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martedì 20 dicembre 2016

Con gli auguri di Ester

Non so se lo sapete, ma anche Cesare e Augusto e, prima di loro, gli Scipioni e persino il santo  Re-Sacerdote Numa festeggiavano il Natale, con un magnifico scambio di doni propiziatori, nella luce che si accendeva  tra il buio dell’inverno. La festa, tutta bianca, coperta di neve, sacrale come era tutto sacrale nell’antica Roma, dove il Dio Quirino, il più sacro di tutti, moriva per rinascere nel seme nudo, sotto la terra nuda, la festa, dicevo, si chiamava “I Saturnali” ed era, nello scambio augurale dei doni, un accendere la speranza, nel gelo e nell’infertilità dell’inverno, che i mesi a venire avrebbero portato prima la purificazione (februa) e poi l’esploisione di vita di Flora e di Vesta e il grano e il vino e la vita…
Per noi, per chi nel cuore caldo, con sciarpa e guantini, ha l’amore verso il Sacro Bambino, il Natale, giorno della Nascita, racconta appunto la sua nascita nel mondo, la nascita della Verità che, pur uccisa e crocifissa dagli uomini, sempre rinasce  pura, innocente come il nostro Bambino. Ed ecco, il cerchio mio si chiude, in un abbraccio d’auguri che mando a tutti,  sperando che possiate, come me commuovervi di fronte al presepe, senza troppe luci, senza rumore, nel silenzio delle stelle che ci portano il Salvatore.

lunedì 19 dicembre 2016

Oratorio di Natale

Nell’aprire una parentesi a Cinque stelle, vorrei a voce chiara e sommessa, ribadire che a me questi ragazzi, i quali pur fanno simpatia presi uno per uno, confusi come mi sembrano tutti in fascio, fanno anche paura poiché non vedo in quel che dicono e che fanno né linea di pensiero, né guida che li conduca. Nel chiasso dei loro comizi urlati da un comico prestato alla politica, non usciva mai un’idea chiara, limpida di verità, del da farsi. Era tutt'un fumo, insomma, urlante  e pieno di parolacce a Cinque stelle. Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, mi dovrebbero spiegare, poiché le parole sono sugo alla vita, perché mai si chiamano Cinque stelle e che cosa sono le loro stelle. Forse i Cinque continenti, mi chiedo e giro la domanda a Dibba o alla Raggi o anche a un pezzo più sbiadito, uno della retrocoda che sappia darmi un lume. Un lume di stella...

E detto tutto questo (ché poi sono davvero parole affidate al ponente…), ecco che la stella mi sorride al Natale e penso al bell’oratorio che ho ascoltato sabato sera, in parrocchia, nella mia  bella Madonna dei Monti, con il coro angelico dei bimbi che si preparano alla prima comunione (che han cantato “Tu scendi dalle Stelle”) e quello, con i capelli inargentati dei grandi, che ha cantato, diciamo così, il papà napoletano della magnifica canzone di Natale (Quando nascette Ninno) scritta dal grandissimo Sant’Alfonso dei Liguori. Un Santo che amo con passione e reverenza, perché, dotto e colto e nobile com’era, si fece umile creatura in adorazione, nella Notte Santa, del Santo Bambino…
Un mio acquisto d'amore a Porta Portese...

venerdì 16 dicembre 2016

Noantri erimo romani

E ora che la Virginia a cinque stelle sta perdendo la sua buona stella, poverina, iniziando ad assaggiare il gusto amaro del governare (che non è salir su un palco a fare il Vaffaday), chiede scusa, poverina, e dichiara, innocente, di essersi sbagliata e non le importa un fico  se in questi sei mesi perduti, a pagare il conto sia stata la nostra bella, bellissima Roma abbandonata a se stessa e sgomenta; no, chissene, lei ci riprova, caparbia, coronata delle cinque stelle…. E a noi che già abbiam subito tutto quanto dalle parti di Palazzo Chigi e oltre, non resta che un sospiro e la speranza di Rossella O’Hara… Sì, sì, ma per fortuna, siccome di grandi italiani in passato ce ne sono stati, ecco che in soccorso al nostro morale arriva la mia Dolores Prato con un volume fresco d’ovetto nuovo, appena uscito per i tipi di Quodlibet e che si intitola “Voce fuori coro” e che doveva raccontare l’Unità d’Italia e Porta Pia e i savoiardi dalla parte dei romani che si videro annessi a un’Italia che capivano come un eschimese i caratteri cinesi.
Il libro è e non è perché Dolores non lo scrisse mai, nel senso che è solo fatto di frammenti luminosi, di scintillanti intuizioni, perle di comprensione e sapienza; un libro ricostruito col bisturi dalla curatrice  Valentina Polci (che ringrazio con una riverenza). Un libro che vale tutti i suoi 25 euro per il lavoro tanto che è costato e perché Dolores, nella sua penna vivida, colorata di verità, profonda come il mare delle Marianne, svuota come un sacco la retorica spavalda del Risorgimento, raccontando, a brani, a tratti, in un abc di verità, tutta la nostalgia grande che i romani papalini ebbero nel veder trasformata la loro piccola, immensa Roma, in una Capitale grande e grossa come Parigi. Roma, che era, nella sua piccolezza di marmo e travertino, incoronata di ville, orti, basiliche e giardini,  Caput mundi, si rimpicciolì, mesta, coprendosi di cemento, e, sventrata del suo cuore, divenne Capitale
E per capire lo spirito di tutto questo, due righe della Doilores che parlan più loro di un re: Il dialogo è tra nonno e nipote. Il primo raccontava sempre le sue storie (e ora comincia la mia citazione che dura fino in fondo al post…) dicendo “Quando gli italiani entrorno a Roma…”, e un giorno non potè farne a meno, lo interruppe.
-Scusa, sai, ma voialtri che eravate?

-Noiantri erimo romani!

sabato 10 dicembre 2016

Un bel pacchetto di libri


Che gran via vai di giovani e meno giovani, l’altro ieri, davanti e dentro il Palazzo dei Congressi dove si teneva l’edizione tal dei tali di “Più Liberi più Libri”, la fiera della piccola e media editoria! Tra tanta folla, in arancio, c’ero anche io, come ai tempi antichi miei, quando al sabato pomeriggio, cascasse il mondo, con mio marito, passavamo il pomeriggio in libreria e uscivamo con il nostro bel pacchetto di libri… C’ero anche io, dicevo, perché alle cinque della sera, nell’imbrunire placido di questo mio sacro Avvento, dovevo essere al primo piano del gran palazzo, e più precisamente nella Sala Turchese, per la presentazione di tre libri di scrittrici croate, pubblicate dalla casa editrice Oltre, e scelte da un vecchio, caro amico, Diego Zandel che è scrittore lui pure. E così, naso e fiuto e antenne, mi aggiro, intanto per gli stand, cercando gli amori miei. Che trovo, da Avagliano, nella bella penna elegante di Clotilde Marghieri (che amo) e in quella, mia sempre, di Dolores Prato (sempre da Avagliano). Tra gli stand, riconosco piccoli, coraggiosi editori che conosco. Marco dell’Orma ad esempio (per essere amico di un’amica) e in altri stand, cioè in quello della Nuova editrice Berti, vedo, in alto lassù, “L’Enigma delle sabbie” da me tradotto, anni e anni orsono, per la Bariletti e dalla Berti ripubblicato… Guardo, giro, compro. Il bottino mio, per privacy, lo tengo per me. Ma vi dico che, tra gli altri, ho comperato “Manuale sentimentale dell’isola di Kos” di Diego Zandel, appunto, e ieri sera, prima di spegnere la luce, mi sono trovata nell’isola di Ippocrate, negli anni Sessanta, quando per sbarcare occorreva scender dal traghetto e salir sulle barchette dei pescatori. E così il freddo bianco dell’inverno si è sciolto nel mare azzurro dell’isola di Kos e poi, pluck, mi sono addormentata. A lume spento.  

venerdì 9 dicembre 2016

La mia Butterfly

Immaginate un teatro rosso porpora e d’oro, un gran lampadario di cristallo di rocca che ci pende sul capo come a capo mondo, un palcoscenico a un tiro di naso, il buio in sala, la testa, laggiù, del maestro d’orchestra nascosto il corpo nella buca dell’orchestra. ed eccovi, insieme a me, al Teatro della Scala alla prima della Madama Butterfly. Io, con mio marito, sono al posto tal de tali, porto un vestitino nero e in mano la benniposh con le rose rosse in velluto cangianteche è qui sopra ora  e siedo nell’attesa che Pinkerton compia il tradimento e spero, spero fino all’ultimo, che il finale, come per incanto muti e che la piccola Butterfly possa amare ed essere riamata… E invece, nulla, ohimè, e rosso  è il petto della Butterfly, come quello dei teneri  pettirossi  (da lei evocati nell'attesa del traditore) che fanno la nidiata tre volte all'anno.... Quel bianco di morte nelle vesti candide delle fanciulle in fiore e il rosso nella cintura, rosso sangue e fino a poco prima era una primavera di petali rosa di fiori. E dire che nel racconto originale, quello di un americano, il quale ispirò Puccini, a salvar la madre ci pensò il bambino e, al ritorno, Pinkertone e la sua moglie bionda trovano la casa della Madam Butterfly deserta di vita, in una vita altrove...

