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venerdì 29 aprile 2016

Il Brennero è in Sardegna

fiori d'aprile in Sardegna in onore di Santa Caterina, patrona d'Italia e Dottore della Chiesa
A me veder Renzi in televisione fa scappare da ridere, buffo come è, liscio, paffutello, infantile nei suoi slanci verbali, con quei suoi tanti nei, sparpagliati sulle gote fanciulle e la lingua sciolta nelle sue smorfie fiorentine e siccome la tv non la guardo quasi più perché sono stanca delle tante parole al vento, mi è toccato subirlo, Renzi, questa mattina, alle cinque e mezzo o giù di lì mentre me ne stavo al calduccio nella pancia della Tirrenia, con il cappuccino di latte a lunga conservazione del bar al ponte tal dei tali, di ritorno dalla mia bella isola sarda dove, ho lascito il cuore e un gatto rosso che mi era amico e cliente, e che disegnava ghirigori di allegria nella solitudine azzurra tutta mia, bucata appena dal miagolare suo vorace e dal volo pazzo delle mie ghiandaie colorate.
Ho fatto, a Cala dei Gigli, quello che dovevo fare, nelle ore pigre della silenziosa marina, senza stare ferma mai, tutta Marta diventata, mentre Maria mi teneva sveglia nel trapunto manto della notte nera, in preghiera nella gioia dello spirito che mi riempie anima e cuore. Belli i miei giorni sardi e bellissimi i fiori di campo che ho fotografato per la via e che, io lo so, ispireranno un giorno – chissà quando - qualche bennibag. Ma se Renzi mi diverte come un maschera fescennina del tipo del Pappus e del Maccus, ha bucato il video appena, il nostro ministro dell’Interno, Angelino Alfano, saraceno, con quella fronte corrugata, gli occhi pineali, l’aria solenne che hanno i siciliani, con un nome che pare un pasticcino alla crema si è fatto di carne e sangue ieri sera all’imbarco della nave, a Olbia. Eravamo in fila ordinata, sul far della sera, tante macchine, e a ogni metro percorso, ecco una guardia, un poliziotto, un militare o un addetto del porto, chiede documenti, nome e cognome, informazioni personali e tutti i percome del perché si era in Sardegna e perché poi si tornava a Roma. Io ho risposto che tornavo a casa e: “Posso?”, ho domandato, innocente… Ma un signore, davanti a me, divertito ma non troppo, ha detto in sardo stretto: “Siammo al Brennero e non lo sappevammo?”.  E l’addetto portuale, a orecchie basse, a strascico,  ha sospirato “Auffiderzen”… Povera Italia. 

giovedì 21 aprile 2016

La bambola di Maria Antonietta

La piccola Maria Antonietta e la sua bambola
A Parigi, l’anno passato, ho comperato in ricordo della città dello chic (che tanto mi piace e dove vorrei tornare) una bambolina di carta con abitucci di ricambio di Maria Antonietta di Francia. Con parrucche bianche e vestiti di seta, c’era anche un agnellino, nel segno di “Mary had a little lamb”, che poi lei, agnese, lo divenne, sul patibolo, insieme al suo Louis (che neppure amava…). Ho comperato, ora lo so, una Marie Antoinette di carta perché la Ville Lumière, per me, le somiglia. Vivace, elegante, un poco capricciosa come, appunto, doveva essere la regina austriaca - figliola (penultima di tredici) della serissima Maria Teresa d’Asburgo, -capitata per i giochi di potere e agli intrighi della politica a divenire delfina, regina e poi vittima dell’Ancien Regime. E siccome, le cose accadono sempre quando devono accadere (almeno nell’esistenza mia), qualche giorno fa, su Rai5, davano un bel documentario sulle donne di Francia che hanno fatto la moda del Paese e del mondo, e parlavano di Rose Bertain che era, per chi non lo sapesse, la gran stilista che fece di Maria Antonietta un’icona di gusto e d’eleganza, un poco come ai giorni nostri lo era Grace Kelly e come lo è stata Lady Diana fino a qualche tempo fa prima di venir dimenticata. Piume di struzzo, fiori, perle, gran parrucche d’argento, nelle mille mise di giorno e della sera, Marie Antoniette splendeva a corte, odiata dal popolo che le rinfacciava ciò che la corte amava. Inconsapevole e aggraziata, tutta in ghingheri e merletti, incedeva, innocente, verso la sua fine...

