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mercoledì 25 maggio 2016

Il vecchio cane Iago

Le mie gerbere d'arancio...
Di tutti i cani lupo che popolarono il giardino romano, disteso dietro l’alto bastione del Sangallo delle mura aureliane, Iago fu certo il campione. Grande, di pelo lungo e biondo, era una bellezza superba di animale, con gli occhi ivi e una gran coda a spazzolare l’aria quando vedeva noi bambini, dei quali era paladino. Viveva libero nel verde, testimone dei nostri giochi bambini, e legato alla catena, con capo poggiato sulle zampe in croce per davanti, soltanto quando nella villa entravano gli estranei. A loro abbaiava, nella prigionia, con un incalzare sovrano di voce arrochita che lo rendeva sovrano qual era e così sia. Fu sovrano, davvero, e regnò per sedici anni, indomito, anche quando le gambe di dietro non lo reggevano più e beniamino dello zio Carlo che lo venerava e di tutti noi piccoli Ponti e Salini che, sotto sotto, lo temevamo per quella sua nomea feroce che lo rendeva il terrore dei “fornitori” (così, in casa Salini, si chiamavano i garzoni delle botteghe dove loro – noi, neanche per niente – comperavano pane e companatico.
Ebbe una carriera solenne di morditore. Morse principi siciliani e povericristi, cardinali e parroci; morse come gli piaceva a lui senza distinguere tra patrizi e plebei. Risparmiò, Stefano P., in divisa da marinaio, che lo fermò con un indice alzato, restandosene ritto e fermo pure lui mentre Iago, tutt’intorno, gli faceva la corte come fanno gli squali in mare con le loro prede. Morse, invece, mia sorella, portandole via un cicciolo di carne, per avere – lei – alzato un bastone su un Salini. La morse e furono pianti e lacrime e furore, di cui poco o nulla ricordo perché la memoria scolorisce nella verde età. Ricordo però che, dopo i pianti e le proteste e nonostante tutto, Iago, bello come sempre, tornato dal riformatorio per cani, più feroce che mai, rimase e continuò indisturbato la sua carriera, azzannando, mi pare (ma se non è così poco mi importa…) anche un Salini,

lunedì 9 maggio 2016

Raganelle a Cala dei Gigli

Sarà che devo tornare, dopodomani, a Cala dei Gigli per mettere i cerotti alla villa ferita, sarà che la memoria, in questo maggio luminoso immerso nel manto azzurro della Madonna, sembra temperarsi, accesa com’è dal viver quotidiano, sarà per questo o per altri motivi che sono sepolti nell’anima risvegliata e profonda mia, ma io – ora sono due giorni – mi perdo, quando silente (appena posso) vado in orazione, in un ricordo mio infantile, nel ricordo cioè di quando, illuminata dall’incanto e dalla sorpresa, trovavo nella vasca del bagno giallo (ora in rovina) le raganelle: ansanti, umide, piccole, radiose, erano un miracolo di vita che appariva ben chiaro a me e a mio fratello Marco. “Una raganella…”, la voce nostra sospesa nel tremito d’acqua e di vita che palpitava in gola a quegli animaletti color dell’erba, che amavano, così mi pareva, restarsene fermi come in preghiera, il cappottino verde bagnato, liscia la pelle e pulita…

 Gli occhi, ricordo, neri, fissi nei nostri, in attesa, occhi piccoli e saggi. Era un’epifania, un bagliore del cosmo, la semplicità della vita rotonda, divina, serena che ci catturava – a me e a Marco – lasciandoci storditi, incapaci di gesti e di parole. Le ho ritrovate, le raganelle, molti e molti anni più tardi, sempre in Sardegna, nel cortile buio, trapunto di stelle dell’Ostello San Priamo a Muravera. “Le raganelle!”, ho detto a mio marito, ma lui non le aveva viste, quelle altre, quelle mie, di Cala dei Gigli, di tanti anni fa, quelle piccole, verdi chimere, che tanto, mutole e ansanti, mi avevano insegnato al principio del mio lungo cammino…  