Bello, bello tutto. Bella la musica, magnifico il coro muto (penso, io, e prego per qualcuno lassù, come mi è stato chiesto..), bella la regia, stupende le scenografie, magnifici i vestiti. Tutto, tutto mi è piaciuto e nel “Fratelli d’Italia” iniziale, cantato in sala un poco da tutti, in piedi, cuore in mano ho letto, col senno di poi, tutta la consapevolezza che l’Italia, nelle sue profonde radici, ricca di bellezza e incanto, potrebbe farcela, se solo sapesse e volesse ritornare alla sua fonte sacra e bere l’acqua santa della vita… Che bevevano Giacomo Puccini e Giuseppe Giacosa e che oggi, così mi pare, non si beve più. E mentre, tornata in albergo, conto nella memoria la magnificenza del nostro genio tricolore, mi sovviene, triste, un pensiero. E se, mi dico, se la Madama Butterfly che, per uno sciocco innamoramento straniero, volta le spalle alla sua tradizione, alla famiglia, al Giappone, fosse proprio la nostra bella patria? Non stiamo noi pure, forse, rincorrendo delle falene, voltando schiena e cuore al vivo centro della nostra storia? Il pensiero vola e io, ora in treno, crollo, stanca, nel pensiero rotondo dell’Avvento che prepara al mistero mio rotondo.

sabato 3 dicembre 2016

La zia Lucia

benniposh per l'Immacolata...
Qualche giorno fa, in un bar d’altri tempi, seduto in un giardino segreto a un tiro di sasso da Via Nazionale, ero lì, tuffata nel mio caffè macchinato, con una cara compagna di scuola dell’istituto Mater Dei. Lei e io, tra i ricordi e la vita, nella spirale che tutti ci conduce; lei e io, naufraghe, perdute nel nostro ieri. Mi raccontava, lei, di suo nonno, austero e adorabile insieme, che, bambina, le raccontava le vite dei Santi, facendole fare, un poco per gioco, gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola. Mi raccontava di una zia morta bambina in profumo di rose di santità. Mi raccontava della sua famiglia e io della mia, degli zii senatori del Regno, dello zio ministro di Salò e soprattutto, bellissima nel giro di perle, in eleganza antica e perenne, della zia Lucia che ancora oggi, per me, è farò dello chic al punto che quando cucio una bennibag mi chiedo, prima di finirla: “Piacerebbe alla zia Lucia?”. E se la risposta cade affermativa è ora dell’etichetta e di finirla lì, altrimenti, via tra pizzi, uncinetto e merletti per trovare il bandolo della bellezza che a volte si trova e altre volte, timido com’è, resta nascosto, spaventato dalla modernità.
Era la zia Lucia una gran dama d’altri tempi, quattro quarti interi e puliti di nobiltà nei pallidi capelli color miele, nel naso stretto, nell’ovale di bisquit. Io ebbi in sorte di conoscerla che stava già salutando il mondo e la vita di quaggiù, ma mia madre la ricordava ancora ragazza e bella come un sogno d’estate. Insieme a sua madre, nonna Stella, erano andate a trovare la futura moglie del fratello e, come in sogno, mia madre aveva contato un valletto in parrucca di neve, con codino,ogni due scalini. E i gradini, in corsa di spirale, sembravano piovere giù dal cielo e in alto splendeva lei, la Lucia, vestita di diamante Una visione fu e poi più nulla. Quando fu il mio turno di conoscerla, viveva in una casa piccola così, in una periferia di nebbia, e non aveva valletti né abiti di seta. Morto il contorno, rimaneva lei, luce di stella, radiosa, celeste, regina.

nere... e bianche

mercoledì 30 novembre 2016

La parannanza di Santa Teresa

Per me Santa Teresa D’Avila non è un santino, nossignore, e neppure una statua del Bernini, quella, per capirci, magnifica che si trova a Santa Maria della Vittoria e che il Bernini scolpì dopo aver letto proprio la vita di Teresa, e più precisamente la descrizione fatta da lei medesima al capitolo ventinove, paragrafo tredicesimo, lì dove parla del cherubino che la colpisce con il dardo d'oro... No, no, no, per me, Santa Teresa è viva e più viva di tanti che mi camminano all’intorno, nei loro vuoti occhi del dopopranzo. Teresa, quando rileggo l’opera sua, si fa di carne e ossa e sangue nelle sue parole aggrovigliate, in quel cercare il filo lungo la strada della perfezione, si fa persona viva nelle sue immagini vivide, limpide, chiare. Come quando paragona l’uomo di Dio al bruco che si fa farfalla, quando per le sue scalze si ispira al colombaio di casa sua: ogni monaca in una cella, ma tutte insieme in comunità. Oppure quando parla del castello interiore, dentro il quale procede l’uomo d’orazione, e lo fa, con gli occhi al bel castello di Avila dove è nata e vissuta lei. E’ questa primigenia verità nell’immagine pura che sempre l’accompagna e illumina la vita mia. E proprio qualche tempo fa, ascoltando Radio Maria, ho scoperto (ma già lo sapevo) che ogni parola è sacra nel suo sacro significato, unico e vero che il mondo moderno banalizza, corrompe e muta. E la parola, udite udite, è parannanza (Teresa scriveva che Dio cammina tra pentole e padelle…). Pensate, come me fino a ieri, che parannanza sia un semplice sinonimo di grembiule? E invece no, neanche per sogno, perché la parannanza era il grembiule incerato che le donne antiche portavano quando si recavano a lavare i panni alla fonte e bisognava in qualche modo salvarsi dagli spruzzi e dagli schizzi e dalla spuma… Ecco, la finisco qui nel mio placido meriggio d’oro di questo novembre ancora d’Avvento che tende la mano al bianco dicembre, il mese mio… 

mercoledì 23 novembre 2016

Nella luce d'oro

Poiché eravamo cinque fratelli, cinque come le dita di una mano, non c’erano abbastanza stanze, in casa Ponti (pur grande com’era), per ogni figliolo. E siccome mia sorella (che mai mi fu sorella), non voleva dividere la sua con me - che ero sorellina minore - dormii per diciotto anni di fila, al piano di sotto di un letto a castello che era, vivo il ricordo, di acciaio pitturato di rosso fuoco. Al piano di sopra, mio unico fratello nelle temperie della vita in quella casa troppo grande che pure non aveva spazio per me, c’era Marco. Avrei dato un perù per dormire una volta, una volta almeno, all’attico, ma no, giù, al piano di sotto, quello che abitai (ma il letto a castello allora era un altro, in bambù, forestiero e alieno) la notte prima di sposarmi. Ricordo il pensiero mio tornare alla mia prima giovinezza quando, nel buio, dicevo a marco: “Parliamo un po’?”. E confortante, arrivava la sua voce e il sì di velluto che cominciava il nostro tenero parlare, tra fratelli, nel tepore del letto caldo finché le parole non diventavano sonno e oblio…

A diciannove anni, per volontà di una sorte capricciosa, ebbi la stanza da sola e tutta per me. Ricordo ancora la gioia del possesso, quell’angolo che era tutto mio e mio soltanto. Avevo il pianoforte, i miei libri su una piccola libreria; avevo la mia macchina da scrivere Olivetti (dono di mio padre, l’avvocato) e avevo già, in nuce, la mia vetrina delle meraviglie. E ricordo, come fosse ieri e ancora vivo in me, la gloria del mattino presto quando sveglia con gli angeli alle sette, vedevo i raggi del sole entrare di tra le taparelle appena schiuse e sapevo, senza guardare l’ora, che dovevo alzarmi per andare a scuola. Era mia, ora lo so, anche quella luce d’oro… 

mercoledì 16 novembre 2016

Le azalee di Trinità dei Monti

Mi sono accorta, ma senza quasi accorgermene, che, per non vedere la mia Roma bella in degrado perenne e triste che par chiamarmi di lontano, non faccio più (e poco mi dispiace), nel sole di novembre, le mie belle sgambate a cuore aperto, respirando il cielo terso, perduta nell’incanto sempre nuovo della Città Eterna. E già che ci sono apro una parentesi tonda e dico, ma caro ministro Franceschini, come si fa a dire che una zanna dell'elefantino alla Minerva (del Bernini e sacro nel suo sacro significato) è pari a 2.,500 euro di danno! Ma caro il mio santissimo ministro, il danno è invece incalcolabile, atroce, inaccettabile perché è uno sfregio alla bellezza e all'umanità intera e lei, mi dica, come può non capirlo ed essere ancora ministro dei Beni culturali?
E via, piango e piange la mia Roma, Regina e Signora della vita mia...
Sì, di rado esco per non inciampare su chi, nel marciapiede proprio sotto casa mia, a gambe tese, sull’asfalto, incurante della gimcana a cui costringe i passanti, allunga il suo cartello con su scritto “Ho fame” a tutti noi che, in gamba svelta e attiva per fare conto paro di questa vita matta che ci opprime, scendono giù dai Monti per abbracciare col cuore il Colosseo, porta di Via dei Serpenti prima e di via degli Annibaldi poi. A ogni crocicchio, in ogni dove, ci sono montagne di rifiuti e tanta gente che bivacca, lasciando la sua misera merce umana come regalo a noi monticiani…
Preferisco, dunque, camminare nel ricordo e lì, nel mio sancta sanctorum, la memoria si accende e sono di nuovo bambina, stirata nella mia divisa bianca e blu del l'Istituto Mater Dei, percorro le strade silenziose del mattino presto e profumate d’aria buona. Il cielo è il mio compagno e cammino nel tacito mio cuore rotondo. D’un tratto laggiù, in fondo a Via Condotti (perché nell'anima mia color rosa è sempre primavera accesa) vedo le festose azalee, rosa e color fucsia e bianche a salutarmi e ad accendere di bellezza e incanto la stupenda Scalinata di Trinità dei Monti e il cuore, anche ora che conto tanti anni, silente, mi balza in petto e sorrido agli angeli  nella mia purezza ritrovata.