Non so perché ma a me la piccola regina di Francia, morta con un vestito a lutto cucitole in Inghilterra dalla sua Rose, fa tanta tenerezza e ancora di più me ne fa oggi dopo averla vista (in un documentario questa volta dedicato a sua madre Maria Teresa) ritratta dalla sorella Maria Cristina mentre stringe, sorridente, in rotonda, raggiante felicità, una bambola, la mia bambola di carta…

martedì 12 aprile 2016

Nel sorriso bambino

Bennibag Biancarosa e Rosella
Ieri, tornando da un convegno al Teresianum, l‘Università Pontificia dedicata a Santa Teresa d’Avila, che respira (e io con lei), alta sulla Capitale, lì dove Costantino volle una delle sue Basiliche, quella dedicata a San Pancrazio, il Santo, diciamo così, della primavera e del seme che muore nella terra per rinnovar la vita, stavo – dicevo – alla fermata del 44, io e un sacerdote di quelli che solo a guardarli ti viene il timore di Dio ed ecco, giù dalla discesetta, arrivare nonna e due nipotini con cono gelato. E parlano e io ascolto e anche il sacerdote impettito. La bimba fa alla nonna: “A me non piacciono le carote e non le mangio”, dice e via una gran leccata di gelato, con lingua e labbra e naso. La nonna di rincalzo: “La mamma mi ha detto che quando c’è lei le mangi”. “Sì, perché mi obbliga…” e vai con il cono gelato, con buona pace delle carote al burro... Sorrido io, sorride il sacerdote a me e alla delizia innocente dei bambini. E penso, mentre salgo sull’autobus che apre le sue porte, che un Paese non è un Paese senza le creature e che il richiamo dell’Europa a rendere più facili gli aborti, cioè lo sterminio del nostro futuro, è qualcosa che agghiaccia e che mette, diciamo così, il mondo a testa in giù… Vabbè, ma intanto fatemi dire che oggi si svolgerà la terza – e ultima - giornata del convegno “La Bibbia nell’accompagnamento mistagogico”. Io ci sarò e tanti altri come me, nel ricordo di Teresa, grandissima Santa, Dottore della Chiesa e anche, credete a me, grandissima scrittrice…http://www.teresianum.net/

Arrivata al Rione Monti, scendo, con un sorriso a chi mi ha scaldato il cuore, e nel percorrere la Via del Boschetto sento un pipulus nell’aria e io, ed altri, vediamo tanti passeretti (un gomitolo di piume e becchi) inseguirsi al volo e fare tutto un pigolare e un fischio, come tanti bambini dispettosi a litigare per un giocarello. Altri sorrisi miei e di chi mi passa accanto, nel sorriso bambino che tutto, saggiamente, guida, in barba a chi ci vuole male…

sabato 9 aprile 2016

Concerto all'Auditorium

Un angolo di felicità
Ieri, come non mi capita quasi mai, chiusa come sono – e volentieri – nel mio bel mondo aperto, diciamo così, in verticale, sono andata con mio marito all’Auditorium di Roma (dove non ero stata mai) a un concerto organizzato dall’Accademia di Santa Cecilia, dal titolo “Pappano Grimaud”, che poi sono il maestro d’orchestra e la pianista dello spettacolo. Raccolta in quella gran scatola foderata di legno, una gran folla di gente, sciamava da tante porte aperte e io con loro. Eccomi, seduta accanto a mio marito, nel posto tal dei tali, un poco in alto, ma che fa, tanto bisogna più ascoltare che vedere. Mi pare, a chiudere gli occhi, di ritrovarmi, ragazzina, all’Opera House di Sydney, dove Jane, la mia Jane, mi portava una volta a settimana, insieme alle amiche sue e io (allora di diciassette primavere), nell’agonia di quei concerti (per me), imparavo l’arte dell’esser lì e trovarmi altrove... Ma i tempi sono cambiati e io maturata, per così dire, in madre e moglie e altro che non saprei neppure dire.


Comincia il concerto con l’overture della Cenerentola di Rossini che è, l’opera tutta intera, la mia preferita del pesarese buongustaio. A casa ne ho una registrazione che mi sento, a volte, quando posso, al mattino fresco, quando gli altri sono via e io, armata di scope e di ramazze, metto a posto e pulisco e faccio. C’è già Pappano e poi arriva il pianoforte a coda e anche la Grimaud che è davvero carina, tutta vestita di nero e svolazzante. Orchestra e pianoforte insieme suonano il Quarto concerto per pianoforte di Beethoven, in un volteggiar di note che, lo so che pare uno sproposito (e perdonatemi) a me arriva al collo, e mi pare troppo vanitoso e troppo umano. La bella Grimaud, che balla coi lupi (ed il concerto era dedicato proprio ai lupi...) finito il brano, entra ed esce tra scrosci infiniti e maiuscoli di applausi. Entra, suona un po’, viene ricoperta di applausi e poi di nuovo via e di nuovo ritorna, in un gioco di vuota, per me, vanità… Brava, bravissima lo è, ma io preferisco ricordare, di tutto il concerto, il percussionista di tamburi che ha dato davvero il meglio di sé durante l’ultima parte del concerto che era la Terza Sinfonia di Saint Saens. Guardarlo cambiar di bacchettine,  riporle casomai con tanta cura, come una mamma fa col suo bebè, accarezzare i suoi tamburi e pestarli poi a dovere, con trasporto alato, mi ha regalato, nella sua semplicità, una mezz’ora intera di felicità rotonda e d’oro. Grazie!  

