quinte di teatro alla fine dello spettacolo e allora so, come lo sanno i cani e i gatti che ancora vivono nel paradiso terrestre, che il sonno, gran signore dell’umanità e di tutte le creature, mi chiama al suo talamo nuziale. Senza voltare uno sguardo alla televisione accesa che, in tentazione perenne, mostra i suoi fischi e i suoi richiami, mi ritiro nel io silenzio, a stare un poco – prima di dormire – con chi so io, che è la fonte viva di acqua sorgiva,  dove beve, in serenità, la mia anima liberata. Mi fermo un poco a conversare, in gioia e canto, mentre accorre anche Elisabetta e così passo in rassegna, nel buio  stellato che m’abbraccia, la giornata per esaminare i chiaroscuri e quel che mi è successo e come ho risposto alle tante e troppe sollecitazioni. Serena, poi, mi allungo sul letto e dormo al tocco, in celestiale paradiso.  Come ritornata bambina. E ricordo, ricordo che ero in Via Beccari e ancora fresca nell’argentato mio domani, e correvo a letto per leggere qualche pagina di libro e poi lasciarmi dormire. Leggevo, ricordo, “Marigold”, di Lucy Maud Montgomery, che è una scrittrice canadese (che ho riscoperto nei racconti poco fa) e nelle tante storie sue (ché Marigold è proprio lei, la Lucy piccolina) della “Nuvoletta tra gli alberi”, mi perdevo e mi riconoscevo. Da lì, da quel nido primigenio di storie e di memoria, è nato in me – lo so, lo so - l’amore per le parole che ancora adesso, dopo il lungo viaggio nel mondo invisibile, mi accompagna, in serenità, nel mio girovagar nel mondo con mani e piedi e occhi e orecchie e tascapane.
Piccola bennibag in danza di Medusa...

mercoledì 4 novembre 2015

Dal cucuzzolo del Palatino

Avevo comperato, per un amico grande e grosso per due,  tutte le monete della lira, di quando eravamo, lui e io, ancora bambini, nel boccio inconsapevole dell’immensità. Erano monete  che, nel loro fior di conio, raccontavano tutta quanta, in gloria, pur nel loro umile piccino, la nostra storia. Nell’euro, via, diciamolo, non c'è un bel nulla. Sì, c'è la Mole Antonelliana, per carità, ma non basta, secondo me, un monumento per dire che sono monete italiane… Come spiegarlo non so, ma, scusate se posso, nell’umile aratro delle dieci lire, l’aratro con cui Romolo tracciò il boverium (che divenne poi il pomerium), ovverosia il solco sacro oltre il quale viveva il sacro mondo (invisibile ma vivo) dello spirito, c’è condensata in umiltà suprema tutta la grande storia romana che cominciò, sul cucuzzolo del Palatino, in tre capanne per due, e col ratto delle sabine che vivevano nell’altro colle, il Quirinale, per scivolare giù nei secoli e raggiungere, pensate un poco, Palmyra, nei deserti sconfinati della Siria… Girando la moneta, ecco la spiga eterna: c’è, riassunto in uno stelo, tutta la nostra grande cultura del seme, seme che muore custodito nella terra ammantata di gelida neve per poi rinascere nella rosa primavera e biondeggiare al vento nell’estate matura della grande Dea Vesta (è da lei che prende il nome la nostra lunga estate calda). E nelle cento lire? C’era Atena, che veniva dalla Grecia, e c’era il nostro caro ulivo d’argento, che allora come oggi regalava il suo oro fuso ai mortali. In una monetina, tutto il mondo nostro. Trovai la stessa cosa tale e quale visitando il medagliere di Vittorio Emanuele II in quel museo grande e poco abitato che il Palazzo Massimo alle Terme. C’era una moneta ateniese dell’età di Pericle. E sopra, in effigie, un delfino, il simbolo della Grecia intera, a modo suo. E anche nostro perché lo ritrovo, tale e quale, nelle nostre cinque lire perché è nell'antica lotta tra "antiqui mores" e grecità il sugo della nostra storia. E nel delfino che è allegro e pieno di vita e che è anche mammifero nel mare e forse utero e matrice, finisco questo veloce mio galoppare tra l’antico profondo che in me respira e palpita ancora, nonostante la gelida modernità.


Bennibag di velluto a coste, con giro di perline e girotondo fiorito
Il 21 e il 22 novembre sarò con tutte le mie bennibags al mercatino degli artisti di Eataly, alla Stazione Ostiense.

venerdì 30 ottobre 2015

Viaggio a Tarawera e ritorno

Ho comperato una piccola Nikon per fotografare le mie bennibags. Prova e riprova solo queste due sono venute bene. Ma vabbè, non mi darò per vinta...


Sarà perché questo mese d’oro di ottobre, in cui, bambina, tornavo (felice) al Mater Dei, e che ora è lungo avvento al compleanno di chi dico io, me ne sono stata ore e ore davanti a uno schermo a raccontar di questo e d’altro nell’amo sempre colmo delle notizie offerte sulla rete, sarà per questo o perché a volte guardandomi dintorno non vedo che rovine, o perché di cose ne ho raccontate tante e troppe forse qualcuno si è anche stufato di ascoltarmi; dicevo sarà per tutti questi motivi legati insieme come fasci littori, ma ho poca voglia di scrivere sul mio spazio rosa, tutto mio, rosa come è rosa il mio nome segreto. Eppure n’avrei di cose da raccontare che nel mio profondo tanto accade nel sospiro dell’eternità. Ma torno nel mondo e vorrei raccontarvi di una scrittrice che mi è stata, per anni, sorella d’anima e che, per l’editore Gherardo Casini (che uomo d’altri tempi, era, un benedettocroce, che ne so, uno che bastava dicesse una parola per mostrare tutta quanta, color bronzo, la sua autorità, un uomo del quale, mi pare, lo stampo si è perduto…). La scrittrice, grande, grandissima, capace di intinger la penna nell’inchiostro di vento e d’acqua dell’anima e di mostrare il dentro genuino, parlando del fuori, è Katherine Mansfield e il libro che tradussi, or sono forse trent’anni, si intitolava “The Garden party” (e se non l’avete letto, ce ne sono mille diverse di traduzioni, vi consiglio di farlo come se il consiglio mio fosse un tesoro, che ne so, una moneta d’oro dell’epoca di Augusto). Bene, torna mio marito dal lavoro e mi porge un libriccino, un cosino magro dell’Adelphi. “Che cos’è?”, gli chiedo. Lui zitto me lo porge. Leggo e gli occhi di luce accesa: “Viaggio in Urewera” di Katherine Manfield, a cura di Nadia Fusini. Ma grazie, grazie, grazie, gli rispondo e sono già alle terme del bosco di Tarawera, nella letterina che Katherine giovanissima, scrisse alla sua mamma. Leggo e mio marito è ancora lì. Da Tarawera precipito in salotto. E solo allora mi accorgo che è tutto bagnato e che fuori piove e, credo, pioveva. E lo dico ad alta voce, in un soffio: “Piove…”.  Mannaggia alla mia lingua. “No, no - fa lui, e serio, serio continua - sono caduto giù dal piroscafo mentre attraccava in Via del Boschetto…”.

lunedì 26 ottobre 2015

Il buono che c'era

Mia madre, quando eravamo tutti ancora nella casa bianca inginocchiata sotto al Colle Aventino, ci dava un giorno sì e uno no, la fettina con l’insalata. Al venerdì, come comandava il catechismo (ma anche la ragione) il baccalà per mangiar di magro e ricordare il sacrificio supremo del venerdì Santo (che io onoro oggi pure); il giovedì gli gnocchi rossi, fatti uno per uno dalla Mimma che pelava e bolliva le patate per poi tirar lunghe collane di bocconi d’oro; e il mercoledì rosette fritte, farcite di mozzarella, nell’odore d’olio consumato che sentivo fin dal cancello color vinaccia in fondo al vialetto. Correvamo, Marco e io, per mangiar quel vitto prelibato..

