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mercoledì 28 gennaio 2015

Figlio unico

bennibag grannychic
Eravamo cinque figli, tanti, e forse troppi in un mondo che si affacciava alla modernità, voltando le spalle a ciò che era stato fino a pochi anni prima; eravamo cinque figli, con una mamma bambina, troppo giovane, credo, per tante bisacce caricate su fragili spalle e un padre che lavorava sempre, fino a sera tarda quando sedeva al desco, mangiando a capo chino il suo minestrone di verdura quasi freddo. Eravamo cinque figli, come a contare sulle dita di una mano e siamo arrivati a rompicollo, quasi tenendoci per mano. Dei gemelli, che erano per me un pianeta di un’altra galassia, pochi ricordi, solo che facevano indiavolar mio padre il quale, rosso in faccia, gridava, senza che io lo capissi: “Io mi domando e dico!” e io, nella paura, sotto un tavolo; di mia sorella Sara, nessun ricordo ché mai abbiam diviso nulla, pur sorelle, neppure una stanza. Lei dormiva sola, a Roma, a Cala dei Gigli e anche ora dorme sola, ora che è donna e indipendente e viva.

 Con Marco, sì, con Marco, che mi passava un anno appena, sì, eravamo e siamo fratelli. Ma proprio oggi, che ognuno è andato via per il suo mondo, sul sentiero che è suo e di nessun altro, parlando con mia madre, ho rivisto, bambino, come uscito dalla nebbia del passato, uno dei gemelli che, più grandi di me di più d’otto anni, erano – come ho già scritto – un mondo a parte. Ricordava, mia madre, che a volte quando usciva per compere e commissioni sue (epiche per me, bambina), il gemello Luca si nascondeva a metà dello stradone, dietro uno degli ulivi d’argento che dondolavano i rami al vento ai margini del praticello e, raggiuntala, chiedeva, come in un sogno, trasportato dalla verità che lo mangiava nel bisogno suo supremo di essere unico e solo: “Mamma, ti prego, posso uscire con te e fare il figlio unico per una volta?”. La tenerezza picchia all’uscio mio nell’immaginarlo così, fragile, piccino, in quell’alba primigenia di vita che pare non tramontare mai.  

lunedì 19 gennaio 2015

Due cuori in pizzeria

Bennichic, bennibag
Mi piace, quando finite son le cure e i doveri del mattino, uscire nel sole già svenuto del primo pomeriggio, che colora l’intorno di un oro fuso, come se cose e persone  e anche io fossimo tutti insieme rapiti nell’arcano incantamento del divo Apollo; mi piace, in quell’ora di dopopranzo, nella pausa tra mattino e sera parentesi dorata nel furor dell’oggi intero, fare i casi miei e andarmene per la mia strada col pensiero lassù nella felicità raggiante e ritrovata che mi accompagna quando, la pace in cuore, mi ritrovo tutta quanta in quella mia dopostoria ritrovata, rotonda,  in conversione, e sono, pur in cappotto e sciarpa e stivali, come nata allora, Eva prima della caduta. Mi piace, dicevo, camminare in quell’ora sospesa che tanto amava, come me, Giorgio Caproni, un poeta  che amo e che ebbi la ventura di vedere, in carne e poesia e sangue, a una certa serata alla Camera dei Deputati quando, e sono passati anni, padrona di casa era nientemeno che la Irene Pivetti... Ricordo, di Caproni, pubblicata sul Corriere della Sera, una piccola lirica sul dopopranzo (che conservo in uno dei tanti diari che scrissi e scrivo) e giocavano nella piazzetta di un paese tanti bambini col giubbino turchino…

Io, nel mio girovagare, ricerco la perfezione del mio Caproni e di quel suo antico poetare su un piccolo mondo, antico pure lui, che tanto mi manca. Ma pur nell’estasi mia, ho occhi aperti e cuore pronto al riso e oggi, tra i passi miei alati, ecco che ti vedo in Via Leonina un cagnolone di quelli che hanno labbra e orecchie pendule e sono penduli anche di carattere e mansueti e buoni che neppure il buon Noè. Cammina a capo mogio appresso alla padrona, il cagnolone e d’un tratto, fuori dal nulla, in un abbaiar furioso, esce a razzo da un locale un cagnetto piccolo così, un Jack Russel (credo) in miniatura, ma tutto compatto e nervoso e teso e pronto a far amicizia con il nostro giuggiolone. E salta e bercia e gli si fa intorno e dietro e davanti con insistenza canina, ma l’altro nulla, come non lo vedesse. Il nostro  non si perde d’animo e, sciolto da collare e guinzaglio com’è, entra al trotto, al seguito del nuovo amico dal cuore tiepido in una pizzeria a taglio e chissà com’è andata a finire…