giovedì 10 novembre 2016

Rose of Tralee

Bambina quasi, o forse ragazzina, preparavo per i miei fratelli tutti quanti, la pasta al sugo rosso che era tradizione unica in casa Ponti, quando la Mimma, per motivi che non so, se ne restava al Testaccio e noi abbandonati e soli, consumavamo il pasto di cartone, orfani dei panini suoi fritti, degli gnocchi al cuore di patata, della pizza scaldata dalle sue mani d’amore...

Mia madre, dai modi spicci suoi,  lasciava  sui fornelli da una parte la pasta arrotolata in un gomitolo che era bianco e color d’oro per via dell’olio che ci correva dentro e dall’altro il sugo rosso, liquido, di gusto d’ospedale e toccava a me rovesciare gli spaghetti nella padella del pomodoro e, mischiando questa a quello, rendere  pasto ciò che non lo era. Baciati gli ingredienti, condita l’insalata e cucinata la fettina su una padella ben calda, era tempo di sederci intorno alla tavola in sala da pranzo e mangiare. I gemelli allora, cominciavano le loro spiritosate e non c’era verso di mettere una frase dietro l’altra perché ci pensavano loro, nella ridarella eterna, a mettera una diga su qualsiasi discorso famigliare. Mio padre, a capotavola, mangiava a capo chino. Alla sua destra mia madre non interveniva. Io, nell’osservanza, tacevo e, nella meditazione, risolvevo a modo mio gli enigmi della vita. Mangiavamo, come un dovere triste, almeno io...
E mai avrei pensato che mille e uno anni dopo, cioè nel mese scorso di ottobre, potessi nientemeno che fare io, proprio io, una lezione di cucina (nell’aiutare un’amica) a un gruppo grande di studenti americani e tanto attenti e concentrati che ogni discorso aveva un principio e una fine anche se non stavamo intorno a un tavolo e la lingua, pur mia quasi madre, non era la mia. E poi, d’incanto, e al ricordo quasi mi commuovo, finita la lezione, i piatti vuoti, il profumo di polenta uscito dalla finestra aperta sul caldo d’oro dell’ottobrata romana, i ragazzi, in circolo, han cantato, tutti presi in serietà compunta e fuori moda, una ballata irlandese, bella come è bella la magica isola verde che se ne sta, un poco pigra, in mezzo al mare lassù. E mentre le note di Rose of Tralee riempivano la cucina di un’aroma tutto suo a me, lo ammetto, è scesa in cuore una lacrima di commozione e di ringraziamento…

sabato 5 novembre 2016

Diciotto anni

Oggi, diciotto anni orsono, vivevo – il ricordo è una carezza - nell’immenso, rotondo, verde abbraccio della felicità completa; oggi, diciotto anni fa, la mia vita venne scossa  al sorgere della vita, dal turbine dell’amore che si faceva carne e ora, gioisco con gli angeli, nel rivivere tutte quante contate dentro di me quelle magie, che si allungano nei mesi e negli anni, tra lacrime e sorrisi. Tutti i teneri addii e i passi avanti e quelli indietro e le prime parole, le ultime, e la responsabilità che piano piano si fa innanzi nella scoperta della vita adulta...

E io,  nel tepore dell’oro acceso, in orazione continua, vivo, con l’amore,  nel balzo della mia anima accesa e  ringrazio chi so io e chiudo questa parentesi graffa che in me, ma solo in me e chiusa a chiave, è sempre aperta e viva e vera…

domenica 30 ottobre 2016

Il presepe di Mary Poppins

Una bennibag color castagna del bosco per un autunno felice
Di Pamela  L. Travers, fino a qualche tempo fa, sapevo soltanto (come molti) che aveva scritto Mary Poppins (la cui serie, tutta quanta  in english, a righe azzurre e rosa e verdoline ho letto ancora ragazzina, deliziata dalle avventure  mie e di Jane e Michael…); sì, sì, sapevo questo e niente altro. E siccome, non so perché, mi sono riletta per intero “Mary Poppins comes back, trovandola una scrittrice in nome e cognome e di primissimo ordine, ho cominciato (come faccio sempre per antica abitudine di innata filologia) le mie ricerche. E ho scoperto che la Pamela (tutta miele) in realtà si chiamava Helen , che non era nata affatto a Londra, ma in Queensland d’Australia, che, donna di quaranta’nni (come Katherine Mansfield) si era innamorata – diciamo così – di Gurdjieff e lo aveava seguito negli equlibrismi precari (per me) della gnosi, scrivendo un libro dal titolo assai carino “What the bee knows”. Ho scoperto anche che a quarant’anni suonati, bramando la maternità, si è presa un bambino irlandese, strappandolo alla famiglia e al suo gemello. Sì, sì, proprio così, ha adottato un gemellino e l’altro l’ha lasciato a casa sua… E mi chiedo, e forse mi rispondo, perché mai lo ha fatto e quale gioco pericoloso rincorreva nel suo volo d’aquilone con il parrot umbrella…

E ho scoperto anche che la Mary Poppins le fu ispirata da una zia, Zia Sass, alla quale ha dedicato un libricino davvero delizioso che io mi sono comperata in inglese, ma che so – per chi lo volesse – che è stato tradotto da Sellerio nella collana “La Memoria” (che mi piaceva tanto quando ancora era viva l’Elvira…). Tra tutte, bellissimo è l’ultimo raccontino, dedicato a un irlandese, che nella grama vita sua aveva un tesoro fatto di statuine in legno, un piccolo, prezioso presepe, con canguri e koala invece delle pecorelle…

martedì 25 ottobre 2016

Ottobrata romana


Mi hanno donato tanti, tansissimi cachi e questo è il dolce mio, nell'arancio profondo
Per motivi vari e a volte anche un poco buffi, me ne sono andata in giro per la mia amata Roma a far commissioni, prima fin su alla Chiesa di Santa Maria della Vittoria (in silenzio davanti all’estasi di Santa Teresa) e poi giù a Piazza San Silvestro che, con quei seggioloni di marmo e nessun negozio intorno pare oramai condannata a fare da Sahara alla Capitale, fino poi, e ancora, al Collegio Romano, dove, bello ancora e imponente, sonnecchia il gran palazzo che fu dei gesuiti e che adesso ospita il liceo classico Visconti. E qui e lì, in un viavai festoso, a piedi leggeri, guidata in balzo da Ermes, mi trovo a incontrare personaggi che di solito si vedono in televisione e che visti così, da vicino, sono più o meno come siamo noi, di carne e sangue e poco più. Sulla Via della Mercede, con quell’aria un po’ così da politico in vacanza, incontro un verde (o forse ora è del Pd, non lo so proprio…) ed ha la faccia della famosità alla quale neppure so, oramai, associare il nome. Ma tant’è. Subito dopo, neanche a contar due, mi trovo faccia a faccia, in occhialoni e coda di cavallo, la Carmen Di Pietro. Di pomeriggio, poi, sul Lungotevere, il capello fulvo al vento, è proprio Antonello Venditti che si fa ritrarre, in compagnia, in un selfie. Camminano come noi, anche loro, nel traffico, nel frastuono romano, con sguardi spersi (pure loro) in questo mondo che, in capriola, pare andare a zampe in su. Allegria, mi dico, e felice continuo sui miei passi sicuri nell'oro acceso (anche troppo) di questa ottobrata romana…

mercoledì 19 ottobre 2016

In ricamo di margherita

Tante benniposh fiorite di merletti...


