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venerdì 30 ottobre 2015

Viaggio a Tarawera e ritorno

Ho comperato una piccola Nikon per fotografare le mie bennibags. Prova e riprova solo queste due sono venute bene. Ma vabbè, non mi darò per vinta...


Sarà perché questo mese d’oro di ottobre, in cui, bambina, tornavo (felice) al Mater Dei, e che ora è lungo avvento al compleanno di chi dico io, me ne sono stata ore e ore davanti a uno schermo a raccontar di questo e d’altro nell’amo sempre colmo delle notizie offerte sulla rete, sarà per questo o perché a volte guardandomi dintorno non vedo che rovine, o perché di cose ne ho raccontate tante e troppe forse qualcuno si è anche stufato di ascoltarmi; dicevo sarà per tutti questi motivi legati insieme come fasci littori, ma ho poca voglia di scrivere sul mio spazio rosa, tutto mio, rosa come è rosa il mio nome segreto. Eppure n’avrei di cose da raccontare che nel mio profondo tanto accade nel sospiro dell’eternità. Ma torno nel mondo e vorrei raccontarvi di una scrittrice che mi è stata, per anni, sorella d’anima e che, per l’editore Gherardo Casini (che uomo d’altri tempi, era, un benedettocroce, che ne so, uno che bastava dicesse una parola per mostrare tutta quanta, color bronzo, la sua autorità, un uomo del quale, mi pare, lo stampo si è perduto…). La scrittrice, grande, grandissima, capace di intinger la penna nell’inchiostro di vento e d’acqua dell’anima e di mostrare il dentro genuino, parlando del fuori, è Katherine Mansfield e il libro che tradussi, or sono forse trent’anni, si intitolava “The Garden party” (e se non l’avete letto, ce ne sono mille diverse di traduzioni, vi consiglio di farlo come se il consiglio mio fosse un tesoro, che ne so, una moneta d’oro dell’epoca di Augusto). Bene, torna mio marito dal lavoro e mi porge un libriccino, un cosino magro dell’Adelphi. “Che cos’è?”, gli chiedo. Lui zitto me lo porge. Leggo e gli occhi di luce accesa: “Viaggio in Urewera” di Katherine Manfield, a cura di Nadia Fusini. Ma grazie, grazie, grazie, gli rispondo e sono già alle terme del bosco di Tarawera, nella letterina che Katherine giovanissima, scrisse alla sua mamma. Leggo e mio marito è ancora lì. Da Tarawera precipito in salotto. E solo allora mi accorgo che è tutto bagnato e che fuori piove e, credo, pioveva. E lo dico ad alta voce, in un soffio: “Piove…”.  Mannaggia alla mia lingua. “No, no - fa lui, e serio, serio continua - sono caduto giù dal piroscafo mentre attraccava in Via del Boschetto…”.

lunedì 26 ottobre 2015

Il buono che c'era

Mia madre, quando eravamo tutti ancora nella casa bianca inginocchiata sotto al Colle Aventino, ci dava un giorno sì e uno no, la fettina con l’insalata. Al venerdì, come comandava il catechismo (ma anche la ragione) il baccalà per mangiar di magro e ricordare il sacrificio supremo del venerdì Santo (che io onoro oggi pure); il giovedì gli gnocchi rossi, fatti uno per uno dalla Mimma che pelava e bolliva le patate per poi tirar lunghe collane di bocconi d’oro; e il mercoledì rosette fritte, farcite di mozzarella, nell’odore d’olio consumato che sentivo fin dal cancello color vinaccia in fondo al vialetto. Correvamo, Marco e io, per mangiar quel vitto prelibato..

