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domenica 31 gennaio 2016

Sorelle mie



Al Bar Brasile, che apre la sua bocca vetrata su Via dei Serpenti (e dove, mi dicono, prende il caffè Giorgio Napolitano), al piano rialzato del locale, dove sedie e tavolini sono immagine di quiete, la signora bella che lo gestisce ha aperto un piccolo nido per chi, come me, ama leggere, un angolo di bookcrossing, sicché c’è un via vai di volumi che mi delizia e che ogni tanto, col prendere o il lasciare un libro o l’altro, faccio del mio per mutarne piramidi e pile. C’è un poco di tutto, in quel disordine amoroso: best sellers in inglese, libretti di poesie, e classici a volte. Io, ieri mattina, mi sono presa “La cugina Rachele” di Daphne Du Maurier, arcinota per la sua “Rebecca la prima moglie” da cui, mi pare, Hictchcock ha tratto un film che è oramai un classico. La Du Maurier io l’amo perché le sue memorie “Myself when young” (cioè io da giovane) sono allegre come pennellate di colore rosa di maggio e perché mi riportavano tutto quanto rotondo il mondo suo tra Londra e Parigi, e lei bambina con il visetto in copertina e gli occhi trafitti alla molteplicità del mondo che nasconde (a lei no) la verità. E più di tutto, nel leggere le pagine sue autobiografiche, me la sono sentita sorella perché lei, come me, amava e venerava Katherine Mansfield che, a un certo punto, si ritrovò, nello stupore attonito e selvaggio dei suoi anni di Medusa, vicina di casa. Gioia e trafittura. E così nel girotondo delle mie scrittrici che, tenendosi per mano come in divina collana, si ritrovan tutte a punto a, allegramente, affronto la mia domenica mattina, nel sole che si accende pur nel cielo bianco carico d’attesa…

venerdì 22 gennaio 2016

Strinarte e le imposte medievali

Una bennibag invernale in lana cotta e fiori, presto le bennibags saranno in un negozietto monticiano...
Al mercoledì sera, dopo le nove, c’è un programma su Rai5 che mio marito e io non perdiamo mai (anche se a volte certe versioni di greco, lasciate in un canto fino al ciglio del burrone, ci tengono svegli fino a notte fonda…) e che vi consiglio caldamente di guardare perché si impara non tanto l’arte, ma a capir che essa, nutrita di bellezza (che è natura stessa dell’Italia, nonostante il degrado degli ultimi anni) è pane quotidiano all’anima e quindi anche al corpo che è la sua bella armatura. Il programma s’intitola “Strinarte” ed è condotto dal professor Strinati che ha i denti storti, sì, sì, ma a parte quelli, per me, è bello come un re Sole quando riesce a farmi entrar in quadri e affreschi, nelle pennellate sue di gusto e di divertimento, condite dalla sana umiltà dei professori veri che sanno imparare qualcosa da tutti, da un tassista, dal fruttivendolo e dal primo can barbone che passa…

Lo scorso mercoledì, mi è toccato sentire in programma (che pure raccontava di Massaccio e Masolino, che amo) a voce ribassata perché qualcuno in casa doveva fare una certa versione di Plutarco e noi, in unisono con lui. Sicché aspetto con ansia la replica – poiché stanno mostrando di nuovo Divini devoti, credo che accadrà… - per rivedermelo tutto quanto in santapace e tirar qualche sommetta dei due grandi fiorentini che si chiamavano tutti e due Tommaso, ma uno nel peggiorativo e l’altro nel vezzeggiativo. E mentre ero lì e sentivo e non sentivo, una cosa l’ho sentita e l’ho capita e ve la voglio regalare perché al mattino quando apro le imposte mie sui Monti mi sono sempre chiesta perché si chiaman proprio imposte. Ed Enrico Cisnetto, che è fior d’economista, come se conoscesse la mia domanda, mi ha risposto. Per ogni finestra, nel Medio Evo, si doveva pagare una gabella. Dunque, un’imposta…. 