Nel dorato, mio, ritorno, in fondo al cuore le parole sante di chi so io e che certo non svelo, mi capita, con l’anima allegra,  tornata giovinetta, in ricamo felice di margherite; mi capita, dicevo, di  gironzolare per la mia bella Roma e di trovarla, ahimé, sempre più avvilita. Mi pare, nel camminare tra San Marcello e la Gregoriana, dopo un sorso d’acqua preso (e grazie!) dal bottaio di marmo, di udire la sua voce triste in rimpianto di tempi, passati, e assai migliori. Non sono certo io un laudator temporis acti, alla maniera, diciamo così, di Marziale e Giovenale (i quali dimostrano che sempre gli uomini sono tali e quali a se stessi…), ma mi piacerebbe – questo sì, veder togliere dai Fori imperiali tutte quelle robe gialle della metropolitana che rendono tutt’altro che imperiale il bel viale dove, in ave Cesare, gli imperatori osservano, attoniti, il via vai dei turisti con bottiglietta d’acqua, stecco per il selfie, iseguiti dai venditori di ombrelli anche quando splende il sole…

Mi piacerebbe anche che il Colle Oppio tornasse ridente giardino e non accampamento urbano e stenditoio. In attesa, beata nel tramonto che prelude alla sera dell’incantamento, corro a preparare la cena per la famiglia mentre ripenso, tutta in me, a una chiesetta romita, arrampicata a mezza collina tra il Quirinale e la Piazza Venezia, una chiesetta dedicata al Carmelo e sconosciuta anche a certi professori della Gregoriana, dove la Madonnina è una bambola vestita d’argento e di stelle dove e Gesù bambino somiglia tutto quanto al mio Giovannino della Furga che è ancora mio, nonostante i tanti anni…

sabato 24 settembre 2016

bennibags nel cosmo


Dal mio angolino casalingo, vedo, lassù, un ritaglio di cielo turchino, trapunto di foglie verdi che fan contrasto con il giallo zafferano del gran palazzo seicentesco che si affaccia, come il mio, su un cortile segreto dove io, quando il sole picchia d’estate vado, per così dire, nel mio mare romano.
Dal mio angolino casalingo mi pare, in quell’angoletto di colorata meraviglia, di ammirare tutta quanta la bellezza dell’universo e, creatura (tornata creatura, figlia dell’uomo), ringrazio e m’inchino davanti al piccolo, piccolissimo che si fa grande agli occhi miei, aperti per privilegio divino alla legge leggera, semplice, vera che tutto regola in danza di cosmo…

Io, quella legge, quel cosmo ordinato e solenne provo a viverlo, in combattimento sereno, nel giorno in giorno, nell’ordine della mia esistenza nuda, di gioia, dormendo quando il sole, in pigiama, chiude il suo occhio di fuoco e la notte, silente, apparecchia la sua tavola di stelle lucenti. E così, lo stesso, quando cucio le mie bennibag, ecco che il mio cosmo segreto si fa fiori e righe e  ricami e fiori di lana, e poi se ne va, benedetto, in giro per il mondo, nel suo chic quotidiano…

venerdì 23 settembre 2016

Pranzo alla trasteverina

Le belle bambole Inge di Norimberga
A volte - quando Pulcinella, diciamo così, ha la pancia piena - ho il privilegio di andar con un'amica in un supermercato molto speciale, chiuso tra mura antiche che rendono un altrove ciò che è invece nella Città Eterna. E dentro, nel tripudio di trecce di bufala, carne di tutti i tipi e colori, cioccolate svizzere e francesi, burri bavaresi in azzurro e bianco, passo del tempo con questa grande amica a parlare dell'Istituto Mater Dei, dove, bambine, ci siamo conosciute e dove abbiamo passato, sedute in lontananza (e allora guardandoci in cagnesco) tredici anni in quel cosmo ritagliato nel caos della modernità, addormentato lungo la discesa di San Sebastianello. Sempre (dopo la corsa per il pesce fresco che viene da Anzio), la prima domanda, tra noi due, è sempre: "E il Mater Dei?" E ci scambiamo notizie su questa e quella, ricordando nomi e cognomi delle belle della Terza Liceo (di allora) e delle sister che hanno lasciato uno stampo di miele nella nostra anima. A volte sono racconti lieti, altri tristi perché, si sa, il tempo scava impietoso nell'album delle vite altrui. E c'è anche chi se n'è volata via ed era la prima della classe, con l'erre moscia e due grandi occhi celesti aperti sulla vita che sembravano non dover chiudersi mai...
E proprio di lei, di Annalisa, abbiamo parlato anche oggi e non solo al supermarket, ma anche dopo, nella latteria di Borgo Pio, dove siamo solite, con il bottino seduto anche lui con noi sulle spoglie sedie di ferro battuto, prenderci un cappuccino con cornetto.
C'era anche lei, Annalisa, con noi, quest'oggi, nell'allegria del ricordo e nel mio rimorso, colorato di dimenticanza, di non aver partecipato a una certa riunione serale in Piazza Barberini...
Ma via, via, è ora di filare a casa e mentre me ne andavo a prender l'autobus tal dei tali, con le mie sporte cariche di roba, mi si avvicina un signore dall'aria trasteverina, il tipo del Ciceruacchio, di cui si è perso lo stampo oramai e mi chiede, senza sorriso e lì per lì, di invitarlo, di grazia, a pranzo...

lunedì 19 settembre 2016

L'oro e l'arancio della Sabina

Perché ho amato la Sabina come si ama qualcosa di perduto e ritrovato, non so. Non so perché quelle colline verdi, in danza di ulivi d'argento, mi hanno rapito l'anima, no, proprio non lo so. Non so perché, nel verde della Valle Santa, mi sono sentita come chiamata a tornare dalla ninfa eco che, in quelle verdi balze, raminga andava. Ero alla guida della mia Cinquecento bianca, con il mio piccolo in sonno nel sedile di dietro, e scendevo dall'Umbria dove, a un battesimo, avevo salutato un Tristano sul Clitunno e, in me, lavorava l'incanto di quell'abbraccio silente. Guidavo e guardavo, rapita, lo smeraldo e l'azzurro che mi stringevano il cuore di una malinconia allegra; guidavo e respiravo l'oro e l'arancio dell'autunno che dipingevano intorno le loro eterne malie.
No so. Non sapevo. Tornata alla verità, nelle mie radici quirite, risvegliate dalla sacra colomba, ho capito (ma svelarlo non voglio) e so che cosa mi ha spinto e perché, nell'amore del seme che sempre rinasce, continuo a tornare come se tornassi, bambina, a casa...
E ora che conosco le storie di sabini illustri per aver letto un volume di cui scriverò presto l'autore (in cui si parla, tra gli altri, di un grande pittore sconosciuto ai più: Calcagnadoro...), vi voglio parlare di un grande imperatore sabino, Vespasiano, il quale, per chi non lo sapesse, era nato a Cittareale, e bambino era stato tirato su da sua nonna, Tatulla (ah, un nome d'amore!), nei pressi di Accumuli, lì dove oggi si piange per il terremoto. C'era in Vespasiano tutta la forza dell'imperium condita nel sale e nel pepe della simpatia fescennina. Generale e imperatore, diede a Roma il Colosseo (l'Anfiteatro Flavio), una tassa sulla pipì (pecunia non olet) e un figliolo Tito, noto come "delizia del genere umano". Vespasiano, lì  lì per morire, ricordandosi di essere imperatore e quindi divino, disse: "Puto deus fio"... E morì. In piedi. 

domenica 4 settembre 2016

Il potere dell'acqua frizzante

Al Mater Dei, quando ancora Berta filava, si insegnavano il greco ed il latino con un metodo, diciamo così, gentiliano, legato con due nodi alla tradizione e io, ancora oggi, traduco con scioltezza da tutte e  due le lingue e ho anche dato lezioni ad Auri e ad altri che non nomino. 
A noialtre in basco e divisa, ci insegnava, con il pallino d’ovetto fresco per Orazio, la professoressa Cannovale che era piccola così, ridente, di pepe e sale, e con i capelli grigi e corti alla maschietta; il fare era brusco, ma l’amore che portava in cuore per quegli antichi nostri padri era di zucchero e miele e lo bevevamo, noialtre tutte, come da ogni poro della pelle, nutrendoci di loro per fotosintesi clorofilliana. A me (non ricordo percome) insegnò anche che, a Roma, esistevano tre tipi di poteri: imperium, auctoritas e potestas  e cercò, invano, allora, di farmi capire la differenza tra questo e quello e l’altro. Niente, non capivo, ma ora, per un caso che vado a raccontarvi, tutto mi è diventato chiaro e la Cannovale viva e vera è tornata a sbocciarmi dentro come un fiore d’autunno. Ero in un certo posto del Comune di Roma dove regalano un’acqua frizzantina e tanto buona che presto la voce si è sparsa e le file si sono fatte toste. Sicché io, con burbanza, ho cercato di mettere ordine tra furbetti (con molte bottiglie vuote) e furboni (con cisterne da riempire). Ognuno una bottiglia e poi, via, di nuovo in fila (ecco la potestas, cioè il potere di stoppare qualcosa ed anche l’auctoritas perché nulla li obbligava a ubbidire se non la voce mia). Tutti d’accordo, specialmente un signore davanti a me che aveva in caldo due bottiglie. Arrivato il suo turno, non ci crederete, ne riempie una e poi, subito dopo, anche l’altra. Vive proteste e lui spallucce. Sospiro: senza “imperium”, cioè il potere di punire, non c’è cosmo, ma solo caos. Come sapevano bene Augusto, la Cannovale e, vivaddio, ora  anche io…

venerdì 2 settembre 2016

Un dirndl per Wagner a Baireuth

bennibag con stoffa comperata a Monaco di Baviera, in un giorno di sole di speranza
Al Festspiele di Bayreuth si celebra, ogni santissima estate, l’apoteosi di Richard Wagner nelle opere sue, lunghissime, applaudite da un pubblico attento, infiammato da sacro fuoco, seduto, ognuno nella propria, in seggette che sembrano quelle degli asili di una volta, che sono pieghevoli e dure e scomode e vi si frigge dentro come nella conchiglia del dentista…
 Ogni anno, in quel bel teatro che sorride nel verde di un gran parco, c'è il Ring e Parsifal  e anche Tristano. Quest’anno, tra i tanti, c’ero anche io (per un intero Ring di circa 16 ore, sciolto in quattro serate) e, per l’ultima serata, “Il crepuscolo degli dei”, ho messo pure un bel dirndl per la gioia dei tanti americani (Sehr Shoen, mi dicevano, ridenti, fingendosi bavaresi, ma mica tanto visto l'accento a stelle e strisce…) che, nella vecchia Europa cercano ancora le radici che da loro sono state tagliate e via. E giravo, vestita alla bavarese (ma per me era tutto quanto friulano) tra le bellissime giapponesi in kimono fiorito, eleganti come ceri processionali..

