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mercoledì 30 novembre 2016

La parannanza di Santa Teresa

Per me Santa Teresa D’Avila non è un santino, nossignore, e neppure una statua del Bernini, quella, per capirci, magnifica che si trova a Santa Maria della Vittoria e che il Bernini scolpì dopo aver letto proprio la vita di Teresa, e più precisamente la descrizione fatta da lei medesima al capitolo ventinove, paragrafo tredicesimo, lì dove parla del cherubino che la colpisce con il dardo d'oro... No, no, no, per me, Santa Teresa è viva e più viva di tanti che mi camminano all’intorno, nei loro vuoti occhi del dopopranzo. Teresa, quando rileggo l’opera sua, si fa di carne e ossa e sangue nelle sue parole aggrovigliate, in quel cercare il filo lungo la strada della perfezione, si fa persona viva nelle sue immagini vivide, limpide, chiare. Come quando paragona l’uomo di Dio al bruco che si fa farfalla, quando per le sue scalze si ispira al colombaio di casa sua: ogni monaca in una cella, ma tutte insieme in comunità. Oppure quando parla del castello interiore, dentro il quale procede l’uomo d’orazione, e lo fa, con gli occhi al bel castello di Avila dove è nata e vissuta lei. E’ questa primigenia verità nell’immagine pura che sempre l’accompagna e illumina la vita mia. E proprio qualche tempo fa, ascoltando Radio Maria, ho scoperto (ma già lo sapevo) che ogni parola è sacra nel suo sacro significato, unico e vero che il mondo moderno banalizza, corrompe e muta. E la parola, udite udite, è parannanza (Teresa scriveva che Dio cammina tra pentole e padelle…). Pensate, come me fino a ieri, che parannanza sia un semplice sinonimo di grembiule? E invece no, neanche per sogno, perché la parannanza era il grembiule incerato che le donne antiche portavano quando si recavano a lavare i panni alla fonte e bisognava in qualche modo salvarsi dagli spruzzi e dagli schizzi e dalla spuma… Ecco, la finisco qui nel mio placido meriggio d’oro di questo novembre ancora d’Avvento che tende la mano al bianco dicembre, il mese mio… 

mercoledì 23 novembre 2016

Nella luce d'oro

Poiché eravamo cinque fratelli, cinque come le dita di una mano, non c’erano abbastanza stanze, in casa Ponti (pur grande com’era), per ogni figliolo. E siccome mia sorella (che mai mi fu sorella), non voleva dividere la sua con me - che ero sorellina minore - dormii per diciotto anni di fila, al piano di sotto di un letto a castello che era, vivo il ricordo, di acciaio pitturato di rosso fuoco. Al piano di sopra, mio unico fratello nelle temperie della vita in quella casa troppo grande che pure non aveva spazio per me, c’era Marco. Avrei dato un perù per dormire una volta, una volta almeno, all’attico, ma no, giù, al piano di sotto, quello che abitai (ma il letto a castello allora era un altro, in bambù, forestiero e alieno) la notte prima di sposarmi. Ricordo il pensiero mio tornare alla mia prima giovinezza quando, nel buio, dicevo a marco: “Parliamo un po’?”. E confortante, arrivava la sua voce e il sì di velluto che cominciava il nostro tenero parlare, tra fratelli, nel tepore del letto caldo finché le parole non diventavano sonno e oblio…

A diciannove anni, per volontà di una sorte capricciosa, ebbi la stanza da sola e tutta per me. Ricordo ancora la gioia del possesso, quell’angolo che era tutto mio e mio soltanto. Avevo il pianoforte, i miei libri su una piccola libreria; avevo la mia macchina da scrivere Olivetti (dono di mio padre, l’avvocato) e avevo già, in nuce, la mia vetrina delle meraviglie. E ricordo, come fosse ieri e ancora vivo in me, la gloria del mattino presto quando sveglia con gli angeli alle sette, vedevo i raggi del sole entrare di tra le taparelle appena schiuse e sapevo, senza guardare l’ora, che dovevo alzarmi per andare a scuola. Era mia, ora lo so, anche quella luce d’oro… 