Insomma di carne “cancerogena” (secondo l’allarme lanciato dall’Oms) se ne mangiava poca, allora, perché la carne, allora, non era pensata – così come accade oggi – quotidiana. Era così nei tempi antichi, quando la carne era pietanza prelibata e rara e si portava in tavola con parsimonia. In campagna si mangiava tutto l’anno il maiale ammazzato ai primi brividi d’autunno, quando la notte scendeva già verso le cinque, solenne ad ammantare il giorno col suo silente nero. Di colpo un ricordo. Sono piccola, e sono in campagna, a San Giuliano. Il mio Friuli giovinetto corre allegro nella mia memoria. E io con lui, giù, giù verso il casolare della Carolina dove mi aspetta il Bepi per infinite corse nei campi di mais e lungo i filari d’uva fragola. Arrivo e picchio all’uscio. Avanti, mi risponde la Carolina. Entro, in punta di piedi, per non disturbare. Invisibile ai miei e con gli altri. Mi indica una sedia e poi mi dà un bicchiere di qualcosa che pare cioccolato. “Bevi”, mi fa, con un sorriso. Bevo, incerta. Fu quello il mio battesimo col sangue. Anzi con il sanguinaccio. Cioccolata non era, ma buono sì. E quando seppi che cos’era, non me ne curai punto e corsi, innocente, giù per gli smarginati campi col Bepi a rincorrere con lui la fantasia… 

venerdì 23 ottobre 2015

Cala Girgolu dell'anima mia

Mi capita, di maggio, quando la Sardegna somiglia un poco all'Irlanda, verde nelle sfumature tante che sorprendono l'anima e fanno sobbalzare di bellezza il cuore, mi capita - dicevo - di imbarcarmi con la mia macchinetta bianca e di partirmene sola soletta per andare a Cala dei Gigli per motivi che tengo legati stretti in un fagottello di biscotti e d'amore, allora, nel mio sbarco mattutino, come rinata nel sonno dell'Eden mio profondo, ecco il profumo di Sardegna: salso e mirto in matrimonio perenne, nell'alito del vento che viene dalle montagne azzurre, laggiù, e che mi ricorda, in magia, le mie estati bambine, quando eravamo ancora, in malinconia di naufragio, famiglia.  Guido, nel deserto dell'orientale che non somiglia punto a quella estiva, nel via vai della benzina, e tengo il finestrino arrotolato, per non perdermi la benedizione isolana che mi accarezza spirito e capelli. Sono felice. La casa mi accoglie con un sorriso antico e sulla spiaggia, leccata dalle onde, mi par di distinguere la danza delle ninfe, nelle loro coroncine di rosa, leggere come nel balzo della protostoria. Io, lassù, in privilegio supremo di grazia. Tornata, come riavvolgendo un nastro rosso, alla notte piccina in cui le stelle, lassù, mi chiamarono in coro...
E' mattina, la mattina dopo. Mi sveglio. La baia bianca, silente, solenne avvolta in un manto fitto di zucchero filato. Io, nel tutto, leggera, mi par di volare. Tavolara, regina,  immaginata laggiù, tra le onde, nella sua grazia azzurra. E mentre la nebbia mattutina si dirada, mostrando i contorni del mondo che mi torna ad avvolgere in manto di colori, sento la voce della quotidianità. Corro ad aprire...

mercoledì 21 ottobre 2015

Risotto ai funghi

Per caso, ma proprio per caso (ché la televisione la guardo di rado) sono inciampata, ieri sera, all’ora del desinare mentre preparavo il risotto ai funghi, su Blob, che taglia e cuce tanto dell’assurdo via etere per cucinarlo in una paella tv che va in onda proprio all’ora di cena. Un occhio a mescolare il brodo, un occhio al video, eccoti comparire l’ex sindaco Marino a una certa conferenza stampa del giorno appena concluso. Lo guardo e, nel guardarlo, rivedo tutto lo strazio della mia Roma amata, travolta dall’incuria, sporca che più sporca non si può, in mano a chi non l’ama e la sfrutta, imbrattandola. Lo vedo e ascolto le sue parole, in quel suo birignao che mi par poco, diciamo così, concludente, lo ascolto mio malgrado, tanto siamo in democrazia e tutti, anche Marino, possono parlare, evvia sono parole al vento o forse anche solo vento…
Lo ascolto e mentre lo ascolto parlare dei “trombettieri di Vitorchiano” i quali avrebbero, proprio loro, portato non so che giubbette in tintoria (che avrebbe pagato, oh ma che bravo, l’attento sindaco) con tutto il rispetto per Vitorchiano (che di sicuro è uno dei tanti, bellissimi borghi italiani) il pensiero corre a un ricordo cinematografico. Ecco, sì, sì, mi viene in mente Brancaleone che sbarcato sulla sponda di un misterioso lago, chiede, con piglio aulico e curiale, al villico che incontra: “Ove trovasi Gerusalemme?”. E quello, con una parlata tutta quanta rustica, tra il veneto e il latinorum risponde più o meno così: “Mi non so, noi lo chiamiamo Scatorchiano…”. Nel sorriso, interrompo le trasmissioni, via via, meglio girare il risotto profumato, che è tanto più proficuo pensare al piccolo nostro che al grande altrui, dove si ride amaro.

venerdì 16 ottobre 2015

Il questo e il quello della quotidianità

Domenica, 25 ottobre sarò a Pigneto con la nuova collezione di bennibags

Mi è capitato, in questi lunghi giorni di dorato ottobre (che avrei desiderato liberi per godere del sole radente in oro fuso), di dover sostituire un collega e quindi, eccomi di nuovo, come ai tempi verdi miei del mio primo lavorare, scrivere tutto il santo giorno pezzi belli e brutti e anche così e così e anche seguire le agenzie e far di questo e di quello come e molto più, nel mondo virtuale che pare non dormire mai, di quando si stava nella redazione di un giornale di carta e, verso le otto e mezzo, visti i tiggì, si poteva chiudere in bellezza e dirsi, tra di noi, ci vediamo domani, buonanotte e magari farsi anche un sorriso... Oggi, ai tempi di internet, nel diluvio di parole che non finisce mai, me ne sono stata tutto il tempo, da sola, di fronte alla macchina muta, senza un sorriso né un mercoledì, con la tastiera che mi invitava a fare presto e prestissimo ché arriva, tosto, un nuovo pezzo da cucinare e farcire e mettere in pagina prima che si scuocia. E scrivo di cani e di gatti e anche di elefanti, e libero commenti  mentre friggo un poco sulla sedia...
Intanto mi preparo alla domenica che viene - le nuove bennibags sono già nella valigia che era di mio padre (e che amo), quelle delle collezioni passate tutte in saldo, dentro un bel cesto sardo - quando sarò di nuovo al Pigneto, con Giampiero e i suoi "libridieri". E mentre sistemo anche i cuscini, di pizzo e stoffe a fiori, che sono creazioni d'oggi e una novità, tempero il sorriso (che è sale e pepe della vita), nel fuoco acceso, per bilanciare il questo e il quello della santa quotidianità. 


