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mercoledì 13 luglio 2016

In (mia) santa preghiera

Sommessamente, con il cuore umile immerso nel mistero dell’eternità, mi chiedo, però, come mai e perché il Papa, zitto e nascosto questa volta come non accade quasi mai, non abbia speso neppure una parola per i tanti morti di Puglia. Non basta, proprio no, secondo me, il telegramma del segretario di Stato, Parolin, di fronte a una tragedia come quella che si è vissuta tra i begli ulivi d’argento del nostro generoso Sud. Nossignore, non basta proprio. Tace Bergoglio, che parla, eccome, su altre tragedie, e lascia (almeno la sottoscritta) davvero sgomenti. Altro non scrivo e prima di chiudere questo mio dolente post, vi dico che, ieri mattina, verso le undici e mezzo scorreva una notiziola su Rainews24 piccola piccola, una robina da nulla: “Frontale tra due treni, due morti”. Io, che sotto la pelle oramai cambiata, nell’anima rotonda ritornata nel Carmelo, resto una giornalista (avendo fatto questo mestiere per più di 25 anni…), mi metto a cercare notizie di qua e di là e salto da un canale all’altro, senza trovare altro e mi dispero perché un frontale tra due treni non può che essere uno schianto e una sciagura. Infatti, nel primo pomeriggio comincia la conta dei morti, sotto il sole pugliese che brilla nella notte…

Finisco qui, in attesa (e nella speranza) che il Papa si faccia sentire e proprio ieri, mentre pestacchiavo sul computer in cerca di notizie e aggiornamenti, ho letto una toccante – per me – storia pugliese. Una signora, donna fatta come me, ricordava i tanti giorni estivi passati a casa della nonna, in Puglia, tra gli ulivi, a giocare con le minifurga (che amo anche io). Lei, la sua Laura, non l’ha più. Neppure io ho più le mie Lisa e Lucia, divorate a colazione dai cani di casa. Ma ho questa Lisa abbronzata per la quale ho tagliato e cucito un prendisole color notiscordardime e una mini-bennibag di sole  al tramonto, con fiori bianchi per nuvole. E ora, in orazione e santa preghiera, chiudo nel ricordo dei tanti che non ci sono più. 

domenica 10 luglio 2016

Come eravamo

Cerco, come Diogene l’uomo, la prudenza e la buona educazione che ai tempi miei, di Cesare e Pompeo, non erano chimere ma dame dai lunghi capelli di vita, capaci, loro sì, di affrontare a petto nudo come la carità, la dura legge di questo mondo a capo in giù. Cerco e non trovo più nella burbanza di certe ragazzine dai capelli blu, quella piccola io, con il basco in testa, penitenziale, in divisa bianca e turchine che, all’Istituto Mater Dei, salutava le sister, incrociando il piede destro dietro al sinistro per precipitare in un allegro inchinetto e: “Good morning sister!, diceva, in una modulazione di dolce inglese prima di volar via, in classe a studiare, a capo chino, come non si fa più, senza collettivi, occupazioni e altre invenzioni democratiche buone, per me, soltanto a distrarre l’anima e il corpo dall’amore per il sapere che si nutre del silenzio e della religiosa sequela della mente la quale, se turbata da mille Facebook, perduta in labirintiche ossessioni, in giudizi apodittici e categorici, mai potrà raggiungere le vette del sapere e neppure, evvia, l’uomo di Diogene…

Dico e scrivo tutto questo mentre ricordo il mio primo esame di letteratura latina all’università con il professor Michele Coccia. Portavo il IV libro dell’Eneide, quello in cui Didone, innamorata, implorava Enea di lasciarle almeno un “piccolo Enea” a consolarla, e mi piaceva così tanto quella ginnastica di esametri che ancora oggi, a volte, ne leggo un rigo o due per nutrire il cuore. C’erano, allora, a far l’esame con me certi ragazzi di una scuola pubblica, famosa a Roma, tutti quanti ben nutriti di politica e di Sessantotto (e poco, a mio parere, di Virgilio…) e si burlavano di me che avevo studiato “dalle monache”. Sia pure, ma a petto del mio trenta e lode in basco e divisa, loro presero tutti quanti un ventisette stiracchiato. E quando ci ritrovammo insieme dopo l’esame, chissà perché non mi canzonarono più…   