Io, il dirndl, lo amo perché piccina ne avevo uno verde a fiorellini bianchi e un grembiuletto a fioretti rossi in campo bianco, che portavo a San Giuliano, nel mio Friuli giovinetto, quando giocavo, innocente, in santa semplicità,con i miei quattro giocarelli stenti: una carriola bianca e rossa, una bambola di coccio vestita di tulle rosa stropicciato e poi una bicicletta ereditata dai fratelli, (Bianchi, neanche a farlo apposta) e Wagner neppure sapevo che fosse esistito...

sabato 27 agosto 2016

Lo spirito della Germania

Le bennipik che parlano tedesco...
E ora che ho messo valigia rossa e trolley nell'armadio del piano di sopra, una domanda, un poco basita, me la pongo: ma, dico, dov'è mai finito lo spirito dei tedeschi, lo sturm un drang che studiavo a scuola, quella loro eroica ricerca di romantica perfezione e di rotonda pulizia che li faceva astri del cosmo? Dove, mi chiedo, dove... E rispondere non so so perché ho visto, tra Norimberga e Monaco e Baireuth, treni che si fermavano, che arrivavano in ritardo, e tassisti che bellamente lasciavano a piedi, sul marciapiede, a musetto bagnato, turisti che dalla Germania si aspettavano quello che mi aspettavo anche io. E cioè un poco di ordine. Niente affatto, a Monaco, ad esempio, a camminar giù per la Bayer strasse sembra di essere in Arabia saudita con tante donne, tutte nere, da capo a piedi, e due occhi di pepe a uscire da non so come si chiama, insomma il velo loro... E tutto un poco sordido e sporco, nel gran valzer dei mendicanti, come si scrivesse lì, su quella strada di folla,  un capitolo sano dei Miserabili di Hugo. E, intorno una babele di lingue, tutte - mi sembra - tranne il tedesco. Vabbè, è il bello della globalizzazione, mi dicono e io che mi sono comperata un dirindell per far da sentinella alla tradizione (e l'ho anche indossato, durante il "Crepuscolo degli Dei" di Wagner, nel rito del teatro suo e di Cosima...), alzo le braccia in segno di resa. con le radici in terra e le braccia al cielo, nella mani sante e venerabili di chi mi conduce nell'oro del mondo...

martedì 16 agosto 2016

La magia del mattino presto

E’ nel mattino presto, quando la baia è ancora silente, accarezzata dal raggio del sole d’oro appena sorto in capo all’Aldia bianca, verso l’oriente, tra i cespugli e l’erba, che comincia, sull’anello di rena di Cala Girgolu, la tremula vita umana. Passano, al trotto, in scarpe da ginnastica e pantaloncini stretti,  molte ragazze e signore e signorine che cercano la vita nuova nell’aria salsa sarda; altre, in abiti civili, portano al guinzaglio cani grandi e piccoli che sono, si vede, la gioia loro nella serenità ritrovata. A piedi lenti, ecco i primi nuotatori, quelli (come mio marito) che cercano la delizia dell’acqua ferma, d’argento, in specchio di luce e d’anima. Prima lui, che quasi arriva a Tavolara, poi arriva una coppia di sposi da molte primavere a me note e care perché anima, si può ben dire, di quel mio luogo benedetto. Ci salutiamo, io sulla spiaggia in attesa di trovare il coraggio di buttarmi in acqua e ci scambiamo quel saluto primigenio e allegro di speranza… A volte, in maschera e boccaglio, si tuffa (ma solo quando può) anche un certo Valerio , nel ritaglio del lavoro duro suo estivo. Spesso, quasi a riva, è a caccia un cormorano che, sotto il velo dell'acqua, pare un siluro e che, nel riemergere, torna ad essere una allegra anatrella nera dal becco affilato che gira il capino in qua e in là come in cerca degli applausi miei. E qui è lì, sul pelo del mare vivo, è un guizzo d'occhiate e saraghi...

Intorno alle nove, la fragranza dell’ovo appena nato, in una protostoria che quotidiana si rinnova all’alba del sole nuovo, si rompe e si trasforma in dolce vita balneare, nel chiacchierio degli ombrelloni colorati, i bimbi belli in corsa, le radioline, i cruciverba, i tatuaggi in vista e tutto l’abc della modernità che divora, così pare a me, la semplicità della vita vera. Ma poco importa io, e ben volentieri, me ne sto in disparte, a fare i mille casi miei nel lavoro che amo, e come Lucrezio mi dico “Suave mari magno…” nell’osservar dall’alto del mio rifugio il mondo che sempre si rinnova. 

lunedì 15 agosto 2016

Buon ferragosto!

nel seme di settembre, bennibag autunnale
Mi piacerebbe, un giorno (e forse lo farò) aprire un blog che recensisca le Sante messe. Sì, sì, proprio le Sante messe, avete letto bene, e credo persino che qualcuno (me lo ha detto mio marito) lo abbia già fatto e lo faccia già, ma tant’è, si sa, che repetita iuvant. Mi piacerebbe, certo, perché oggi, il giorno dell’Assunzione, nel cielo terso, azzurro e vivo di questo metà agosto, alla Santa messa dove sono andata io il sacerdote (per il quale nutro, diciamo così, una certa simpatia) ha cominciato a parlar di musulmani e di accoglienza e di moschee. Ma, dico io, proprio in un giorno solenne come questo, il giorno in cui la nostra piccola-grande Maria splende e viene incoronata Regina bisogna parlar di maomettani? No, nossignore. Io ho cominciato a sentirmi scomoda nel banco, friggevo di fastidio e ho finito per non far la comunione, con gran desolazione d'anima…
Sicché, non scherzo, un giorno o l’altro comincerò a dar di conto delle Sante messe dove si parla – evviva – non dei musulmani, ma  casomai, di come Santa Chiara, per due volte, con la sola forza delle fede, protetta da Gesù, respinse i saraceni che volevano conquistare Assisi e il suo sacro convento.  E mi chiedo e chiedo al Papa Bergoglio, ma se ha ragione lui e bisogna aprir le porte e il cuore, San Giovanni Bosco sbagliava e, come lui, la Santa Chiara che fu compagna del Santo grandissimo di cui il Papa ha scelto di portare il nome (cosa mai vista in Duemila anni di Sacra storia vaticana…)? Non dobbiamo forse noi far, nel nostro piccolo e minimo, come gli apostoli e portare il seme della buona novella (il Vangelo) lì dove esso si ignora? Non è forse la Chiesa Romana, Cattolica e Apostolica?

In attesa del blog che verrà e delle risposte che non verranno e cambiando da pasta a pizza il menu del ferragosto, abbraccio i miei pochi lettori che hanno la pazienza e il cuore saldo di seguirmi, senza le storie tragicomiche della mia infanzia alle quali erano abituati… Che però, ve lo prometto, torneranno. A tempo debito. Buon ferragosto.

domenica 7 agosto 2016

Cara Virginia ti scrivo

Cara Virginia ti scrivo perché porti il nome di mia nipote e, come lei, hai quel faccino un po’ così e gli occhi di Bambi; cara Virginia ti scrivo perché, oggi, in questo sette agosto assolato, nel passeggiare mio leggero, dai Monti all’Esquilino, ne ho viste tante , ma tante, che ditele vorrei, in un elenco di buio e sconforto. Ho visto, accanto alla fontanina angelica di Via Paolina (che amo nel suo guizzo di acqua benedetta, appoggiata alla gran Basilica del mio cuore di Santa Maria Maggiore), una gran “c…” umana spalmata sul marciapiedi e sulla parete accanto al mio cherubino: ho visto una fioriera, in Via del Boschetto, ricoperta di rifiuti neanche fosse una pattumiera; ho visto la solita signora tedesca, nel suo tugurio vista Basilica di Santa Maria Maggiore, che faceva i suoi bisogni al sole ridente di questa bella domenica mattina che il Signore ci dona nuova nuova, sotto un cielo turchino che pare il manto della Madonna. Tutto questo, cara Virginia, ho visto nel degrado che morde il cuore della Città Eterna ormai da tanti anni e non importa un fico secco chi siede lassù nel gran Palazzo dei Senatori che domina il Foro Romano e il Palatino. Tante le parole le promesse e nulla cambia. Vabbè, dimitto auricolas e, per consolarmi, come faccio sempre, mi chiudo in orazione santa in una delle Chiese care alla mia anima. Santa Prassede (vuota e silente) mi abbraccia con i suoi tanti angeli musicanti, nell’oro acceso della cappella di San Zenone, sotto gli occhi di marmo di Giovanni Battista Santoni, ritratto qui dal grande Gian Lorenzo. La bellezza, il cosmo ritrovato, in preghiera, sono nuova nuova, nella februa che mi accompagna dolcemente in hac lacrimarum valle… 