mercoledì 14 gennaio 2015

Nel fiume di Eraclito


bennibag fiorita del Giappone
C’era e c’è ancora, affacciato sulla timida salita di San Sebastianello, il Palazzo color ocra, dal gran portone (che inghiottiva noialtre in divisa blu e bianca e basco in capo), dell’Istituto Mater Dei. C’era e c’è ancora, dicevo,  ma adesso ospita il British Council e all’ingresso non c’è più la Madonnella bianca, a mani giunte, con la sua bella aureola di lucine accese, che io, bimbetta e poi ragazza, salutavo con un inchinetto ogni santa mattina di scuola, quando il sole, sbadigliando, saliva piano piano verso il suo trono in cielo. C’era e c’è ancora, dicevo, ma andarci (almeno per me) è un’agonia. Le sister (che se ne contano credo ancora come sulla punta delle dita di una mano) non portano più l’abito blu, diritto e umile, che conoscevo, ma gran gonnelloni e ampi golf e stanno a capo scoperto,  lì dove prima, elegante, nero, con la sua baschina bianca a far da contorno al viso, c’era il velo, a scodinzolo, giù per la schiena. Tutto cambia, mi dico, e non bisogna voltarsi indietro. Ieri era il Mater Dei, oggi il British Council, domani chissà.

E mi consolo pensando che ci sono persone, come una che mi è cara, che pur negli anni trascorsi al trotto, restano nell’anima le bambine che sono sempre state. E l’altro ieri questa signora qui che conta un’ottantina di primavere se ne andava lungo la Via Nazionale in cerca di un cappottino rosso (“ché sono stufa del grigio e anche del nero!”, come mi ha spiegato, seria seria, neanche se fosse pronta ad eleggere il nuovo Papa…) e l’ha trovato, mi ha detto, al Benetton che sta nel posto tal dei tali e vedessi che carino è, di taglio semplice e sincero. Continua, mostrandomelo, appeso nell’armadio e poi conclude: “E pensa che mentre uscivo dal negozio, e me l’ero messo addosso, ho visto riflessa nella vetrina una signora niente male in cappottino rosso”. Puntini di sospensione e conclude, ridendo, come avrete capito: “E quella signora così carina ero proprio io…” Io, nel fiume di Eraclito.

sabato 10 gennaio 2015

Il mio San Paolo a San Marcello


Le nuove bennibags 2015 vi aspettano (e anche io) al mercatino del Pigneto, domenica 25 gennaio
Lungo la via Lata, ora chiamata via del Corso per grazia delle corse dei cavalli berberi che tanto piacevano a Papa Paolo II (il veneziano, per capirci, di Palazzo Venezia…), c’è – ma quasi al principio, le spalle al Vittoriano – la bella chiesa dei Serviti, intitolata a San Marcello, dove io vado, spesso e volentieri, perché mi pare, quando sono lì dentro, di sentir la fiamma che si accende e anche perché vi trovo, tutte sull’attenti come tanti soldatini del bene, le bottigliette dell’acqua benedetta che, fatta l’offerta, mi porto sempre in borsa e  tengo a capo del letto. Quando sono lì, a San Marcello, siedo di solito su una certa panca, per avere, a mano destra, nella sua bella cappella il santo crocifisso ligneo con Cristo in fiamma, caro ai devoti romani (e anche a me) e, sull’altro lato, la conversione di Saulo, in forma di maestoso dipinto dei fratelli Zuccari che a me, e perdonatemi, piace molto, ma molto di più del mesto (per me), gemello caravaggesco di Santa Maria del Popolo, con quel verdolino cupo, in un triste nero pece. C’è in questo Saulo che diventa Paolo, invece, elegante nella sua giubba turchina col bel  cappello in testa, come il senso della festa, la gioia dell’incontro col divino – che è tutto e di più mica si può - che manca, a mio vedere, nel Caravaggio, dove è l’uomo che trionfa sulla terra. Ma non è di questo che volevo parlare e dunque vado avanti nel racconto. Eccomi, oggi, a San Marcello, nel mio pregar raccolto e mi accorgo, ma non ci faccio  tanto caso, che c’è qualcosa di diverso e di grande in chiesa e ancor più grande del normale. Entro e mi siedo al banco mio e tiro fuori il mio rosario. D’un tratto, apro gli occhi e vedo. Tutti i moccoletti, ecco, sono accesi e festanti le fiammelle, in guizzo d’allegria, salutano il Creatore e io con loro. Guardo, tutt’intorno, in quella gioia di luce traballante  vedo, d’un tratto, un certo signore, in panni sporchi, che con perizia e meticolosità, finisce di accender l’ultimo lumino, poi, riaccende il fiammifero, si guarda intorno e, accortosi di aver terminato la partita, tutto contento, soffia sul cerino, fa un gran respiro e via verso la porta, lasciandosi alle spalle (e a me) il paradiso…