martedì 5 luglio 2016

Al gusto d'Esqulino

Me ne andavo sul far della sera, accarezzata dal ponentino romano, in compagnia solo della mia bennibag fiorita, per le ampie strade dell’Esquilino a fare questo e quello e tutte le faccende operose che porto nello zaino della vita (come tutti) e che non pesano se accettate, digerite e lasciate al garbo loro; me ne andavo, dicevo, in giro per l’Esquilino, con in testa un gomitolo sgomitolato di pensieri che portano diritto a Jesolo Lido, dove chi mi è caro (carissimo) passa le vacanze e poi al Russicum dove Cristina Campo cercava e trovava (anni orsono) ciò che anche io cerco e raramente trovo, in giro per le mie (tante) chiese; me ne andavo, dunque, dopo il dovere, bighellonando tra i negozi che conosco e amo perché io, che pure non ci abito, covo in cuore l'Esquilino, dove mi pare ancora viva la vita come non è più in altri angoli di Roma Sarà perché nella pasticceria Regoli trovo – e deliziosi – i bignè alla nocciola e perché da Mas c’è sempre un qualcosina che sorprende; sarà perché, al mattino, il mercato coperto parla all'anima e qualcuno ti chiama ancora "cocca" o perché nel giardino della piazza Vittorio i bambini giocano ancora all’acchiapparella; sarà per questo e per mille altri motivi ancora, che io, appena posso, corro all'acqua dell’Esquilino.
E ieri una ragione in più l’ho messa in tasca perché, girando torno torno sotto gli archi dei portici, di poco passato l’oviesse, ho trovato un negozio di stoffe, nuovo nuovo, senza vetrina, nudo quasi di orpelli, ma tutto foderato di rotoli di tessuti, pezze multicolori in oro e argento e anche grigio topo. E dentro una fantasmagoria di merletti e passamanerie che avrei comprato, in blocco, per le mie bennibags. E anche se il proprietario, un indiano, mi ha chiamato più e più volte Giovanna (e chissà perché), pur essendomi presentata come Ester, io, punto offesa, tornerò e presto e cercare e a trovare nuove ispirazioni per le mie bennibags, diciamo così, al gusto d’Esquilino…

venerdì 1 luglio 2016

Il tappeto d'oro

Conto i giorni, a due e a tre, che mi separano dalla sera in cui, imbarcata la mia Cinquecento nella pancia della nave accesa, sarò, come in sogno, di nuovo nella mia Sardegna amata, sarò di nuovo nella veranda mia di cotto rosa e calce, dove, bambina, giovano con la Bea e ragazza, distesa sul muricciolo, osservavo, a pancia in su, la distesa nera del cielo e le stelle, tante, in fuga, come in tappeto d’oriente, lassù, che mi facevano trasalire nell’immensità; le guardavo, puntini luminosi di eternità, e le sentivo, nel brivido, dentro: le stelle erano la mia verità, inseguita, cercata e infine trovata nel mondo quaggiù… Molte notti ho passato distesa su quel muricciolo e quando sorgeva, dietro l’aldia, la luna, il cielo metteva come un aureola di fiato bianco e la luna, la magica, dolce luna stendeva un tappeto d’oro sull’acqua in respiro d’onde, un tappeto d’oro che arrivava fino ai piedi bagnati di sua maestà Tavolara. Mi pareva, allora, di poter camminare sull’acque e, sola, come in chiamata divina, percorrere la strada che mi conduceva, in umiltà, sul mio carmelo, alto sul mondo…

E mentre, in questa notte romana, penso alla mia Sardegna, alla mia Cala dei Gigli e all’unico uomo che ho amato laggiù, un ricordo picchia all’uscio e c’è un’altra luna, una luna jesolana d’agosto di tanti anni fa, una luna che, come quella sarda, versa il suo oro sul mare, una luna rotonda che par quasi di poterla toccare tanto sembra vicina. E c’è un bambino, il mio bambino (che ora è quasi uomo) e ha appena due anni allora o poco di più e alza il ditino e dice, in sorriso giocondo: “Luna!”. E poi, per non far torto a chi gli parlava in inglese: “Moon!”.