mercoledì 13 luglio 2016

In (mia) santa preghiera

Sommessamente, con il cuore umile immerso nel mistero dell’eternità, mi chiedo, però, come mai e perché il Papa, zitto e nascosto questa volta come non accade quasi mai, non abbia speso neppure una parola per i tanti morti di Puglia. Non basta, proprio no, secondo me, il telegramma del segretario di Stato, Parolin, di fronte a una tragedia come quella che si è vissuta tra i begli ulivi d’argento del nostro generoso Sud. Nossignore, non basta proprio. Tace Bergoglio, che parla, eccome, su altre tragedie, e lascia (almeno la sottoscritta) davvero sgomenti. Altro non scrivo e prima di chiudere questo mio dolente post, vi dico che, ieri mattina, verso le undici e mezzo scorreva una notiziola su Rainews24 piccola piccola, una robina da nulla: “Frontale tra due treni, due morti”. Io, che sotto la pelle oramai cambiata, nell’anima rotonda ritornata nel Carmelo, resto una giornalista (avendo fatto questo mestiere per più di 25 anni…), mi metto a cercare notizie di qua e di là e salto da un canale all’altro, senza trovare altro e mi dispero perché un frontale tra due treni non può che essere uno schianto e una sciagura. Infatti, nel primo pomeriggio comincia la conta dei morti, sotto il sole pugliese che brilla nella notte…

Finisco qui, in attesa (e nella speranza) che il Papa si faccia sentire e proprio ieri, mentre pestacchiavo sul computer in cerca di notizie e aggiornamenti, ho letto una toccante – per me – storia pugliese. Una signora, donna fatta come me, ricordava i tanti giorni estivi passati a casa della nonna, in Puglia, tra gli ulivi, a giocare con le minifurga (che amo anche io). Lei, la sua Laura, non l’ha più. Neppure io ho più le mie Lisa e Lucia, divorate a colazione dai cani di casa. Ma ho questa Lisa abbronzata per la quale ho tagliato e cucito un prendisole color notiscordardime e una mini-bennibag di sole  al tramonto, con fiori bianchi per nuvole. E ora, in orazione e santa preghiera, chiudo nel ricordo dei tanti che non ci sono più. 

domenica 10 luglio 2016

Come eravamo

Cerco, come Diogene l’uomo, la prudenza e la buona educazione che ai tempi miei, di Cesare e Pompeo, non erano chimere ma dame dai lunghi capelli di vita, capaci, loro sì, di affrontare a petto nudo come la carità, la dura legge di questo mondo a capo in giù. Cerco e non trovo più nella burbanza di certe ragazzine dai capelli blu, quella piccola io, con il basco in testa, penitenziale, in divisa bianca e turchine che, all’Istituto Mater Dei, salutava le sister, incrociando il piede destro dietro al sinistro per precipitare in un allegro inchinetto e: “Good morning sister!, diceva, in una modulazione di dolce inglese prima di volar via, in classe a studiare, a capo chino, come non si fa più, senza collettivi, occupazioni e altre invenzioni democratiche buone, per me, soltanto a distrarre l’anima e il corpo dall’amore per il sapere che si nutre del silenzio e della religiosa sequela della mente la quale, se turbata da mille Facebook, perduta in labirintiche ossessioni, in giudizi apodittici e categorici, mai potrà raggiungere le vette del sapere e neppure, evvia, l’uomo di Diogene…

Dico e scrivo tutto questo mentre ricordo il mio primo esame di letteratura latina all’università con il professor Michele Coccia. Portavo il IV libro dell’Eneide, quello in cui Didone, innamorata, implorava Enea di lasciarle almeno un “piccolo Enea” a consolarla, e mi piaceva così tanto quella ginnastica di esametri che ancora oggi, a volte, ne leggo un rigo o due per nutrire il cuore. C’erano, allora, a far l’esame con me certi ragazzi di una scuola pubblica, famosa a Roma, tutti quanti ben nutriti di politica e di Sessantotto (e poco, a mio parere, di Virgilio…) e si burlavano di me che avevo studiato “dalle monache”. Sia pure, ma a petto del mio trenta e lode in basco e divisa, loro presero tutti quanti un ventisette stiracchiato. E quando ci ritrovammo insieme dopo l’esame, chissà perché non mi canzonarono più…   

martedì 5 luglio 2016

Al gusto d'Esqulino

Me ne andavo sul far della sera, accarezzata dal ponentino romano, in compagnia solo della mia bennibag fiorita, per le ampie strade dell’Esquilino a fare questo e quello e tutte le faccende operose che porto nello zaino della vita (come tutti) e che non pesano se accettate, digerite e lasciate al garbo loro; me ne andavo, dicevo, in giro per l’Esquilino, con in testa un gomitolo sgomitolato di pensieri che portano diritto a Jesolo Lido, dove chi mi è caro (carissimo) passa le vacanze e poi al Russicum dove Cristina Campo cercava e trovava (anni orsono) ciò che anche io cerco e raramente trovo, in giro per le mie (tante) chiese; me ne andavo, dunque, dopo il dovere, bighellonando tra i negozi che conosco e amo perché io, che pure non ci abito, covo in cuore l'Esquilino, dove mi pare ancora viva la vita come non è più in altri angoli di Roma Sarà perché nella pasticceria Regoli trovo – e deliziosi – i bignè alla nocciola e perché da Mas c’è sempre un qualcosina che sorprende; sarà perché, al mattino, il mercato coperto parla all'anima e qualcuno ti chiama ancora "cocca" o perché nel giardino della piazza Vittorio i bambini giocano ancora all’acchiapparella; sarà per questo e per mille altri motivi ancora, che io, appena posso, corro all'acqua dell’Esquilino.
E ieri una ragione in più l’ho messa in tasca perché, girando torno torno sotto gli archi dei portici, di poco passato l’oviesse, ho trovato un negozio di stoffe, nuovo nuovo, senza vetrina, nudo quasi di orpelli, ma tutto foderato di rotoli di tessuti, pezze multicolori in oro e argento e anche grigio topo. E dentro una fantasmagoria di merletti e passamanerie che avrei comprato, in blocco, per le mie bennibags. E anche se il proprietario, un indiano, mi ha chiamato più e più volte Giovanna (e chissà perché), pur essendomi presentata come Ester, io, punto offesa, tornerò e presto e cercare e a trovare nuove ispirazioni per le mie bennibags, diciamo così, al gusto d’Esquilino…

venerdì 1 luglio 2016

Il tappeto d'oro

Conto i giorni, a due e a tre, che mi separano dalla sera in cui, imbarcata la mia Cinquecento nella pancia della nave accesa, sarò, come in sogno, di nuovo nella mia Sardegna amata, sarò di nuovo nella veranda mia di cotto rosa e calce, dove, bambina, giovano con la Bea e ragazza, distesa sul muricciolo, osservavo, a pancia in su, la distesa nera del cielo e le stelle, tante, in fuga, come in tappeto d’oriente, lassù, che mi facevano trasalire nell’immensità; le guardavo, puntini luminosi di eternità, e le sentivo, nel brivido, dentro: le stelle erano la mia verità, inseguita, cercata e infine trovata nel mondo quaggiù… Molte notti ho passato distesa su quel muricciolo e quando sorgeva, dietro l’aldia, la luna, il cielo metteva come un aureola di fiato bianco e la luna, la magica, dolce luna stendeva un tappeto d’oro sull’acqua in respiro d’onde, un tappeto d’oro che arrivava fino ai piedi bagnati di sua maestà Tavolara. Mi pareva, allora, di poter camminare sull’acque e, sola, come in chiamata divina, percorrere la strada che mi conduceva, in umiltà, sul mio carmelo, alto sul mondo…

E mentre, in questa notte romana, penso alla mia Sardegna, alla mia Cala dei Gigli e all’unico uomo che ho amato laggiù, un ricordo picchia all’uscio e c’è un’altra luna, una luna jesolana d’agosto di tanti anni fa, una luna che, come quella sarda, versa il suo oro sul mare, una luna rotonda che par quasi di poterla toccare tanto sembra vicina. E c’è un bambino, il mio bambino (che ora è quasi uomo) e ha appena due anni allora o poco di più e alza il ditino e dice, in sorriso giocondo: “Luna!”. E poi, per non far torto a chi gli parlava in inglese: “Moon!”. 