giovedì 14 gennaio 2016

L'innocentino sull'85

Le due mini bennibags, quella in alto è mia, quella di sotto per Manu...
C’era un bel sole dorato e radente, in un cielo azzurro di lacca cinese, ieri pomeriggio, quando, alle due e mezzo circa mi sono vestita, in gonna e paltò, per andare a fare certe commissioni mie che terrò ben legate strette nell’agenda del mio dovere. C’era un bel sole e mi sorrideva tutt’intorno il mondo, quando, giunta al portone… apro la porta e, oddio e ora come passo, mi dico, nel vedere due zingari che fan barriera all’uscita mia, fumandosi la sigaretta del dopopranzo. Non si spostano, mica, i due, in gran comodità, tranquilli come lemuri del Madagascar e io prigioniera a casa mia aspetto e spero, finché uno dei due si sposta appena e io zigzagando con ginocchio e piede, riesco a filar via, sentendomi sul collo la parolaccia loro… Vabbè, mi dico, andiamo ai Fori a prendere l’85 e poco male. L’autobus arriva presto e io tutta contenta perché mi sono portata un libro e non vedo l’ora di starmene in disparte, con i casi miei. Salgo e, mi chiamano per nome. Mi giro. C’è la parente di una conoscente. Oh che piacere vedermi e come sto e che cosa faccio e dove abito? Saluto, sorrido, e cerco di sfilar via, ma si capisce che è tutto vano e che devo restare a fare le quattro chiacchiere al caffè. Demitto auricolas. Chiacchiero, evvia, so farlo. Chiacchiero con il terzo occhio, vivo, al libro mio nella mia piccola bennibag....

Fatto ciò che devo fare, convinta che le avventure mie si sono concluse nell’odissea del primo pomeriggio, Macché. Sì, una parola. Seduta nel posto a quattro dell’85, davanti a me si siede un tipo sulla sessantina con berretto a becco di papera che prende a stringere le mie ginocchia tra le sue. Mi scusi, dico. E subito dopo il tipo si alza. E meno male. Mi alzo anche io, giunta al Colosseo, e chi ti vedo? Proprio lui, ancora sul bus. Afferro la maniglia per non finir per terra e zacchete vedo la mano sua coprir la mia che sfilo a razzo, l’autobus inchioda alla fermata e io quasi per terra. E lui, l’innocentino, mi fa: “Si è fatta male, signorina?”   

domenica 10 gennaio 2016

Metti un Govi a colazione


Alla domenica mattina, quando, silenziosa, la casa dorme nel suo meritato e tenero riposo, io, in punta di piedi, me ne vado, sola soletta e nella pace del cuore mia che è stata dono, me ne vado – dicevo – in salotto e accendo la televisione che, oramai da mesi, guardo con un occhio solo e mai durante il giorno. Trovo, di solito, nelle reti Rai i film che mi piacerebbe guardare alla sera, quando, terminata la cena e riassettata la cucina, mi ritrovo a tu per tu con la quiete e con mio marito. Poiché in tv passano solo film, programmi e fiction che mi interessano come la storia delle cavallette in Cina, finiamo  - come ieri – per guardarci in santa pace un chambara giapponese (un jidai-jeki, mi corregge severamente il prfessori Zempf ) e dopo, come faceva Belli con la Teresa sua, ce ne andiamo a letto.
Ma torniamo, se vi va di proseguire insieme a me, alla fresca mattina domenicale che è tutta mia (poiché alla messa vado al sabato pomeriggio) fino, diciamo alla vigilia dell’ora di pranzo. Ecco, oggi, per esempio, davano dalle sette o giù di lì fino a un’ora e mezzo dopo un film in bianco e nero degli Anni Quaranta che si intitola “Colpi di timone” ed era tanto allegro e ben fatto e divertente che me lo sono guardato tutto sano e prendendo il caffè nero e il caffelatte. E mentre lo guardavo e ammiravo la maestria di Gilberto Govi, attore genovese di fama ora un poco estinta, mi sono detta, ma, dico, non ti par di conoscerlo già il Govi? Di averlo visto tante volte in televisione? Con quell’accento un po’ così che hanno a Genova? Sì sì, di certo e d’un tratto, come due per due fa quattro, ecco che al posto di Govi ho visto in controluce Beppe Grillo che dal maestro suo deve aver preso tanto, ma non tutto. Perché Govi il politico non l’ha mai voluto fare e, con ironia (come nel film di cui sopra) se la rideva delle miserie umane, senza far pratica da Savonarola e da moralizzatore…

giovedì 7 gennaio 2016

Roma città degli angeli

Ho cucito questa bennibag fiori d'arancio, con una lana cotta comperata nelle piazze di Padova.

