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lunedì 30 gennaio 2017

Diciotto anni

In quei tempi là miei, più o meno nell’età di Pericle, ai diciott’anni, si organizzava un gran ballo con i disk jokey e i tavolini vestiti di bianco e tante cose buone da mangiare. la festa si chiamava semplicemente "I diciott'anni". In cravatta nera i ragazzi, stirati sull’attenti come tanti ufficiali di cavalleria, e le ragazze con l’abito lungo fino ai piedi e i tacchi alti. Ogni ragazza diventava così una principessa, al braccio del suo principe in valzer danzante, e l’eleganza nel pallore dei cognomi in livrea era regina…
 Il giardino della villa Bianca romana si  vestì di lumini, colorandosi di musica celeste la sera dei diciotto anni di mia sorella. Lei, in verde e oro e in gloria (credo), ma io non c’ero. Non so perché, e ancora me lo chiedo, io fui esiliata a Castel di Decima in casa di una zia mia amatissima. Non mi rimasero che i racconti. I palloncini bianchi, nel buio, a grappolo in caduta dal cielo e la bellezza di una certa Polissena (e basta il nome) che io non vidi mai, ma immaginai, nel piedino di Cenerentola, bella tra le balle e quasi un mito omerico.
Anche i gemelli, di nuovo io assente, ebbero una festa di cui non un racconto serbo. Marco no ché lui veleggiava per i sette mari e io, una festina in tono minore, invernale nel su e giù della casa che non era  certo giardino fatato. Non ebbi il ballo, ma il mio principe  azzurro sì  lo ebbi e conservo ancora il regalo che mi fece, bello come una promessa d’amore…

lunedì 16 gennaio 2017

Buongiorno signora Furga

E’ con dolore vivo, con un senso di sgomento che mi fa pestare i piedi nel cuore che mi ritrovo, a volte, davanti al Colosseo. E tutte le impalcature gialle di questa assurda metropolitana che non finisce mai (da venti anni vanno avanti i lavori, in un’eternità che non ha capo e neppure, così pare, coda, in quell’indiavolato non senso della nostra dopostoria romana…), e l’orrore del degrado nei cumuli di spazzatura gettati qui e lì, nelle coperte dei senza tetto abbandonate tra gli archi dove zampilla ancora, memore di tempi migliori, una innocente fontanella, e ora anche la tettoia bianca, lassù, a rovinare il panorama del Palatino verde del verde che piace al cuore, ecco, tutto questo, nel chiuder gli occhi, non lo vedo e da tutto questo io (che pure amo la mia Roma come un fiore la sua terra sacra e anche il bel Colosseo maestoso), lo sguardo a terra, me ne fuggo via e ogni volta faccio santo voto di mai più passare da queste parti… E, per motivi tanti che so io, mi ci ritrovo, sempre sgomenta e sempre nuova.

E siccome è lunedì e l’anno, bambino, è appena nato e io, dentro di me, porto una pace grande, ricamata di stupita serenità, che è come un balcone fiorito di gerani rossi al sole, preferisco dire due parole due di certe mie gite del mattino presto a Porta Portese, gelata nel gelo di questo gennaio dalla testa bianca, dove compero qui e lì quel che mi solletica e mi piace, col pensiero fisso di essere per le otto e mezzo a Sa Crisostomo per la messa di Padre Paolo che è per me, nelle sue parole belle, fonte di gioia pura e azzurra come un cielo di primavera. E siccome, per tre volte di seguito, mi è capitato di comperare delle bambole italiane per così dire vintage, cioè dei tempi miei, di marchi allora noti e ora non più (Furga, Sebino, Ratti, Italocremona), ieri, io che penso sempre di essere in incognito, come una Mata Hari, avvicinandomi guardinga a una delle mie bancarelle e pronta a scegliere col gusto mio, sento il bancarellante che, sornione, col cappello sul naso, dopo un’occhiata e un sorriso, mi fa: “Buongiorno signora Furga!”  

venerdì 6 gennaio 2017

La spina di Borgo

All’Istituto Mater Dei arrivò portata dal vento come da un parrot umbrella, nella mia classe allora ginnasiale una professoressa tutta nuova e giovane giovane, d’appena un pugno d’anni più di noi alunne in fior di quindici anni. Di nome faceva Pia e in testa aveva un groviglio di capelli ricci, alti e in terremoto che la facevano sembrar più alta di quanto fosse in verità. Il cognome non lo scrivo perché è ancora viva e vera e insegna ancora il greco ed il latino ad altri fortunati come me. Fu lei, e non so perché, che mi parlò per prima della “spina di Borgo” e di com’era il Vaticano prima che ci scavassero dentro Via della Conciliazione, lunga e addomesticata e un poco triste, con tutti quei lampioni mesti, sull’attenti che rendono dolente (per me) il panorama. Era, la Spina, una cosa viva, viva di case, casette, piazzette e vicoli con nomi belli come Scossacavalli  e chiese come San Lorenzo in Pisces e c’erano ville come horti romani e palazzi come l'Alicorni, in bianco unicorno affrescato, e vedute d’archi e di fontane. Una delizia in terra. E lei mi raccontava e io ascoltavo come se tutto quanto lo vedessi…
Ho ritrovato tali e quali i ricordi della Pia alla bellissima (e curatissima) mostra proprio sulla “Spina di Borgo” che chiude tra due giorni ai musei capitolini. E tutto si spiega dal principio, da quando cioè il Vaticano era, per Cesare, “l’altra sponda”, quella degli etruschi, i nemici, a quando ci costruirono sopra un gran tempio di Cibele con i suoi tanti taurobolia. E poi, avanti e avanti, fino alla bella Spina che fu smantellata anche se l’architetto Piacentini diceva, e giustamente, che potevamo ben lasciare la spina a Borgo se San Pietro era pescatore e i pesci, come si sa, hanno lische e spine…

Ho ritrovato tali e quali i ricordi della Pia nelle parole d’affetto, tutte rotonde di romanità, di Alberto Sordi che, in un documentario (che si accende nella mostra) racconta di lui, appena di tre anni, per mano al papà che percorre,intimorito, gli scuri vicoli della romana Spina per esplodere poi, pieno di meraviglia e di stupore benedetto, davanti al Colonnato  e al Cupolone. In infantile, mistica meraviglia. La stessa dei Re Magi di fronte al Santo Bambino: buona epifania a tutti!