giovedì 5 maggio 2016

Di Dolores per la via

Io, si può dire, sono cresciuta nel mio amor per le parole con tante amiche scrittrici che, pur passate a miglior vita erano più vive in me delle persone vive, avevano lasciato a me e a tutti i sassolini che conducono al solar del bosco (così lo chiamava Maria Zambrano, la cui sorella, Aracoeli diede il nome al titolo di un libro proprio della Morante) dei loro libri. Ragazzina, a diciannove anni o giù di lì, a Elsa Morante mi pareva di dover tutto, l'amore per la lettura e la gioia celeste di correre a dormire per perdermi, a lume acceso, io sola con lei, prima di addormentarmi, nelle pagine vive di "Menzogna e sortilegio". Più avanti, ci fu Katherine Mansfield, scrittrice neozelandese di racconti folgoranti ("The Garden party", ad esempio) che faceva morir di invidia Virginia Wolf (che non ho mai amato) per l'uso magico che faceva delle parole. Lei, Katherine, tutta vita, gelo invece Virginia (almeno per me). Ma è di Dolores Prato, scrittrice marchigiana e romana insieme, che mi sento sorella d'anima e che rileggo appena posso, tenendo i libni suoi sempre nel comodino. Nel suo "Giù la piazza non c'è nessuno" (la gloria di quel libro, che stovcrileggendo, credo, per la quinta volta!) tutto l'incanto dell'epifanie che vivo, nei miei passi d'argento, in questa vita. Sue e anche mie le improvvise rivelazioni di verità che giungono improvvise a chi ha occhi per vederle...

lunedì 2 maggio 2016

Fiammiferi, zolfanelli e prosperi


Asciugamano della mia collezione rasarosae
In casa Ponti, ognuno aveva una collezione tutta sua, un piccolo grande piacere segreto di contare il diverso nell’uguale e di crogiolarsi ogni volta, al ritrovamento di un nuovo esemplare, nell’illusione di possedere il mondo. Il su durava un tic e poi il giù in un tac, e di nuovo, ad ogni pietruzza sul cammino… Mio padre, l’avvocato Ponti, collezionava sabbie di spiagge e di deserti. Le conservava, orcioli dorati, in piccole bottiglie di vetro e ci scriveva su, in bella calligrafia, il luogo e la data del reperimento. Per Marco, c’erano i soldatini. Schierava le sue truppe, dipinte a mano (oh, come li dipingeva, al pomeriggio, con la lingua lunga a toccare il naso e le dita in pennello…) in apposite teche di legno e vetro appese al muro; mia sorella, non so che cosa la spingesse, collezionava scatole di fiammiferi. Li teneva, disordinati, in una busta bianca di carta, appallottolati nel suo armadio, dove sedeva, spelacchiato, un orso tedesco, vestito all’inglese. C’erano scatolini di ogni grandezza e forma, quadrati, in rettangolo, fatti a mo’ di bustina, con gran marche di alberghi rinomati o solo diciture di semplici trattorie, e alcuni erano fiammiferi (ma la Mimma li chiamava “fulminanti” per via che si accedevano improvvisi come i fulmini in cielo), altri cerini, vestiti appunto di cera, altri ancora zolfanelli perché erano legnetti con su un cappellino rosso di zolfo appunto. Sormario, il Sorma, li chiamava prosperi. “Mi passi un prospero?”, diceva quando, al pomeriggio, dopo il cappuccino bevuto con la nonna Stella, si accendeva la pipa che fumava tabacco profumato. Una volta, a chi gli chiedeva un piacere, una cortesia, non ricordo ben quale, un conoscente rispose, seccato: “Sì, un prospero!”. Ed ecco accendersi in me la memoria di quegli antichi zolfini che dormivano nella pancia di un armadio, molti e molti anni fa… 

Bennibags/shop

Per il mio nuovo blog/shop Bennibags ho chiesto aiuto ad Azzurra di Grafic Scribbles che ho avuto la fortuna di conoscere in questo gran mare della rete. E lei, la immagino con la matita tra le labbra a disegnar le bimbe mie, mi ha creato uno spazio tutto mio che parli e racconti, vita, allegria e colori delle mie bennibag che se ne andranno, almeno lo spero, in giro per il mondo loro mentre io me ne rimango a casa mia tra ago e filo e Necchi cara... Ad Azzurra va tutto il mio grazie e una riverenza, a voi un saluto in questo maggio mariano, tutto celeste nel mando della Madonna e alle mie bennibags un sorriso di benvenuto e di incoraggiamento! Per andare allo sho, cliccate sul pulsante a destra, quello con su scritto, appunto, My shop...