mercoledì 14 ottobre 2015

Un social al cafforzo

Mi piace, quando la casa è ancora addormentata e dorme anche il mio pensiero, sedermi sul divano (e sono, a volte, le sei di mattina appena e io sveglia dopo il mio bel sonno) a bere il mio primo cafforzo (un poco di caffè, orzo in polvere, miele e latte) e fare il conto della giornata passata e un programma appena di massima di quella che verrà. A volte, mentre sono lì seduta, chiudo gli occhi e mi perdo in qualche meditazione che deriva, lo so, dall’esperienza maturata il giorno prima, quando si affoga nell’attività e il pensiero, mozzo, deve esser messo all’angolino. Pensavo, dunque, a quanto  mi ha detto un’amica tempo fa. Diceva che aveva incontrato per strada, e quindi nella vita vera, due o tre amici suoi - di Facebook - tu guarda, e non l’hanno neppure salutata. Io, del social sopradetto so poco o nulla perché non lo frequento e non voglio certo dirne qualcosa, ma una riflessione, sì, la voglio fare per dar tragitto all’anima che vola nella sua verità, bandite le menzogne del mondo che tutto divora. E penso che non c’è niente di meno social di questo gran signore virtuale che tutti quanti noi frequentiamo, in mare aperto. Penso anche che i “mi piace” espressi da chi passa, sono i sassolini di Pollicino che conducono al loro stesso sito per ricambiare l’ok e l’apprezzamento. Ecco, io penso che la socialità di internet somigli a un gran ballo della vanità, dove si va per dire “esisto”  e per farsi rassicurare da uno qualsiasi che, a sua volta, cerca rassicurazione. E, mentre in allegria, metto in rete questo mio pensiero profondo, sento che i miei si stan svegliando, poso il cafforzo e corro ad essere social, per davvero, con la mia piccola famiglia…
Per la mia Jane, laggiù a Oz

giovedì 8 ottobre 2015

FICO D'INDIA

                                                     

Nel sole radente, che al tenero meriggiare, sembra sciogliersi in oro puro tra i vicoli del mio Rione, me ne andavo, sola soletta, con i pensieri tutti quanti arrotolati nella mia bennibag (a proposito il 25 ottobre sarò con le mie bennibags e altro al mercatino del Pigneto), a fare la spesa nell’unico piccolo supermercato che sopravvive ai Monti. Si chiama supermercato, certo, ma di super non ha certo le dimensioni, essendo esso, invece, piccolo così, e costruito come un’avvolgente U che ha, all’ingresso, frutta e verdure e all’uscita i gelidi surgelati. Nell’avvallamento c’è il banco del pane, dei prosciutti e dei formaggi, serviti da una graziosa signorina che oramai saluto come una buona amica. Eccomi, dunque, con il mio cestello rosso a prender questo e quello nell’uso domestico che tutti conosciamo. Sono lì per prendere il latte quando un braccio molesto si allunga a mo’ di scudo. Mi giro. Un tipo giovane, con un’aria un po’ così, mi guarda e mi fa: “Prendo il latte”. “Prego”, dico, gentile, e passo ai biscotti, sperando che il molesto prosegui veloce nel suo giro. Niente affatto, me lo ritrovo tutto quanto intero, in pizzicheria e si fa un lungo giro di assaggi prima di prendere mezz’etto di olive e una strisciolina di pizza nera al carbone non so che. Pazienza, aspetto. Lo vedo veleggiare via e respiro.

Eccomi, ora ai surgelati che guardano in faccia i detersivi. Tiro diritto verso una cassa vuota. Ma eccolo, il molesto, di nuovo lui e, senza tanto né quanto, mi passa avanti. Con i suoi due pacchetti e un sorriso che mi fa andare giù in gola anche la lingua. Pazienza, la croce la porto comunque, mi dico e prendo a tirar fuori i miei prodotti che poi sono sei in tutto. Lui, non contento di aver finito ed essere libero fringuello, si gira verso di me e, angelico, mi fa: “Lo sa, ha fatto bene a comperare i fichi d’India, fanno benissimo”. Il fico d’India…

domenica 4 ottobre 2015

OCCHI AZZURRI OCCHI DI NOCCIOLA




                    
Marco, infante, era di quei putti biondi e riccioluti che ogni mamma si sogna di portare in grembo. Bello come un piccolo Gesù bambino, era anche buono. Buono come lo sono tutti quelli che, benedetti da una grazia di semplicità, nascono nel loro paradiso portabile e sanno ritagliarsi un posticino nel mondo, pieno di incanti tutti loro (per Marco, i soldatini) senza seguire le mode, le vanterie, le piccinerie della vita quotidiana che lasciano nei più, travolti dalla brama, le cicatrici dell’infelicità. Era così, Marco, uno che, quando andavamo ancora alle Rocchette o a Castiglion della Pescaia (ché Cala Girgolu era ancora tutta quanta nel sogno rotondo di mio padre) se ne scendeva sulla spiaggia, ordinato, tutti i santi giorni,  al mattino fresco, nel bel sole d’oro appena sveglio, per mano alla sua Enrica, che era nera di capelli e di carnagione e anche zoppa e camminava, per mano al suo puttino, portandosi dietro quella sua gamba malata, come se strusciasse nel malcontento, lavandolo via nell’angelica compagnia del bimbo suo ritrovato. Marco, sottobraccio, aveva una valigina piena di soldati che sistemava di tra la rena, in attesa di una guerra che non arrivava mai…
Era anche l’unico, tra noi cinque, che avesse gli occhi azzurri, ripresi dal papà. Ché noialtri quattro avevamo invece l'iride, tutti quanti, color nocciola, nel biondo screziato dei capelli. Ragazzo, Marco aveva due passioni: ancora i soldatini e poi la vela. E ora che vive dall’altra parte dell’Oceano - a me lontano, in un mondo che lo fa parlar nella lingua di Pessoa– mi pare a volte, di vedermelo davanti veleggiare nell’Hobie Cat nostro color giallo banana, nell’agitato ponente della baia di Cala Girgolu. Nel vento, suo alleato, la forza di tutto l'esercito dei suoi soldatini, le onde ricamate di spuma e azzurre, gonfie di vita, e lui, negli occhi azzurri, nell’armonia della semplicità che è anche mia…