martedì 5 aprile 2016

Merlo maschio

Ci sono dei giorni in cui, stracca del cemento e del traffico e di altro che tengo legato in cuore, me ne vado sola soletta in un giardino qui del centro di Roma che respira, nel suo verde piumato, proprio davanti al Quirinale, dove vive il nostro Presidente silente Sergio Mattarella. Lui, nei vasti saloni, lo immagino, con quegli occhi piccoli e celesti che ha; io nel mio bel verde ricamato di rose e pratoline. Siedo sempre nella medesima panchina che sta proprio sotto a un gran parapetto color ocra chiaro e me ne sto lì a meditare, come sono usa fare nel mio grato tempo libero. E a volte chiudo gli occhi e il vento mi accarezza come fosse la mano del Signore. Siedo, respiro, e la natura intorno pare che mi parli, nell’armonia mia ritrovata. Nell’aprire gli occhi, ecco una merla bigia avvicinarsi senza paura lì dove il mio piede quasi calpesta il prato. Saltellando mi si fa più accosta e par che mi saluti. Poi se ne va, da un saltarello all’altro, con quel suo cappottino invernale che non può cambiare in primavera. Subito dopo, nel suo nero pastrano, con il gran becco giallo, dipinto in vivo zafferano, arriva il merlo maschio e, come a farsi bello, arruffa le penne, diventando tutto rotondo, e poi, a becco in su, mi guarda in sfida come per capire se la sua pantomima mi ha garbato. Sì, sì, certo lo rassicuro e quello, via dietro la sua bella. Vengono poi in gruppo i piccioni violacei in cerca di becchime, ma io, distratta, guardo più in là, verso le panchine che sono nel cuore dell’area giochi, dove siede un gran signore con cappello a tesa nera, color ala di corvo. Parla concitato e spiega e le mani ruotano nell’aria facendo gran piroette. Parla e riparla e straparla con il vicino che italiano, visto il colore della pelle, certo non è. Parla il primo e l’altro solo annuisce cortese. Conclusa la conversazione a senso unico, il primo resta e il secondo se ne va, in sussiegoso saluto, proprio di chi non sa arrotolare le parole nella nostra cara lingua italica. E il primo, il signore in cappello, a muso bagnato, fa a una signora che gli siede accanto: “Oh perbacco, non capiva l’italiano…”
io, a Creta, con la mia prima amatissima bennibag



venerdì 1 aprile 2016

Giornali e cioccolatini

A Cala dei Gigli, a un passo o poco più da casa mia, c’era villa Ratti che si chiudeva come in un guscio di chiocciola tra la veranda (che guardava il mare e Tavolara laggiù, rosa e celeste) e il retro dove, in una timida radura carica di lentischi e olivastri si giocava al ping pong. Nella solitudine quotidiana del suo paradiso, abitato dalla mia dea di allora (Margherita), venivano ospitati, a volte sì e a volte no, personaggi che diventavano, grazie alle fantasmagorie della Margherita (raccontate a me bimba a bocca aperta), vere e proprie leggende. Virginia e Gualtiero, ad esempio. Di lei, di Virginia, un ricordo in caftano, corvine le chiome e il viso da squaw, mentre innaffia i bei fiori rosa di bouganvilla che arricciavano la vista mare. E tanto lei sembrava venire da un altro emisfero,  incoronata dal silenzio (seppi poi che, brasiliana, non parlava italiano…) tanto lui era tutto quanto romano, condito in salsa amatriciana e con un appetito formidabile, direi per tre coperti, che lo portò a provare il ristorante “Sugologone” che ancora oggi, nel masticare il nome del ricordo, mi pare di vederlo, il locale, farcito di pancetta e insaporito di spezie, in un pantagruelico frullar di vivande. “Si mangia a divino!”, diceva lui e io ascoltavo e vedevo gli dei a banchetto, io abituata com’ero ai conventuali pasti dei Ponti, con pasta rossa, insalata e fettina…

C’erano Virginia e Gualtiero e c’era Pia Soli, che aveva un nome a scivolo, fatto d’aria cristallina e di sole. Era una donna di un certo peso e divertente ed era anche giornalista (cosa che riempiva la Margherita di sacro fuoco…). A un certo punto della sua vita, non so come né perché, Pia Soli smise di scrivere pezzi per qualche quotidiano che non ricordo e si mise a produrre e a vendere cioccolatini. E ora che anche io, dopo anni di carta, mi sono comperata uno stampo e un cola-cioccolata e costruita un temperatore di cioccolato, e ho fatto i miei “nerini”, un poco bruttini ma buoni, ripenso alla Pia e la sento sorella in questo danzante aprile appena arrivato…