lunedì 27 giugno 2016

Gioacchino, nonna e Teta

Una bennibag per la mia cara amica Conchita
Mi è venuta in uggia buia la politica e poco e pochissimo mi interessa parlare di Brexit e di riforma costituzionale e dire la mia su Renzi o su Salvini, e macinar parole sull’Europa, sulla Regina d’Inghilterra e sulla commissione, che quasi non mi riconosco (io che per anni e anni ho scritto e parlato di politica al Gazzettino…) e, guardandomi allo specchio, osservo le linee che pure sono le stesse di sempre, seppur con gli anni a goccia a goccia seminati. Sì, sissignore, sono ancora io, anche se forse a un ballo in maschera. Mi è venuta proprio a noia questa politica che par sempre lì lì per fiorire, per sbocciar d’incanto e sogni e non fiorisce mai appassendo prima l’uno poi l’altro sogno, lasciando a bocca amara tutti quanti, nella speranza del nomade assetato che mai trova la fonte. Mi pare che le promesse siano tante roselline messe in pieno sole, nel caldo d’agosto, a seccare il nettare loro odoroso... Sì, mi sta tanto stretta la politica che non digerisco più né il latinorum né il pane al pane. Tutti, in un fascio, i politici, populisti o progressisti o anche i così così, li metterei nei campi a mietere e a spigolare…

E mentre penso questo e molto altro e la televisione continua, monotona, a raccontare di che cosa pensa questo e che cosa ha dichiarato l’altro e chi mi è caro brontola e discute, tirando la verità per la giacchetta (che non porta essendo la verità tutta nuda), Ed è tutto uno scontro di pareri, ognuno suffragato, così pare, da documenti e carte e articoli, letti nel mare magnum della rete. Tutti quanti, pare a me, hanno ragione, perché quando si tratta del mondo, il relativo è regola, non così nel mondo mio divino... E come mi viene da dire sì all’uno, all’altro e a quest’altro pure, mi viene chiesto che cosa ne penso, io, invece. Io? Oddio, niente penso, e mentre giro la frittata di zucchine e porri, penso che per fortuna arrivano i pugnalini agli occhi e, cheta cheta, me ne posso andare a letto, come faceva Gioacchino Belli con nonna e Teta…  

martedì 21 giugno 2016

La penna a cinquestelle di Cechov

Io, a volte, quando mi vengono a noia i libri (che lascio a metà o anche prima se mi gira) che provo a prendere in biblioteca (ad esempio Anne Enright, scrittrice irlandese da me abbandonata perché ho indovinato da subito dove andava a parare il suo “The Gathering”), ritorno in volo ai miei antichi amori, la Dolores e la Mansfield e ora Cechov e ritrovo in loro la passione mia per la scrittura ancora integra, pura, rotonda, proprio com’era nella mia dorata gioventù, quando, di sedici anni e qualche mese, scrissi il mio primo racconto (“Riti di passaggio”) che ha poi vinto un piccolo riconoscimento suo in un premio piccino (il sesto concorso letterario di Terre di Mezzo…) per essere poi ripubblicato dall’editore Moby Dick nella rivista Tratti di non so quale primavera. Sì, la ritrovo lì, tutta quanta ancora giovane, verde come la mia voglia di allora di cercare e di trovare la verità dietro alle tante lusinghe del mondo, tirata la tenda dell’illusione e dell’ipocrisia che conduce le trame sul palcoscenico del mondo. Io, Per questo soltanto desideravo scrivere. Scrivendo, la nebbia dell’apparenza si diradava ed emergeva, chiara aurorale, libera, con i capelli suoi al vento, la verità. Allora, certo, perché ora io, quella verità, altrove l’ho trovata, senza averla punto più cercata, condotta per mano dalla grazia che le parole trascende…

Eccomi dunque nel lungo pomeriggio biondo di questo biondo giugno del Sacro Cuore, tutta quanta perduta nei racconti brevi di Cechov che è, per me, maestro insuperato, per ironia di naufragi e di allegria. Distesa, con un tomo color panna delle sue novelle, piantato, diciamo così, sul petto, mi perdo in quel mondo tanto lontano, fatto di isbe e di samovar e di steppe e di cavalli e mi pare, nella sua lontananza lo stesso mondo di oggi, tra Via del Boschetto e Via Baccina, un mondo vicino, presente, tutto chiuso nell’ oggi, convinto della propria assoluta novità, illuso e cullato nella sua vuota prosopopea a cinquestelle eppure sempre identico a ieri e uguale al domani, raccontato, lui pure, dalla gran penna regale di Anton Cechov… 

giovedì 9 giugno 2016

La Perla di Labuam

In casa Ponti, nei miei anni verdi, si mangiava poco, pochissimo e rispettando il venerdì di magro, che voleva dire, per me, il disgusto del baccalà, svenuto in un sugo rosso in pianto e le patate bollite, tagliate a rondelle, con su un filo d’olio appena e un pizzico di sale. Ristorante, mai, al massimo si andava alla domenica, dopo la messa, in Viale Aventino, in faccia alla Piramide, alla rosticceria Di Pietro, dove il rosticcere, grande e grosso che pareva Mangiafuoco, mi regalava – a me sola tra i fratelli – un cartoccetto unto di patatine saltate in padella. Profumavano di beatitudine quelle patatine lì che io, chiamata già da allora (pur non sapendolo) dividevo con tutti i fratelli che, voraci, pescavano a larghe ditate nel consumo veloce. Le mie delizie vestite d’oro finivano e si tornava a casa con un pollo arrosto e qualche patata al forno. A me era destinata, non so perché, la coscia e siccome mi piaceva la pelle (che era croccante e color corteccia d’albero) ne ricevevo altri brandelli dai più schizzinosi. Alla fine del pasto, leccavo le dita incollate da un sapore benedetto e poi, via, giù in giardino a giocare con Vivian. Loro, i Salini, alla domenica sera, cascasse l’universo, si ritrovavano tutti assieme attorno a un tavolinetto finto tirolese color azzurro maiolica, a mangiare i toast, accompagnati da un bicchiere di latte. Avrei dato un perù per mangiare anche io quei panini dorati, abbronzati, che filavano formaggio, nel ricamo trasparente del grasso di prosciutto. Salivo, con la scusa di prendere in prestito uno dei tanti romanzi di Salgari che i Salini tenevano in una libreria verticale, a parete, che riempiva il lato sud di quello che loro chiamavo il saloncino ed era il luogo dei toast e del latte, santificato dalla presenza del televisore. Per me, con sospiro, accendevano la luce. La testa di sbieco, lo sguardo mio correva sui titoli, il naso pieno del profumo del pane loro, così da me desiderato. I loro toast non li mangiai mai, in compenso, bambina, fui nei mari della Malesia, con Sandokan e Yanez, come fossi io la Perla di Labuam… 

martedì 7 giugno 2016

Pappagalli sulla Via Nazionale

Passo, muso a terra, in gamba festante sotto a Palazzo Kock che, per chi non lo sapesse, è la sede grande, bianca, di antipatico bugnato a petto in fuori della Bankitalia, e mentre saluto un conoscente (che sempre mi sorride) oh che gran fracasso dal condominio di pappagallini verdi che abitano le fronde delle grandi palme che si stiracchiano dietro la grata nera dell’entrata. Strepiti e fischi e un gran frastuono come se, lassù, in pandemonio si stian, per così dire, facendo i conti in famiglia e lavando i panni sporchi nella quotidianità. Fischi, sibili, strepiti, come usano fare questi pappagalli verdi che, in volo radente, a volte sfiorano i sanpietrini della Via Nazionale, incrociando i loro voli pazzi, brasiliani, nella Città Eterna che a loro si è abituata. E dire che, fino a pochi anni, fa questi uccelli esotici, di colore verde, con becchi rapaci e ricurvi, si vedevano nei film di pirati o, al massimo, in coppia e in gabbietta a casa della zia Dina…
 Ora no, i pappagalli si sono fatti da extracomunitari a romani e abitano nei parchi pubblici e privati della città. E si fanno il bagnetto alla fontanina di Villa Aldobrandini (dove li ho visti qualche giorno fa). Intanto mi sono fermata sotto la cupola di verde e ascolto quel vociare stridulo che fanno ai piani alti i pappagalli. Litigan, di certo, sulla stanza da abitare o forse sulle amministrative romane dove anche loro han da dir la loro sulla Raggi, sulla Meloni e su chi altro chissà. Litigano e io sorrido mentre mi passa accanto un tipo alto, segaligno, con il cuore nella ventiquattrore e, turandosi le orecchie, fa a voce alta: “Silenzio!”. E quelli, i pappagalli, non ci crederete, se ne sono rimasti zitti per una manciata di secondi per poi, increduli, ricominciar daccapo e peggio di prima e marameo.. 

giovedì 2 giugno 2016

Tra alberi e vento

bennibag fiori di iuta e sabbia del deserto
Quando, nel mondo, pesante (come ora) è la croce che porto sulle spalle come so che dovrei e devo, mi piace, nel cammino mio a passi di fuoco acceso, ritagliare come da cartoncino colorato dei momenti liberi dalle cure quotidiane e dal moltiplicarsi dei problemi; mi piace, sì, dicevo trovar quel tempo vuoto che riempio io solo so di che cosa (e qui certo non lo dico) e ritrovar nel petto la mensola di soffici piume dove appoggiare la ritrovata pace del cuore. Mi piace, dicevo, far così e lo faccio nel concreto, recandomi, sola soletta, nelle tante chiese mie del cuore – prima di tutte San Carlino alle Quattro Fontane, capolavoro del Borromini - che sono, per me. un tornare a casa oppure andandomene, visto che finalmente ha riaperto dopo mesi di chiusura, in un certo parco, alto sulla Via Nazionale che porta il nome di una nobile famiglia romana, famiglia di papi e principesse,  e dove mi rifugio nel respiro degli alberi e del vento, mentre, sulla strada bigia lì dabbasso, proprio dove s’affaccia il bianco, solenne e quasi di prigione (tanto m’opprime) di Palazzo Koch, con il suo viavai di uomini grigi, s’affannano in affanno auto e bus nel rincorrersi monotono della modernità, che avanti guarda senza guardarsi dentro mai…

