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giovedì 8 giugno 2017

Lezione al Campidoglio

Lisa con mini-bennibag
Qualcuno, penso Mario Monti, si è inventato da qualche anno a questa parte i corsi di formazione permanente per i professionisti e quindi anche per i giornalisti con la tessera dell’Ordine e, come per loro, per me pure. Demitto auricolas anche se, al passare cinque ore ad ascoltare (spesso) il nulla mi pare di avere una palla di ferro alla catena legata alla caviglia destra e le manette ai polsi. E dunque eccomi, ieri, di bel bello nella Sala della Protomoteca al Campidoglio dove si tiene un corso che vale tot punti e non chiedete di più perché, nel mio bloc notes, appare la stessa scritta che il povero Luigi XVI annotò il giorno della presa della Bastiglia…
Ero lì, in mezzo a tanti colleghi, o meglio ex visto che io non lavoro più se non per qualche amico che, in ghost writer, me lo domanda. E ridevo tra me al pensiero di che cosa avrebbe detto di tutto ciò il mio Giampiero, caporedattore della redazione romana del Gazzettino di Venezia, ai tempi miei. Lui che se la prendeva con i “cretini laureati” e che pensava che i giornalisti si formassero solo per strada, parlando con la gente e non certo contando i like su Facebook e i tweetter. Ah, Giampiero mio, pensavo e nel guardarmi attorno mi pareva che lui, ironico, pungente, dai teneri capelli bianchi, fosse più vivo di quelli che avevo intorno per davvero. Vabbè, ma intanto devo trovare una via di fuga, mi dico, perché a star qui tante ore a sentire questo e quello proprio non resisto. Detto fatto, eccomi a scender le scale sulla sinistra per recarmi alla toilette che è sempre un bel posto, secondo me, dove rifugiarsi con i propri pensieri clandestini. E mentre seguo la via, oh beata me, mi imbatto nei busti di marno di quanti hanno fatto, loro sì, grande questo piccolo Paese a forma di Stivale. C’è il mio amatissimo Domenichino! E Galileo, pensoso. C’è Masaccio, c’è Mantegna con un gran nasone; c’è anche Benedetto Marcello e c’è Paisiello. Toh, guarda,  Annibal Caro, il traduttore di Virgilio e giù, lì dove le scale terminano in gloria, un vecchio tappeto arrotolato ai piedi del gran muraglione che rimane del tempio di Giove Ottimo Massimo…
Riemergo in platea e sorrido ad altri busti vivi, laggiù, in fondo, sulla sinistra, riconosco Dante! Mi consolo così, tra gli spiriti magni, mentre sullo schermo compare, come fosse del Divin poeta, una frase pronunciata da un certo collega (di cui taccio il nome) che conosco per averci lavorato a lungo insieme… Sospiro, sorrido e via, il tempo è scaduto, la lezione finita e io sono di nuovo libera nel sole e nel vento di questo giugno di fuoco e fiamme.

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