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lunedì 28 dicembre 2015

Nella città del Santo

Bianco è il cielo e di velo nebbioso coronati sono gli alberi e i tetti delle case qui a Padova, dove mi trovo a trascorrere, come ogni anno, il Natale. Sui comignoli riposano, infreddoliti, i piccioni, che cercano  il calore che è fiamma e che è vita.  Le penne tutte arruffate, si stringono a coppia e mi pare che salutino, allegri, i nostri venti anni di matrimonio... E, laggiù, nella nebbia, si distingue la figuretta snella della statua di Sant'Antonino, come una piroetta in cielo.
Nel gioco eterno famigliare delle reazioni che governano le azioni degli uomini, mi trovo, a volte a guardare le parti sul palcoscenico delle stanze che si rincorrono piene di ricordi ingialliti.. E rido tra me, divertita, nel veder che lo spettacolo, passati pur gli anni, non muta e identico si ripete a ogni giro d'anno, in barba a tutti i buoni propositi e allo spumante che con le sue bollicine promette un paradiso d'oro, eccitante, ma che, se lasciato nel bicchiere si fa liquida noia. Ci sono gioie, però, tutte nascoste che mi si regalano in grazia: una rosa color rosa  sbocciata in giardino, d'inverno come la rosa di Santa Rita, un ricordo fuggente del mio bambino di allora, ancora nei riccioli dell'infanzia, una visita al Santo, nel panino consumato, col marito, nel chiostro d'alberi e semplicità, un Gesù Bambino nella sua dolce culla fatta di legno d'ulivo dalle clarisse di Albano.
E proprio al Santo, in quel gran duomo solenne, tutto cupole e mattoni, mi sono ritrovata, sola e però non sola, alla messa di Santo Stefano. Tutt'intorno, i fedeli, e tanti che il cuore si rallegra e si canta Adeste fideles e Tu scendi dalle Stelle, con la gioia della verità in forma di Bambino Divino che nasce per noi, al 25 di dicembre, a Betlemme. E d'un tratto, nell'ammirare i bei bronzi di Donatello che coronan l'altare, seguo con gli occhi, e chissà perché, la verticale della croce di un Cristo dolente che pare indicarmi la via, e seguo e salgo e seguo e salgo e trovo, come se la mia caccia fosse terminata, in una nicchia d'oro, proprio il Bambino Divino, piccolo così, eppure grande, grandissimo, al centro di tutto, cuore del cuore della Basilica che è cosmo e mondo...

domenica 20 dicembre 2015

Parrucchiere per vecchie signore



Ieri mattina, a causa delle burocrazie che vengono da Bruxelles, io mi sono ritrovata a bordo della mia Cinquecento bianca in direzione Rieti per risolvere una delle noie quotidiane alle quali, nostro malgrado, siamo tutti sottoposti. E anche io. Sicché, eccomi, lungo la Salaria, nella nebbia che avvolge l’umidore della campagna. Mi rallegra vedere le colline e gli alberi che portano vestiti gialli e color arancio e d’oro e tanto eleganti che vorrei, diciamo così, copiare e incollare nelle mie bennibags. I pensieri miei filano via nell’armonia che mi circonda e tutta immersa in loro, ascolto il mio adorato Bellini, nell’pera “I puritani” che, se non conoscete, vi consiglio vivamente di ascoltare. Mentre sono lì al volante, mi pare come di sentire una vocina bianca, come la carrozzeria della mia piccola Fiat compatta e solida come sono le automobili, come la mia, che io chiamo le vecchie signore. Mi dice che il tettuccio è grigio di sporco e che gli storni (che infestano, nei loro neri gomitoli volanti, i cieli di Roma) han fatto i loro bisogni fin sul vetro del davanti e anche lungo gli sportelli di destra e di manca e sul lunotto e fin dove hanno potuto, senza ritegno. Ascolto la lamentela e dico sì, al ritorno, dopo l’appuntamento che ho nel borgo mio dell’anima e del cuore, ti porterò – è una promessa – in un bel parrucchiere per utilitarie. Detto fatto, eccomi sulla via del ritorno, a un passo da Monterotondo, in un certo lavamacchine dove a guardare i tanti lavoranti, tutti colorati, mi pare di vedere l’apprendista stregone del film Fantasia di Walt Disney. Chi gratta, chi passa il sapone, chi lucida, chi sgrassa, chi passa l’aspirapolvere. Ecco, la mia Cinquecento dal parrucchiere. Felice, alla fine del trattamento, lei pare sorridermi nel bianco polare che non le conoscevo. Dico a un lavorante: “Mi può scattare una fotografia?”. Ride, lui e un signore attempato, un cliente, mi loda l’automobile che mia madre tanto schifa. Saluto, e nella mia Cinquecento di neve e panna, termino il viaggio, Eccomi a casa. Parcheggio e alzo lo sguardo: nel cielo il vorticare pazzo degli storni. Pazienza, mi dico, le vecchie signore, dal parrucchiere, vanno una volta a settimana… Buon Natale a tutti, nel mistero del Divino Bambino che nasce e che vive, Ester  

giovedì 10 dicembre 2015

Alla prima della Scala

Una rosa è sbocciata per me sul mio balcone...

