Pagine

mercoledì 22 febbraio 2017

Racconti monticiani

Gonna bennibags e co. In allegria di primavera e fiori futuri
Se c’era una cosa che a Lisetta, otto anni in fiore e pizzo di sangallo, proprio non andava giù era fare, al pomeriggio presto quando il sole chiamava ancora alla corsa per i campi tra ranocchi e fiori, le lezioni di matematica con la Marcolin. Non c’era scampo e verso: doveva chiudere finestra e cuore al richiamo dorato e profumato della primavera e mettersi, a capo chino, a far le equivalenze e le divisioni e i problemi di geometria con quel corazziere in gonnella che non le piaceva né virgola né punto. Nulla, nella persona grossa della Marcolin, le accendeva un qualche interesse. Nulla, proprio. Gli occhi erano di un colore verde smorto, gli zigomi immersi nella troppa carne neppure si vedevano, il naso era come schiacciato sul colmo e ai due lati, le narici, parevano due scivoli scoscesi. I capelli erano grigi e raccolti alla meglio sulla nuca. Gioielli nulla. Neppure una crocetta al collo. Avesse avuto almeno in capo un cappellino alla moda, che ne so con una grande ala nera di corvo a far da visiera sul davanti, oppure una linea a turbante che ricordasse l’oriente, un’odalisca, che ne so, ma no, la Marcolin aveva una paglietta di Firenze e sopra frutta e fiori, neanche fosse al banco del mercato dove si andava al giovedì al braccio della Eva per comperare arance d’inverno e pesche dolci d’estate. Per non dir niente, poi, delle scarpe che erano sempre come usate da un soldato nella Grande Guerra, lassù sul Carso, e provate da vento e fango e pioggia e niente affatto deliziose come gli stivaletti di vacchetta alla moda che Lisetta e Maria calzavano  nei piedini eleganti loro…

Ho cominciato questo racconto, come ai vecchi tempi quando sognavo di fare la scrittrice. L’ho cominciato, dicevo, e lo finisco qui perché la penna si fa arida e il cuore in singhiozzo quando cammino (come ho fatto stamattina) per le strade di Roma, sudice e piene di pollaietti indecorosi. No, non scrivo più, mi dico, e molto meglio sarebber andare con la ramazza a raccogliere cartacce bottiglie di birra vuote davanti al Colosseo… e mi consolo ricordando l’incontro, sempre stamattina con un vecchio monticiano, uno di quei romani veri come non ne fanno più, che all’incontrarmi carica di sacchetti della spesa, mi guard e fa: “Ce devo proprio venì a magnà a casa tua…”. Una risata assieme, cuore a cuore, e via ognun o per la strada sua. 

giovedì 9 febbraio 2017

Gatti di Roma

Ma dove sono andati a finire i gatti di Roma, mi chiedo, mentre non ne vedo più uno in giro e ne vedevo, assai, bambina e “regazzina” (che a Roma, la “i” diventava “e” allora, ai tempi miei…). Sì dove caspita sono andati a finire i gatti di Roma che dormivano tra i monumenti, per poi andarsene raminghi, scorrazzando tra i ciuffi d’erba verde, ignari di calpestare, tra un capitello e un marmo, le vestigia dell’impero. Per trovarne uno, ma di marmo appunto, mi tocca scarpinare giù fino  a via della Gatta, dove un gattolino c’è, arrampicato sul cornicione di palazzo Grazioli, a un tiro di sasso da piazza Venezia e bisogna tenere gli occhi in su e il collo storto per vederlo.. Un gattolino, sì, un gattolino c’è ma è così stento e bianco, lassù, che non sembra più il gatto sacro egizio dei tempi belli suoi e poi mica fa miao miao e neppure le fusa…
No, i gatti di Roma non ci sono proprio più. E pensare che anni orsono (ma pochi, eh!) uno dei libri di Madeleine era dedicato proprio a loro, ai mici della Capitale e si intitolava proprio "Madeleine and the cats of Rome". E’ triste non vederne sgusciare uno tra i vicoli, con quell’andar felino e sospettoso che tanto mi divertiva. Ecco, lì un gatto rosso, con la sua bella lisca in bocca, di là, un soriano, un Romeo degli Aristogatti, e lì, più in là, una madamigella tutta bianca, flessuosa e piena di chic... Era tutto un miagolare, a sera, in piazza Argentina e anche al foro, dove portavo il mio bambino, piccolino, a giocare tra la casa delle Vestali e i Rostri e il tempio di Giunone moneta (quello che ha dato il nome alle nostre “monetine”) perché se ne stava accanto proprio alla zecca romana. Tanto tempo fa. Sì, tanto tempo fa, c’erano i gatti di Roma e ora non più.

 Con un sorriso, eccomi a cucire questa bennimiao che è, a modo suo, un inno di pezza ai tanti gatti che c’erano e che non ci sono più…

sabato 4 febbraio 2017

Piccola avventura in farmacia

bennibag azzurro cielo
Nel lattiginoso mattino presto di questo sabato di febbraio, mese della purificazione, mese ancora piccolo così, tutto ancora chiuso nel suo ovetto sacro, eccomi di bel bello scendere, a gambe nude come fosse già primavera, a fare una commissione sotto casa. Scendo in vortice le scale, giro sulla sinistra, uscita da portone grande, e sono già nella profumata farmacia dove devo comperare questo e quello per il marito che ne ha bisogno. Come entro vedo, prossimi al bancone, due uomini intenti a comperar gli affari loro e così, al turno mio, attendo un poco in disparte, verso la porta. D’un tratto, sento qualcosa di umido schiacciarmisi sul polpaccio e, seduti gli occhi a terra, vedo che c’è un grosso barboncino color bianco rosato, che, al vedermi, festoso, si è messo a far zig zag con la coda e a schiacciare il muso, appunto, sulle gambe mie, in segno di grande simpatia. “Ah che gran maleducato sei!”, gli dico, faccia a terra, e quello, di tra la frangia, gli occhi a spillo neri, mi guarda e la coda si fa più ferma e come circospetta. “Nessuno ti ha insegnato le buone maniere?”, continuo e lui, a muso in giù ascolta, il tapino. “E ora, avanti, mettiti composto in farmacia e seduto, via!”. E, patapunfete, crolla il suo popo a terra e composto e quieto (finalmente), mentre il proprietario, che deve far un esame non so, se lo porta via. Prima di andarsene, si gira nel saluto, la coda torna a tremolare e io su vai e sii un cane signorile, via! “Scusi – mi fa la farmacista, sorpresa al mio silenzio – desidera?”. E sorride. Sorrido anche io, le chiedo una scatolina di cerotti e via anche io come il barboncino, per la mia strada.