Insomma di carne “cancerogena” (secondo l’allarme lanciato dall’Oms) se ne mangiava poca, allora, perché la carne, allora, non era pensata – così come accade oggi – quotidiana. Era così nei tempi antichi, quando la carne era pietanza prelibata e rara e si portava in tavola con parsimonia. In campagna si mangiava tutto l’anno il maiale ammazzato ai primi brividi d’autunno, quando la notte scendeva già verso le cinque, solenne ad ammantare il giorno col suo silente nero. Di colpo un ricordo. Sono piccola, e sono in campagna, a San Giuliano. Il mio Friuli giovinetto corre allegro nella mia memoria. E io con lui, giù, giù verso il casolare della Carolina dove mi aspetta il Bepi per infinite corse nei campi di mais e lungo i filari d’uva fragola. Arrivo e picchio all’uscio. Avanti, mi risponde la Carolina. Entro, in punta di piedi, per non disturbare. Invisibile ai miei e con gli altri. Mi indica una sedia e poi mi dà un bicchiere di qualcosa che pare cioccolato. “Bevi”, mi fa, con un sorriso. Bevo, incerta. Fu quello il mio battesimo col sangue. Anzi con il sanguinaccio. Cioccolata non era, ma buono sì. E quando seppi che cos’era, non me ne curai punto e corsi, innocente, giù per gli smarginati campi col Bepi a rincorrere con lui la fantasia… 

venerdì 23 ottobre 2015

Cala Girgolu dell'anima mia

Mi capita, di maggio, quando la Sardegna somiglia un poco all'Irlanda, verde nelle sfumature tante che sorprendono l'anima e fanno sobbalzare di bellezza il cuore, mi capita - dicevo - di imbarcarmi con la mia macchinetta bianca e di partirmene sola soletta per andare a Cala dei Gigli per motivi che tengo legati stretti in un fagottello di biscotti e d'amore, allora, nel mio sbarco mattutino, come rinata nel sonno dell'Eden mio profondo, ecco il profumo di Sardegna: salso e mirto in matrimonio perenne, nell'alito del vento che viene dalle montagne azzurre, laggiù, e che mi ricorda, in magia, le mie estati bambine, quando eravamo ancora, in malinconia di naufragio, famiglia.  Guido, nel deserto dell'orientale che non somiglia punto a quella estiva, nel via vai della benzina, e tengo il finestrino arrotolato, per non perdermi la benedizione isolana che mi accarezza spirito e capelli. Sono felice. La casa mi accoglie con un sorriso antico e sulla spiaggia, leccata dalle onde, mi par di distinguere la danza delle ninfe, nelle loro coroncine di rosa, leggere come nel balzo della protostoria. Io, lassù, in privilegio supremo di grazia. Tornata, come riavvolgendo un nastro rosso, alla notte piccina in cui le stelle, lassù, mi chiamarono in coro...
E' mattina, la mattina dopo. Mi sveglio. La baia bianca, silente, solenne avvolta in un manto fitto di zucchero filato. Io, nel tutto, leggera, mi par di volare. Tavolara, regina,  immaginata laggiù, tra le onde, nella sua grazia azzurra. E mentre la nebbia mattutina si dirada, mostrando i contorni del mondo che mi torna ad avvolgere in manto di colori, sento la voce della quotidianità. Corro ad aprire...

mercoledì 21 ottobre 2015

Risotto ai funghi

Per caso, ma proprio per caso (ché la televisione la guardo di rado) sono inciampata, ieri sera, all’ora del desinare mentre preparavo il risotto ai funghi, su Blob, che taglia e cuce tanto dell’assurdo via etere per cucinarlo in una paella tv che va in onda proprio all’ora di cena. Un occhio a mescolare il brodo, un occhio al video, eccoti comparire l’ex sindaco Marino a una certa conferenza stampa del giorno appena concluso. Lo guardo e, nel guardarlo, rivedo tutto lo strazio della mia Roma amata, travolta dall’incuria, sporca che più sporca non si può, in mano a chi non l’ama e la sfrutta, imbrattandola. Lo vedo e ascolto le sue parole, in quel suo birignao che mi par poco, diciamo così, concludente, lo ascolto mio malgrado, tanto siamo in democrazia e tutti, anche Marino, possono parlare, evvia sono parole al vento o forse anche solo vento…
Lo ascolto e mentre lo ascolto parlare dei “trombettieri di Vitorchiano” i quali avrebbero, proprio loro, portato non so che giubbette in tintoria (che avrebbe pagato, oh ma che bravo, l’attento sindaco) con tutto il rispetto per Vitorchiano (che di sicuro è uno dei tanti, bellissimi borghi italiani) il pensiero corre a un ricordo cinematografico. Ecco, sì, sì, mi viene in mente Brancaleone che sbarcato sulla sponda di un misterioso lago, chiede, con piglio aulico e curiale, al villico che incontra: “Ove trovasi Gerusalemme?”. E quello, con una parlata tutta quanta rustica, tra il veneto e il latinorum risponde più o meno così: “Mi non so, noi lo chiamiamo Scatorchiano…”. Nel sorriso, interrompo le trasmissioni, via via, meglio girare il risotto profumato, che è tanto più proficuo pensare al piccolo nostro che al grande altrui, dove si ride amaro.