Mi piace, dicevo, e lo faccio e l’ho fatto anche martedì mattina, con l’oro del mattino presto in bocca e l’aria frizzante dell'ora appena sveglia. A passi silenti, salgo i tanti scalini e sono lì, passetto passettino, quando rapita mi sento dalla natura e tutt’una con essa, creatura e dono, e mentre, rotonda, avanzo nella quiete, ecco nel fontanino a bocca di lupo e proprio sotto, nel bacile dove l’acqua zampilla argentina, due pappagalli verdi, gli inquilini – credo – delle palme di Palazzo Koch, sguazzano beati, in un frullo di gocciole e d’ali. Mi fermo, inchiodo e loro, nel fischio stridulo che lancia l’allarme animale, via, in volo, come se li avessi visti nudi…

mercoledì 25 maggio 2016

Il vecchio cane Iago

Le mie gerbere d'arancio...
Di tutti i cani lupo che popolarono il giardino romano, disteso dietro l’alto bastione del Sangallo delle mura aureliane, Iago fu certo il campione. Grande, di pelo lungo e biondo, era una bellezza superba di animale, con gli occhi ivi e una gran coda a spazzolare l’aria quando vedeva noi bambini, dei quali era paladino. Viveva libero nel verde, testimone dei nostri giochi bambini, e legato alla catena, con capo poggiato sulle zampe in croce per davanti, soltanto quando nella villa entravano gli estranei. A loro abbaiava, nella prigionia, con un incalzare sovrano di voce arrochita che lo rendeva sovrano qual era e così sia. Fu sovrano, davvero, e regnò per sedici anni, indomito, anche quando le gambe di dietro non lo reggevano più e beniamino dello zio Carlo che lo venerava e di tutti noi piccoli Ponti e Salini che, sotto sotto, lo temevamo per quella sua nomea feroce che lo rendeva il terrore dei “fornitori” (così, in casa Salini, si chiamavano i garzoni delle botteghe dove loro – noi, neanche per niente – comperavano pane e companatico.
Ebbe una carriera solenne di morditore. Morse principi siciliani e povericristi, cardinali e parroci; morse come gli piaceva a lui senza distinguere tra patrizi e plebei. Risparmiò, Stefano P., in divisa da marinaio, che lo fermò con un indice alzato, restandosene ritto e fermo pure lui mentre Iago, tutt’intorno, gli faceva la corte come fanno gli squali in mare con le loro prede. Morse, invece, mia sorella, portandole via un cicciolo di carne, per avere – lei – alzato un bastone su un Salini. La morse e furono pianti e lacrime e furore, di cui poco o nulla ricordo perché la memoria scolorisce nella verde età. Ricordo però che, dopo i pianti e le proteste e nonostante tutto, Iago, bello come sempre, tornato dal riformatorio per cani, più feroce che mai, rimase e continuò indisturbato la sua carriera, azzannando, mi pare (ma se non è così poco mi importa…) anche un Salini,

lunedì 9 maggio 2016

Raganelle a Cala dei Gigli

Sarà che devo tornare, dopodomani, a Cala dei Gigli per mettere i cerotti alla villa ferita, sarà che la memoria, in questo maggio luminoso immerso nel manto azzurro della Madonna, sembra temperarsi, accesa com’è dal viver quotidiano, sarà per questo o per altri motivi che sono sepolti nell’anima risvegliata e profonda mia, ma io – ora sono due giorni – mi perdo, quando silente (appena posso) vado in orazione, in un ricordo mio infantile, nel ricordo cioè di quando, illuminata dall’incanto e dalla sorpresa, trovavo nella vasca del bagno giallo (ora in rovina) le raganelle: ansanti, umide, piccole, radiose, erano un miracolo di vita che appariva ben chiaro a me e a mio fratello Marco. “Una raganella…”, la voce nostra sospesa nel tremito d’acqua e di vita che palpitava in gola a quegli animaletti color dell’erba, che amavano, così mi pareva, restarsene fermi come in preghiera, il cappottino verde bagnato, liscia la pelle e pulita…

 Gli occhi, ricordo, neri, fissi nei nostri, in attesa, occhi piccoli e saggi. Era un’epifania, un bagliore del cosmo, la semplicità della vita rotonda, divina, serena che ci catturava – a me e a Marco – lasciandoci storditi, incapaci di gesti e di parole. Le ho ritrovate, le raganelle, molti e molti anni più tardi, sempre in Sardegna, nel cortile buio, trapunto di stelle dell’Ostello San Priamo a Muravera. “Le raganelle!”, ho detto a mio marito, ma lui non le aveva viste, quelle altre, quelle mie, di Cala dei Gigli, di tanti anni fa, quelle piccole, verdi chimere, che tanto, mutole e ansanti, mi avevano insegnato al principio del mio lungo cammino…  

giovedì 5 maggio 2016

Di Dolores per la via

Io, si può dire, sono cresciuta nel mio amor per le parole con tante amiche scrittrici che, pur passate a miglior vita erano più vive in me delle persone vive, avevano lasciato a me e a tutti i sassolini che conducono al solar del bosco (così lo chiamava Maria Zambrano, la cui sorella, Aracoeli diede il nome al titolo di un libro proprio della Morante) dei loro libri. Ragazzina, a diciannove anni o giù di lì, a Elsa Morante mi pareva di dover tutto, l'amore per la lettura e la gioia celeste di correre a dormire per perdermi, a lume acceso, io sola con lei, prima di addormentarmi, nelle pagine vive di "Menzogna e sortilegio". Più avanti, ci fu Katherine Mansfield, scrittrice neozelandese di racconti folgoranti ("The Garden party", ad esempio) che faceva morir di invidia Virginia Wolf (che non ho mai amato) per l'uso magico che faceva delle parole. Lei, Katherine, tutta vita, gelo invece Virginia (almeno per me). Ma è di Dolores Prato, scrittrice marchigiana e romana insieme, che mi sento sorella d'anima e che rileggo appena posso, tenendo i libni suoi sempre nel comodino. Nel suo "Giù la piazza non c'è nessuno" (la gloria di quel libro, che stovcrileggendo, credo, per la quinta volta!) tutto l'incanto dell'epifanie che vivo, nei miei passi d'argento, in questa vita. Sue e anche mie le improvvise rivelazioni di verità che giungono improvvise a chi ha occhi per vederle...

lunedì 2 maggio 2016

Fiammiferi, zolfanelli e prosperi


Asciugamano della mia collezione rasarosae
In casa Ponti, ognuno aveva una collezione tutta sua, un piccolo grande piacere segreto di contare il diverso nell’uguale e di crogiolarsi ogni volta, al ritrovamento di un nuovo esemplare, nell’illusione di possedere il mondo. Il su durava un tic e poi il giù in un tac, e di nuovo, ad ogni pietruzza sul cammino… Mio padre, l’avvocato Ponti, collezionava sabbie di spiagge e di deserti. Le conservava, orcioli dorati, in piccole bottiglie di vetro e ci scriveva su, in bella calligrafia, il luogo e la data del reperimento. Per Marco, c’erano i soldatini. Schierava le sue truppe, dipinte a mano (oh, come li dipingeva, al pomeriggio, con la lingua lunga a toccare il naso e le dita in pennello…) in apposite teche di legno e vetro appese al muro; mia sorella, non so che cosa la spingesse, collezionava scatole di fiammiferi. Li teneva, disordinati, in una busta bianca di carta, appallottolati nel suo armadio, dove sedeva, spelacchiato, un orso tedesco, vestito all’inglese. C’erano scatolini di ogni grandezza e forma, quadrati, in rettangolo, fatti a mo’ di bustina, con gran marche di alberghi rinomati o solo diciture di semplici trattorie, e alcuni erano fiammiferi (ma la Mimma li chiamava “fulminanti” per via che si accedevano improvvisi come i fulmini in cielo), altri cerini, vestiti appunto di cera, altri ancora zolfanelli perché erano legnetti con su un cappellino rosso di zolfo appunto. Sormario, il Sorma, li chiamava prosperi. “Mi passi un prospero?”, diceva quando, al pomeriggio, dopo il cappuccino bevuto con la nonna Stella, si accendeva la pipa che fumava tabacco profumato. Una volta, a chi gli chiedeva un piacere, una cortesia, non ricordo ben quale, un conoscente rispose, seccato: “Sì, un prospero!”. Ed ecco accendersi in me la memoria di quegli antichi zolfini che dormivano nella pancia di un armadio, molti e molti anni fa…