Seppur desolata nell’abbandono e nell’incuria che è palese a tutti dalle Svalbard a Zanzibar, Roma, per me, è e resta la città più bella del mondo, proprio caput mundi, ed è anche, se non lo sapete, la città degli angeli che la abitano, in chiese e affreschi e monumenti, nelle loro ali leggere, nonostante gli sguardi distratti e un poco tristi dei romani che, accusati di essere causa loro stessi del degrado, lo vivono, subendolo,  nello sgomento. Gli angeli  e gli arcangeli di Roma, sono tutti nel mio cuore. A cominciar dall’arcangelo Michele che, in vetta alla Mole Adriana (era la tomba dell’imperatore grande dell’animula, vagula blandula, hospes comesque corporis…) rinfodera la spada poiché nella Roma sua di quei tempi la peste era finita e lui non doveva più combatterla con la spada sua del bene. E l’arcangelo Michele, che mi è tanto, tanto caro, lo ritrovo in una chiesetta romita, dedicata alla Vergine del Carmelo, che se ne sta, come in bilico tra valle e monte, accucciata nella discesa che porta a Piazza Venezia; è tanto piccina e carina, questa chiesetta, che quando lì mi rifugio mi pare di tornare bambina, e di starmene in orazione in una casa di bambola. Ci vado e ci andrò, appunto, perché lì trovo il mio Michele, bello come un eroe greco e di tanto aiuto. I suoi due fratelli, Gabriele e Raffaele, li trovo, invece, a Sant’Andrea della Valle, nella cappella a loro dedicata. Poi, belli ed eleganti come modelli francesi, mi fermo alla Minerva ad ammirare gli angeli di Filippino Lippi nella cappella Carafa. Ispirata dal vestito di cielo e di sangue di uno degli angeli ho tagliato, cucito e venduto una bennibag…

Mi fermo qui, e tiro il fiato per la lunga passeggiata immaginaria, per mano all’angelica compagnia che sempre mi accompagna e mentre metto via le stautine del mio piccolo presepe, mi accorgo che il mio alberello di Natale (un poco stento) è tutto popolato di angioletti. Uno, ritagliato nel cartone, lo ha fatto il mio bambino (che ora è ragazzo) e mi pare, sghembo e stonato com’è, bello come quelli di Raffaello in Vaticano…

sabato 2 gennaio 2016

Un anno di zucchero e miele


Nel cielo di lucore opalescente, tra le gocce di pioggia che salvano  dalle polveri la mia bella, bellissima Roma (nonostante il degrado che la morde, io dolente), eccoci già al due di gennaio di questo nuovo anno appena cominciato e lindo e pinto come lo sono tutte le creature appena uscite dall’ovo sacro che tutti ci conduce, dicevo, auguro a tutti quelli che mi seguono, magari un giorno sì e poi mai più e chissà, un lungo anno di zucchero e miele, pieno di quelle gioie che sono, per chi ha orecchie per intendere, l’altra faccia della croce.  Auguro l’armonia interiore che è canto del creato, tutto in ringraziamento perenne, per la verità che mai muore e che ci dona la speranza viva, nonostante le tante trame di menzogna che tutto rimescolano, mettendo il mondo a gambe all’aria. Auguro di ritrovar la strada del cosmo, uscendo dal caos che domina il mondo. Auguro tutto questo e molto altro ancora, ad esempio di mangiare, come è capitato a me per pura sorte, il culatello odoroso di nebbie ferraresi e una delizia di salmone, massaggiato col miele della Russia.
E visto che ci sono, mentre cucio le mie bennibags (ho comperato nuova stoffa), vi regalo un pensiero che ho cucinato fresco fresco e che riguarda, da lontano, le mie borsette, cucite nel gusto antico dello chic che è, secondo me, un rimaneggiamento in volgare d’oc, del “quid” dei romani. Il quid che è indicibile vita e armonia segreta e silente, invisibile cosmo; come a dire che anche nel buongusto della persona, tutta nel suo essere e persino nel vestire, splende la personale meraviglia che è il cosmo interiore, dove riposa l’anima di ognuno, pur inconsapevole, l'anima come ricongiunta, per divina grazia, nell’armonia  di fuoco del piano di sopra. Buon anno!