giovedì 24 settembre 2015

MISS ITALIA NEL RINASCIMENTO

           
Questa signorina Italia, alta slanciata e con la palla da basket a rotolarle intorno come fosse un alieno d’aranciata buccia mi lascia freddina e non perché l’Alice, beata giovinezza, ha detto qualche paroletta di troppo facendo parlar di sé sulle tv e sulla rete (ché altrimenti pochi si sarebbero accorti di lei con tutto quel che accade nel nostro povero Paese), ma per via, e so di andar controcorrente, per via, dicevo, di quei suoi capelli mozzi, con il ciuffo alla garcon che dovrebbero essere tutti quanti moderni e vispi e allegri e a me, non so perché, danno uggia solo a guardarli e un poco di tristezza.
E mentre me ne sto sull’autobus 75 per arrivare lassù a San Pancrazio e al Teresianum per certe segrete faccende che tengo legate strette, d’un tratto, non so da che cosa ispirata, ricordo. Ricordo che, a non so che punto del mio corso universitario e quando a Roma regnava ancora Nerone, dovetti seguire un seminario di filologia ibeoromanza. Che c’entra con Miss Italia, direte voi. C’entra, c’entra. Perché nei villancicos (i quali sono componimenti quattrocenteschi e tanto cortesi perché parlano appunto di amor cortese) che studiavamo nei pigri pomeriggi invernali, le ragazze giovani e belle e da marito (o da fidanzato) portavano sempre i capelli lunghi sulle spalle e senza i capelli di serpente, liberi e selvaggi come quelli di Medusa (prima che fossero fatti serpe) non c’erano né amore, né bellezza e neanche miss Italia…

martedì 4 agosto 2015

Luce di Cala Girgolu

Quando, su Cala Girgolu, soffia la tramontana, il mare si colora di un azzurrato pastello e le onde increspate, ricamate di spuma, si rincorrono allegre fino a leccar la battigia e gli scogli che segnano il confine tra l’acqua della spiaggia e quella in corsa che entra, gorgogliando, ed esce, potente, in un litigar di mulinelli, nella stretta gola che porta al laghetto salato. Io, è su quegli scogli che siedo, di solito, a osservar le sfumature e le tinte del mare che mi ricordano le marine del pittore Piero Guccione (che amo). Io, come lui, rapita dall’onde, nel variegato variopinto dell’acque, me ne sto nel mio canto di spirito e d’anima, mentre tutt’attorno vive e respira la vita di spiaggia. C’è una madre che sgrida il figlioletto capriccioso, un padre, sudato, con secchiello e cappello, a caccia di granchi, c’è chi legge e chi fuma e chi chiacchiera sotto i colorati ombrelloni. La vita da spiaggia è così, lo san tutti, e io pure. Fatta di un macramé di parole che sanno di sale e di sole. Per questo, un poco, me ne tengo lontana. In disparte, la osservo dal basso del mio paradiso di fiamma accesa…

E tutti mi par di conoscere e di abbracciare, pur lontana, laggiù tra gli scogli. Al mattino presto, col sole ancora basso sull’orizzonte e il mare uno specchio d’argento, qualche giorno fa, me ne stavo dunque, sentinella, al mio posto, quando, d’un tratto, come un’apparizione vedo una mamma e la sua bimba, lontane, sulla riva. La bambina, in costumino rosso intero, percorre la battigia, facendo ruote, una ruota via l’altra, in un rotondo di sogno. Io, come lei, anni e anni orsono, nei miei verdi anni, e tutto di nuovo, daccapo, nel silenzio che amo. Respirano le onde, il tempo a ritroso, e il futuro, uguale sempre al passato, risorge nell’anima che mai muore

mercoledì 1 luglio 2015

Carlo ai Serpenti

In un bar di caffè brasiliano (dove è di casa, mi dicono ma io non l’ho mai incontrato, Giorgio Napolitano), lungo la bella via dei Serpenti (che ha per cancello il Colosseo) ai Monti, c’è da qualche giorno un punto di book crossing che, detto all’italiana, significa liberare i libri affinché senza spesa alcuna, si prenda e si lasci ciò che piace tanto, poco o così così. Io, in questo angolino di carta e inchiostro, ho lasciato qualcosa (che non dico) e ieri l’altro, nel prendere un cappuccino al volo, ho preso altro ancora. E cioè un libriccino della Mursia in edizione scolastica che si intitola “Un’infanzia italiana” ed è di Carlo Castellaneta, uno scrittore, dico la verità, che non ho mai preso in considerazione e poi chissà perché. Mie sorelle, ognuna a modo suo, sono state le tante scrittrici di memorie, Dolores Prato, certo, e Luisa Adorno, e anche Paola Drigo; Katherine Mansfield nelle lettere che tengo ancora nel mio comodino. Mie, molte altre, Kate Chopin e  altre i cui nomi volano via nella memoria (mia). Ma questo Castellaneta qui, neanche sapevo che lo avesse scritto un libretto così di memorie! Di lui, in vaghezza, ricordavo un titolo e addirittura pensavo (e me ne vergogno) che fosse sudamericano…

Così, pizzicata dalla sorte e guidata dal mio angelo, eccomi sciolta a leggere i ricordi suoi, del Carletto, in una Milano ingenua in orbace e fascio littorio. Lo vedo balilla, per nulla tamburino e in colonia, rapato a zero nel’umiliazione cruda dell’infanzia. E così tanta compagnia e diletto e divertimento mi ha dato la voce sua bambina che presto, in biblioteca, colmerò il mio vuoto letterario, leggendo racconti e romanzi di uno scrittore milanese morto orsono pochi anni nel mio Friuli amato…

mercoledì 24 giugno 2015

Ibam forte Via Sacra

A volte, quando mi sveglio presto al mattino e compio, col sottofondo del trillo degli uccellini ad accompagnar i gesti quotidiani, il rito del caffè, l’arte di riassettare che tanto mi dà gioia, ho tempo e agio di gironzolare un poco sulla rete per trovare, che ne so, una notizia ghiotta da commentare poi con il marito, una ricetta da usar  per colazione, oppure solamente per controllare i casi miei. Così, questa mattina, durante il consueto giro sui quotidiani (abitudine che mi resta incollata addosso insieme con la tessera da giornalista professionista), leggo su uno dei tanti che il Comune di Roma ha istituito i “volontari del verde”, gente come me, persone comuni che, stufi di vedere la città ridotta un letamaio, un’ombra di com'era e immalinconita e triste che neppure la miseria, rimboccandosi le maniche, partono alla ripulizia dei parchi e delle aree verdi di questa nostra Roma bella e bellissima che a tutti piace e che tutti (o quasi) trattan tanto male.