venerdì 16 ottobre 2015

Il questo e il quello della quotidianità

Domenica, 25 ottobre sarò a Pigneto con la nuova collezione di bennibags

Mi è capitato, in questi lunghi giorni di dorato ottobre (che avrei desiderato liberi per godere del sole radente in oro fuso), di dover sostituire un collega e quindi, eccomi di nuovo, come ai tempi verdi miei del mio primo lavorare, scrivere tutto il santo giorno pezzi belli e brutti e anche così e così e anche seguire le agenzie e far di questo e di quello come e molto più, nel mondo virtuale che pare non dormire mai, di quando si stava nella redazione di un giornale di carta e, verso le otto e mezzo, visti i tiggì, si poteva chiudere in bellezza e dirsi, tra di noi, ci vediamo domani, buonanotte e magari farsi anche un sorriso... Oggi, ai tempi di internet, nel diluvio di parole che non finisce mai, me ne sono stata tutto il tempo, da sola, di fronte alla macchina muta, senza un sorriso né un mercoledì, con la tastiera che mi invitava a fare presto e prestissimo ché arriva, tosto, un nuovo pezzo da cucinare e farcire e mettere in pagina prima che si scuocia. E scrivo di cani e di gatti e anche di elefanti, e libero commenti  mentre friggo un poco sulla sedia...
Intanto mi preparo alla domenica che viene - le nuove bennibags sono già nella valigia che era di mio padre (e che amo), quelle delle collezioni passate tutte in saldo, dentro un bel cesto sardo - quando sarò di nuovo al Pigneto, con Giampiero e i suoi "libridieri". E mentre sistemo anche i cuscini, di pizzo e stoffe a fiori, che sono creazioni d'oggi e una novità, tempero il sorriso (che è sale e pepe della vita), nel fuoco acceso, per bilanciare il questo e il quello della santa quotidianità. 


mercoledì 14 ottobre 2015

Un social al cafforzo

Mi piace, quando la casa è ancora addormentata e dorme anche il mio pensiero, sedermi sul divano (e sono, a volte, le sei di mattina appena e io sveglia dopo il mio bel sonno) a bere il mio primo cafforzo (un poco di caffè, orzo in polvere, miele e latte) e fare il conto della giornata passata e un programma appena di massima di quella che verrà. A volte, mentre sono lì seduta, chiudo gli occhi e mi perdo in qualche meditazione che deriva, lo so, dall’esperienza maturata il giorno prima, quando si affoga nell’attività e il pensiero, mozzo, deve esser messo all’angolino. Pensavo, dunque, a quanto  mi ha detto un’amica tempo fa. Diceva che aveva incontrato per strada, e quindi nella vita vera, due o tre amici suoi - di Facebook - tu guarda, e non l’hanno neppure salutata. Io, del social sopradetto so poco o nulla perché non lo frequento e non voglio certo dirne qualcosa, ma una riflessione, sì, la voglio fare per dar tragitto all’anima che vola nella sua verità, bandite le menzogne del mondo che tutto divora. E penso che non c’è niente di meno social di questo gran signore virtuale che tutti quanti noi frequentiamo, in mare aperto. Penso anche che i “mi piace” espressi da chi passa, sono i sassolini di Pollicino che conducono al loro stesso sito per ricambiare l’ok e l’apprezzamento. Ecco, io penso che la socialità di internet somigli a un gran ballo della vanità, dove si va per dire “esisto”  e per farsi rassicurare da uno qualsiasi che, a sua volta, cerca rassicurazione. E, mentre in allegria, metto in rete questo mio pensiero profondo, sento che i miei si stan svegliando, poso il cafforzo e corro ad essere social, per davvero, con la mia piccola famiglia…
Per la mia Jane, laggiù a Oz

giovedì 8 ottobre 2015

FICO D'INDIA

                                                     