mercoledì 16 novembre 2016

Le azalee di Trinità dei Monti

Mi sono accorta, ma senza quasi accorgermene, che, per non vedere la mia Roma bella in degrado perenne e triste che par chiamarmi di lontano, non faccio più (e poco mi dispiace), nel sole di novembre, le mie belle sgambate a cuore aperto, respirando il cielo terso, perduta nell’incanto sempre nuovo della Città Eterna. E già che ci sono apro una parentesi tonda e dico, ma caro ministro Franceschini, come si fa a dire che una zanna dell'elefantino alla Minerva (del Bernini e sacro nel suo sacro significato) è pari a 2.,500 euro di danno! Ma caro il mio santissimo ministro, il danno è invece incalcolabile, atroce, inaccettabile perché è uno sfregio alla bellezza e all'umanità intera e lei, mi dica, come può non capirlo ed essere ancora ministro dei Beni culturali?
E via, piango e piange la mia Roma, Regina e Signora della vita mia...
Sì, di rado esco per non inciampare su chi, nel marciapiede proprio sotto casa mia, a gambe tese, sull’asfalto, incurante della gimcana a cui costringe i passanti, allunga il suo cartello con su scritto “Ho fame” a tutti noi che, in gamba svelta e attiva per fare conto paro di questa vita matta che ci opprime, scendono giù dai Monti per abbracciare col cuore il Colosseo, porta di Via dei Serpenti prima e di via degli Annibaldi poi. A ogni crocicchio, in ogni dove, ci sono montagne di rifiuti e tanta gente che bivacca, lasciando la sua misera merce umana come regalo a noi monticiani…
Preferisco, dunque, camminare nel ricordo e lì, nel mio sancta sanctorum, la memoria si accende e sono di nuovo bambina, stirata nella mia divisa bianca e blu del l'Istituto Mater Dei, percorro le strade silenziose del mattino presto e profumate d’aria buona. Il cielo è il mio compagno e cammino nel tacito mio cuore rotondo. D’un tratto laggiù, in fondo a Via Condotti (perché nell'anima mia color rosa è sempre primavera accesa) vedo le festose azalee, rosa e color fucsia e bianche a salutarmi e ad accendere di bellezza e incanto la stupenda Scalinata di Trinità dei Monti e il cuore, anche ora che conto tanti anni, silente, mi balza in petto e sorrido agli angeli  nella mia purezza ritrovata.

giovedì 10 novembre 2016

Rose of Tralee

Bambina quasi, o forse ragazzina, preparavo per i miei fratelli tutti quanti, la pasta al sugo rosso che era tradizione unica in casa Ponti, quando la Mimma, per motivi che non so, se ne restava al Testaccio e noi abbandonati e soli, consumavamo il pasto di cartone, orfani dei panini suoi fritti, degli gnocchi al cuore di patata, della pizza scaldata dalle sue mani d’amore...

Mia madre, dai modi spicci suoi,  lasciava  sui fornelli da una parte la pasta arrotolata in un gomitolo che era bianco e color d’oro per via dell’olio che ci correva dentro e dall’altro il sugo rosso, liquido, di gusto d’ospedale e toccava a me rovesciare gli spaghetti nella padella del pomodoro e, mischiando questa a quello, rendere  pasto ciò che non lo era. Baciati gli ingredienti, condita l’insalata e cucinata la fettina su una padella ben calda, era tempo di sederci intorno alla tavola in sala da pranzo e mangiare. I gemelli allora, cominciavano le loro spiritosate e non c’era verso di mettere una frase dietro l’altra perché ci pensavano loro, nella ridarella eterna, a mettera una diga su qualsiasi discorso famigliare. Mio padre, a capotavola, mangiava a capo chino. Alla sua destra mia madre non interveniva. Io, nell’osservanza, tacevo e, nella meditazione, risolvevo a modo mio gli enigmi della vita. Mangiavamo, come un dovere triste, almeno io...
E mai avrei pensato che mille e uno anni dopo, cioè nel mese scorso di ottobre, potessi nientemeno che fare io, proprio io, una lezione di cucina (nell’aiutare un’amica) a un gruppo grande di studenti americani e tanto attenti e concentrati che ogni discorso aveva un principio e una fine anche se non stavamo intorno a un tavolo e la lingua, pur mia quasi madre, non era la mia. E poi, d’incanto, e al ricordo quasi mi commuovo, finita la lezione, i piatti vuoti, il profumo di polenta uscito dalla finestra aperta sul caldo d’oro dell’ottobrata romana, i ragazzi, in circolo, han cantato, tutti presi in serietà compunta e fuori moda, una ballata irlandese, bella come è bella la magica isola verde che se ne sta, un poco pigra, in mezzo al mare lassù. E mentre le note di Rose of Tralee riempivano la cucina di un’aroma tutto suo a me, lo ammetto, è scesa in cuore una lacrima di commozione e di ringraziamento…

sabato 5 novembre 2016

Diciotto anni

Oggi, diciotto anni orsono, vivevo – il ricordo è una carezza - nell’immenso, rotondo, verde abbraccio della felicità completa; oggi, diciotto anni fa, la mia vita venne scossa  al sorgere della vita, dal turbine dell’amore che si faceva carne e ora, gioisco con gli angeli, nel rivivere tutte quante contate dentro di me quelle magie, che si allungano nei mesi e negli anni, tra lacrime e sorrisi. Tutti i teneri addii e i passi avanti e quelli indietro e le prime parole, le ultime, e la responsabilità che piano piano si fa innanzi nella scoperta della vita adulta...

E io,  nel tepore dell’oro acceso, in orazione continua, vivo, con l’amore,  nel balzo della mia anima accesa e  ringrazio chi so io e chiudo questa parentesi graffa che in me, ma solo in me e chiusa a chiave, è sempre aperta e viva e vera…