Ma che bella idea! Sbalordisco perché di cose buone, in questi tempi grami, ne sento e vedo poche; sbalordisco e penso, però, mica malaccio e già mi vedo - io che a Cala dei Gigli (sto arrivando…) mi trasformo in Chance giardiniere - con i guanti a raccogliere cartacce, a svuotar cestini, a parlare con gli acanti e a rincorrer merli. Vola la mente e si fanno intanto le nove del mattino. Telefono, mi dico, subito allo 060606 per aver lumi. Lo faccio e mi risponde la voce tal dei tali del numero tal dei tali. Porgo, cortese, la domanda. Ma il mio interlocutore, dice, non ne sa nulla e mi dà un numero di telefono di un certo ufficio del Dipartimento Ambiente. Lo faccio, nessuna risposta. Vabbè, faccio da me. In fondo non sono giornalista per caso. Due click e trovo subito il numero dell’Urp del Dipartimento Tutela Verde e Ambiente (mi pare proprio che reciti così il titolo onorifico comunale…). Mi risponde, lesto, un tipo con la parlata romanesca. Benone, mi dico, e sto per porgere di nuovo la domanda quando click, la linea cade. Senza darmi per vinta, riprovo e mi risponde il signore di prima. Alla mia domanda, comincia col chiamarmi “cara signora” (e, penso io, già butta male). Infatti, non sa un bel cavolo di nulla, lui neppure. E allora, sai che c’è, gli chiedo (non è forse la Urp l’ufficio che si occupa dei rapporti con il pubblico, cioè anche io?) di informarsi (mi pare quasi di vederlo alzare gli occhi al cielo…), gli dico che posso lasciargli la mia mail e magari… D’un tratto, mentre continuo il mio ragionamento, sento che la voce di lui si fa prima spezzettata, come se il cavo fosse mordicchiato da un gatto, e poi, patapunfete, immersa in un ovata acquosa, precipite nella gran fossa delle Marianne, infine farsi silenzio. E chissà perché, indovinatelo un po’ voi, mi è tornata un mente una cara amica che, per togliersi dai piedi un seccatore, rispondendo al telefono,  disse con voce filippina: “No signola è uscita, non essele in casa…” 

martedì 16 giugno 2015

La Sora Camilla

La “Sora Lella”, ai tempi miei verdi, era un ristorante che si trovava, mi pare, proprio sull’isola tiberina, isola sacra ad Esculapio, dio della medicina, che con il suo serpente sacro vi si stabilì, venendo dalla Grecia ai tempi delle guerre puniche Ci andai, una sera, in quella trattoria, passando rasente la Chiesa dell’apostolo San Bartolomeo, e pareva, nell’ascoltar la gente che vi si radunava, ai tavolini, di veder tanti Alberto Sordi, tutti là, in un gruppo, a chiacchierare, nella romanità ridente di quei giorni lì innocenti. Non so se il ristorante c’è più, di certo la Sora Lella se n’è andata nei giardini elisi, ma di sicuro nessuno chiama più le donne “sora” né “comare”, che era come dir siamo tutti affratellati nel gran mondo rotondo. La Mimma, la Mimma sì, mi parlava di comari, che erano quelle che, al paese, controllavano da dietro le persiane che i bambini giocassero in pace e serenità. Comare è vice-mamma, un occhio vigile che osserva, discreto, da dietro le finestre… Sora è sorella e poi signora; per i romani signora e basta, come madonna per i fiorentini del Duecento.

La Sora Rosa portava i fiori al cimitero del Verano, invece di mia nonna e trafficava a tener linda e fiorita la tomba avita sul promontorio del Pincetto. Lei, la nonna Lilla, pigra com’era, si risparmiava il viaggio, diceva in casa sua gli eterni riposo e l’altra, con la sporta carica di crisantemi, si guadagnava quel poco che serviva a comperare il caffè e il latte per la famiglia sua. Lei fu Rosa e poi lo fui io. Io, invece, per molto tempo (gli anni della rosa che sboccia), in casa fui la “Sora Camilla, che tutti la vogliono e nessuno la piglia”. Ci scherzava su mio padre quando squillava il telefono ed era spesso una voce di ragazzo per me di sedici anni… Trasecolai nello scoprire, anni e anni dopo, che la sora Camilla era esistita per davvero e altri non era che la sorella del gran Papa Sisto V, la quale, al contrario di me, non se la prese proprio nessuno, finendo, in pace e gloria, al monastero…

venerdì 12 giugno 2015

Pane di rosa

Non so dire perché o percome, non so se è stato per nostalgia della mia, diciamo così, prima vita, che a volte, da lontano, mi chiama, o perché la danza dell’alfabeto è per me sacra come lo è una santa messa, fatto sì è che questa mattina, cosa che non facevo da anni oramai, ho ripreso a leggere la mia Dolores Prato, nel suo capolavoro “Giù la piazza non c’è nessuno”. E, oggi come allora, le parole sue alate sono diventati gesti e verità di vita, nel quotidiano dello spirito, tra pentole e padelle. Proprio come piace a me. E leggevo di lei, a tavola, composta, con Zizì, a descrivere le pietanze e strozzapreti e cocomeri ed ecco, tornar vive e profumate, le tavole mie, io bambina, nella lontananza del passato bruciato in me eppure ancora vivo nell’amore del ricordo.

A casa Ponti, non c’era varietà di cibo. All’una, quando noialtri, tutti affamati, tornavamo dalla scuola, c’era la pasta rossa (già cotta, se ne rimaneva lì nell’olio e bisognava farla tuffare nel sugo di pomodoro, perché diventasse golosa); per secondo, cascasse il mondo, era fettina e insalata senza pomodori. Alla sera, per l’avvocato, mio padre, il minestrone, noi, invece, la verdura lessa, un uovo, del formaggio. Solo al venerdì sera, quando la settimana, con i giorni a tenersi per la mano, andava a dormire, mia madre stendeva la pizza. La stendeva, certo, ma quella pasta gonfia, morbida di vita, era frutto del lavoro di mani e di gomito della Mimma, che l’aveva fatta di buon ora, lasciandola in una ciotola a riposare, coperta da un panno bagnato. Al pomeriggio, la rimestava già gonfia com’era. E passava, poi, alla battitura. Sollevatala per aria la precipitava sul tavolo con un tonfo che era frustata d'amore,  in una brina di farina,  incanto di porporina di fate. Contava fino a trenta e io, nel mio cuore, con lei. Io: tutta quanta  assorta, perduta nel rito del pane. Al paese, mi diceva un forno soltanto c'era e passava al mattino una comare, con la tavola in spalla a ritirar le pagnotte da cuocere al foco. Ogni pane, un disegno. Chi una croce, chi un taglio,  chi uno squarcio soltanto. Chi un fiore, diceva, "pane di rosa"...

lunedì 8 giugno 2015

Fratelli d'Italia

bennibag d'arancia e fiori
Ci sono dei giorni, e questo è uno di quelli, in cui la fiamma mia soave, nel mio silenzio rotondo ricco di preghiera, mi fa veder vivi e veri e lucidi come se fossero stati spolverati da stracci di seta, tutto quel che altri, sembra, vedono poco o forse non vedono punto o forse, meglio ancora fingono di non vedere per ragioni arcane che capire non so. E sono stanca, lo dico e non lo scrivo, di tirar su bottiglie per le strade belle e oramai ridotte a letamai della mia Roma che amo. E di protestare con i vigili o allo 060606 perché nel tale posto – nella fattispecie, davanti al cimitero del Verano - bivaccano frotte di persone che non fan nulla da mane a sera, persone, che prese una per una, di sicuro sono bravissime, ma che in quel numero molesto forse stavan meglio a casa loro… Non è questione, lo scrivo a Pisapia, di leggere il Vangelo (che leggo e rileggo e ascolto a messa ogni domenica e anche di più) perché Gesù diceva “alzati e cammina”, mica insegnava a stare a ricasco di chi capita a naso…