Nel sole radente, che al tenero meriggiare, sembra sciogliersi in oro puro tra i vicoli del mio Rione, me ne andavo, sola soletta, con i pensieri tutti quanti arrotolati nella mia bennibag (a proposito il 25 ottobre sarò con le mie bennibags e altro al mercatino del Pigneto), a fare la spesa nell’unico piccolo supermercato che sopravvive ai Monti. Si chiama supermercato, certo, ma di super non ha certo le dimensioni, essendo esso, invece, piccolo così, e costruito come un’avvolgente U che ha, all’ingresso, frutta e verdure e all’uscita i gelidi surgelati. Nell’avvallamento c’è il banco del pane, dei prosciutti e dei formaggi, serviti da una graziosa signorina che oramai saluto come una buona amica. Eccomi, dunque, con il mio cestello rosso a prender questo e quello nell’uso domestico che tutti conosciamo. Sono lì per prendere il latte quando un braccio molesto si allunga a mo’ di scudo. Mi giro. Un tipo giovane, con un’aria un po’ così, mi guarda e mi fa: “Prendo il latte”. “Prego”, dico, gentile, e passo ai biscotti, sperando che il molesto prosegui veloce nel suo giro. Niente affatto, me lo ritrovo tutto quanto intero, in pizzicheria e si fa un lungo giro di assaggi prima di prendere mezz’etto di olive e una strisciolina di pizza nera al carbone non so che. Pazienza, aspetto. Lo vedo veleggiare via e respiro.

Eccomi, ora ai surgelati che guardano in faccia i detersivi. Tiro diritto verso una cassa vuota. Ma eccolo, il molesto, di nuovo lui e, senza tanto né quanto, mi passa avanti. Con i suoi due pacchetti e un sorriso che mi fa andare giù in gola anche la lingua. Pazienza, la croce la porto comunque, mi dico e prendo a tirar fuori i miei prodotti che poi sono sei in tutto. Lui, non contento di aver finito ed essere libero fringuello, si gira verso di me e, angelico, mi fa: “Lo sa, ha fatto bene a comperare i fichi d’India, fanno benissimo”. Il fico d’India…

domenica 4 ottobre 2015

OCCHI AZZURRI OCCHI DI NOCCIOLA




                    
Marco, infante, era di quei putti biondi e riccioluti che ogni mamma si sogna di portare in grembo. Bello come un piccolo Gesù bambino, era anche buono. Buono come lo sono tutti quelli che, benedetti da una grazia di semplicità, nascono nel loro paradiso portabile e sanno ritagliarsi un posticino nel mondo, pieno di incanti tutti loro (per Marco, i soldatini) senza seguire le mode, le vanterie, le piccinerie della vita quotidiana che lasciano nei più, travolti dalla brama, le cicatrici dell’infelicità. Era così, Marco, uno che, quando andavamo ancora alle Rocchette o a Castiglion della Pescaia (ché Cala Girgolu era ancora tutta quanta nel sogno rotondo di mio padre) se ne scendeva sulla spiaggia, ordinato, tutti i santi giorni,  al mattino fresco, nel bel sole d’oro appena sveglio, per mano alla sua Enrica, che era nera di capelli e di carnagione e anche zoppa e camminava, per mano al suo puttino, portandosi dietro quella sua gamba malata, come se strusciasse nel malcontento, lavandolo via nell’angelica compagnia del bimbo suo ritrovato. Marco, sottobraccio, aveva una valigina piena di soldati che sistemava di tra la rena, in attesa di una guerra che non arrivava mai…
Era anche l’unico, tra noi cinque, che avesse gli occhi azzurri, ripresi dal papà. Ché noialtri quattro avevamo invece l'iride, tutti quanti, color nocciola, nel biondo screziato dei capelli. Ragazzo, Marco aveva due passioni: ancora i soldatini e poi la vela. E ora che vive dall’altra parte dell’Oceano - a me lontano, in un mondo che lo fa parlar nella lingua di Pessoa– mi pare a volte, di vedermelo davanti veleggiare nell’Hobie Cat nostro color giallo banana, nell’agitato ponente della baia di Cala Girgolu. Nel vento, suo alleato, la forza di tutto l'esercito dei suoi soldatini, le onde ricamate di spuma e azzurre, gonfie di vita, e lui, negli occhi azzurri, nell’armonia della semplicità che è anche mia…