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mercoledì 1 luglio 2015

Carlo ai Serpenti

In un bar di caffè brasiliano (dove è di casa, mi dicono ma io non l’ho mai incontrato, Giorgio Napolitano), lungo la bella via dei Serpenti (che ha per cancello il Colosseo) ai Monti, c’è da qualche giorno un punto di book crossing che, detto all’italiana, significa liberare i libri affinché senza spesa alcuna, si prenda e si lasci ciò che piace tanto, poco o così così. Io, in questo angolino di carta e inchiostro, ho lasciato qualcosa (che non dico) e ieri l’altro, nel prendere un cappuccino al volo, ho preso altro ancora. E cioè un libriccino della Mursia in edizione scolastica che si intitola “Un’infanzia italiana” ed è di Carlo Castellaneta, uno scrittore, dico la verità, che non ho mai preso in considerazione e poi chissà perché. Mie sorelle, ognuna a modo suo, sono state le tante scrittrici di memorie, Dolores Prato, certo, e Luisa Adorno, e anche Paola Drigo; Katherine Mansfield nelle lettere che tengo ancora nel mio comodino. Mie, molte altre, Kate Chopin e  altre i cui nomi volano via nella memoria (mia). Ma questo Castellaneta qui, neanche sapevo che lo avesse scritto un libretto così di memorie! Di lui, in vaghezza, ricordavo un titolo e addirittura pensavo (e me ne vergogno) che fosse sudamericano…

Così, pizzicata dalla sorte e guidata dal mio angelo, eccomi sciolta a leggere i ricordi suoi, del Carletto, in una Milano ingenua in orbace e fascio littorio. Lo vedo balilla, per nulla tamburino e in colonia, rapato a zero nel’umiliazione cruda dell’infanzia. E così tanta compagnia e diletto e divertimento mi ha dato la voce sua bambina che presto, in biblioteca, colmerò il mio vuoto letterario, leggendo racconti e romanzi di uno scrittore milanese morto orsono pochi anni nel mio Friuli amato…