Ma oggi è contro “Azzurro” di Adriano Celentano che sento un groppo nella strozza e la voglia di dire al nostro Matteo Renzi:_“Svegliati. Che cosa ridi? Non vedi che t’hanno messo una canzonetta al posto dell’inno nostro del giovane Maneli? Non vedi che umiliano la tua Patria? Lo sai che il Mameli è morto, patriota, a poco più di vent’anni? Ma un poco di dignità non potevi mettertela in tasca al posto dell’e-phone?”. Questo mi vien su da dire, con quel tanto di rabbia che mi piace stemperare in acquerello, perché – lo so  - le parole sono vane e figuriamoci questo piccolo blog che sembra un trenino arrampicato sulle Alpi, col fiato corto, in grazia del Signore. E mentre respiro l’azzurro che è in me tutt’intorno, invito Renzi a canticchiar tra sé, come faccio io a volte, Fratelli d’Italia, per cantar l’inno nostro bello anche alla Merkel in caso di bisogno…

giovedì 4 giugno 2015

Campane a San Ginesio

Da tre anni in qua, tutti i primi due venerdì del mese che il Signore regala a questa terra bella come una Regina di Saba, sono in una certa Chiesa di Roma, dedicata a due martiri, madre e figlioletto, che sta, tanto per farvi figurare un poco il posto, a un passo dal Foro di Augusto; sono in questa chiesa un poco discosta, poco conosciuta, assai romita, e me ne sto con una certa Rosa a decider quali panni sì e quali no possono andare alla distribuzione del sabato mattina. Un gran lavoro lo è, visto che ci voglion naso e muscoli e qualche ora regalata agli angeli. Sapendo io bene per chi lo faccio – ma non lo dico - mi torna facile il mestiere, anche se a volte trovo nei sacchi spazzolini usati, vesti strappate, roba desueta che per carità e maglioni che paiono di feltro e raspi e a volte (come oggi) non ci sono neppure i guanti per far la cernita tra zizzania e grano…

Vabbè, dicevo, dunque che oggi, e non venerdì, ero lì per certi casi che non sto certo a raccontare. Ero lì quando arriva Padre A., il francescano che, diciamo così, mi ha assunto al compito, e comunica a me e alla mia compagna di avventura, che se ne va, dal primo agosto in un paesello delle Marche, che conta poche anime e una chiesa trecentesca, bella come sono belle le pievi. Oh che peccato, e noi cosa faremo? Ma mordo il sassolino in bocca e, invece, gli chiedo il nome solamente, del borgo dove andrà in grazia del Signore. Mi risponde: “San Ginesio, lo conosci?”. Il cuore mi fa un piroetta in petto. A lui, rispondo che no, non ci sono stata mai, ma dentro di me, il mio pensiero corre alla dolce Dolores Prato, scrittrice di gran talento e sorella mia, della vita mia di prima del foco. Fu lì, a San Ginesio, che Dolores insegnò Dante e Leopardi e a San Ginesio è dedicato il titolo di un suo romanzo (ahimè, poco riuscito) che recita “Campane a San Giocondo”. Dove San Giocondo è proprio San Ginesio. Tutto questo chiacchiericcio nel mio silenzio e a lui dico soltanto: “Io verrò a trovarti, un giorno”.
Per i miei piccoli amici del mattino presto, nell'oro della giornata che comincia...

martedì 26 maggio 2015

Dante a Nettuno

I miei teli rosarosae
In questo dolce maggio di rosa rosae, mentre la fiamma soavemente mi conduce in viaggio, eccomi finalmente tornare al mio piccolo blog che ho trascurato perché la vita nel mondo, con i suoi molti doveri e tanti sì, incalza e mi sospinge, in moto circolare uniforme, nel vorticare delle sue trame che mi vorrebbero togliere il respiro e non ci riescono punto, nel centro dove sono. Ma il mondo chiama e io rispondo. Io, lì, soldatina, salgo sui tetti a pulire grondaie, conduco in viaggi spirituali irlandesi, finlandesi e anche italiani, e traduco dallo spagnolo un libro prezioso (di cui però non posso dir né “a” né “ba”) e poi, come tutti i giornalisti professionisti, eccomi a un corso di aggiornamento di deontologia (su diffamazione e rettifica) per mettere insieme, in tre anni tre, ben 60 punti di cultura che, secondo l’Ordine, si può quantificare in addizione. E non importa chi sei e quanto hai studiato e come ti sei ritrovato nella vita, i corsi si fanno, punto e basta ed è legge dello Stato, inventata, credo io, dal nostro caro senatore Mario Monti…

Va bene. Agli ordini. Eccomi all’appello e firmo all’inizio e alla fine così i controllori controllano che non me la sia svignata. Sul palco, c’è un vecchio amico che è anche presidente dell’Ordine, e altri che conosco di nome e di viso, per il lungo tempo passato di redazione in redazione. “Posso?”, mi chiede una collega nel sedermisi accanto. Certo, figurati. E’ simpatica,  si vede subito, con i capelli corti corti e quell’aria svelta che sa tanto di modernità, mi racconta che lavora per un sito internet che parla di Anzio e di Nettuno e che si chiama “Il Granchio”. E mentre lei sorride, io penso a quando, appena ventenne, fui proprio a Nettuno chiamata a far la supplente in un certo istituto turistico di cui non ricordo il nome. Io insegnavo a sciacquare i panni in Arno con il Divino poeta. Almeno ci provavo, perché loro, i ragazzi, più che ascoltarmi mi chiedevano di andar con loro al mare…

domenica 19 aprile 2015

Buon compleanno mamma Roma!

to è il motorino, da me fotografato, che due giorni fa, se ne stava a Villa Aldobrandini chiusa al pubblico...
Siccome io, ed è dir poco, Roma la amo tutta quanta, nel bel sole sciolto delle mattinate primaverili e anche quando grigio, in cielo, si stende il manto di Giove pluvio, voglio, in anticipo augurarle buon compleanno per il 21 aprile prossimo venturo. Buon compleanno, mamma Roma… E mordo la lingua e le parole restano nella penna perché vorrei elencarle tutte le magagne che affliggono, per colpa degli amministratori che non amministrano un bel nulla (e che, mi pare, odiano la bellezza…), la nostra Città Eterna. Una, per tutte, la Villa Aldobrandini che era ed è un cespuglio d’alberi e di verde proprio sul cucuzzolo di Via Nazionale, dove i monticiani andavano alla domenica a far quelle sante chiacchiere che sono il sale della vita. Ora, non si sa neanche perché (visto che di lavori non se ne sono visti mai e non c’è neppure un cartello a spiegare il percome della chiusura) è sprangata da mesi. O meglio, alcuni entrano; ad esempio i cialtroni che ho visto con gli occhi miei ben aperti, scavalcare il cancello con tante bottiglie di birra al seguito oppure un  qualcuno che, proprio l’altro ieri, ha parcheggiato dentro un motorino, lasciando sul gradino due caschetti ad aspettare… Mi chiedo, chi era quel figliol dell’oca bianca che, solo soletto, aveva le chiavi della villa? Mi chiedo, perché si consentono queste cose? Non sono forse cose degne di una monarchia assoluta? Allora, e sparo, erano meglio i Borbone! E pure gli Aldobrandini che almeno la loro villa sullo scivolo dei Monti se la tenevan cara e la curavano come io curo i fiori sul mio balconcino? Ma sono domande al vento, che si sciolgono nel nulla di Marino, in questa Roma smangiata dal degrado che mi fa pianger cuore e anima ogni volta che scendo anche solo a buttar la spazzatura. E la finisco qui, nel mio pianto antico, in questa domenica che pure mi regala ore di quiete e ora, appunto, le metto tutte in un fagottino rosa e le spedisco a chi so io e anche a voi, se lo vorrete…