lunedì 5 gennaio 2015

In volo d'angelo, verso il paradiso


Al mattino presto, c’è come un punto interrogativo nell’aria, per le strade di Roma, tra il Capodanno e l’Epifania. Una speranza sospesa, fiorita, nel freddo che morde, per il nuovo anno, per quanti – mi pare – non hanno letto le Operette Morali di Giacomo Leopardi nel breve dialogo tra il passante e il venditore di almanacchi. Nell’attesa, che passa – almeno per me – tra la nascita del Bambino e l’arrivo dei Magi d’Oriente, nell’oro (del Re), nell’incenso (che è pur spirito) e nella mirra (che ricorda il profumo del sacrificio), io aspetto, con sano realismo, che si arrivi al sette gennaio, quando l’attesa del mondo per un mondo nuovo cesserà e ricomincerà il suo assurdo mulinare, in quel viavai vero e virtuale che fa dimenticar agli uomini le cure. Mentre per me, nella gioia del Bambino nato e mostrato al mondo vero, del fiume (in cui vivo) da altri piccoli Re, ogni giorno, santo al cielo, è paradiso in terra…
Mi trovavo, in una di queste mattine del ponte tra l’attesa e il ritorno del quotidiano, dalle parti del Castel Sant’Angelo, e passando il sacro ponte che ha, ai bordi, in estasi divina, gli angeli della scuola del Bernini, mi sono trovata in una baraonda di borse firmate e false e paccottiglia e robaccia varia venduta da gente di tutti i colori e senza permessi. Non un vigile, per carità, e il sindaco Marino cieco e sordo, solo l’attesa, spruzzata come barbiturico, di un mondo migliore, di civiltà e legalità (come dicono ai telegiornali e nella canzone di Lucio Dalla). Cammino e, sconsolata, penso a che cosa direbbe l’imperatore Adriano (animula vagula, blandula, hospes, comesque corporis…) se si svegliasse dal sonno eterno in cui dorme nel suo gran mausoleo e vedesse quel suk indecente e indegno della Città Eterna. Che desolazione! Tornerebbe a dormire il sacro sonno, il grande imperatore. E mentre penso questo pensiero, mi pare, d’un tratto, che anche gli angeli del ponte, stufi dell’orrore, se ne stiano volando via, frullando l’ali bianche, nel cielo turchino, stirato, nuovo, bello come è bello il paradiso…


venerdì 2 gennaio 2015

Capodanno con Daphne e tanti auguri a tutti


Nel freddo padovano (dentro e fuori casa) in cui mi sono trovata a passar le feste del Natale e del Capodanno, ho avuto, in grazia tutta quanta immeritata, il privilegio di trovare un’amica nuova, una scrittrice di quelle che conservo, come forse qualcuno si ricorderà (o forse no, ma poco importa) in uno stanzino d’oro in fondo all’anima. Esse, tutte quante laggiù, si tengono per mano perché, nella ricerca dello scrivere bello (che deve però saper di vita vera), la strada è una e una soltanto e, per la via, si incontrano i fratelli e le sorelle, che insegnano la via e parlano, sommessi all’anima. Sono queste le mie amiche, che non sono in carne e ossa, ma, per me, più vive sono di tanti che sono vivi. Dicevo, dunque, che conoscevo la Daphne Du Maurier per aver letto, ragazzina, “Rebecca la prima moglie” e un altro romanzo di cui non ricordo il titolo; più avanti mi sono innamorata dei racconti, uno veneziano, davvero strepitoso…

Ma mai, fin qui, l’avevo trovata vicina e tanto come invece è. E ora lo so, per aver letto il suo “Me, when young”, una autobiografia, e per aver scoperto che, giovanissima, innamorata (come me) di Katherine Mansfield, era andata a trovar la tomba di lei a Fontainbleu. Trovandola, in semplicità, come un pellegrinaggio dell’anima. Ci andrei io pure, per la Katherine, a Fontainbleu… Intanto, a Venezia, passando per San Geremia e Santa Lucia, e poi su su fino alle Fondamenta Nuove, io e i miei uomini del cuore siamo andati in vaporetto al San Michele a cercare (e trovare) la tomba di Ezra Pound che ho amato nella persona  sua di maestro e di poeta e in una intervista che gli fece Pierpaolo Pasolini.