Per motivi che terrò stretti stretti e legati con un nastro rosa, il 7 dicembre, vestita come si deve nel teatro del teatro, in nero e tacchi alti, ero alla prima della Scala. Non vi dico per arrivarci: c’erano tre posti di blocco e il metal detector e pareva di essere in guerra e non certo a Milano (dove io, ogni volta che vado, compro – cascasse il mondo – un bel paio di ballerine Porselli). Passati dunque mitragliette e giubbotti antiproiettile, eccomi nel foyer di quello che per il mondo è tempio sacro della lirica per assistere a un’opera di Verdi che, mi dice il professor Zempf (mio compagno d’avventura), è tra le minori del compositore, tirata via e un poco, diciamo così, confusa nella trama. Andiamo bene, mi dico mentre osservo chi mi sta all’intorno e l'imperturbabile Zempf analizza il programma di sala. Ollalà, c’è il direttore di un giornale che è stato anche mio vicedirettore per un po’ e invece di essere alto e prestante (come lo immaginavo per averlo visto alla tv), mi cammina ad altezza sotto naso… C’è anche Carla Fracci, vestita di bianco. Presto, presto, è ora di entrare. Seduta nel mio bel posto al numero tal dei tali (numero che era mio anche all’appello del Mater Dei), le luci si spengono e cominciano a cantare arie, diciamo così, che non mi porterò in giro nella memoria e nell’anima. Caro professor Zempf, aveva ragione lei, la trama sembra scritta da Calandrino e  Buffalmacco e provo pena per il soprano con i capelli stagliuzzati che anni fa ho visto nei panni di Elvira e bella nell’abito da puritana. Neppur l’apoteosi finale accende la mia anima. Nonostante i cieli azzurri in lontananza…

Nel buio, il terzo occhio mio si accende e vedo. Vedo il sovrintendente in sofferenza, le mani nei capelli, quando canta  il baritono sostituto del suo cugino maggiore celebre. Il mio sovrintendente, caro Zempf, siede in un palchetto a un tiro di sassolino dal proscenio e accanto a lui c’è la giovane moglie che cerca di sollevarlo. Però il sostituto se la cava e l’angoscia si stempera nella voce che intona il dovuto e pure a tempo. Vivaddio. Alla fine dell’operina, proprio quando comincia la sarabanda degli applausi, oddio, sogno o son desta: vedo capitombolare, a giro di ruota le gambe, qualcuno nella buca dell’orchestra. Dico al professore: “Qualcuno è precipitato nella buca dell’orchestra”. Ma lui, perduto in aeree considerazioni critiche, scuote il capo e fa, “ma che dice, signora?” Dico che è successo e che so anche chi è la tipa in questione per averla vista, durante l’intervallo, confabular con gli orchestrali. Veramente non è una tipa, ma un tipo in vestito lungo, smascherato dal pomo d'Adamo. Via, via, applaudiamo e poi a prendere il cappotto dove incontro un ex ministro (piccolo così che credevo alto lui pure…) tutto sgomitante per aver perduto la sciarpa. Mi passa avanti, sbraita e si sbraccia, (per quel poco che può), torna nel gran teatro del mondo dove la parte di ministro non gli tocca più. Sospiro, prendo il cappotto, e via con il mio Zempf, finalmente disceso dal Parnaso.   

sabato 5 dicembre 2015

Passeggiate romane

Seduta, tutta un nervo teso, il muso a triangolo, la piccolì aspetta l'osso che le ho portato e io, zacchete, l'ho fotografata. Non è mia, ma lo è nel mio cuore rotondo...

Ieri mattina, nell’oro acceso del bel sole dicembrino, eccomi, passata sulla destra Santa Caterina, a scender giù per la scalinata di Magnanapoli per raggiungere la biblioteca Rispoli dove ho prenotato un libro di Ernesto De Martino, che io, se chiudo gli occhi, immagino come un sub, a lume di luce, nelle profondità semplici della verità. Sia lui che Giuseppe Cocchiara sono stati a me maestri e, con una riverenza a piedi in croce, li ringrazio, mentre cammino ritagliata nel cielo terso e turchino con la brezza a carezzare i capelli miei lunghi e sciolti. Cammino svelta e non immagino che presto dovrò fare una gimcana tra i tanti mendicanti. Io i soldi miei d’elemosina li do a chi so io che sa e distribuisce proprio per non dover, io, distinguere per la via chi scegliere tra tanti miseri che tutti quanti mi stringono il cuore. Il primo è un uomo di etnia rom, appostato sul Plebiscito. Mi saluta e quasi mi inseguono le sue parole mentre scivolo via per imboccar di corsa la via della Gatta. Un occhio mio a lei e subito dopo alla strada dove ecco altri due che mi chiedono denaro. Proseguo, dopo il ritiro del volume, verso San Marcello, chiesa dei serviti che, per chi non lo sapesse, contano ben sette fondatori. Io, per parte mia, conto San Marcello tra le chiese mie, non tanto per il sacro crocefisso del miracolo, ma perché c’è un quadro grande, sulla sinistra, di San Paolo convertito e caduto da cavallo che mi innamora: l’apostolo delle genti vi giace biondo e col suo bel giubbino color turchino e in alto c’è il Signore che lo chiama… Davanti a San Marcello, passo altre due mendicanti in nenia di richiesta di soldini. Sono in chiesa, ma i sacerdoti sono tutti occupati; va bene, sono comunque  in salvo e sto per far la mia elemosina per l’acqua benedetta, quando sento una voce in bisbiglio, Mi giro: c’è una signora, italiana, sui settant’anni e bella rotonda e con un piumino che le scende fino alla caviglia. Prende a raccontarmi, in medias res i guai suoi, arrotolati sulla lingua come una cingomma. Insomma vuole soldi. Dimitto auricolas e apro il borsellino, poi però scappo a Santa Maria Maggiore dove i padri domenicani sono sempre pronti a confessare e dove trovo pace e riposo.