martedì 14 aprile 2015

Un amico per la via

bennibag verde speranza
Capita, a volte, per le strade del caso divino (che son le strade mie) di far incontri numinosi, angeli e arcangeli che indicano a lume acceso la via, e anche di trovar antichi amici scrittori per il sentiero, i quali, chissà perché (o forse il perché è scritto in una certa dittatura culturale che da sempre respiro nel Paese), non si è conosciuti mai. Tutto ciò premesso e andiamo avanti, vi voglio scrivere, in questo breve post con l’anima ancora parigina nel ricordo e nel rimpianto per il lì alato e il qui privo di sogno, di un certo Alfredo Panzini, riminese, che, ne sono quasi certa, non avete sentito nominare mai. E che gran peccato! E’, il Panzini, scrittore di razza, uno di quelli che ti accompagna per mano da un capo all’altro di una storia che è piccola e grande insieme, scrittore che dosa le parole e le infila una accanto all’altra senza sbavature.  Vi consiglio, allora, se ne avrete la curiosità, di leggere, magari sull’ebook (perché non tutti hanno, come me, la sorte di avere per amico un certo Giampiero che vende i suoi “libridieri”http://www.libridiieri.it/ anche su internet e che mi ha regalato, bontà sua, una bella edizione del Panzini della Omnibus Mondadori), ad esempio, “Piccole storie del mondo grande”, dove tra tutti e tanti bei racconti, mi piace ricordare “Nella terra di santi e di poeti” che è un storiella in bicicletta tra le beltà marchigiane. A Recanati, via a cercar le orme di Leopardi e a Tolentino quelle di Napoleone. Insomma, sarà che per via della Dolores, io mi sento nel sangue un poco marchigiana, sarà perché il tono è quello giusto del sereno girovagare, sarà per la bravura innata che si mastica nella collana di parole, sarà per tutte queste ragioni e altre che non dico, ma questo filo di parole io lo tengo vivo nel cuore perché c’è, in esso, garbo, divertimento, ironia, c’è il viaggio come deve essere e c’è l’Italia piccola e antica che amo. 

giovedì 9 aprile 2015

L'ovo di Piero


In questa Pasqua, mia, tutta parigina, nel quartiere latino apparecchiato di libri, rose e giardini, ho avuto agio di osservar bene, e con il terzo occhio ben aperto, i nostri cugini francesi e mentre, nella malinconia, mi accorgo che loro – e noi non più – tengono alta la bandiera della patria loro e non c’è verso di fargli tirar fuori una parola sola in inglese, noi, sprofondati nel mondo all’incontrario, andiam ciechi incontro alla rovina.
I francesi, no, neanche per niente. Non c’è Charlie Hebdo a spaventarli, essi resistono, con le radici ben ferme nella tradizione loro di baguette e camembert. Dovremmo prendere esempio, noialtri italiani, da loro che han saputo far di poco (al nostro confronto, si può dire senza tema…) molto e di più. E proprio a questo piccolo ma grande proposito, vi voglio raccontare, ma se non vi va potete cliccar quel che volete, che, prima di Parigi, mi sono fermata a Milano. E lì, dopo aver comperato un bel paio di ballerine di Porselli (proprio accanto alla  Scala c’è un negozietto piccolo così con quelle scarpette da fata che mi innamorano da sempre…), me ne sono andata alla Pinacoteca di Brera ad ammirare, e lo scrivo ad alta voce, il mio adorato Piero della Francesca nella magnifica, stupenda, ineguagliabile Pala Montefeltro che io amo chiamar la mia Madonnina dell’ovo (che è perfezione dell’universo tutto quanto).
Ebbene nella sala tal dei tali, con tutto che accanto alla mia Madonnina c’è “Lo sposalizio della Vergine” di Raffaello (altro capolavoro, con quel paggio che, non so dir perché, si china, vezzoso, a spaccare col ginocchio un ramoscello…), eravamo sì e no in quattro, come si suol dire, quattro gatti. Invece poi, al Louvre, a veder la Monnalisa (che detto tra di noi per me è solo un bel ritratto e niente più), non si poteva quasi entrare da quanta gente c’era, un gregge addormentato coi piedi doloranti dal gran girovagare nell'immensità dell'ex palazzo di Luigi e Maria Antonietta. E allora, mi dico, il mondo è proprio all’incontrario se preferisce alla Madonna di Piero la Monnalisa di Leonardo! E sospiro… Ma poi, al ricordo della mia Madonnina bella, tutta quanta composta e in preghiera, rido tra me nella perfezione del suo incarnato rosa, nel ramoscello di corallo (simbolo di sacrificio) che pende dal collo del Bambino, nell’ovo sospeso, nell’abbraccio dell’eterna conchiglia e, in privilegio di grazia divina, volto il pensiero mio in farfalla  rosa e, poco male, via col vento…


giovedì 26 marzo 2015

Il Signore del mondo



Io, questa mini bennibag (che ho cucito dopo giorni di titubanza), l'ho voluta di fiori e foglie, nei ghirigori che sono sorriso al cuore e alla mia anima
Del Papa, di Francesco I (un nome che mi par da re di Francia…), scrivo poco e malvolentieri perché mi piace tener per me, nell’obbedienza, il mio pensiero e poco  mi va di condividerlo come si fa oggi, con tutto quanto si vive, in leggerezza – secondo me – assai vana. Non sul Pontefice, dunque, scrivo, ma due cose due le vorrei dire su un libro – “Il Signore del mondo” - che a Papa Bergoglio (ma anche a Benedetto XVI) piace molto e che ha consigliato ai giornalisti, in volo, di ritorno dalle Filippine. E così, per obbedienza, me lo sono scaricato  dal Project Gutenberg e, nelle poche ore libere che conto nell’agenda, eccomi stesa di lungo sul letto a perdermi nel mondo che verrà, immaginato da Monsignor Robert Hugh Benson, dove la Massoneria ha vinto e stravinto in Occidente, facendo dell’uomo un Dio e bandendo il Signore e i suoi rappresentanti in terra dal mondo,  prima a Roma (che verrà distrutta) e poi a Nazareth, dove, nelle ultime pagine, si consumerà un misterioso Armageddon, tra l’ultimo Papa (Silvestro III, come San Silvestro si festeggia l'ultimo dell'anno) e l’antagonista Julian Felsenburgh (Giuliano, l’apostata…). Bello è che i due si somigliano, proprio come gemelli sono San Michele Arcangelo e  l’altro, il caduto, Lucifero…

Vabbè, insomma, se vi va, il libro è bello e par di leggere, nello stile vivido, veloce, elegante, un classico del genere, cioè “1984” di George Orwell che tutti conoscono e hanno letto, mentre quest’altro, che deve aver ispirato persino il nostro George, nessuno l’ha sentito – o quasi – nominare. Io l’ho letto e ora tocca a voi. Servirà per capire dove stiamo andando, dove conduce la strada gelata dell’umanitarismo che tutto pensa di sapere in superba prosopopea, ma anche (e confesso che per me è stato il lato sud...) per prendere istruzioni spirituali da Benson, il quale sa bene qual è la strada che conduce nella nube della non conoscenza, in cima alla scala d'oro...

giovedì 19 marzo 2015

Nella semplicità rotonda

Quando sono nella mia verde Sabina, nella carezza delle colline che si rincorrono come pigri cavalloni, ho un mucchio di lavoro che mi aspetta. I bocchettoni del terrazzo sono da ripulire dalle foglie e c'è la casa da spazzare nei suoi tre piani arrotolati verso il paradiso, i letti sono da riassettare e tutti i gatti miei, piccoli e grandi, mi guardan dalla madia carichi di polvere, come nella speranza di un bel bagno con la spuma...
C'è da fare questo e quello e poi da riposare seduta sul terrazzo dove, in quiete, ritrovo le parole che so e che mi hanno insegnato e, nel silenzio del mio raccoglimento, via, lungo la mia strada d'oro. Verso le cinque, quando il sole scolora all'orizzonte e i gatti del paese si arrotolano tra loro in cerca di tepore per passare la notte al caldo, esco alla campagna, con il mio bel borsone nero in simil pelle. Esco, sì, come facevano le donne fino a poco tempo fa, a raccogliere la legna per fare il fuoco. In cerca di ramoscelli, eccomi giù per la discesona che porta alla valle del Farfa e nell'incanto verde e silente che mi abbraccia: di lì il sorriso di sole delle primule, di là, il carminio delle violette in fiore, sul ciglio della strada, i celesti nontiscordardime. E tutti quei fiori, in volo pazzo le rondini, paion darmi il benvenuto mentre mi par di camminare in una protostoria mia soltanto. Respira il cuore e l'anima s'innalza mentre, nella semplicità rotonda,  creatura tra creature, io mi preparo a tornar su, a preparar la cena e ad andare a letto

venerdì 13 marzo 2015

Cinquecento anni orsono

Cinquecento anni fa, il 28 marzo, nasceva in un paesetto piccolo così della Spagna, una certa Teresa Sanchez con molti titoli nobiliari che non scrivo; una ragazzina come tante che, piccolina, sognava col fratello di partir per le crociate e che lo fece per davvero, fagotto in spalla, a sette anni o giù, di lì, via marciando per la strada, col fratellino; e i genitori, figurateli poveracci, morti di paura, col cuore in gola a cercare i due mini crociati… Cinquecento anni fa, nasceva, dunque, Teresa Sanchez che doveva diventare, anni più tardi, Teresa D’Avila o di Gesù, una santa grande, dottore della Chiesa (ma per favore non pensatela in un santino, ma un donna vera, di sangue e viva), che  qualche tempo fa è stata festeggiata in un convegno al Teresianum, che è l’università pontificia della spiritualità, dove padroni di casa sono i carmelitani scalzi, figli spirituali della gran Teresa, mistica potente e umile nell’ascesa del Carmelo.

Al convegno, tra tanti consacrati, c’ero, modestamente, anche io, E di quel convegno, ma non solo, conservo qualcosa che dirvi non posso e non voglio, ma una parola di Teresa, sì, voglio regalarvela, perché può metter luce nel buio e insegnar a chi è lontano quanto semplice può essere la verità divina. Scriveva Teresa: “Pregare è stare per un po’ soli soletti con chi ci ama”.
E la finisco qui e mentre vedo la piccola Teresa col fratellino, loro due soli e piccini, camminare nella vastità del cuore di Castiglia, ripenso a me, piccolina e a Beatrice, nell’immensità solenne e deserta di Cala dei Gigli perduta nell'incanto della mia  Sardegna di tanti anni fa. Insieme, noi due, piccole così, decidemmo, e chissà perché, di andare a prendere un gelato a Monte Petrosu che era un paesetto piccolo così anche lui e in cima a una collina.
Io e lei, per mano, venti anni e metro di capelli biondi  in due, zitte zitte, come a partir per le crociate, senza dire nulla ai genitori, cominciammo la camminata. Certo, non andavamo alle crociate: un gelato al cioccolato, se si può scrivere così, era il nostro graal, ma la punizione, una volta avvistate, in capo al nulla, e acciuffate, fu – credo – la stessa che ebbero Teresa e suo fratello cinquecento anni orsono… 
Tavolara mia...

giovedì 5 marzo 2015

Matisse può attendere

Ho cucito tante bennibag bianche, sorelle tutte quante del mese di febbraio appena concluso, mese bianco di februa cioè di purificazione...
A veder la mostra di Matisse alle Scuderie del Quirinale non andrò di certo. Roma è in sé una meravigliosa mostra a cielo aperto e, spiace dirlo, sine ira et studio come scriveva il grande Tacito, ma Matisse, con tutti i suoi colori e questo e quel gran parlare dei curatori della mostra, è un nanerottolo, una cosa piccola  al confronto, mettiamo, di quanti sono considerati, e per me ingiustamente, minori, di scuola, della gran pittura italiana di tutti i tempi. E figuriamoci al paragone dei grandi… Io, alla mostra non andrò, come non sono andata a quella di Frida Kahlo, perché mi basta entrare in una chiesa romana a caso per trovare la bellezza tutta quanta rotonda del bel disegno, del colore, dell’arte che mai passa di moda. Entrando, per dire, a San Marcello, so che posso fermarmi ad ammirare il San Paolo caduto da cavallo dei fratelli Zuccari che (come ho già scritto) è per me mille volte più bello e allegro e grande del fratello caravaggesco che si trova a Santa Maria del Popolo, la chiesa “occupata” dai no global quando doveva venir Salvini a Roma. Roba che gli angeli di Raffaello e la Madonna del Carracci devono aver pianto dallo sconforto, in un frullo d’ali divine, nel constatar che si può esser tanto antidemocratici pur sostenendo il contrario…

Ma vabbè. Continuiamo nella caccia alla meraviglia romana. Ed eccoci a San Luigi dei Francesi dove, come si sa, c’è il gran Caravaggio con la chiamata di Matteo. Sì, ma entrando a destra, per chi come me ama Domenichino, ecco le storie di Santa Cecilia: garbate, eleganti, uno splendor di stelle in firmamento. Potrei continuare così, di chiesa in chiesa, se non fosse che qualche giorno fa, alla presentazione di un libro “Il corridoio di Sant’Ignazio”(edizioni Artemide), scritto dalla professoressa Lydia Salviiucci Insolera, in una piccola libreria (tutta tappezzata di libri e mio marito in brodo di giuggiole) in via dei Sediari, scopro che, senza entrare in chiesa, si possono ammirare meraviglie. In un sussurro, vi invito a entrar – e senza spender euri - nella porticina che sta sulla destra del portone del Gesù, dove vi attende, oh meraviglia, il gran corridoio affrescato da Andrea Pozzo, in un crescendo di anamorfosi tutte mistiche, da guardar con gli occhi del cielo. E in fondo in fondo al corridoio spirituale, una sorpresa, una sorpresa grande, nell’umiltà del piccolissimo.  Una sorpresa che non vi svelo. E ora sapete perché la mostra di Matisse, con rispetto parlando, può attendere…